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martedì 8 ottobre 2013

Roberto Saviano da testimone a imputato. Anche questa è l'Italia di Silvio

È mefitica l'aria che si respira, scientificamente schizofrenici gli atteggiamenti, ricorrenti i falsi storici. È l'Italia di Silvio, quella che (se n'è accorto anche Epifani), prima di cambiare dovranno passare vent'anni. Siamo il paese in cui se non sei d'accordo con il manovratore, ti ritrovi sputtanato sui giornali e in tivvù, altro che metodo Boffo, qui si parla di disinformazione pianificata a tavolino e chirurgicamente applicata. Roberto Saviano è a Napoli. Testimone nel processo contro Francesco Bidognetti e Antonio Iovine del clan dei Casalesi, lo scrittore ha raccontato le minacce ricevute dai legali dei boss durante l'appello del processo “Spartacus”. Lucidissima la testimonianza di Roberto Saviano, che ha ripercorso, si può dire minuto dopo minuto, quello che accadde nel marzo del 2008 quando, durante una udienza del processo d'appello contro il clan, l'avvocato Santonastaso (che con il collega D'Aniello assisteva i boss e finito poi in galera per associazione mafiosa), lesse in aula un lungo comunicato a firma di Bidognetti e Iovine alla fine del quale si manifestarono le minacce contro i giudici Raffaele Cantone e Federico Cafiero De Raho e i giornalisti Roberto Saviano e Rosaria Capacchione. Ma l'accusa e la minaccia più pesante venne fatta proprio nei confronti di Roberto Saviano reo, secondo i boss, di aver “condizionato” i magistrati. Quello che accadde lo sanno tutti, Saviano vive da allora sotto scorta. Ebbene, in un processo in cui va a testimoniare su quanto accadde allora, lo scrittore si ritrova improvvisamente sul banco degli imputati per un'accusa che non c'entra nulla con il dibattimento, quella recentissima di plagio letterario e per le querele ricevute dagli stessi boss che si sono sentiti (poverini) diffamati. Ricordate i calzini turchese del giudice Mesiano? Tale e quale. Ricordate Silvio contro Travaglio a Servizio Pubblico? Uguale. Ricordate Gasparri contro i partigiani il 25 aprile? Uguale. È l'evidenza del berlusconismo, quel processo diffamatorio che porta a mettere tutti sullo stesso piano, colpevoli e innocenti, per dimostrare che siccome tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole e se per arrivare a questa conclusione occorre diffamare, ben venga la diffamazione: un titolo a nove colonne fa effetto, una smentita nelle “brevi” in penultima pagina, insieme ai necrologi, non se la fila nessuno. A Napoli, il pm Ardituro è dovuto intervenire pesantemente in difesa di Saviano e ha esclamato: “Qui l'imputato non è Saviano. Stiamo processando Iovine e Bidognetti, due camorristi, non uno scrittore”. Ma quanti altri hanno avuto il coraggio di dire ai berluschini che gli imputati sono loro e non il giudice Mesiano, il direttore Boffo, il presidente della Camera Fini, Marco Travaglio e i partigiani? Inutile, con questa destra intrisa di berlusconismo, non si governa e non basta il pelo sullo stomaco di LettaLetta, perché se parli di Imu per le abitazioni di lusso ti ritrovi di fronte un muro di gomma, di omofobia una linea gotica, di abolizione della legge Bossi-Fini un fuoco di sbarramento. Per assurdo, questa situazione sta favorendo in modo sfacciato il Pd perché si cominciano a intravedere quali sono i motivi reali di una diversa collocazione politica. Non è un caso che nei sondaggi, i democrat siano arrivati al 32 per cento, superando di slancio la destra più confusa degli ultimi dieci anni. E non è un caso che forse, finalmente, si comincino a capire quali sono le differenze (che esistono) fra destra e sinistra perché, gentili signori, questa differenza esiste ancora nonostante i partiti e i movimenti post-ideologici per modo di dire, la neghino decisamente. Ritorneremo a essere un paese normale quando gli imputati saranno imputati e i testimoni solo testimoni. Ma soprattutto quando qualcuno si assumerà le responsabilità senza giri di valzer, un ballo notoriamente di una pallosità estrema.

lunedì 7 ottobre 2013

LettaLetta accetta le dimissioni della Biancofiore. Michaela: “Mobbing... mobbing”. Chi silurò Prodi? Baffetto, Monti&Co.

