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domenica 23 dicembre 2012
La strada è segnata: Monti non si candida e il Pd “costretto” ad allearsi con il Centro. Tutto cambia, nulla cambia.
Il
Professore deve aver avuto una visione notturna, forse un incubo,
forse un'illuminazione. Dice: “Sento che qualcosa mi spinge a non
candidarmi”. Magari quel “qualcosa” si chiama Quirinale e, si
sa, il fascino dei Corazzieri è rimasto intatto nel tempo. Comunque
vada, Mario Monti presidente della Repubblica, tranquillizzerebbe i
“mercanti” internazionali, le banche, le agenzie di rating, il
gruppo Bilderberg, i rockfelleriani d'Oltreoceano e, un po', anche
George Soros, che teme come la peste bubbonica un'altra barzelletta
su Mohamed Esposito. Poi, c'è da dire che Pierfy Casini andrebbe
volentieri a far colazione al Quirinale, Montezemolo spingerebbe la
Ferrari a vincere tutti i mondiali di Formula Uno e Andrea Riccardi a
mettere finalmente una pezza fra ebrei e palestinesi. Volete mettere?
Un'altro mondo! Sul versante più propriamente interno, i giochi sono
ancora da fare. Antonio Ingroia si è preso una settimana di tempo
per decidere se guidare la lista “Arancione” oppure restare a
fare il magistrato. Nel frattempo, si è informato se nel Pd ci siano
pregiudiziali contro di lui, attende una risposta, forse quella
risposta che lo spingerà a chiedere l'aspettativa o rimanere in
Guatemala. C'è la scheggia Grillo, che più che a una scheggia,
somiglia a un siluro pronto a entrare un po' dappertutto. I sondaggi,
nonostante le “incomprensioni” interne, danno il M5S tra il 18 e
il 20 per cento, il che, tradotto in seggi, verrebbe a significare
una presenza di quasi 100 deputati in un'aula che, da un'eternità,
somiglia solo a se stessa e non più a un ramo del Parlamento, visto
che assegna per legge, e a loro insaputa, cittadinanze diverse a
residenti stranieri in Italia. L'impressione è che il Pd stia perdendo l'effetto “primarie”, che ci sia un ripiegamento su se
stesso frutto dei compromessi fra dirigenti storici per restare in
sella ancora qualche tempo. Fra deroghe e scelte ad personam del
segretario, il Pd non ce la fa proprio a uscire da quella specie di
sindrome da “centralismo democratico” che sembra aver colto tutti
i vecchi democristiani presenti nel partito: Rosy Bindi, Franco
Marini... Massimo D'Alema. Silvio oggi va da Giletti, a Domenica In,
un altro appuntamento senza contraddittorio e costruito appositamente
per fargli sparare cazzate senza pagare pegno. Meno male che mancano
due giorni a Natale, e che gli italiani saranno impegnati a investire
in regali i 18 euro e 35 centesimi rimasti delle loro tredicesime,
altrimenti Silvio rischierebbe di fare un'altra volta il pieno, con
tutto quello che comporta in termini di perpetuazione di lavaggi del
cervello in fieri. Giorgio Napolitano ha invocato una campagna
elettorale sobria, pur sapendo che non potrebbe mai esserlo. C'è il
Capataz che, se non la buttasse in rissa, non caverebbe un ragno dal
buco, specie ora che il Vaticano gli ha fatto sapere che distribuirà
equamente (comunisti esclusi) il pacchetto di voti a disposizione.
Ormai i Comunisti fanno paura solo in Italia. Oltretevere e Arcore
sembrano condividere almeno questo timore. Il rosso, da quelle parti,
si chiama porpora, e riguarda solo i cardinali.
mercoledì 26 settembre 2012
Monti non si candida. La Polverini non si ricandida. Forse è la volta buona che vince il Pd. Intanto è stato rinviato a giudizio Laudati, il procuratore insabbiatore delle escort.
Non
si candida o ricandida nessuno. E questa è una buona notizia. Se non fosse che
lo stesso desiderio non è stato purtroppo espresso da Berluspony, da D’Alema,
da Casini, da Rutelli, da Veltroni e da Violante, potremmo dire che il sol dell’avvenire
lascerebbe a ben sperare e invece... Sono tutti lì, pronti sulla linea di
partenza, per intraprendere un altro mandato che, sebbene più “povero” dei
precedenti, a lor signori non frega una mazza visto che i privilegi ormai se li
sono portati tutti a casa. Renatina in tutta questa storia, continua a fare la
parte della vittima designata, ha recitato il ruolo anche ieri sera a Ballarò.
Nonostante Fiorito: “La governatora sapeva tutto”, madame Polverinì ha
indossato gli abiti di Giovanna D’Arco (buone le battute di Bersani quando
imita Crozza) e non ha alcuna intenzione di dismetterli anzi, sembra all’improvviso
essere diventata la paladina dell’anticorruzione, un po’ come Totò Cuffaro dell’antimafia.
Chiusa la parentesi Lazio, (si torna a votare e vedremo come la butterà), la
notizia del giorno è quella del rinvio a giudizio per abuso d’ufficio di
Antonio Laudati e del suo sostituto Giuseppe Scelsi, i giudici baresi che
indagavano sull’allegro giro delle escort di Berluspony. I fatti sono noti e si
riferiscono al 2011. L’allora procuratore capo Laudati avrebbe “aiutato
Gianpaolo Tarantini e gli altri indagati nel medesimo procedimento a eludere le
indagini avviate dal sostituto procuratore Giuseppe Scelsi nel procedimento in
corso sulle escort portate da Tarantino a Palazzo Grazioli, nel quale era
coinvolto quale fruitore delle loro prestazioni sessuali il presidente del
Consiglio dei Ministri, onorevole Silvio Berlusconi, al fine di favorire
indirettamente quest’ultimo preservandone l’immagine istituzionale”. Con
Laudati e Scelsi, sono stati rinviati a giudizio anche quattro giornalisti
pugliesi accusati di diffamazione. Adoperando i parametri berlusponeschi,
Laudati e Scelsi sono buoni giudici, seri, onesti, competenti ed equilibrati.
Quelli di Milano invece...
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