È
mefitica l'aria che si respira, scientificamente schizofrenici gli
atteggiamenti, ricorrenti i falsi storici. È l'Italia di Silvio,
quella che (se n'è accorto anche Epifani), prima di cambiare
dovranno passare vent'anni. Siamo il paese in cui se non sei
d'accordo con il manovratore, ti ritrovi sputtanato sui giornali e in
tivvù, altro che metodo Boffo, qui si parla di disinformazione
pianificata a tavolino e chirurgicamente applicata. Roberto Saviano è
a Napoli. Testimone nel processo contro Francesco Bidognetti e
Antonio Iovine del clan dei Casalesi, lo scrittore ha raccontato le
minacce ricevute dai legali dei boss durante l'appello
del processo “Spartacus”. Lucidissima la testimonianza di Roberto
Saviano, che ha ripercorso, si può dire minuto dopo minuto, quello
che accadde nel marzo del 2008 quando, durante una udienza del
processo d'appello contro il clan, l'avvocato Santonastaso (che con
il collega D'Aniello assisteva i boss e finito poi in galera per
associazione mafiosa), lesse in aula un lungo comunicato a firma di
Bidognetti e Iovine alla fine del quale si manifestarono le minacce
contro i giudici Raffaele Cantone e Federico Cafiero De Raho e i
giornalisti Roberto Saviano e Rosaria Capacchione. Ma l'accusa e la
minaccia più pesante venne fatta proprio nei confronti di Roberto
Saviano reo, secondo i boss, di aver “condizionato” i
magistrati. Quello che accadde lo sanno tutti, Saviano vive da allora
sotto scorta. Ebbene, in un processo in cui va a testimoniare su
quanto accadde allora, lo scrittore si ritrova improvvisamente sul
banco degli imputati per un'accusa che non c'entra nulla con il
dibattimento, quella recentissima di plagio letterario e per le
querele ricevute dagli stessi boss che si sono sentiti (poverini)
diffamati. Ricordate i calzini turchese del giudice Mesiano? Tale e
quale. Ricordate Silvio contro Travaglio a Servizio Pubblico? Uguale.
Ricordate Gasparri contro i partigiani il 25 aprile? Uguale. È
l'evidenza del berlusconismo, quel processo diffamatorio che porta a
mettere tutti sullo stesso piano, colpevoli e innocenti, per
dimostrare che siccome tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole e
se per arrivare a questa conclusione occorre diffamare, ben venga la
diffamazione: un titolo a nove colonne fa effetto, una smentita nelle
“brevi” in penultima pagina, insieme ai necrologi, non se la fila
nessuno. A Napoli, il pm Ardituro è dovuto intervenire pesantemente
in difesa di Saviano e ha esclamato: “Qui l'imputato non è
Saviano. Stiamo processando Iovine e Bidognetti, due camorristi, non
uno scrittore”. Ma quanti altri hanno avuto il coraggio di dire ai
berluschini che gli imputati sono loro e non il giudice Mesiano, il
direttore Boffo, il presidente della Camera Fini, Marco Travaglio e i
partigiani? Inutile, con questa destra intrisa di berlusconismo, non
si governa e non basta il pelo sullo stomaco di LettaLetta, perché
se parli di Imu per le abitazioni di lusso ti ritrovi di fronte un
muro di gomma, di omofobia una linea gotica, di abolizione della
legge Bossi-Fini un fuoco di sbarramento. Per assurdo, questa
situazione sta favorendo in modo sfacciato il Pd perché si
cominciano a intravedere quali sono i motivi reali di una diversa
collocazione politica. Non è un caso che nei sondaggi, i democrat
siano arrivati al 32 per cento, superando di slancio la destra più
confusa degli ultimi dieci anni. E non è un caso che forse,
finalmente, si comincino a capire quali sono le differenze (che
esistono) fra destra e sinistra perché, gentili signori, questa
differenza esiste ancora nonostante i partiti e i movimenti
post-ideologici per modo di dire, la neghino decisamente. Ritorneremo a essere un paese
normale quando gli imputati saranno imputati e i testimoni solo
testimoni. Ma soprattutto quando qualcuno si assumerà le
responsabilità senza giri di valzer, un ballo notoriamente di una
pallosità estrema.
Translate
martedì 8 ottobre 2013
lunedì 7 ottobre 2013
LettaLetta accetta le dimissioni della Biancofiore. Michaela: “Mobbing... mobbing”. Chi silurò Prodi? Baffetto, Monti&Co.
Non si
tira la corda con un democristiano, lo sanno anche i bambini. I DC
sembrano tolleranti, amiconi, baciano, abbracciano, danno pacche
sulle spalle, sorridono perfino. Poi, quando c'è da arrivare al sodo
ci arrivano eccome, a costo di passare sul cadavere della nonna. Non
si scherza con un democristiano, perché hanno tutti uno spiccato
senso dell'umorismo, ma quello di Andreotti, talmente sottile da
tagliare come un rasoio (letteralmente). Così, dall'alto della sua
perspicacia e acume politico, Michaela Biancofiore sta provando in queste ore cosa
significa ciurlare nel manico con un balenottero bianco. Il fatto.
Come tutti i suoi colleghi del Pdl, ministri e sottosegretari,
rispondendo ai desiderata del Capataz, La Biancofiore-simbolo
d'amore, ha presentato come una brava scolaretta le dimissioni.