Non si tira la corda con un democristiano, lo sanno anche i bambini. I DC sembrano tolleranti, amiconi, baciano, abbracciano, danno pacche sulle spalle, sorridono perfino. Poi, quando c'è da arrivare al sodo ci arrivano eccome, a costo di passare sul cadavere della nonna. Non si scherza con un democristiano, perché hanno tutti uno spiccato senso dell'umorismo, ma quello di Andreotti, talmente sottile da tagliare come un rasoio (letteralmente). Così, dall'alto della sua perspicacia e acume politico, Michaela Biancofiore sta provando in queste ore cosa significa ciurlare nel manico con un balenottero bianco. Il fatto. Come tutti i suoi colleghi del Pdl, ministri e sottosegretari, rispondendo ai desiderata del Capataz, La Biancofiore-simbolo d'amore, ha presentato come una brava scolaretta le dimissioni. Un po' distratta dagli eventi, un po' impegnata dal parrucchiere, un po' sopra le righe come spesso le accade, la bionda pasdaran del Popolo della Libertà, non si è accorta che, dopo il voto al Senato, tutti i suoi colleghi avevano ritirato le dimissioni. Passata la linea Alfano, sono diventati quasi tutti alfaniani e, quindi, tenutari dei loro incarichi di governo. Pensando che la riconferma nel ruolo fosse cosa automatica, la Michaela si è presentata regolarmente al Ministero della Funzione Pubblica e della Semplificazione per riprendere il suo lavoro. Ma, arrivata all'ingresso le hanno detto: “Scusi, ma lei chi è? E soprattutto che vuole?” Facendo finta di cadere dalle nuvole, la berluschina doc si è incazzata come una iena himalayana dopo essersi bruciata le zampette sulla neve, e, ricordandosi di non aver ritirato le dimissioni, ha gridato: “Questo è mobbing politico”. Intervistato da Maria Latella, LettaLetta è stato laconico: “Ma che vuole che le dica, la Biancofiore non ha ritirato le dimissioni e io le ho accettate”. Mai far incazzare un DC perché, nonostante il cognome sia anche il titolo dell'inno della Balena Bianca, quando c'è da saldare i conti senza rilasciare la ricevuta i democristiani non sono secondi a nessuno.
Sandra Zampa, ex portavoce di Romano Prodi, racconta in un libro di prossima uscita chi e perché trombò il Professore. Brevemente, questa la storia. Appresa da Piergigi Bersani la notizia della sua candidatura al Quirinale, Prodi, che non è un fesso, prese il telefono e dall'Africa telefonò, nell'ordine, a D'Alema, Mario Monti e Stefano Rodotà. Baffetto gli disse papale papale che a lui non era andata giù la modalità con la quale Prodi era stato nominato dall'assemblea del Pd. E che cazzo, tutta quella democrazia, l'applauso a scena aperta, il mancato ricorso alle sotto-intese con tanto di posti da assegnare a tavolino, a lui non erano affatto piaciuti. Nelle prime elezioni, due dei suoi avevano provato, votandolo, a far capire che al Leader Maximo sarebbe tanto piaciuto salire al Quirinale. Ma la cosa non passò, nonostante sul suo nome anche Silvio avrebbe potuto convergere. Così Prodi, che è un volpino, capì che non avrebbe mai avuto il voto dei dalemiani. Seconda telefonata a Mario Monti. “Caro Romano – sembra gli abbia risposto il Professore2 – io ti voto se mi ridai la Presidenza del Consiglio”. Prodi, ovviamente, lasciò cadere la proposta giocandosi anche i voti di Scelta Civica. Restava la terza telefonata, quella a Rodotà. Se il Professore3 si fosse ritirato dalla corsa, i pentastelluti avrebbero potuto votare Prodi, rientrava fra gli eleggibili della Rete e quindi nessuno scandalo. La risposta di Rodotà invece, fu un'altra. “Io mi ritiro – disse a Prodi – solo se me lo chiede Beppe Grillo, altrimenti continuo la mia corsa fino alla fine”. Sandra Zampa racconta anche quello che fu il commento del Capo Five Stars: “Ero convinto – disse Grillo – che Rodotà, amico di Prodi, si ritirasse. Invece mi disse chiaro e tondo che se avessi voluto lui avrebbe fatto un passo indietro, altrimenti, sarebbe andato avanti. A quel punto non potevo chiedergli di ritirarsi”. Gli zozzoni non furono solo i 101 del Pd ma 115/120, una folla.

sabato 5 ottobre 2013

I cazzeggi del sabato. Crimi, Belpietro e Sallusti. Cos'hanno in comune? Nulla.

Di come è andata in Giunta delle elezioni del Senato, lo sappiamo. Inutile tornarci sopra perché l'ultima parola spetterà all'aula. Hai voglia i 101 zozzoni! Quello che ci piace però evidenziare sono tre fatti. Il primo. Vito Crimi scrive su Facebook un post oggettivamente senza senso e un po' volgare. Lo avessimo scritto noi che amiamo infiorare le nostre parole con “cazzi” e “palle” varie, non avrebbe fatto scandalo. Scritto da un onorevole fa pensare. E, noi che pensiamo, ci rendiamo conto che il berlusconismo ha consentito a personaggi come Crimi, che non fa neppure ridere, di sedere in Parlamento pagato da noi, invece di prendere parte attiva al processo di incenerimento dei rifiuti solidi urbani. Su un punto (sono molti i punti di vicinanza al comico, ma questo lo è di più) siamo d'accordo con Grillo, questa classe politica deve tornare a casa. Tutti però. Senza distinzione alcuna. Neppure per i 5S violenti, minacciosi, con il coltello fra i denti e pochissima proprietà di linguaggio. Il secondo. Maurizio Belpietro non si toglie il vezzo di mettere sulla prima pagina di Libero le fotine degli avversari politici del Cavaliere. Come fossero pedofili, le cui foto vengono messe in prima pagina dai giornali americani per difendere i bambini, il sopravvissuto all'attentatuni offre ai presunti e un po' violenti pasdaran pidiellin-forzaitalioti, l'identikit dei peggiori nemici, un vero e proprio invito alla giustizia sommaria. Come dire: “Se li incontri per strada sputagli in faccia”. Il terzo. Sembra che nella notte, Silvio abbia offerto allo Schiattamuort la linea politica del Giornale. Delle tre richieste pacificatrici che Angelino aveva fatto al padre politico (fuori i falchi dal partito, niente Forza Italia e via Sallusti), il Cavaliere è partito dalla terza, la testa del direttore del Giornale. Il metodo Boffo, tanto amato da Alfano, da Cicchitto, da Quagliariello, da Giovanardi, da Lupi e da Formigoni, ha stufato. Soprattutto quando viene applicato a loro. Ma andate affanculo.

