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martedì 13 novembre 2012

I 3 dell’Ave Maria, i 4 dell’Apocalisse, i 5 del Pd...

I 3 dell’Ave Maria, i Quattro dell’Apocalisse, i Magnifici 7, i 7 Samurai, i 44 Gatti dello Zecchino d’Oro and now... i Fantastici 5 del Pd. Chi sia il genio di cotanta scempiaggine grafica non ci è dato di conoscerlo né avvertiamo l’esigenza di farlo. Non vorremmo che subliminalmente il creativo si fosse rifatto ai Mercenari 1 e 2 del cinematografo, perché ci sarebbe da ridere. Vediamo, assegniamo i ruoli. Piergigi Bersani è Silvester (Stallone): il ghigno è alla Crozza ma ormai non si sa più chi imiti chi. Tabacci, è Arnold (Schwarzenegger), talmente democristiano che da repubblicano governa alla grande in California. Matteo, è Jet (Li), non solo gli somiglia fisicamente, ma ci sembra l’unico in grado di spiccare un salto, almeno dalla sedia. Nichi Vendola è Jean-Claude (Van Damme), il più romantico e poetico di questa compagnia di giro. Laura (Puppato) è Dolph (Lundgren), sta li ma non si sa bene perché, quota rosa?. Chi ieri sera voleva le scintille ha dovuto accontentarsi di qualche fiammella di un Bic da un euro. Chi si aspettava sangue a fiumi e morti sulla strada (compresa la zelante e rigidamente inutile redazione di Sky), ha preso atto che con gente abituata a trattare con i democristiani (o che democristiana lo è stata davvero), tante precauzioni non servono, perché “loro” sanno benissimo fino a dove possono spingersi. Sono stati d’accordo (o quasi, ma sottili, impercettibili differenze), praticamente su tutto. Si sono alzate le sopracciglia solo quando si è parlato di alleanze, con Casini che aleggiava come un avvoltoio felice sull’agonia di quella che dovrebbe essere la sinistra italiana, prima ancora del centrosinistra. Bersani è decisamente a favore, lui a Casini vuole un bene della madonna e poi è sponsorizzato da Massimo D’Alema, che ancora non ci ha fatto sapere cosa farà da grande. Con Bersani, Bruno Tabacci, ma era una cosa ovvia. Contrari Vendola (ovvio) e Renzi, il quale vede in Casini l’unico rivale nella sua corsa a destra. Abbiamo notato, con piacere, la sottile presa per i fondelli della capogruppo del Pd in Veneto, Laura Puppato, al Cocorito: “Se Casini avesse una opinione un po’ più chiara, avremmo qualche carta in più da giocare”. Che vi dobbiamo tradurre noi quello che l’unica donna del Pd alle primarie ha detto? Il resto sono state le solite frasi fatte con due bersagli da colpire: la Sora Elsa (Fornero) e Sergio (Marchionne), al quale Renzi non ha risparmiato nulla, neppure velati insulti, mentre la ministra del Welfare sta cordialmente sulle palle a tutti. Per chi voteremmo se volessimo farci schedare ma non ne abbiamo nessuna intenzione? Probabilmente per Laura Puppato. Alla fine, dall’alto di una dolcezza mai sottomessa, è l’unica che ha qualche freccia al suo arco, comprese le palle. Scendere in un’arena di soli uomini non è facile, ma poi, la signora Puppato, si è ricordata chi erano gli uomini che avrebbero interagito con lei e non ha avuto più alcun timore.

lunedì 12 novembre 2012

Silvio come Eugenio, parola di Angelino. E la Chiesa si ritrova lo sconto sull’Imu.

Dopo aver appreso, con sgomento, direttamente da Boccuccia di Rosa Alfano, che per il Pdl Silvio Berlusconi è come Eugenio Scalfari per laRepubblica, ci siamo chiesti che fine abbia fatto l’unica sinapsi vivente del segretario dei quacquaracquà. Sicuramente veleggia nel mare di Malindi o, più probabilmente, è ancora impegnata a capire il perché dell’astensionismo mafioso in Sicilia, un chiaro fenomeno politico-sociologico che merita il necessario approfondimento da parte di uno statista del calibro di Angelino Alfano, chauffeur a tempo pieno, segretario di partito nel weekend. Il paragone fra Scalfari e Berlusconi, oltreché irriverente, è il chiaro segnale della completa a-sintonia di questi politici con la vita di tutti i giorni, con un mondo vero, reale, che cerca ancora di produrre, con i fermenti culturali che, nonostante loro, questo paese ancora ha. Non ci sorprende, Angelino. Né ci ha sconvolto ieri Matteo Renzi a “Quelli che... “ né il fatto che dopo aver accettato la piattaforma Sky per lo scontro con Piergigi Bersani, abbia tirato fuori all’improvviso la “risorsa” Fazio come se, invece di contendersi la leadership del Pd, dovesse vendere 700mila copie del suo ultimo libro. Ma da chi deve la sua visibilità pubblica alla “Ruota della fortuna”, cosa volete aspettarvi, che vada a Quark? Ma a parte i fenomeni di ordinario mezzoseghismo che riempiono le nostre vuote giornate alla ricerca di un senso, accadono fatti che peggiorano, se possibile, il nostro malumore e la nostra ormai acclarata ipersensibilità ad alcuni prodotti politico-sintetici che infestano il mercato degli psicofarmaci acquietanti. Non si sa come, non si sa attraverso quale diabolico marchingegno, il governo Monti è riuscito ancora una volta a mettere la Chiesa su un gradino diverso da quello di un normale contribuente, cittadino di questa nazione infestata da bacchettoni. Con un vero e proprio blitz, il Governo ha infatti deciso di alleggerire, motu proprio, l’Imu per le proprietà di Santa Madre. Lo ha fatto ridefinendo addirittura il termine “commerciale” e solo per quegli enti ecclesiastici che traggono profitto dalle loro attività (alberghi, ospedali, ostelli, mense, cliniche). Per queste strutture basterà un “cambio di indirizzo” nel loro statuto (da effettuarsi entro dicembre), e il gioco sarà fatto: l’Imu costerà un piffero di nulla, appena la parvenza di un contributo. Ovviamente gli alberghi, gli ostelli, gli ospedali, le cliniche e le mense italiane si attaccheranno al tram, anche nel caso in cui nei rispettivi atri d’ingresso dovesse campeggiare il crocifisso. Ora. Considerato il periodo, le vicissitudini, i fondi che prima c’erano poi sono scomparsi per gli esodati, il passo indietro sulla scuola, l’Iva al 22 per cento da luglio 2013, era proprio indispensabile fare un altro regalo alla Chiesa? Ma quanta cazzo di paura fa l’inferno?