Un po' distratta dagli eventi, un po' impegnata dal parrucchiere, un
po' sopra le righe come spesso le accade, la bionda pasdaran del
Popolo della Libertà, non si è accorta che, dopo il voto al Senato, tutti i suoi colleghi
avevano ritirato le dimissioni. Passata la
linea Alfano, sono diventati quasi tutti alfaniani e, quindi,
tenutari dei loro incarichi di governo. Pensando che la riconferma
nel ruolo fosse cosa automatica, la Michaela si è presentata regolarmente al Ministero della Funzione Pubblica e
della Semplificazione per riprendere il suo lavoro. Ma, arrivata all'ingresso le hanno
detto: “Scusi, ma lei chi è? E soprattutto che vuole?” Facendo
finta di cadere dalle nuvole, la berluschina doc si è incazzata come
una iena himalayana dopo essersi bruciata le zampette sulla neve, e,
ricordandosi di non aver ritirato le dimissioni, ha gridato: “Questo
è mobbing politico”. Intervistato da Maria Latella, LettaLetta è
stato laconico: “Ma che vuole che le dica, la Biancofiore non ha
ritirato le dimissioni e io le ho accettate”. Mai far incazzare un
DC perché, nonostante il cognome sia anche il titolo dell'inno della
Balena Bianca, quando c'è da saldare i conti senza rilasciare la
ricevuta i democristiani non sono secondi a nessuno.
Sandra
Zampa, ex portavoce di Romano Prodi, racconta in un libro di prossima
uscita chi e perché trombò il Professore. Brevemente, questa la
storia. Appresa da Piergigi Bersani la notizia della sua candidatura
al Quirinale, Prodi, che non è un fesso, prese il telefono e
dall'Africa telefonò, nell'ordine, a D'Alema, Mario Monti e Stefano
Rodotà. Baffetto gli disse papale papale che a lui non era andata
giù la modalità con la quale Prodi era stato nominato
dall'assemblea del Pd. E che cazzo, tutta quella democrazia,
l'applauso a scena aperta, il mancato ricorso alle sotto-intese con
tanto di posti da assegnare a tavolino, a lui non erano affatto
piaciuti. Nelle prime elezioni, due dei suoi avevano provato,
votandolo, a far capire che al Leader Maximo sarebbe tanto piaciuto
salire al Quirinale. Ma la cosa non passò, nonostante sul suo nome
anche Silvio avrebbe potuto convergere. Così Prodi, che è un volpino, capì che non avrebbe mai avuto il voto dei dalemiani. Seconda
telefonata a Mario Monti. “Caro Romano – sembra gli abbia
risposto il Professore2 – io ti voto se mi ridai la Presidenza del
Consiglio”. Prodi, ovviamente, lasciò cadere la proposta
giocandosi anche i voti di Scelta Civica. Restava la terza
telefonata, quella a Rodotà. Se il Professore3 si fosse ritirato
dalla corsa, i pentastelluti avrebbero potuto votare Prodi, rientrava
fra gli eleggibili della Rete e quindi nessuno scandalo. La risposta
di Rodotà invece, fu un'altra. “Io mi ritiro – disse a Prodi –
solo se me lo chiede Beppe Grillo, altrimenti continuo la mia corsa
fino alla fine”. Sandra Zampa racconta anche quello che fu il
commento del Capo Five Stars: “Ero convinto – disse Grillo –
che Rodotà, amico di Prodi, si ritirasse. Invece mi disse chiaro e
tondo che se avessi voluto lui avrebbe fatto un passo indietro,
altrimenti, sarebbe andato avanti. A quel punto non potevo chiedergli
di ritirarsi”. Gli zozzoni non furono solo i 101 del Pd ma 115/120,
una folla.
domenica 6 ottobre 2013
sabato 5 ottobre 2013
I cazzeggi del sabato. Crimi, Belpietro e Sallusti. Cos'hanno in comune? Nulla.
Di
come è andata in Giunta delle elezioni del Senato, lo sappiamo.
Inutile tornarci sopra perché l'ultima parola spetterà all'aula.
Hai voglia i 101 zozzoni! Quello che ci piace però evidenziare sono
tre fatti. Il primo. Vito Crimi scrive su Facebook un post
oggettivamente senza senso e un po' volgare. Lo avessimo scritto noi che amiamo infiorare
le nostre parole con “cazzi” e “palle” varie, non avrebbe
fatto scandalo. Scritto da un onorevole fa pensare. E, noi che
pensiamo, ci rendiamo conto che il berlusconismo ha consentito a
personaggi come Crimi, che non fa neppure ridere, di sedere in
Parlamento pagato da noi, invece di prendere parte attiva al processo
di incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Su un punto (sono molti i punti di vicinanza al comico, ma questo lo è di più) siamo
d'accordo con Grillo, questa classe politica deve tornare a casa.