venerdì 4 ottobre 2013

Silvio è tornato. Dopo una notte di riposo è ancora pronto alla pugna. “Con Alfano? Nessun problema”. Non è affatto finito.

Il dottor Zangrillo, medico di Silvio Berlusconi, si lascia scappare che “il presidente non dorme di notte perché lo fa di giorno”. Pensate, perfino la storia penosa (fidatevi perché di notti senza dormire ne sappiamo qualcosa e dopo 55 giorni uno non sta così), dell'insonnia cronica da stress carcerario era una palla solenne. Silvio è fatto in questo modo, se non mente non è contento. Le cazzate stanno a lui come il miele d'acacia sul marcito, è questione di nozze oltre che di dna, e abbiamo detto nozze non cozze, perché per quelle ci vorrebbe il pepe nero. Insomma Silvio è stanco, amareggiato, deluso, confuso, stretto in una morsa nella quale Verdini, Bondi e la Santanchè lo hanno stretto strizzandogli letteralmente le palle fino a farlo piangere. E in questo momento piangono un po' tutti: il Denis, colto dai fotografi con le lacrime di rabbia agli occhi; Bondi, che si è chiuso nella toilette e non vuole uscire se non dopo aver terminato il de profundis in endecasillabe; la Santanchè, che ha avvertito un pericoloso segnale di cedimento ai tiranti. Ma non pensiate che Angelino 'O Schiattamuort si senta meglio. È deluso e amareggiato anche lui. Non sa cosa fare, se dare lo strappo decisivo da Silvio o prendersi il partito lasciando ai falchi spennati e un po' rimbambiti, di portare avanti il progetto della nuova Forza Italia. Silvio, a questo punto, correrebbe il rischio di ritrovarsi leader di due partiti, ma anche quello di una devastante schizofrenia da voci insistenti. All'una di notte di ieri, Verdini ha cacciato in malo modo 'O Schiattamuort da Palazzo Grazioli. Gli ha detto: “Angelino vattene sennò qua finisce male”. E, mentre si avvicinava al vice premier rabbioso e incazzato come un mandrillo texano che non riesce più a farsi una mandrilla ma solo serpenti a sonagli, si è sentita la voce flebile di Silvio che ha detto: “Calma”. Ma Denis non lo ha sentito e Angelino ha preferito darsela a gambe. Ieri mattina di buon'ora, il Verdini della bancarotta del Credito Cooperativo Fiorentino, era al lavoro per raccogliere le firme su un documento di solidarietà a Berlusconi. In poche parole, chi firma quel documento resta, chi non lo firma lo buttano fuori. Qui iniziano i problemi perché, dopo non aver azzeccato una mazza di niente sul numero dei senatori contrari alla sfiducia al LettaLetta, il vincitore del 14 dicembre si è visto sbeffeggiare proprio da quelli che avrebbero dovuto reggergli botta, Totonno je me facc li cazz mièRazzi e Mimmuzzo testa di minchiaScilipoti compresi e pronti questa volta ad affogare (ma quando mai!) con il loro mentore. Un rischio però c'è. Angelino, che si è sentito punto nel vivo quando Silvio ha detto: “Per me era un figlio e mi ha accoltellato alle spalle (figlio sì, ma scemo – nda)”, è indeciso se andare fino in fondo o dare per buono il voto di fiducia che Silvio ha dato al governo di cui è il vice premier. Il figlio scemo non se la sente di essere il siluro che ha affondato il papà intelligente, e così sta cercando in tutti o modi di mediare anche perché ieri, nel tardo pomeriggio, dopo una notte trascorsa a pensare come fottere ancora una volta gli italiani, Silvio-Highlander ha detto: “Con Alfano? Nessuno screzio, ci mancherebbe. Nel Pdl? Nessun problema, tutti uniti e compatti. Io domani alla Giunta del Senato? Ma che siete scemi! Quella dei giudici è stata una sentenza politica punto e basta”. Come vedete, è il solito Silvio, più combattivo che mai, deciso a non mollare di un millimetro, pronto a fagocitare ancora una volta i dissidenti che chineranno come sempre la testa. Guai a dare Silvio per morto o per finito anzi, aspettatevi collegamenti giornalieri in diretta televisiva (da Barbara D'Urso) dai servizi sociali. Oltre che scriverci un libro (pubblicato da Mondadori) e girarci un film (diretto da Pupi Avati), Silvio, con la scopa in mano, ci rivincerà le elezioni. Ma lo avete capito sì o no?

