Nel
2012, gli italiani si sono giocati (letteralmente) 16 miliardi di
euro, tanto quanto è costato un anno di governo Monti in termini di
interessi sul debito pubblico. Si partiva dai 18 miliardi di euro del
2011, segno che ci sono meno soldi da giocare ma, comunque, ci sono.
A fronte di un fenomeno di proporzioni colossali (i dati sono quelli
ufficiali e non contemplano le case da gioco abusive), lo Stato
finora è stato “tiepido”, elusivo, omissivo, inconcludente. E
lasciamo stare che nel business del gioco d'azzardo si sia infilato
di peso Silvio, un anno di Monti ha reso, se possibile, il fenomeno ancora più
dilagante. Non ce lo saremmo mai aspettati, ma sapete chi è scesa in
campo per rimodulare l'intero settore e fare in modo che il gioco
comporti una ricaduta economica anche per le casse degli enti locali?
La Confindustria e, segnatamente, Sistema Gioco Italia, la
federazione nata all'interno dell'associazione degli industriali. In
poche parole, SGI propone di riorganizzare l'intero settore, di
aumentare le distanze fra un punto gioco e l'altro, di interagire con
la Direzione Nazionale Antimafia (sono 200mila le case da gioco
abusive riconducibili alla criminalità organizzata), di rendere più
strette e severe le regole per favorire i controlli e, udite udite,
di combattere la ludopatia con progetti mirati sulla scia delle
campagne anti-Aids, anti-violenza, anti-diabete, ecc. E mica finisce
qui. Sempre dalla Confindustria fanno sapere che sarebbe giusto far
ricadere sugli enti locali parte delle entrate dei punti gioco.
Ovviamente soldi che confluirebbero in un fondo unico a disposizione
dell'Anci, per finanziare progetti mirati in ambito welfare. Piccola
riflessione. Ma doveva pensarci la Confindustria?