Tutti però. Senza distinzione alcuna. Neppure per i 5S violenti,
minacciosi, con il coltello fra i denti e pochissima proprietà di
linguaggio. Il secondo. Maurizio Belpietro non si toglie il vezzo di
mettere sulla prima pagina di Libero le fotine degli avversari
politici del Cavaliere. Come fossero pedofili, le cui foto vengono
messe in prima pagina dai giornali americani per difendere i bambini,
il sopravvissuto all'attentatuni offre ai presunti e un po' violenti
pasdaran pidiellin-forzaitalioti, l'identikit dei peggiori nemici, un
vero e proprio invito alla giustizia sommaria. Come dire: “Se li
incontri per strada sputagli in faccia”. Il terzo. Sembra che nella
notte, Silvio abbia offerto allo Schiattamuort la linea politica del
Giornale. Delle tre richieste pacificatrici che Angelino aveva fatto
al padre politico (fuori i falchi dal partito, niente Forza Italia e
via Sallusti), il Cavaliere è partito dalla terza, la testa del
direttore del Giornale. Il metodo Boffo, tanto amato da Alfano,
da Cicchitto, da Quagliariello, da Giovanardi, da Lupi e da
Formigoni, ha stufato. Soprattutto quando viene applicato a loro. Ma
andate affanculo.
venerdì 4 ottobre 2013
Silvio è tornato. Dopo una notte di riposo è ancora pronto alla pugna. “Con Alfano? Nessun problema”. Non è affatto finito.
Il
dottor Zangrillo, medico di Silvio Berlusconi, si lascia scappare che
“il presidente non dorme di notte perché lo fa di giorno”.
Pensate, perfino la storia penosa (fidatevi perché di notti senza
dormire ne sappiamo qualcosa e dopo 55 giorni uno non sta così),
dell'insonnia cronica da stress carcerario era una palla solenne.
Silvio è fatto in questo modo, se non mente non è contento. Le cazzate
stanno a lui come il miele d'acacia sul marcito, è questione di
nozze oltre che di dna, e abbiamo detto nozze non cozze, perché per
quelle ci vorrebbe il pepe nero. Insomma Silvio è stanco,
amareggiato, deluso, confuso, stretto in una morsa nella quale
Verdini, Bondi e la Santanchè lo hanno stretto strizzandogli
letteralmente le palle fino a farlo piangere. E in questo momento
piangono un po' tutti: il Denis, colto dai fotografi con le lacrime
di rabbia agli occhi; Bondi, che si è chiuso nella toilette e non
vuole uscire se non dopo aver terminato il de profundis in
endecasillabe; la Santanchè, che ha avvertito un pericoloso segnale
di cedimento ai tiranti. Ma non pensiate che Angelino 'O
Schiattamuort si senta meglio. È deluso e amareggiato anche lui. Non
sa cosa fare, se dare lo strappo decisivo da Silvio o prendersi il
partito lasciando ai falchi spennati e un po' rimbambiti, di portare
avanti il progetto della nuova Forza Italia. Silvio, a questo punto,
correrebbe il rischio di ritrovarsi leader di due partiti, ma anche
quello di una devastante schizofrenia da voci insistenti. All'una di
notte di ieri, Verdini ha cacciato in malo modo 'O Schiattamuort da
Palazzo Grazioli. Gli ha detto: “Angelino vattene sennò qua
finisce male”. E, mentre si avvicinava al vice premier rabbioso e
incazzato come un mandrillo texano che non riesce più a farsi una mandrilla ma solo serpenti a sonagli, si è sentita la voce flebile di Silvio che ha
detto: “Calma”. Ma Denis non lo ha sentito e Angelino ha
preferito darsela a gambe. Ieri mattina di buon'ora, il Verdini della
bancarotta del Credito Cooperativo Fiorentino, era al lavoro per
raccogliere le firme su un documento di solidarietà a Berlusconi. In
poche parole, chi firma quel documento resta, chi non lo firma lo
buttano fuori. Qui iniziano i problemi perché, dopo non aver
azzeccato una mazza di niente sul numero dei senatori contrari alla
sfiducia al LettaLetta, il vincitore del 14 dicembre si è visto
sbeffeggiare proprio da quelli che avrebbero dovuto reggergli botta,
Totonno “je me facc li cazz miè” Razzi e Mimmuzzo “testa di
minchia” Scilipoti compresi e pronti questa volta ad affogare (ma
quando mai!) con il loro mentore. Un rischio però c'è. Angelino,
che si è sentito punto nel vivo quando Silvio ha detto: “Per me
era un figlio e mi ha accoltellato alle spalle (figlio sì, ma scemo
– nda)”, è indeciso se andare fino in fondo o dare per buono il
voto di fiducia che Silvio ha dato al governo di cui è il vice
premier. Il figlio scemo non se la sente di essere il siluro che ha
affondato il papà intelligente, e così sta cercando in tutti o modi
di mediare anche perché ieri, nel tardo pomeriggio, dopo una notte
trascorsa a pensare come fottere ancora una volta gli italiani, Silvio-Highlander ha
detto: “Con Alfano? Nessuno screzio, ci mancherebbe. Nel Pdl?
Nessun problema, tutti uniti e compatti. Io domani alla Giunta del
Senato? Ma che siete scemi! Quella dei giudici è stata una sentenza
politica punto e basta”. Come vedete, è il solito Silvio, più
combattivo che mai, deciso a non mollare di un millimetro, pronto a
fagocitare ancora una volta i dissidenti che chineranno come sempre
la testa. Guai a dare Silvio per morto o per finito anzi, aspettatevi collegamenti giornalieri in diretta televisiva (da Barbara D'Urso) dai servizi sociali. Oltre che scriverci un libro (pubblicato da Mondadori) e girarci un film (diretto da Pupi Avati), Silvio, con la scopa in mano, ci rivincerà le elezioni. Ma lo avete
capito sì o no?
giovedì 3 ottobre 2013
Silvio-Brachetti. A Palazzo Madama è andata in scena la più grande pantomima del Terzo Millennio. L'Italia è un paese inarrivabile
La
fotografia dell'Italia è questa. Mimmuzzo Scilipoti, il re delle
coerenze. Pur di far sapere alla mamma di essere ancora vivo, ieri al
Senato ha voluto dare un segnale della sua presenza. Mimmuzzo il
“filosofo”, in piena bagarre, ha detto: “Tutto può accadere”.