giovedì 3 ottobre 2013

Silvio-Brachetti. A Palazzo Madama è andata in scena la più grande pantomima del Terzo Millennio. L'Italia è un paese inarrivabile

La fotografia dell'Italia è questa. Mimmuzzo Scilipoti, il re delle coerenze. Pur di far sapere alla mamma di essere ancora vivo, ieri al Senato ha voluto dare un segnale della sua presenza. Mimmuzzo il “filosofo”, in piena bagarre, ha detto: “Tutto può accadere”. E infatti. Comunque. Volevamo scrivere un altro pezzo. Poi ci ha telefonato Giorgio esordendo con un “Senti un po', tanto per andare a ruota libera...”. E in quel momento l'articolo di oggi è cambiato perché i conti, checché Totò (il Principe De Curtis non Cuffaro) ne dica, non riportano. Alla fine del Meeting di Rimini scrivemmo che i ciellini avevano cambiato cavallo. Inaspettatamente avevano deciso di poggiare la loro preziosa (in termini di voti) sella, sulla groppa di LettaLetta ma solo in coppia con l'Angelino custode loro, una sorta di benedizione come sempre interessatissima, che consentiva ai combattenti della Compagnia delle Opere, di prendere due piccioni con una fava. Da una parte si aprivano un varco niente male nel Pd democristianizzato, dall'altra mantenevano i contatti con il loro habitat naturale, la destra teocon. Che il lavoro fosse stato fatto a regola d'arte lo hanno dimostrato i ciellini nel governo e quelli in Parlamento. Lupi, Mauro e Formigoni sono stati infatti le teste di ponte di una operazione di un'abilità e di un cinismo politico senza eguali. Che ci fosse aria di teatro, lo abbiamo scritto un paio di giorni fa. Non sapendo come giustificarsi con l'elettorato circa l'impossibilità di non aumentare l'Iva e della revisione prossima ventura dell'Imu, l'unico modo che Silvio aveva per non sputtanarsi con tanto di sangue, era di buttarla in una gazzarra talmente finta da rasentare le Prada made in Naples. Insomma, “faccio finta di toglierti la fiducia, dimissiono i ministri, tu respingi le dimissioni e torniamo al governo per il bene della nazione e per senso di responsabilità, con l'Iva aumentata e l'Imu rivisto”. Ieri però la gazzarra ha assunto toni diversi, e se ci fosse stato un complotto, ci dovremmo complimentare con la Santanché e Formigoni, con 2232 e Sallusti, ma soprattutto con Sandro Bondi che, dal suo scranno di senatore, avrebbe dato una prova di recitazione degna dell'Actors Studio, quando sappiamo che il “querulo” tanto lontano non potrebbe arrivare. Incredibile Renatino (solo un affettuoso vezzeggiativo) Brunetta. Appena uscito dalla riunione dei senatori del Pdl, ha detto ai giornalisti: “Vi comunico che dopo un lungo e approfondito dibattito, i senatori del Pdl hanno deciso di togliere la fiducia al governo Letta”. E ha aggiunto: “Inutile dire che la decisione mi trova ampiamente concorde”. Porca puttana, non sono passati cinque minuti che il Capo, in aula, lo ha smentito a morte dichiarando urbi et orbi che avrebbe votato la fiducia. A Giorgio (il nostro amico non l'Innominabile) tutta la manfrina, bigliettini scritti in stampatello mostrati alle telecamere compresi, non lo ha convinto affatto, e non è un complottista. Che sia stata una manfrina è certo, resta da chiedersi, a che pro? Nei governi democristiani c'era di mezzo l'America, e ora? 

mercoledì 2 ottobre 2013

Diciamolo, Silvio è un genio. Il re dei trasformisti (pro domo sua)


Capito ora perché per venti anni Silvio ha tenuto per le palle un intero paese, un parlamento (opposizione compresa), la chiesa, gli artigiani, gli infermieri, i medici, gli avvocati, i finanzieri e i contrabbandieri? È il re dei trasformisti. Ancora una volta un vero e proprio colpo di teatro... teatrale e geniale. Fino a cinque minuti prima di parlare aveva ordinato ai suoi senatori di votare contro il governo. Nel percorso che dal suo studio lo portava all'aula del senato, ha cambiato idea. E tutti proni ai desideri del Capo. Noi ci sentiremmo servi, stupidi, inutili e pure mezz'uomini. Ma noi siamo noi e non contiamo un cazzo.

Il Pdl si spacca. Nessuna sorpresa, dentro non c'è niente. Sallusti a Cicchitto: "Vigliacco". Cicchitto a Sallusti: "Stalinista e porti iella".