domenica 11 novembre 2012

Pierfy Casini detto O’ Bizantino: “Qua ci rivuole un Monti-bis”. E Bersani da di matto.

Non si sa se giochino a fare i ladri di Pisa o se, davvero, questa volta, il dissidio fra i due compagni di merende delle elezioni siciliane, sia una cosa seria. Parlare di serietà della politica quando si cita Casini rischia di diventare un arzigogolo, quando poi si affronta il tema Casini tirandoci dentro Bersani, il rischio di rimanere impantanati in ore di inutili discussioni, e di artifici linguistico-verbali sfibranti è serissimo. Ieri è stata una giornata particolare. I due statisti made in Porta Portese si sono beccati come galletti Vallespluga nel pollaio. Lo hanno fatto con rapidissimi scambi di flash d’agenzia che, a un certo punto, non si sapeva se stavano giocando a Battaglia Navale o solo alzando la posta di un gioco senza fine molto virtuale, lontano anni luce dalla realtà di un paese in agonia. Il busillis è la nuova legge elettorale e il cosiddetto premio di maggioranza, quello che dovrebbe spettare al partito che raggiungesse un determinato numero di voti. Ed è sul numero dei voti che la bagarre è scoppiata, o meglio, sulla percentuale a cui arrivare per ottenere 316 onorevoli, la maggioranza assoluta. Bersani, che non è un fesso, anche se da quando piace a De Benedetti ci sta decisamente meno simpatico, ha preso il pallottoliere e si è messo a fare due conti. È stato così che, pallino dopo pallino, si è accorto che neppure alleandosi con Sel e con l’Udc riuscirebbe a raggiungere il numero magico per governare. La conta si è fermata a 297, un numero importante, ma che significherebbe comunque l’impossibilità di mettere in piedi un governo senza ricorrere all’aiuto determinante (ancora una volta) del fantasma del Pdl. Questo conto Casini se l'è fatto da un fottio di tempo. Lui a ragionare in termini di percentuali determinanti, anche se a una cifra, è abituato da sempre. A volte ci sembra più un orafo che pesa carati che un politico alle prese con i problemi dell’Italia, ma Pierfy è fatto così, l’importante è starci, un po’ di qua, un po’ di la, un po’ a destra, un po’ a sinistra. Quello che ci sconvolge è il vezzo tutto italiano di definire politica moderata fare la mignotta, moderatismo invece di prostituzione, mah... Che lingua stupenda, la nostra! Insomma, Piergigi si è reso perfettamente conto del giochetto di Cocorito e ieri, non si sa se per una strana congiunzione astrale, o per un campo magnetico che ha colpito improvvisamente la Capitale, ha risposto al Pierfy facendo finta di tirar fuori la pistola, invece del solito accendino per il sigaro. Su due punti Bersani si è detto irremovibile. Il primo, un nuovo incarico a Monti: “È da ricovero chi pensa a un Monti-bis”. Il secondo, il nuovo assetto politico: “Col ciufolo che io governo ancora col Pdl”. Significa che dopo il voto di aprile, a maggio si riandrà a votare. Significa che il M5S avrà l’85 per cento, e il suo leader governerà con il nome di Grillo Primo in un Parlamento disadorno, con un gruppo elettrogeno a biomassa al posto della normale, costosissima, energia elettrica da petrolio. Siccome la biomassa sarà costituita essenzialmente dai liquami organici di un allevamento di maiali, finalmente in Parlamento si respirerà aria naturale. E se qualcuno ci definisce qualunquisti, anche se è domenica, ‘n’do’ culo!

sabato 10 novembre 2012

Ha ragione Schifani. Con il premio di maggioranza al 42,5 per cento, Grillo rischia di arrivare all’80.

