In
questi venti anni, le occasioni per vergognarci della nostra
italianità, sono state tante. Tantissime. Quando qualche tempo fa ci
capitava di andare all'estero, l'appellativo che ci veniva dato
spesso era “bella gioia”, seguito da “ciao”, al massimo
“spaghetti”, perché la pizza era diventato un piatto universale.
Per un periodo ci hanno chiamato “Roberto Baggio”, a Boston ci
chiamarono addirittura “Lùsiano” e non c'era nessuna crisi
d'identità, eravamo italiani, eravamo Pavarotti. Siamo passati, in
un giro di tango, a “Berlusconi ahahah”, fino a “Italiano?
Bunga bunga ahahah”, che ci ha fatto girare le palle come pale
d'elicottero. Inutile ricordare il nostro glorioso passato, tanto
meno le vestigia dell'Impero che fu, eravamo diventati,
universalmente, quel curioso trenino in cui tutti si attaccano,
letteralmente, a tutti e se ti capita davanti una donna devi
ritenerti fortunato (anche dietro, mica si scherza). Ora, a fronte di
tanto, spudorato, interplanetario sputtanamento, ci tocca assistere a
scene disgustose, come quella di ieri davanti al tribunale di Milano,
in cui i parlamentari del Pdl hanno protestato contro i giudici berijani e gli eredi di Mengele, rei
di perseguitare Silvio. E, a protestare, c'erano ovviamente fior di
indagati, di condannati in primo grado, di portatori insani di avvisi
di garanzia. Oltre ai vecchietti di “Villa Arzilla”, che
finalmente potranno tornare a godere di una intera confezione di
Viagra da 25mg, c'erano tutti, ma proprio tutti: da Verdini a Lupi
alla Gelmini, famosa teorica del tunnel Gran Sasso-Cern.
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