Non bisognerebbe mai tirare troppo la corda. Ritorniamo alle sagge parole di un vecchio democristiano conosciuto un secolo fa: "Hai vinto? Non stravincere, porta male". Silvio ha sempre stravinto, anche quando ha perso, e questo ultimo governo ne era la manifestazione più lampante. Non si è accontentato? Ecco come va a finire. Dire sì a capo chino per tutta la vita è come dire sempre no, alla fine i vaffanculo si sprecano e restano le macerie. Accade che anche i più disponibili, a un certo punto, dicano basta e non sempre è una questione di palle, spesso vince lo sfiancamento e tutto l'amore si trasforma prima in disprezzo poi in odio. Silvio ha pensato (e il suo cerchio magico ha tentato di farglielo continuare a credere) che Angelino Alfano fosse tonto. Oddio, non è che andassero molto oltre il vero, però che 'O Schiattamuort fosse in grado di dire no al padrone, non rientrava nelle loro prospettive. Il fatto è che stavolta parlare di "traditori" è dura. Razzi, Calearo, Scilipoti e lo stesso De Gregorio, non erano (e sono) che mezzeseghe. Quando ad andarsene è il segretario del partito, il discorso è un altro e si può parlare di diversità profonda di linea politica. C'è da aggiungere che un ruolo non trascurabile nella decisione di staccare il cordone ombelicale da Silvio, l'abbia giocato la Chiesa. Il nuovo corso di Papa Francesco sta ribaltando gli equilibri che si erano venuti a creare con gli ultimi due pontefici. Il percorso di vicinanza al centrodestra iniziato da Ruini (epici gli scontri silenziosi con Romano Prodi), e proseguito con i cardinali Bertone e Bagnasco, aveva blindato il voto cattolico e il Berlusconi-Pantalone era diventato il faro a pagamento di un mare orfano della Balena Bianca. Con questo non vogliamo dire che Francesco sponsorizzi, nel segreto della stanze vaticane che per altro non frequenta, il Pd perché sarebbe una bestialità, ma i suoi continui richiami a una Chiesa militante che combatte contro i lussi e gli sprechi, qualche varco lo ha aperto. E che l'aria "politica" del rapporto fra i cattolici e Silvio fosse cambiata, lo si era già capito al Meeting di Rimini, dove LettaLetta aveva di fatto stretto un patto di reciprocità con i vertici di CL e Alfano era stato accolto con una ovazione: migliore benedizione (in tutti i sensi) alle larghe intese non poteva esserci. Piccolo particolare, il Celeste si è sentito abbandonato. E che Formigoni conti ancora molto dentro CL lo sanno tutti, anche i gatti bigi. Ci rendiamo conto, dopo aver appena sentito il senatore Naccarato a RaiNews24, che le conclusioni si tireranno alla fine. I numeri si conteranno fra qualche ora. Silvio lo sa benissimo, visto che i numeri lui non è abituato a contarli ma a comprarli. 

martedì 1 ottobre 2013

Dopo Famiglia Cristiana anche l'Osservatore Romano bastona Silvio. Finito l'amore eterno con i cattolici. E Alfano a Sallusti: “Basta con il metodo Boffo”