Certo che quando ci si mettono, il Pdl, l’Udc e la Lega ne combinano di disastri! L’ultima trovata è il premio di maggioranza fissato al 42,5 per cento. Significa che nessuno lo raggiungerà, significa paese ingovernabile (quello che vogliono Pdl e Lega), significa paese riconsegnato paro paro al commissario Mario Monti (il desiderio inconfessabile di Casini). L’aria è questa. Giocare allo sfascio è diventato lo sport nazionale perché, pensiamoci bene, il governo dei professori è sì un governo tecnico ma, per far passare le leggi, sempre in Parlamento deve passare, e li chi ce l’ha (ancora) la maggioranza? Il Pdl e quell’accozzaglia di protourbani che si chiamano leghisti. Quando all’Allegra Brigata si unisce Pierfy Gatto Silvestro Casini, il gioco è fatto, i numeri sono tutti dalla loro parte. Così, nonostante l’Europa vieti cambiamenti sostanziali alla legge elettorale nell’anno che precede le elezioni, in Italia facciamo sempre come cazzo ci pare e il guardare agli interessi della nostra botteguccia, diventa lo scopo del fare politica di chi di politica vive, prospera e spera di morire. Per una volta, Bersani e Grillo sono sulla stessa lunghezza d’onda. Non sono prove d’intesa, solo la consapevolezza che la troika, persa per persa, vuole che nessuno vinca. Se passasse la proposta dei quacquaracquà della destra (con pseudo moderati alleati per l’occasione), ci troveremmo di fronte all’ennesimo golpe bianco di questo paese che, come noi, non riesce a trovare un attimo di pace, di serenità, di possibilità di guardare a domani senza l’incubo di un malsano risveglio mattutino. Dopo venti anni di ininterrotto potere silviesco, l’Italia è una nazione ripiegata su se stessa, preda delle piccole paraculaggini giornaliere che servono non perché ci sia un progetto di vita percorribile, ma solo per tirare a campare. Silvio è preoccupatissimo per le sue imprese e il rischio che, smessi i panni del parlamentare, possa finire in galera è molto alto. La Lega si sta trasformando in un movimento locale, una specie di lista di campanile razzista e xenofoba, che ha avuto il suo momento di gloria, ma che è destinata a scomparire vittima delle sue stesse contraddizioni e del fatto che gli abitanti di Bergamo Alta non sopportano quelli di Bergamo Bassa, figuriamoci gli africani di Dakar. Pierfy Casini è l’ultimo baluardo della Balena Bianca, anzi. Lui la incarna, ne rappresenta lo spirito antico, ne è il figlio migliore (o peggiore che dir si voglia), sempre pronto a mercanteggiare sulla scia di un doroteismo d’accatto e senza più i dorotei che lo fecero grande. Pierfy è la vecchia, vecchissima politica del compromesso a tutti i costi e del temporeggiamento: a lui, Fabio Massimo fa una pippa. Matteo Renzi è figlio legittimo del berlusconismo incarnato da Giorgio Gori, cosa volete che ne venga fuori, Einstein? No, solo un altro parolaio. Vendola avrà fatto anche cadere il governo Prodi, come Renzi amabilmente ripete ad ogni occasione, ma proprio per questo non vuole più correre rischi e si appiattisce sulle posizioni del Pd arricchendole di versi poetici, quasi mai dei contenuti della sinistra vera che pure dovrebbe rappresentare. Del Pd è meglio tacere. Dopo la visita non gradita (né richiesta) della GdF nell’ufficio di Piergigi Bersani, il partito che fu di Enrico Berlinguer sembra essere diventato l’incubo peggiore dello statista sardo. Povero Enrico e povere le sue idee sulla moralità. Ma chi vuole farci scrivere che resta Beppe Grillo, non ha capito niente. Purtroppo per lui, il comico genovese è la raffigurazione dell’incultura e poi, diciamolo, a noi il corvo Rockfeller è sempre stato cordialmente antipatico. Resterebbe quella che viene detta comunemente “sinistra estrema”, quella che si spacca a ogni starnuto, a ogni colpo di tosse. Di quella sinistra a noi piace (e commuove) ancora l’Internazionale, l’inno ovviamente, non la visione. “Ma allora come la pensi?” direte voi. Perché non arrivate mai al piè di pagina di questo blog invece di fare sempre la stessa domanda del cazzo? Che c’è, vi si stanca l’indice a muovere la rotella del mouse?

venerdì 9 novembre 2012

E Silvio lanciò Marina. È iniziata la sfida tutta interna al Pdl per la successione al Re.

Era nell’aria. Si sapeva. Si sussurrava. E non era un venticello, tantomeno una calunnia. L’attuale situazione interna del suo partito è disastrosa. L’idea di un “agglomerato liquido, leggero nella struttura e profondamente radicato tra la gente”, si è trasformata in un magma evanescente, anzi evaporante, che non porta da nessun’altra parte se non verso la totale dissoluzione. Nonostante le dichiarazioni d’intenti basate sull’affetto e sulla stima, Silvio considera Angelino Alfano un incapace, altrimenti non lo avrebbe nominato segretario del partito. Poi, pelato com’è e con gli occhi alla Marty Feldman, lo ha sempre reputato più un soggetto da Mel Brooks che non un leader politico. Gli ha fatto comodo in un momento di transizione, ma ora sta arrivando il 2013 e i cannoni devono essere ricaricati. Dal “faremo le primarie”, Silvio è passato nel giro di qualche settimana a “le primarie non servono a nulla se non a dimostrare la nostra debolezza”. Forte dei sondaggi commissionati ad hoc, l’ex premier, quello che rider il mondo fa, è convinto, nonostante la sua presenza (gradimento ormai vicino al 10 per cento), che non si riuscirà a riempire neppure una sala riunioni e allora, piuttosto che rimediare magre stratosferiche, visto che perfino i pensionati della Santanchè, dopo l’eliminazione del Viagra dai benefit, non escono più da Villa Serena, ha pensato che è meglio tornare all’antico: “Pago io, scelgo io e non fracassatemi i cabasisi”. Angelino ha preso la cosa malissimo: "Non faccio il segretario del nulla", ha detto. Si parla di un ufficio di presidenza del Pdl dove sono volati insulti e rinfacci, improperi e minacce e pure qualche spintone. Una riunione talmente tesa che le urla si sono sentite fino a via Sant’Andrea delle Fratte, dove la Guardia di Finanza era intenta a perquisire l’ufficio di Piergigi Bersani. Ma ormai le carte di Silvio sono scoperte. Lui non si fida più di nessuno, tantomeno dei servi che, come ha potuto constatare personalmente, sono infingardi e fedifraghi, come le ragazzine che testimoniano contro di lui in tribunale. Per cui, l’unico di cui può fidarsi ciecamente è il sangue del suo sangue. Non Piersilvio però, che sta ancora tastandosi le palle dopo che il papà ha giurato sulla sua testa di non aver commesso reati, ma Marina, la Berlusconi vera, la Silvio in gonnella e senza travestimenti da serata elegante ad Arcore. Marina è pronta, decisa, cinica, cazzuta e spietata forse più del padre. Anni di Mondadori le hanno insegnato a comandare e a far affari. E poi fateci caso, ha lo stesso sguardo assassino e il medesimo ghigno di Silvio nel 1994. Se i quacquaracquà del suo partito dovessero decidere di andarsene per fatti loro, Silvio non solo è pronto a tagliare i vivere a tutti, ma a buttare decisamente nella mischia la figlia prediletta. Le ancelle del Nano Bifronte lo sanno, fatele largo, sta arrivando Marina.