E infatti. Comunque. Volevamo scrivere un altro pezzo. Poi ci ha
telefonato Giorgio esordendo con un “Senti un po', tanto per andare
a ruota libera...”. E in quel momento l'articolo di oggi è
cambiato perché i conti, checché Totò (il Principe De Curtis non
Cuffaro) ne dica, non riportano. Alla fine del Meeting di Rimini
scrivemmo che i ciellini avevano cambiato cavallo. Inaspettatamente
avevano deciso di poggiare la loro preziosa (in termini di voti)
sella, sulla groppa di LettaLetta ma solo in coppia con l'Angelino
custode loro, una sorta di benedizione come sempre interessatissima,
che consentiva ai combattenti della Compagnia delle Opere, di
prendere due piccioni con una fava. Da una parte si aprivano un varco
niente male nel Pd democristianizzato, dall'altra mantenevano i
contatti con il loro habitat naturale, la destra teocon. Che il
lavoro fosse stato fatto a regola d'arte lo hanno dimostrato i
ciellini nel governo e quelli in Parlamento. Lupi, Mauro e Formigoni
sono stati infatti le teste di ponte di una operazione di un'abilità
e di un cinismo politico senza eguali. Che ci fosse aria di teatro,
lo abbiamo scritto un paio di giorni fa. Non sapendo come
giustificarsi con l'elettorato circa l'impossibilità di non
aumentare l'Iva e della revisione prossima ventura dell'Imu, l'unico
modo che Silvio aveva per non sputtanarsi con tanto di sangue, era di
buttarla in una gazzarra talmente finta da rasentare le Prada made in
Naples. Insomma, “faccio finta di toglierti la fiducia, dimissiono
i ministri, tu respingi le dimissioni e torniamo al governo per il
bene della nazione e per senso di responsabilità, con l'Iva
aumentata e l'Imu rivisto”. Ieri però la gazzarra ha assunto toni
diversi, e se ci fosse stato un complotto, ci dovremmo complimentare
con la Santanché e Formigoni, con 2232 e Sallusti, ma soprattutto
con Sandro Bondi che, dal suo scranno di senatore, avrebbe dato una
prova di recitazione degna dell'Actors Studio, quando sappiamo che il
“querulo” tanto lontano non potrebbe arrivare. Incredibile
Renatino (solo un affettuoso vezzeggiativo) Brunetta. Appena uscito
dalla riunione dei senatori del Pdl, ha detto ai giornalisti: “Vi
comunico che dopo un lungo e approfondito dibattito, i senatori del
Pdl hanno deciso di togliere la fiducia al governo Letta”. E ha
aggiunto: “Inutile dire che la decisione mi trova ampiamente
concorde”. Porca puttana, non sono passati cinque minuti che il
Capo, in aula, lo ha smentito a morte dichiarando urbi et orbi che
avrebbe votato la fiducia. A Giorgio (il nostro amico non
l'Innominabile) tutta la manfrina, bigliettini scritti in stampatello
mostrati alle telecamere compresi, non lo ha convinto affatto, e non
è un complottista. Che sia stata una manfrina è certo, resta da
chiedersi, a che pro? Nei governi democristiani c'era di mezzo
l'America, e ora?
mercoledì 2 ottobre 2013
Diciamolo, Silvio è un genio. Il re dei trasformisti (pro domo sua)
Capito
ora perché per venti anni Silvio ha tenuto per le palle un intero
paese, un parlamento (opposizione compresa), la chiesa, gli
artigiani, gli infermieri, i medici, gli avvocati, i finanzieri e i
contrabbandieri? È il re dei trasformisti. Ancora una volta un vero
e proprio colpo di teatro... teatrale e geniale. Fino a cinque minuti
prima di parlare aveva ordinato ai suoi senatori di votare contro il
governo. Nel percorso che dal suo studio lo portava all'aula del
senato, ha cambiato idea. E tutti proni ai desideri del Capo. Noi ci
sentiremmo servi, stupidi, inutili e pure mezz'uomini. Ma noi siamo
noi e non contiamo un cazzo.
Il Pdl si spacca. Nessuna sorpresa, dentro non c'è niente. Sallusti a Cicchitto: "Vigliacco". Cicchitto a Sallusti: "Stalinista e porti iella".