Si sapeva, lo si è sempre saputo. Per anni Silvio ha fatto il “cattolico” infischiandosene altissimamente della fede, della santa trinità (scambiato per il film con Terence Hill), dei dogmi, della trascendenza e perfino dello spirito santo. Da andreottiano di ferro, lui si è sempre rivolto ai preti piuttosto che a dio, perché come tutti sanno, dio non vota, ha smarrito il certificato elettorale lassù, nell'alto dei cieli, dove Bondi, pur tentando, non è mai riuscito ad arrivare. Da commerciante nato, però, da inarrivabile self made man dotato di un fiuto proverbiale, ha saputo imbrigliare il consenso dei cattolici a modo suo: pagando. Alla Chiesa, infatti, l'8 per mille non è mai bastato, per cui, allargando a dismisura i cordoni della borsa (mai la sua, sempre la nostra) è riuscito a far pagare alla Protezione Civile anche gli spostamenti dei pontefici e l'organizzazione delle adunate oceaniche dei Papa Boy's. Senza considerare poi l'appoggio incondizionato alla Compagnie delle Opere di ciellino stampo e copyright, diventata l'impresa più florida della Lombardia. Le scuole cattoliche, i restauri delle chiese e degli oratori, prima l'Ici poi l'Imu sulle proprietà immobiliari ecclesiastiche anche se esercizi commerciali, sono state le altre perle di un asservimento totale alle esigenze della casse vaticane. La gerarchia lo ha ripagato a modo suo: voti, perdonanze, giubilei, santificazioni, riti proibiti agli altri divorziati, contestualizzazioni di bestemmie che manco i camalli, una giustificazione sacrale alla strabordante sessualità del “califfo malato” (parole della moglie, non nostre) che hanno finito per mitizzare il “crociato Silvio”, l'uomo a favore degli omofobi e delle donne aduse a mettere la testa a posto. Ora, all'improvviso, una inversione repentina di tendenza. Con il Cardinale Carrozziere trombato, con il presidente “Bagnasciuga” della Cei in liquidazione, con i prelati truffaldini arrestati o con pesanti avvisi di garanzia sulle spalle, la Chiesa (meglio, il Vaticano), si è resa conto che non poteva continuare a fare affari con chi non ha mai viaggiato in 500 manco da neo-patentato. L'Osservatore Romano, dopo Famiglia Cristiana, ha scritto ieri: “Una crisi che appare irresponsabile non solo per le sue ripercussioni economiche ma per la ricaduta sulla credibilità dell'intera classe politica italiana”. E ha aggiunto: “C'è un clima fortemente condizionato dalle vicende giudiziarie nelle quali è coinvolto il leader del Pdl... Il timore è che il tessuto condiviso di regole sul quale si basa ogni convivenza civile, lacerato in questi anni da un confronto politico esasperato, rischi di uscire definitivamente compromesso da una chiamata permanente allo scontro”. Mollato dai cattolici, bastonato dalla Confindustria (fino a ieri prona ai suoi desideri in cambio di leggi mostruose sul lavoro, sulla sicurezza del lavoro e sui contratti liberticidi), fischiato dai commercianti, dagli operatori turistici e dai bagnini della Val Camonica, Silvio ha deciso comunque di continuare la sua personale battaglia contro la magistratura. Incombono il processo Ruby, la corruzione di De Gregorio (con la minaccia di arresto dei giudici di Napoli) e il provvedimento aperto nei suoi confronti dai giudici di Bari sui giri di prostitute di Gianpi Tarantini, una sequela di processi che o Silvio riesce a gestire da dittatore intoccabile o corre il rischio di finire i suoi anni al buio di una cella di San Vittore o di Opera, a quattro passi da casa sua. Siccome questa eventualità lo terrorizza, anche perché dovrebbe privarsi della compagnia di Dudù, allora manda per aria il tavolo da gioco. E gli italiani? Ma chi cazzo se ne frega. Inutile dire che i suoi dipendenti sono schierati come sempre con il padrone, per la serie: potè più la pagnotta che la dignità. Così, mogio mogio quatto quatto, Alex Sallusti ha rispolverato il metodo Boffo e ha iniziato ad applicarlo ai critici delle ultime trovate del Capo. Ha parlato a nome di tutti i “dissidenti” (sic!), 'O schiattamuort, il quale ha preso carta e penna e scritto: “Noi non abbiamo paura. Se (Sallusti con il suo editoriale di ieri, nda) pensa di intimidire noi e il libero confronto dentro il nostro Movimento politico, si sbaglia di grosso. Se intende intimidirci con il paragone a Gianfranco Fini, sappia che non avrà case a Montecarlo su cui costruire campagne. Se il metodo Boffo ha funzionato con qualcuno, non funzionerà con noi che eravamo accanto a Berlusconi, quando il direttore de Il Giornale lavorava nella redazione che divulgò l'informazione di garanzia al nostro presidente, durante il G7 di Napoli del 1994”. E il Pd? D'Alema dice che bisogna rinviare il congresso a marzo. La Balena Bianca ha molti più figli di quanti si potesse sospettare o neppure lontanamente immaginare. Intanto, perché non ci facciamo mancare niente, scoppia la lite furibonda con il Quirinale. Silvio accusa l'Innominabile di aver “inquinato” la sentenza sul caso Cir-Mondadori e la risposta del Colle è violenta, al limite dell'invettiva. Nonostante anni di firme senza colpo ferire sui decreti pro domo sua, Silvio non dimostra di avere la minima riconoscenza nei confronti di Colui che siede sul colle più alto. Peccato grave l'irriconoscenza.  

lunedì 30 settembre 2013

Mara Carfagna cita Einstein per dire a Silvio che ha una grande mente. C'è nell'aria un virus strano, questo non è più un paese normale

Le grandi menti hanno sempre avuto la violenta opposizione delle menti mediocri”. Il riferimento è a Silvio, declinato al genio puro. Scomodato pure Albert Einstein, ormai ai pidiel-forzaitalioti resta il Padreterno in persona, perché il di lui figlio è già stato messo in mezzo. Non ci sono più aggettivi per definire in parole comprensibili ai normodotati, lo stato in cui è arrivato l'Impero silviesco. E così, com'è sempre accaduto alla fine delle grandi potenze da che storia è storia, a Silvio sono rimaste le frattaglie, resti di un popolo imbelle incapace di sviluppare un'idea, figuriamoci un'azione degna di questo nome. Impreziosito di “perle” frutto di una ignoranza abissale, l'impero di Silvio volge al termine come nessuno si sarebbe mai aspettato, a parte qualcuno, a parte noi che in epoca non sospetta abbiamo perfino teorizzato la pericolosità dell'essenza dei “colpi di coda” di un animale ferito e morente. Ormai preda del ridicolo universale che una gestione dissennata del potere contraddistingue oggi la presenza italiana nel mondo, a offesa si aggiunge offesa, a bestialità si aggiungono bestialità, alla farsa si è sostituita la tragedia. Le parole di ieri, pronunciate da Mara Carfagna in piena sindrome citazionista, sono la dimostrazione che il QI dei pidiellini è sempre stato pari a 15 (Brunetta non pervenuto), e che per un periodo che sembra un secolo, siamo stati governati da personaggi che, al pari di Goebbels, sentita pronunciare la parola cultura, mettevano mano alla pistola. Ignoranti come capre tibetane in crisi iposodica, dissipatori di beni e patrimoni pubblici, leccaculo oltre ogni umana ignominia, i pidiellini rappresentano una vergogna nazionale alla quale mettere riparo con un sano, e ormai non più differibile esilio alle Maldive. Ai new-forzaitalioti non vogliamo male, ci piacerebbe solo che stazionassero nell'habitat che maggiormente gli si confà, a nutrirsi di cocktail di gamberetti e aragoste al vapore con tanta maionese. Bondi e Bonaiuti in pareo farebbero una figura della madonna, mentre Brunetta potrebbe sempre dilettarsi a raccogliere le noci di cocco prima che qualcuna gli cada in testa facendolo definitivamente scomparire dalla scena pubblica. Neppure Ghedini starebbe male sotto la palma a bere mojito tutto il giorno con una foglia di cannabis al posto di quella di menta. Ai pidiellini non vogliamo male, anzi, per accelerare la loro dipartita gli si potrebbe mettere a disposizione il tunnel che collega L'Aquila con il Cern di Ginevra. A parte qualche neutrino in vena di scherzi che ogni tanto ci viaggia al quadruplo della velocità della luce, di solito non ci passa mai nessuno. L'ultima perla è d'O schiattamuort: “Sarò diversamente berlusconiano”. Diversamente e basta, mai.