giovedì 8 novembre 2012

Siamo un paese malato di omofobia. Pdl, Lega e Udc bocciano ancora una volta la legge che la punisce.

Tutto ha una logica. La Lega è ancora in preda a un celodurismo forsennato. I piediellini e gli ex aennini farebbero transitare volentieri i froci e le lesbiche per le camere a gas. L’Udc non potrebbe mai approvare una legge che possa incupire le eminenze di Oltretevere, figuriamoci far lacrimare Benedetto XVI°. Ancora una volta, con una baldanza tanto incivile quanto fuori dal mondo, l’asse dei macho men del centrodestra ha bocciato, in Commissione Giustizia della Camera, la proposta di legge contro l’omofobia e la transfobia, quella che tendeva ad allargare la “legge Mancino” anche ai reati commessi e motivati dall’orientamento sessuale. Inutile dire che in altre parti del mondo le cose vanno diversamente. In Spagna, la Corte Suprema ha sancito la validità dei matrimoni gay. In Francia, proprio in questi giorni, il Parlamento sta per varare la legge contro l’omofobia. In America, la nazione dei quacqueri e del Tea Party, tre stati approvano il matrimonio fra persone dello stesso sesso e gli americani rieleggono un presidente apertamente schierato a favore del matrimonio omosessuale. Noi italiani, invece, dobbiamo farci distinguere, nel bene e nel male. Dobbiamo essere originali e creativi, concreti e fantasiosi ma, soprattutto, dobbiamo tenere alto il nostro status di latin lover inveterati pur se precocemente invecchiati. Cosa passi nella testa degli uomini e delle donne del Pdl, della Lega e dell’Udc non ci è chiaro. Quale perverso meccanismo li tenga ancora morbosamente legati a un concetto di famiglia etero che non esiste più, ci è sconosciuto. A meno che quei geni incompresi del centrodestra ignorino completamente il significato etimologico della parola “omofobia”, e non la ritengano foriera di evirazione tout court, la loro posizione non ha giustificazione alcuna se non nei retaggi ultraconservatori dei casini aperti, delle donne oggetto, dei gay portatori di malattie e dei trans figli naturali di Belzebù. Il problema, dopo anni di vanti da escobador perduti nelle brume delle lenzuola di seta nera, è che in questo caso non c’entrano la religione, il pericolo di devianze pericolose per i giovani, l’essere o costituire un cattivo esempio per i turisti stranieri che affollano le spiagge nostrane in attesa di pappagalli, la difesa ad oltranza di un assunto di virilità fuori da ogni logica e dalla Storia. Torna, prepotente, la paura ancestrale della “diversità”, del non essere “normale” sancito (secondo i destrorsi) da madre natura, di una lettura dei sacri testi parziale e ancora intrisa di tradizione e di pessime interpretazioni. Inutile dire che tutti i movimenti dei gay e delle lesbiche hanno sonoramente protestato, che l’Idv e il Pd (meno Fioroni) ripresenteranno in aula la loro proposta, che i giornali di tutto il mondo stigmatizzano l’arretratezza di una destra machista e forcaiola (contro i sessualmente “diversi” da Giovanardi), che continua a giustificare e tollerare delitti che sono innanzitutto prima contro la persona e poi contro le presunte minoranze. I quacquaracquà del centrodestra italiano ci sembrano quel petroliere texano che si vantava di non essere razzista affermando: “Io non sono razzista, è lui che è negro”. Così, da Silvio a Pierfy passando per Bobo Blues e il Vietti fotografato con la ballerina discinta, tutti si vantano di avere amici gay che stimano e rispettano perché tanto, poverini, loro non sono omofobi, sono gli altri a essere froci.

mercoledì 7 novembre 2012

L’America è Democratica e avanza. l’Italia è Democristiana e annaspa.