Non bisognerebbe mai tirare troppo la corda. Ritorniamo alle sagge parole di un vecchio democristiano conosciuto un secolo fa: "Hai vinto? Non stravincere, porta male". Silvio ha sempre stravinto, anche quando ha perso, e questo ultimo governo ne era la manifestazione più lampante. Non si è accontentato? Ecco come va a finire. Dire sì a capo chino per tutta la vita è come dire sempre no, alla fine i vaffanculo si sprecano e restano le macerie. Accade che anche i più disponibili, a un certo punto, dicano basta e non sempre è una questione di palle, spesso vince lo sfiancamento e tutto l'amore si trasforma prima in disprezzo poi in odio. Silvio ha pensato (e il suo cerchio magico ha tentato di farglielo continuare a credere) che Angelino Alfano fosse tonto. Oddio, non è che andassero molto oltre il vero, però che 'O Schiattamuort fosse in grado di dire no al padrone, non rientrava nelle loro prospettive. Il fatto è che stavolta parlare di "traditori" è dura. Razzi, Calearo, Scilipoti e lo stesso De Gregorio, non erano (e sono) che mezzeseghe. Quando ad andarsene è il segretario del partito, il discorso è un altro e si può parlare di diversità profonda di linea politica. C'è da aggiungere che un ruolo non trascurabile nella decisione di staccare il cordone ombelicale da Silvio, l'abbia giocato la Chiesa. Il nuovo corso di Papa Francesco sta ribaltando gli equilibri che si erano venuti a creare con gli ultimi due pontefici. Il percorso di vicinanza al centrodestra iniziato da Ruini (epici gli scontri silenziosi con Romano Prodi), e proseguito con i cardinali Bertone e Bagnasco, aveva blindato il voto cattolico e il Berlusconi-Pantalone era diventato il faro a pagamento di un mare orfano della Balena Bianca. Con questo non vogliamo dire che Francesco sponsorizzi, nel segreto della stanze vaticane che per altro non frequenta, il Pd perché sarebbe una bestialità, ma i suoi continui richiami a una Chiesa militante che combatte contro i lussi e gli sprechi, qualche varco lo ha aperto. E che l'aria "politica" del rapporto fra i cattolici e Silvio fosse cambiata, lo si era già capito al Meeting di Rimini, dove LettaLetta aveva di fatto stretto un patto di reciprocità con i vertici di CL e Alfano era stato accolto con una ovazione: migliore benedizione (in tutti i sensi) alle larghe intese non poteva esserci. Piccolo particolare, il Celeste si è sentito abbandonato. E che Formigoni conti ancora molto dentro CL lo sanno tutti, anche i gatti bigi. Ci rendiamo conto, dopo aver appena sentito il senatore Naccarato a RaiNews24, che le conclusioni si tireranno alla fine. I numeri si conteranno fra qualche ora. Silvio lo sa benissimo, visto che i numeri lui non è abituato a contarli ma a comprarli.
martedì 1 ottobre 2013
Dopo Famiglia Cristiana anche l'Osservatore Romano bastona Silvio. Finito l'amore eterno con i cattolici. E Alfano a Sallusti: “Basta con il metodo Boffo”
Si sapeva, lo si è sempre saputo. Per
anni Silvio ha fatto il “cattolico” infischiandosene
altissimamente della fede, della santa trinità (scambiato per il
film con Terence Hill), dei dogmi, della trascendenza e perfino dello
spirito santo. Da andreottiano di ferro, lui si è sempre rivolto ai
preti piuttosto che a dio, perché come tutti sanno, dio non vota, ha
smarrito il certificato elettorale lassù, nell'alto dei cieli, dove
Bondi, pur tentando, non è mai riuscito ad arrivare. Da commerciante
nato, però, da inarrivabile self made man dotato di un fiuto
proverbiale, ha saputo imbrigliare il consenso dei cattolici a modo
suo: pagando. Alla Chiesa, infatti, l'8 per mille non è mai bastato,
per cui, allargando a dismisura i cordoni della borsa (mai la sua,
sempre la nostra) è riuscito a far pagare alla Protezione Civile
anche gli spostamenti dei pontefici e l'organizzazione delle adunate
oceaniche dei Papa Boy's. Senza considerare poi l'appoggio
incondizionato alla Compagnie delle Opere di ciellino stampo e
copyright, diventata l'impresa più florida della Lombardia. Le
scuole cattoliche, i restauri delle chiese e degli oratori, prima
l'Ici poi l'Imu sulle proprietà immobiliari ecclesiastiche anche se
esercizi commerciali, sono state le altre perle di un asservimento
totale alle esigenze della casse vaticane. La gerarchia lo ha
ripagato a modo suo: voti, perdonanze, giubilei, santificazioni, riti
proibiti agli altri divorziati, contestualizzazioni di bestemmie che
manco i camalli, una giustificazione sacrale alla strabordante
sessualità del “califfo malato” (parole della moglie, non
nostre) che hanno finito per mitizzare il “crociato Silvio”,
l'uomo a favore degli omofobi e delle donne aduse a mettere la testa
a posto. Ora, all'improvviso, una inversione repentina di tendenza.
Con il Cardinale Carrozziere trombato, con il presidente
“Bagnasciuga” della Cei in liquidazione, con i prelati
truffaldini arrestati o con pesanti avvisi di garanzia sulle spalle,
la Chiesa (meglio, il Vaticano), si è resa conto che non poteva
continuare a fare affari con chi non ha mai viaggiato in 500 manco da
neo-patentato. L'Osservatore Romano, dopo Famiglia Cristiana, ha
scritto ieri: “Una crisi che appare irresponsabile non solo per le
sue ripercussioni economiche ma per la ricaduta sulla credibilità
dell'intera classe politica italiana”. E ha aggiunto: “C'è un
clima fortemente condizionato dalle vicende giudiziarie nelle quali è
coinvolto il leader del Pdl... Il timore è che il tessuto condiviso
di regole sul quale si basa ogni convivenza civile, lacerato in
questi anni da un confronto politico esasperato, rischi di uscire
definitivamente compromesso da una chiamata permanente allo scontro”.