domenica 29 settembre 2013

Siamo nelle mani di un pregiudicato. Prendiamone atto e cacciamolo, una volta per tutte

Non si discute. L'errore è stato fatto all'inizio. Tutta quest'ultima fase della nostra storia è piena zeppa di errori che pagheremo carissimi. Ha iniziato Piergigi Bersani con una campagna elettorale dissennata se non suicida. Ha continuato sempre Bersani permettendo ai 101 zozzoni di fucilare Romano Prodi alle spalle. E, per colmo di sfiga ed eccesso di consapevolezza, ha proseguito chiedendo i voti dei 5Stelle senza offrire loro un'assunzione di responsabilità in prima persona. Poi, non si può più parlare di errori ma di colossali abbagli. Non si sa per quale ragione, l'Innominabile si è sentito una sorta di Ufo Robot e, dopo essere stato rieletto, ha creduto di poter dettare le sue regole a un pregiudicato che nulla ha più da perdere. Il governo LettaLetta è stato un obbrobrio costituzionale, un assurdo in termini, una alleanza contro natura che non poteva durare a lungo. Per i suoi cazzi personali, come ha fatto per venti anni e senza contraddittorio, Silvio ha deciso di mandare all'aria il tavolo da gioco, insomma, si è ripreso il pallone. Sbeffeggiato da tutto il mondo civile, meno che dal suo amico e sodale in affari energetici, Vlady Putin, Silvio sta portando l'Italia sull'orlo di una stagione di tensioni politiche e sociali senza precedenti. La rabbia sta montando, e senza lavoro e senza soldi per pagare le tasse, il rischio che esploda in piazza c'è tutto. Il nervosismo si respira nell'aria di tutti i giorni, dal momento in cui l'italiano si alza senza una prospettiva, fino a quando torna a letto la sera dopo una giornata trascorsa alla ricerca di un senso da dare alla propria vita. Siamo sull'orlo del baratro e a questo punto basta un alito di vento per finire nel precipizio. Lo sanno tutti, compresi i falchi del Pdl che non si capisce fino in fondo cosa cazzo vogliono. Silvio sembra il nonno rimbambito in mano ai nipoti furbi, la penosa carcassa di un elefante al quale, per un po', hanno brillato le zanne della giovinezza. Non ci interessa che all'interno del Pdl si siano levate le prime voci di dissenso, perché dai senza palle non si può pretendere nulla se non un ruolo da figuranti in un dramma storico. A questo punto la Legge di Stabilità ce la confezionerà la UE, l'Iva aumenterà di un punto, a dicembre si pagherà la seconda rata dell'Imu. A Silvio, di tutto questo non frega una mazza anzi, sembra che stia ottenendo quello che vuole: l'impunità perenne. L'Innominabile sta infatti pensando di mettere mano all'amnistia. Alla fine vince sempre lui, Silvio, un incubo che non finirà mai.

sabato 28 settembre 2013

Silvio-LettaLetta. “Questo è il valzer dei moscerini... ullallà ullallà”

Ci abbiamo messo il refrain, perché della zecchino-dorata canzone rilanciata da Cristina D'Avena (la stessa interprete di mille anni fa), quel cazzo di ritornello ci torna sempre in testa e lo fischiettiamo pure (demenza senile), anche quando non dovremmo. Però, tanto per rimanere sulla terra traballante chiamata Italia, gli ultimi fatti della politica ci ricordano proprio quel refrain, solo che in questo caso i moscerini sono due: per tenersi compagnia. Spieghiamo. Il risultato di questa manfrina fatta di lacrime che scendono copiose sulle guance di tutti, ma proprio tutti, è che il primo ottobre, mentre una volta si tornava a scuola con il fiocchetto e il grembiulino, oggi aumenterà l'Iva di un punto: dal 21 al 22 per cento; e questo è il primo ullallà. Il secondo, per essere cantato, dovrà aspettare dicembre, quando i cittadini italiani pagheranno l'Imu. È sì. Perché il risultato del fallimentare tentativo di salvare un qualsiasi pregiudicato, con sulle spalle anche la devastazione ventennale di una nazione, sarà proprio questo. Però vedete, la storia è talmente scontata che non possiamo esimerci dal supporre una grande recita, uno psicodramma scritto a più mani per, da una parte recuperare quel maledetto 0,1 per cento di sforamento del 3 per cento di deficit consentito dalla UE, dall'altra per nascondere l'assoluta mancanza di idee su come trovare i 3-4 miliardi che servono per l'Iva, l'Imu, la Cig e la Cid. Belzebù ci ha insegnato che a pensar male si fa peccato ma quasi sempre ci si azzecca, e stavolta ci sembra uno di quei casi in cui pensare a un grande inciucio, per salvare la faccia da una magra colossale, non comporti una lira di danno, al massimo l'accusa di vaneggiamento fantapolitico. Chi continuerà a pagare il vezzo di Silvio di considerarsi ancora un macho statista che da 55 giorni non dorme perdendo 11 chili? Ma les italiens, porco boia. Contro la crisi si sono schierati tutti: vescovi, imprese, Fondo Monetario Internazionale e la stessa UE. Roba da non crederci, dopo venti anni è la prima volta che i vescovi italiani non sono d'accordo con Silvio. È vero che non l'hanno detto espressamente, ma il fatto di essersi schierati contro una eventuale crisi di governo, sta a testimoniare che stavolta cercheranno almeno di prendere le distanze dal loro maggior benefattore. Continuano le dichiarazioni farneticanti, tutte con lo sguardo fisso e un po' da matti nelle telecamere, dei quacquaracquà pidiellini. Non ci credono manco loro a quello che dichiarano, figuriamoci gli italiani.