La battuta più bella è di Lucia Annunziata a Giuliano Ferrara: “Studia. Sei un perfetto cretino”. Un risolino di troppo sugli schermi di La7 e parte la chiosa. Due schieramenti opposti: Annunziata-Obama, Ferrara-Romney. Veltroni, mentalmente assente. Mentana, agnostico. È la sintesi perfetta dell’Italia davanti alla tivvù per le elezioni americane. Vince Barack Obama e un po’ il mondo respira. La paura di avere per i prossimi quattro anni un’America targata Romney chiusa in se stessa, è scomparsa alle 5.16 del mattino (ora italiana), quando il presidente uscente, e rientrante, ha abbracciato la moglie. Mitt ha chiamato Barack solo un’ora dopo che il risultato era ormai consolidato. Gli spogli dell’Ohio e della Florida hanno tenuto tutti con il fiato sospeso ma poi, alla fine, i 330 voti dei grandi elettori a favore di Obama e, soprattutto quelli dei ceti popolari, hanno chiuso la partita. Vince il Nobel per la Pace, l’uomo che ha sconfitto Osama-Bin, il presidente che ha dato l’assistenza sanitaria a 35 milioni di americani, che si sono sentiti meno abbandonati dalla nazione governata dalle lobbie delle assicurazioni, del tabacco e delle armi. Obama ha subito detto che continuerà a essere il presidente di tutti gli americani, ha invitato Romney a sedersi intorno allo stesso tavolo per parlare dei problemi, ha rivendicato orgogliosamente i passi fatti sul versante dei diritti civili. Lo stesso fair-play di Silvio quando venne eletto: Italia spaccata in due, il presidente del consiglio protettore dei quacquaracquà. Gli States hanno mille problemi. Non è vero che sono i “tutori” della democrazia mondiale, non è vero che le loro guerre sono state (e sono) combattute tutte in nome della libertà e dei diritti umani. Non è vero che sono pacifisti e solidali, aperti e accoglienti. Il grande sogno americano è esistito fino a ieri solo per i ricchi, mentre per gli altri, comprese la “up” e la “middle class”, spesso è stato un incubo. La crisi del 2008 si sente ancora negli Usa come in Europa e nel resto del mondo. I problemi di “controllo” delle aree strategiche non sono stati affatto risolti, così come non trovano ancora una via d’uscita i rapporti commerciali con la Cina e con gli altri Paesi emergenti dell’economia mondiale. La finanza continua a dettar legge senza regole e la speculazione planetaria è lontana dall’essere tenuta sotto controllo. Nonostante tutto, però, noi in Obama continuiamo a crederci. È vero, il Senato è democratico (ieri è stata eletta Tammy Baldwin, la prima senatrice gay dichiarata), ma la Camera è ancora in mano ai repubblicani. Difficile governare un paese in cui i poteri decisionali sono così marcatamente diversi e distanti, però Obama ha dalla sua il fatto che può affrontare un secondo mandato mettendosi a correre, e non temendo più per la sua rielezione. Fuori da ogni bizantinismo, il presidente può dimostrare ora, finalmente, di che pasta è fatto, e se durante il primo mandato qualche “distrazione” poteva essergli perdonata, nel secondo no, perché la sua carriera politica chiuderà comunque nel 2016. Fra quattro anni, ci scommettiamo attributi sparsi e anche un po’ di faccia, Obama farà il conferenziere, il consulente di qualche associazione no-profit, scriverà libri. Le figlie, già cresciute, probabilmente lo renderanno nonno e una panchina del Millennium Park sarà la sua meta preferita nelle ore di ozio. Non si sbatterà per un posto in un consiglio di amministrazione né lotterà come un forsennato per un seggio da senatore. Non temerà di essere arrestato né tirato in ballo in processi di mafia. Non gli si potrà dire di essersi arricchito né di aver compiuto il genocidio culturale nel suo paese. Probabilmente continuerà ad amare solo Michelle e, con lei, terminerà una vita senza fregole né giovanilismi esasperati. Non si tingerà i capelli, non indosserà la bandana, non tuonerà contro Clint Eastwood andando a vedere i suoi film e ritenendolo, nonostante tutto, un grande regista. Parteciperà, con le grucce, ai concerti dei Rolling Stones (anche loro sulle sedie a rotelle) e ai barbecue con Bruce Springsteen. Inaugurerà mostre al MoMa e scriverà fondi di politica internazionale per il Washington Post. Insomma, sarà un uomo normale che un giorno è stato presidente, per due mandati, della più grande potenza mondiale diventata nel frattempo ex. A proposito, i denti e l’igiene della bocca, saranno a cura del suo dentista, uomo, un po’ rinco, professionalmente all’altezza e senza mire politiche a spese del contribuente. Insomma, un altro mondo.

martedì 6 novembre 2012

Tutto il vecchio spacciato per nuovo. Siamo il paese della Balena Bianca diventata fan di De Sade.

