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mercoledì 14 agosto 2013

L'Innominabile comprende “i turbamenti e le preoccupazioni dei pidiellini” e apre alla “grazia”. Silvio soddisfatto a metà: “Si vota”

Ci torniamo su un attimo: l'immagine dell'Italia in questo momento è quella del carabiniere che saluta militarmente Silvio appena condannato all'entrata del Senato. Ci pensate cosa accadrebbe se un fatto del genere si verificasse all'ingresso in tribunale di Tanzi o di Ligresti, di Renato Bilancia o di Totò Cuffaro? Si scatenerebbe un putiferio, a meno che anche fra i pregiudicati e i pluri-pregiudicati non esistano i criminali di serie a e quelli di serie b, come se la galera si trasformasse magicamente in un resort per quelli di serie a, e in un girone dell'Inferno per quelli di serie b. Ma almeno il carcere, in questo paese, è uguale per tutti o no? Ci chiediamo: ma è possibile adottare una comprensione a scartamento ridotto per chi si becca due anni per furto “per fame”, e a treno ad alta velocità per chi sottrae allo Stato decine di milioni di euro in tasse? Sembra proprio di sì, e il Cittadino che siede sullo scranno più alto della repubblica lo ha fatto capire chiaro e tondo. Mai risposta tanto sollecita ci fu rispetto all'atteggiamento del presidente su una particolare e specifica questione, mai tanta apertura ci fu rispetto al riesame di una condanna passata in giudicato. Si capisce subito che Silvio gode di una corsia preferenziale, dall'incipit del comunicato uscito ieri dalle stanze del Colle più alto: “nessuna domanda di grazia è stata presentata”. Perché, se lo fosse (presentata) cosa accadrebbe? Dall'inizio del mandato dell'Innominabile, sono state presentate 2688 richieste di grazia (trovare il numero è stata un'impresa), ne sono state accolte 23, meno dell'1 per cento. E c'è da dire che nel frattempo c'è stato l'indulto. L'ultima grazia accolta è stata confezionata in tempi record, riguardava Alessandro Sallusti che sempre di quella razza è. Che poi il documento uscito ieri rechi scritto: “le sentenze si rispettano e si eseguono” è un puro gioco di parole, tanto che Silvio è fortemente tentato dal far chiedere la grazia a Marina (la possono presentare i parenti dei condannati). Ma ovviamente al Capataz questa soluzione piace poco. Lui vorrebbe restare sulla scena politica a pieno titolo, vorrebbe insomma che il Capo dello Stato sconfessasse, da Presidente del Csm, la sentenza della Corte di Cassazione e che inviasse il giudice Esposito direttamente nella riaperta, per l'occasione, colonia penale dell'Asinara. Silvio ama vincere senza se e senza ma. Lui non deve chiedere nulla a nessuno. Lo fece agli inizi della sua avventura televisiva, quando si recava a Roma con la 24ore piena di contanti per i politici (un vizietto che non ha mai perso fino al punto di corrompere se stesso una volta sceso in politica), ma da allora nisba: Scilipoti, Razzi e Di Gregorio non li ha corrotti, li ha semplicemente comprati come il giudice Metta. In attesa della domanda di grazia che presenterà qualche familiare in ambasce, c'è da registrare il no definitivo di Marina la figlia prediletta, alla discesa in politica. La presidente della Mondadori lo ha detto chiaramente: “Io in politica non voglio scendere, sto bene dove sto, mi piace fare l'imprenditrice”. Fermo restando il discorso che la famiglia Berlusconi ci ha abituati a repentini cambi di marcia (e di parere), secondo noi Marina ha una paura fottuta che anche nei suoi confronti si possa scatenare il livore della magistratura rossa invidiosa dei successi del capostipite. Teme, insomma, che anche per lei si possa applicare qualche strano teorema da parte di quella magistratura che “ha perseguitato mio padre dal 1994”. Noi siamo convinti che se Marina ha agito sempre nella legalità, nessun teorema sarebbe mai applicabile. Non vorremmo invece che si trattasse di paura preventiva. 

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