venerdì 27 settembre 2013

C'è golpe e golpe, quello di Silvio e dei forzaitalioti lo è. Bianco ma lo è da venti anni

Basiti. Ecco come restiamo quando ci capita di sentire le dichiarazioni farneticanti dei pidiel-forzaitalioti. Ma anche sconcertati, perché in un paese di evasori totali che si difendono dicendo di non aver ammazzato nessuno, ma di aver solo evaso le tasse, si respira aria di incosciente golpe strisciante. Soprattutto indignati, perché incontriamo pensionati rincoglioniti che leggono per strada, impunemente, il Giornale e ci diciamo che se dovessimo arrivare a quella età, in quelle condizioni, meglio un purificatore suicidio. Kafka ci andrebbe a nozze nell'Italia del 2013. Potrebbe sentirsi quasi un profeta, visto che di Gregor Samsa in questa nazione ne esistono a migliaia, non tutti però sanno che fine ha fatto Gregor in Metamorfosi... Sono venti anni che Silvio golpeggia, e ieri sera da Santoro (incanutito), gli italiani hanno potuto rendersi conto di che pasta erano, e sono, gli uomini del Cavaliere. È bastato ascoltare la storia penosa e inquietante (questa sì) dell'ex senatore Sergio De Gregorio, per capire in che modo Silvio abbia tenuto per le palle sessanta milioni di italiani investendo qualche milione di euro e incassandone altrettanti moltiplicati per mille. Povero Belpietro! Non sapendo che pesci pigliare si è rifatto ai metodi brunettiani della sovrapposizione vocale, con poca resa visto che De Gregorio nei panni della vittima pentita, ha intenerito un popolo di piagnoni ad libitum. Perché nessuno, come gli italiani, sa piangere non avendo nulla su cui farlo. Siamo un popolo di guitti e di teatranti, di Arlecchini e Pulcinelle, di buffoni senza palle e di uomini (e donne purtroppo) senza spina dorsale. Blateriamo. Quanto ci piace farlo! Perché onestamente ci riesce difficile argomentare un pensiero compiuto. Qualcuno dirà che Silvio è riuscito a realizzare almeno una parte del Piano di rinascita per l'Italia, e noi siamo d'accordo: ha rimbambito in modo irreversibile una intera nazione, anche se con qualche isola di sana rivolta. E questi, i pidiel-forzaitalioti, continuano a gridare ancora al golpe dopo che il loro capo, per fottere Prodi, mise in piedi addirittura il piano Libertà per l'Italia, sulla scia di quello “Solo” per combattere i comunisti. Ma di questi fatti, che i vecchi del Pd conoscono benissimo, nessuno parla e poi non potrebbero, visto che Prodi lo hanno silurato anche loro. Povero Professore! Lui ci provò a farci vivere in modo normale, ma il “Piano Solo” non poteva essere fermato e Licio Gelli telefonava, mandava messaggi, lettere accorate ogni giorno, e Silvio non poteva esimersi dall'essergli fedele. I giudici piduisti gli avevano salvato il culo già parecchie volte. Idem, gli ufficiali della Guardia di Finanza che quando non erano corrotti erano massoni infedeli. Quello che ci consola è il leggere, e sentire, sempre di più, giorno dopo giorno, che il fronte dei falchi forzaitalioti non è così compatto. Ieri, il parlamentare Naccarato del Gal, ha dichiarato che c'è il pericolo di una maggioranza silenziosa al Senato. Delle dimissioni di Quagliariello e di Lupi, ad esempio, non si ha traccia così come preoccupa (Silvio) il silenzio di Roberto Formigoni la cui fine, senza l'ombrello parlamentare, potrebbe essere drammatica. Questo è l'unico momento della nostra storia nel quale una maggioranza silenziosa avrebbe anche la nostra (inutile) benedizione. Tutto pur di rendere un po' più respirabile l'aria parlamentare. Poi, per far fuori anche i 101 zozzoni c'è tempo.