L’incredibile insulsaggine di questo paese sta nel fatto che il vecchio viene spesso spacciato per nuovo, e qualche milione di persone ci crede. Tutti rincorrono il nuovo per far colpo su un elettorato stanco e deluso, ma non si rendono conto che i temi, il modo di comunicarli, le idee e i personaggi che si propongono sono sempre gli stessi. Se in Italia la capacità di riciclaggio dei rifiuti fosse appena inferiore a quella di riproporsi in politica, saremmo il paese più ecologico del mondo. Ma questo non accade, quasi mai, e allora la monnezza diventa un business e la politica monnezza. Bastano quattro parole in fila a formare un verso, magari con rima annessa, ed ecco i poeti. Sono sufficienti due lacrime e l’aria contrita nel parlare del bambino preso a forza dalla polizia davanti alla sua scuola, e ci si trasforma in tutori indefessi dell’infanzia violentata, poi, magari, a casa.... È sufficiente andare a Ballarò da Giovanni Floris, per essere descritti (specie se donne) come una sorta di banda di ninfomani pronte a farsi solleticare il punto G, perché quello I non basta. Da qui all’isolamento il passo è breve, e tutto in nome di una disciplina alla “scientology” (parola della Salsi), che ci piace come le donne che dicono sempre “no” e che infestano la vita di uomini fragili in perenne attesa di una carezza. Basta che un tribunale dica: “Hai fatto una cazzata, ora rimedia”, che il rimedio alla cazzata diventa peggiore della cazzata stessa, e tutti a tirar fuori le rappresaglie naziste come se la loro vita fosse stata una passeggiata a piedi nudi nel parco. Poi ci sono i gelosi, quelli che dicono: “O stai con me o ti mollo”, sapendo benissimo che la differenza fra loro e gli altri sta solo nel tasso di mignottaggine appena inferiore. Poi ci sono i puristi e le anime candide. Sentono un’intervista in tivvù e si rendono conto all’improvviso, quasi fulminati sulla via di Damasco, di essere stati per anni al fianco di Belzebù. Se qualcuno gli chiede: “Scusa, ma dove cazzo sei stato fino a ieri, possibile che non ti sia accorto di nulla?” Farfugliano risposte senza senso e abbassano gli occhi, come educande uscite fresche dalle Orsoline con in corpo una gran voglia di fottere. Poi ci sono quelli che dicono “Io e la mafia? Calunnie!” Se poi qualcuno gli fa presente di essere stato la cerniera fra la mafia e lo Stato, il trait-d’union di una politica bestiale basata sulla violenza, la sopraffazione e il ricatto, fanno spallucce. E allora viva Gesù alla processione del venerdì santo. Nascono partiti, si riciclano movimenti, si delineano alleanze, si formano coalizioni. L’Italia è diventato il paese che Machiavelli ha sempre sognato e poi descritto, quello delle sottili strategie nel segreto delle stanze e dei bizantinismi che hanno reso grande la Balena Bianca. Gianfranco Fini viene preso a fischi e insulti ai funerali di Pino Rauti, mancavano gli spintoni e gli sputi, magari i manganelli e i moschetti, altrimenti che fascisti perfetti sarebbero stati? Susanna Camusso dice che la Fiat è “il peggior ambasciatore dell’Italia nel mondo”. Prima c’era Silvio che almeno faceva ridere, ora c’è Marchionne che incute un terrore della madonna. Ma siamo un popolo fatto così, non ci piacciono le vie di mezzo, anche se tutti rincorrono i moderati. Poi ci torna in mente quanto è successo durante il consiglio comunale di Bologna, con la consigliera del M5S lasciata sola dai colleghi di movimento, e ci rendiamo conto di stare vivendo un modo di fare politica aberrante. A Grillo, e al suo guru, restano solo le scudisciate, e poi l’aria da Histoire d’O sarebbe  riproposta nei minimi particolari e nelle grandi atmosfere. Grazie De Sade, anche perché un po’ la faccia da sadico, Matteo Renzi ce l’ha.

lunedì 5 novembre 2012

Pronta la norma sulla ineleggibilità dei condannati. E scoppia la rivolta degli inquisiti.

Marcello Dell’Utri è stato chiarissimo: “Se continueranno a perseguitarmi, mi ricandiderò”. Con tutto il rispetto per Marcellino Pane e Forza Italia, un annullamento della Cassazione della sentenza d’appello (quella dei sette anni), non significa una mazza visto che, come abbiamo spesso scritto, non occorre una sentenza del tribunale per definire una persona degna o no. I suoi rapporti con la mafia sono ormai acclarati, proprio come quelli di Nicola Consentino con la camorra, e continuare a frequentare l’aula del Senato non crediamo rappresenti un biglietto da visita da mostrare con orgoglio al mondo intero né l’attestazione automatica di un garantismo spesso a senso unico. La norma della ministra Cancellieri sulla ineleggibilità, sta andando avanti a grandi passi, quasi una marcia forzata. A gennaio si voterà per rinnovare due consigli regionali importantissimi quali quelli del Lazio e della Lombardia. Arrivare all’appuntamento elettorale con una legge che sancisca l’effettiva estromissione dalle liste dei condannati in via definitiva (a una qualsiasi pena detentiva), rappresenterebbe sicuramente un cambiamento positivo delle pessime abitudini italiane di difendersi dietro un mandato parlamentare. Uno dei tanti aspetti diventati con il tempo intollerabili della politica di questo paese, riguarda l’impunità e la possibilità, una volta eletti, di svignarsela senza colpo ferire da qualsiasi chiamata di responsabilità. In questo momento, nel Parlamento italiano, sono 26 i politici condannati in via definitiva, mentre un centinaio quelli indagati o condannati con sentenza di primo grado. Tutti si dichiarano innocenti, tutti sono disposti a giurare sulla mamma e sulla testa dei figli di non aver commesso alcun reato. Silvio lo fece qualche tempo fa e Piersilvio si sta ancora toccando le palle. Dentro ci sono deputati e senatori di tutti i partiti, di ogni zona geografica, di ogni tendenza sessuale, di ogni orientamento religioso. Dal Nord al Sud, delinquere è diventato una specie di sport nazionale, con l’aggravante di essere un gioco senza regole. Ora, la ministra Cancellieri qualche regola vuole introdurla ma, se pensa che possa essere una passeggiata, sbaglia di grosso. La galera non piace a nessuno, specie dopo aver provato l’ebbrezza del potere vero, il piacere dell’auto blu, la discrezionalità di vita o di morte su un altro individuo. Lo sa Totò Cuffaro, lo sa Alfonso Papa, gli unici che non hanno potuto essere salvati non dai loro colleghi, che lo avrebbero fatto volentieri, ma dal pudore.
A proposito di pudore. Ieri sera da Fazio c’era l’ingegner Carlo De Benedetti, bersaniano di ferro. A prima vista, l’ingegnere sembra un vecchio iscritto al Pci che si è divertito a seguire l’evoluzione del suo partito fino ad approdare al Pd. Abbiamo avuto la ventura di ascoltarlo al Festival dell’Economia di Trento e quella sera l’ingegnere non ci piacque affatto. Falso paternalismo e visione futurista parziale, ce lo mostrarono per quello che effettivamente ha rappresentato nella storia del lavoro italiano: un feroce ristrutturatore a suon di licenziamenti. Ora si gigioneggia parlando di Marchionne e del “10 a 1” delle rappresaglie tedesche nella seconda guerra mondiale, non ricordando quello che combinò a Ivrea con la Olivetti, quello che cercò di fare lui stesso alla Fiat, il rapporto con l’allora vescovo della sua città, monsignor Bettazzi, prima molto comprensivo, poi feroce oppositore della logica imprenditoriale spietata e affamatoria di famiglie dell’ingegnere. Ci è piaciuta la battuta sulla “corruzione del secolo” da parte di Berlusconi nell’affaire Mondadori, ma poi presenta il suo libro pubblicato dalla berlusconiana Einaudi e ci sorge la domanda: “Ma lei, ingegnere, ci fa o ci è?”. Pro-Monti, pro-Bersani e anche pro-derivati. E poi dicono che l’alta finanza in questo paese non conta una mazza.