Mollato dai cattolici, bastonato dalla Confindustria (fino a ieri
prona ai suoi desideri in cambio di leggi mostruose sul lavoro, sulla
sicurezza del lavoro e sui contratti liberticidi), fischiato dai
commercianti, dagli operatori turistici e dai bagnini della Val
Camonica, Silvio ha deciso comunque di continuare la sua personale battaglia
contro la magistratura. Incombono il processo Ruby, la corruzione di
De Gregorio (con la minaccia di arresto dei giudici di Napoli) e il
provvedimento aperto nei suoi confronti dai giudici di Bari sui giri
di prostitute di Gianpi Tarantini, una sequela di processi che o
Silvio riesce a gestire da dittatore intoccabile o corre il rischio
di finire i suoi anni al buio di una cella di San Vittore o di Opera,
a quattro passi da casa sua. Siccome questa eventualità lo
terrorizza, anche perché dovrebbe privarsi della compagnia di Dudù,
allora manda per aria il tavolo da gioco. E gli italiani? Ma chi
cazzo se ne frega. Inutile dire che i suoi dipendenti sono schierati come sempre con il padrone,
per la serie: potè più la pagnotta che la dignità. Così, mogio
mogio quatto quatto, Alex Sallusti ha rispolverato il metodo Boffo e
ha iniziato ad applicarlo ai critici delle ultime trovate del Capo.
Ha parlato a nome di tutti i “dissidenti” (sic!), 'O
schiattamuort, il quale ha preso carta e penna e scritto: “Noi non
abbiamo paura. Se (Sallusti con il suo editoriale di ieri, nda) pensa
di intimidire noi e il libero confronto dentro il nostro Movimento
politico, si sbaglia di grosso. Se intende intimidirci con il
paragone a Gianfranco Fini, sappia che non avrà case a Montecarlo su
cui costruire campagne. Se il metodo Boffo ha funzionato con
qualcuno, non funzionerà con noi che eravamo accanto a Berlusconi,
quando il direttore de Il Giornale lavorava nella redazione che
divulgò l'informazione di garanzia al nostro presidente, durante il
G7 di Napoli del 1994”. E il Pd? D'Alema dice che bisogna rinviare
il congresso a marzo. La Balena Bianca ha molti più figli di quanti si potesse sospettare o neppure lontanamente immaginare. Intanto,
perché non ci facciamo mancare niente, scoppia la lite furibonda con
il Quirinale. Silvio accusa l'Innominabile di aver “inquinato” la
sentenza sul caso Cir-Mondadori e la risposta del Colle è violenta,
al limite dell'invettiva. Nonostante anni di firme senza colpo ferire
sui decreti pro domo sua, Silvio non dimostra di avere la minima
riconoscenza nei confronti di Colui che siede sul colle più alto.
Peccato grave l'irriconoscenza.
lunedì 30 settembre 2013
Mara Carfagna cita Einstein per dire a Silvio che ha una grande mente. C'è nell'aria un virus strano, questo non è più un paese normale
“Le
grandi menti hanno sempre avuto la violenta opposizione delle menti
mediocri”. Il riferimento è a Silvio, declinato al genio puro.
Scomodato pure Albert Einstein, ormai ai pidiel-forzaitalioti resta il Padreterno in persona, perché il di lui figlio è già stato
messo in mezzo. Non ci sono più aggettivi per definire in parole
comprensibili ai normodotati, lo stato in cui è arrivato l'Impero
silviesco. E così, com'è sempre accaduto alla fine delle grandi
potenze da che storia è storia, a Silvio sono rimaste le frattaglie,
resti di un popolo imbelle incapace di sviluppare un'idea,
figuriamoci un'azione degna di questo nome. Impreziosito di “perle”
frutto di una ignoranza abissale, l'impero di Silvio volge al termine
come nessuno si sarebbe mai aspettato, a parte qualcuno, a parte noi
che in epoca non sospetta abbiamo perfino teorizzato la pericolosità
dell'essenza dei “colpi di coda” di un animale ferito e morente.
Ormai preda del ridicolo universale che una gestione dissennata del
potere contraddistingue oggi la presenza italiana nel mondo, a offesa
si aggiunge offesa, a bestialità si aggiungono bestialità, alla
farsa si è sostituita la tragedia. Le parole di ieri, pronunciate da
Mara Carfagna in piena sindrome citazionista, sono la dimostrazione
che il QI dei pidiellini è sempre stato pari a 15 (Brunetta non
pervenuto), e che per un periodo che sembra un secolo, siamo stati
governati da personaggi che, al pari di Goebbels, sentita pronunciare
la parola cultura, mettevano mano alla pistola. Ignoranti come capre
tibetane in crisi iposodica, dissipatori di beni e patrimoni
pubblici, leccaculo oltre ogni umana ignominia, i pidiellini
rappresentano una vergogna nazionale alla quale mettere riparo con un
sano, e ormai non più differibile esilio alle Maldive. Ai new-forzaitalioti non vogliamo male, ci piacerebbe solo che stazionassero nell'habitat
che maggiormente gli si confà, a nutrirsi di cocktail di gamberetti
e aragoste al vapore con tanta maionese. Bondi e Bonaiuti in pareo
farebbero una figura della madonna, mentre Brunetta potrebbe sempre
dilettarsi a raccogliere le noci di cocco prima che qualcuna gli cada
in testa facendolo definitivamente scomparire dalla scena pubblica.
Neppure Ghedini starebbe male sotto la palma a bere mojito tutto il
giorno con una foglia di cannabis al posto di quella di menta. Ai
pidiellini non vogliamo male, anzi, per accelerare la loro dipartita
gli si potrebbe mettere a disposizione il tunnel che collega L'Aquila
con il Cern di Ginevra. A parte qualche neutrino in vena di scherzi che ogni tanto ci
viaggia al quadruplo della velocità della luce, di solito non ci
passa mai nessuno. L'ultima perla è d'O schiattamuort: “Sarò
diversamente berlusconiano”. Diversamente e basta, mai.
domenica 29 settembre 2013
Siamo nelle mani di un pregiudicato. Prendiamone atto e cacciamolo, una volta per tutte
Non si discute. L'errore è stato fatto all'inizio. Tutta quest'ultima fase della nostra storia è piena zeppa di errori che pagheremo carissimi. Ha iniziato Piergigi Bersani con una campagna elettorale dissennata se non suicida. Ha continuato sempre Bersani permettendo ai 101 zozzoni di fucilare Romano Prodi alle spalle. E, per colmo di sfiga ed eccesso di consapevolezza, ha proseguito chiedendo i voti dei 5Stelle senza offrire loro un'assunzione di responsabilità in prima persona. Poi, non si può più parlare di errori ma di colossali abbagli. Non si sa per quale ragione, l'Innominabile si è sentito una sorta di Ufo Robot e, dopo essere stato rieletto, ha creduto di poter dettare le sue regole a un pregiudicato che nulla ha più da perdere. Il governo LettaLetta è stato un obbrobrio costituzionale, un assurdo in termini, una alleanza contro natura che non poteva durare a lungo. Per i suoi cazzi personali, come ha fatto per venti anni e senza contraddittorio, Silvio ha deciso di mandare all'aria il tavolo da gioco, insomma, si è ripreso il pallone. Sbeffeggiato da tutto il mondo civile, meno che dal suo amico e sodale in affari energetici, Vlady Putin, Silvio sta portando l'Italia sull'orlo di una stagione di tensioni politiche e sociali senza precedenti. La rabbia sta montando, e senza lavoro e senza soldi per pagare le tasse, il rischio che esploda in piazza c'è tutto. Il nervosismo si respira nell'aria di tutti i giorni, dal momento in cui l'italiano si alza senza una prospettiva, fino a quando torna a letto la sera dopo una giornata trascorsa alla ricerca di un senso da dare alla propria vita. Siamo sull'orlo del baratro e a questo punto basta un alito di vento per finire nel precipizio. Lo sanno tutti, compresi i falchi del Pdl che non si capisce fino in fondo cosa cazzo vogliono. Silvio sembra il nonno rimbambito in mano ai nipoti furbi, la penosa carcassa di un elefante al quale, per un po', hanno brillato le zanne della giovinezza. Non ci interessa che all'interno del Pdl si siano levate le prime voci di dissenso, perché dai senza palle non si può pretendere nulla se non un ruolo da figuranti in un dramma storico. A questo punto la Legge di Stabilità ce la confezionerà la UE, l'Iva aumenterà di un punto, a dicembre si pagherà la seconda rata dell'Imu. A Silvio, di tutto questo non frega una mazza anzi, sembra che stia ottenendo quello che vuole: l'impunità perenne. L'Innominabile sta infatti pensando di mettere mano all'amnistia. Alla fine vince sempre lui, Silvio, un incubo che non finirà mai.
sabato 28 settembre 2013
Silvio-LettaLetta. “Questo è il valzer dei moscerini... ullallà ullallà”
Ci
abbiamo messo il refrain, perché della zecchino-dorata canzone
rilanciata da Cristina D'Avena (la stessa interprete di mille anni fa), quel cazzo di ritornello ci torna
sempre in testa e lo fischiettiamo pure (demenza senile), anche
quando non dovremmo. Però, tanto per rimanere sulla terra
traballante chiamata Italia, gli ultimi fatti della politica ci
ricordano proprio quel refrain, solo che in questo caso i moscerini
sono due: per tenersi compagnia. Spieghiamo. Il risultato di questa
manfrina fatta di lacrime che scendono copiose sulle guance di tutti,
ma proprio tutti, è che il primo ottobre, mentre una volta si
tornava a scuola con il fiocchetto e il grembiulino, oggi aumenterà
l'Iva di un punto: dal 21 al 22 per cento; e questo è il primo
ullallà. Il secondo, per essere cantato, dovrà aspettare dicembre,
quando i cittadini italiani pagheranno l'Imu. È sì. Perché il
risultato del fallimentare tentativo di salvare un qualsiasi
pregiudicato, con sulle spalle anche la devastazione ventennale di una
nazione, sarà proprio questo. Però vedete, la storia è talmente
scontata che non possiamo esimerci dal supporre una grande recita,
uno psicodramma scritto a più mani per, da una parte recuperare quel
maledetto 0,1 per cento di sforamento del 3 per cento di deficit
consentito dalla UE, dall'altra per nascondere l'assoluta mancanza di
idee su come trovare i 3-4 miliardi che servono per l'Iva, l'Imu,
la Cig e la Cid. Belzebù ci ha insegnato che a pensar male si fa
peccato ma quasi sempre ci si azzecca, e stavolta ci sembra uno di
quei casi in cui pensare a un grande inciucio, per salvare la faccia
da una magra colossale, non comporti una lira di danno, al massimo
l'accusa di vaneggiamento fantapolitico. Chi continuerà a pagare il vezzo di Silvio
di considerarsi ancora un macho statista che da 55 giorni non dorme
perdendo 11 chili? Ma les italiens, porco boia. Contro la crisi si
sono schierati tutti: vescovi, imprese, Fondo Monetario
Internazionale e la stessa UE. Roba da non crederci, dopo venti anni
è la prima volta che i vescovi italiani non sono d'accordo con
Silvio. È vero che non l'hanno detto espressamente, ma il fatto di
essersi schierati contro una eventuale crisi di governo, sta a
testimoniare che stavolta cercheranno almeno di prendere le distanze
dal loro maggior benefattore. Continuano le dichiarazioni
farneticanti, tutte con lo sguardo fisso e un po' da matti nelle
telecamere, dei quacquaracquà pidiellini. Non ci credono manco loro
a quello che dichiarano, figuriamoci gli italiani.