domenica 4 novembre 2012

Gli americani conoscono esattamente i programmi dei candidati presidenti. Gli italiani anche, porc...

Gli americani ne hanno piene le palle. Una campagna elettorale di un anno e mezzo non si sopporterebbe in nessuna parte del mondo, figuriamoci negli States dove il tempo, così dicono, sembra che scorra più velocemente che in qualsiasi altra parte del mondo. Diciotto mesi di campagna elettorale sfibrerebbero chiunque, farebbero perdere la cognizione del tempo e dello spazio, provocherebbero una crisi di rigetto da astensione di massa. Ma negli Stati Uniti sembra non sia così. Anche se su YouTube gira il video di una bambina che, papale papale, dice che non ne può più. Il risultato di questa prolungata rincorsa alla presidenza è che, a tutt’oggi, i due candidati sono appaiati, fermi al 48% a testa. Il che significa che basterà il voto di uno stato con tre grandi elettori per far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. Quello che è emerso in tutta chiarezza però, da questa infinita campagna elettorale, sono le posizioni dei due contendenti. Tutti gli americani hanno capito cosa accadrebbe se vincesse l’uno o l’altro. Tutto si può rimproverare a Obama e a Romney meno la mancanza di idee e di chiarezza su quello che sarà il futuro della più importante nazione del mondo (ancora per poco, anzi pochissimo). Gli americani sanno, insomma, cosa aspettarsi qualora venisse riconfermato Obama o se dovesse prevalere Mitt Romney. Sperando che non si ripeta lo scandalo dell’elezione di George W. Bush contro Al Gore, con il riconteggio dei voti bloccato dai tribunali, il poter andare a votare conoscendo il programma dei candidati non è poca cosa, esattamente quello che accade in Italia da sempre. O no? Dalle nostre parti pur di accaparrarsi i voti dei “moderati”, i partiti giocano all’appiattimento. E anche se continuiamo ad attendere fiduciosi l’arrivo di un Messia che ci dica cosa cazzo significa essere “moderati”, la sensazione di ritrovarsi ancora una volta di fronte al muro democristiano dei “messaggi trasversali” è netta, molto netta. Prendiamo la Lombardia dove si voterà a gennaio. Il centro-destra si presenterà con due liste, una del Pdl e una Civica, capitanata dall’ex-sindaco di Milano, Gabriele Albertini, sì, proprio quello della grande cementificazione della città e delle sfilate in mutande. Con Albertini dovrebbero scendere in campo anche Montezemolo, Fli e Udc, notoriamente forze appartenenti all’area della “moderazione”. Domandandoci di cosa e di chi faccia parte il Pdl, constatiamo come la Lega non abbia alcuna intenzione di recedere dalla presentazione di Bobo Blues Maroni, candidato Governatore. Nonostante Silvio continui ad affermare “un’altra grande regione del Nord mai a un leghista”, dalle parti di via Bellerio gli fanno sapere che sono semplicemente affari suoi, che la Lega andrà avanti e che a Silvio interessano più le poltrone che la politica. Ma va! Tutto tace, invece, sul fronte del centrosinistra e, in particolare, nessuna nuova dal Pd dopo che Umberto Ambrosoli gli ha cortesemente, ma fermamente, risposto “no grazie”. Orfano dell’Udc, il Pd non sa che pesci pigliare e, pur dovendo confrontarsi con una controparte decisamente frantumata (eufemismo), preferisce continuare a perdere, che costa sempre una minore fatica che vincere e poi governare. Finalmente il Quirinale torna a parlare. Il presidente Napolitano ha detto chiaro e tondo che non ci sono le condizioni per votare anticipatamente, e ha anche fatto capire che il nuovo parlamento, legittimato dalle elezioni politiche, dovrà provvedere innanzitutto a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, ferma la sua volontà di non proseguire il mandato. A questo punto è facile immaginare quale sarà il prossimo scenario: una grande ammucchiata al centro per accaparrarsi gli ultimi spazi costituzionali disponibili, cioè la presidenza del Consiglio e quella della Repubblica. In tutta questa storia c’è una incognita grande come il mondo. Si chiama M5S e sta arrivando.

sabato 3 novembre 2012

Idv: tutti contro Tonino. Ma siamo proprio sicuri che Di Pietro non c’azzecchi più?