venerdì 27 settembre 2013
C'è golpe e golpe, quello di Silvio e dei forzaitalioti lo è. Bianco ma lo è da venti anni
Basiti.
Ecco come restiamo quando ci capita di sentire le dichiarazioni
farneticanti dei pidiel-forzaitalioti. Ma anche sconcertati, perché
in un paese di evasori totali che si difendono dicendo di non aver
ammazzato nessuno, ma di aver solo evaso le tasse, si respira aria di
incosciente golpe strisciante. Soprattutto indignati, perché
incontriamo pensionati rincoglioniti che leggono per strada,
impunemente, il Giornale e ci diciamo che se dovessimo arrivare a
quella età, in quelle condizioni, meglio un purificatore suicidio.
Kafka ci andrebbe a nozze nell'Italia del 2013. Potrebbe sentirsi
quasi un profeta, visto che di Gregor Samsa in questa nazione ne
esistono a migliaia, non tutti però sanno che fine ha fatto Gregor
in Metamorfosi... Sono venti anni che Silvio golpeggia, e ieri sera
da Santoro (incanutito), gli italiani hanno potuto rendersi conto di
che pasta erano, e sono, gli uomini del Cavaliere. È bastato
ascoltare la storia penosa e inquietante (questa sì) dell'ex
senatore Sergio De Gregorio, per capire in che modo Silvio abbia
tenuto per le palle sessanta milioni di italiani investendo qualche
milione di euro e incassandone altrettanti moltiplicati per mille.
Povero Belpietro! Non sapendo che pesci pigliare si è rifatto ai
metodi brunettiani della sovrapposizione vocale, con poca resa visto
che De Gregorio nei panni della vittima pentita, ha intenerito un
popolo di piagnoni ad libitum. Perché nessuno, come gli italiani, sa
piangere non avendo nulla su cui farlo. Siamo un popolo di guitti e
di teatranti, di Arlecchini e Pulcinelle, di buffoni senza palle e di
uomini (e donne purtroppo) senza spina dorsale. Blateriamo. Quanto ci
piace farlo! Perché onestamente ci riesce difficile argomentare un
pensiero compiuto. Qualcuno dirà che Silvio è riuscito a realizzare
almeno una parte del Piano di rinascita per l'Italia, e noi siamo
d'accordo: ha rimbambito in modo irreversibile una intera nazione,
anche se con qualche isola di sana rivolta. E questi, i
pidiel-forzaitalioti, continuano a gridare ancora al golpe dopo che
il loro capo, per fottere Prodi, mise in piedi addirittura il piano
Libertà per l'Italia, sulla scia di quello “Solo” per combattere
i comunisti. Ma di questi fatti, che i vecchi del Pd conoscono
benissimo, nessuno parla e poi non potrebbero, visto che Prodi lo
hanno silurato anche loro. Povero Professore! Lui ci provò a farci
vivere in modo normale, ma il “Piano Solo” non poteva essere
fermato e Licio Gelli telefonava, mandava messaggi, lettere accorate
ogni giorno, e Silvio non poteva esimersi dall'essergli fedele. I
giudici piduisti gli avevano salvato il culo già parecchie volte.
Idem, gli ufficiali della Guardia di Finanza che quando non erano
corrotti erano massoni infedeli. Quello che ci consola è il leggere,
e sentire, sempre di più, giorno dopo giorno, che il fronte dei
falchi forzaitalioti non è così compatto. Ieri, il parlamentare
Naccarato del Gal, ha dichiarato che c'è il pericolo di una
maggioranza silenziosa al Senato. Delle dimissioni di Quagliariello e
di Lupi, ad esempio, non si ha traccia così come preoccupa (Silvio)
il silenzio di Roberto Formigoni la cui fine, senza l'ombrello
parlamentare, potrebbe essere drammatica. Questo è l'unico momento
della nostra storia nel quale una maggioranza silenziosa avrebbe
anche la nostra (inutile) benedizione. Tutto pur di rendere un po'
più respirabile l'aria parlamentare. Poi, per far fuori anche i 101
zozzoni c'è tempo.
Iscriviti a:
Post (Atom)










.jpg)