Per anni è stato il padre-padrone indiscusso dell’Idv, acronimo che sintetizza l’ “Italia dei Valori”. Su come ci sia diventato, e lo abbia fatto, non ci convincono né la sua versione né quella di Elio Veltri né quella di Filippo Facci. Di Pietro è uno e trino, variabile come il tempo di questi anni tropicali, un po’ pazzo come marzo. All’Italia dei Valori ci siamo avvicinati quando era l’unico partito, o meglio Tonino l’unico leader, che le cantava chiare a Silvio. Gli altri lo consideravano un avversario politico da battere e non un malfattore, come invece l’ex pm di Mani Pulite che evidentemente di carte sul Nano ne aveva lette a bizzeffe. Di Pietro litiga con l’italiano come il sagrestano con la corda attorcigliata delle campane, spesso non ne viene a capo ma alla fine le campane suonano lo stesso. Di Pietro è un po’ rozzo, il suo apologo sul moscone verde (citato anche in questi giorni convulsi), è subliminalmente terribile. Ha detto fin dall’inizio “con Casini Mai”, e ha mantenuto la barra dritta fino alla rottura definitiva con il Pd tremebondo dell’era Bersani. Ha detto del Presidente della Repubblica quello che tutti pensano ma nessuno dice. Con la scusa di essere un po’ buzzurro, fino a qualche tempo fa si permetteva di emettere frasi sibilanti non azzeccando uno straccio di verbo, transitivo o intransitivo che fosse, che dette da un altro sarebbero sembrate bestemmie o vilipendi. A noi, sinceramente, delle case di Di Pietro non frega una mazza. Tonino non sarà un fine linguista, ma conosce benissimo il codice penale, qualcuno può pensare che abbia mai agito contra legem? Al massimo un po’ di furberie sparse, ma sulla legalità delle sue intraprese non staremmo tanto a discutere. A Tonino abbiamo sempre rimproverato di aver imbarcato sul suo partito personaggi dal passato politico discutibile, tutti incensurati, per carità, ma il Nano ci ha fatto capire che spesso non è necessaria la sentenza di un tribunale per essere un figlio di puttana matricolato. A Tonino abbiamo sempre rimproverato di non aver mai fatto pulizia nell’Idv, buttato fuori riciclati e riciclatori, padroncini e signori delle tessere, buoni per una elezione ma letali per un partito che fa della passione una delle sue spinte partecipative più forti. A Tonino abbiamo rimproverato la conduzione del congresso nazionale, la deriva plebiscitaria, il non aver tolto il nome dal simbolo del partito, il non aver mai praticato la democrazia interna, l’aver sostenuto De Luca alle elezioni regionali campane per fare un piacere a Bersani, salvo essere liquidato subito dopo come “non attendibile”. Ma soprattutto, a Tonino abbiamo sempre rimproverato l’abbandono della linea movimentista da parte dell’Italia del Valori. Era talmente convinto di essere diventato forza di governo, che l’ex pm aveva voluto cambiare pelle. E mentre Pancho Pardi e compagnia cantando lo accusavano di essersi messo in pantofole, lui tirava avanti con le alleanze fino alla foto di Vasto. Ora tutto è cambiato. Lo accusano di aver rotto con il Pd, rotto con Sel e di aver re-intrapreso la strada movimentista facendo l’occhiolino a Grillo e al Movimento 5 Stelle. Capo della ribellione è Massimo Donadi che i congiuntivi li azzecca, che è sempre stato il “dialogatore” dell’Idv nel salotto buono di Bruno Vespa, insomma il poliziotto buono mentre Tonino giocava a fare quello cattivo. Dopo l’intervista a Report, dalla quale il “Presidente” è uscito con le ossa rotta, è iniziata la rivolta. A noi viene il sospetto che quella più che una intervista sia stata un’imboscata, ma non abbiamo prove quindi, come sempre, tacciamo. Il fatto che Tonino abbia, subito dopo, detto: “Basta, faccio pulizia”, evidentemente ha messo la fifa blu addosso a qualcuno. Il fatto che abbia ripreso a dialogare con Beppe Grillo fa paura un po’ a tutti, Bersani e Vendola compresi. Il fatto che un’alleanza con il M5S possa combinare uno sconquasso è palese, e pertanto inizia a prevalere la regola del meglio prevenire che curare. Che poi Marco Travaglio venga addirittura additato come l’ispiratore del dialogo, ci sembra più che altro il tentativo penoso di individuare l’ennesimo guru di una politica che non è più politica, ma il tentativo estremo di assicurarsi l’ultima rendita di posizione praticabile in un paese di morti. E nessuno venga a dirci che giochiamo allo sfascio perché se qualcuno non se ne fosse accorto, lo sfascio c’è già.

venerdì 2 novembre 2012

Sora Elsa bacchetta Marchionne. È finita l’epoca scapigliata del Capataz Sergio, il manager filosofo.

È la prima presa di posizione giusta da quando è ministra. Sora Elsa ha impiegato un po’ di tempo, ma alla fine ha capito che ogni tanto un po’ di full-immersion nella realtà non guasta. Perché lei, la ministra del Welfare, tutto sembra meno che una donna abituata a tenere sotto controllo il costo del pane, dell’olio e del latte. Sarà anche vero che non è a capo del Cipe, ma santiiddio è pur sempre una ministra della repubblica, e come tale una cittadina a tutti gli effetti anzi, di più. Sora Elsa bacchetta Marchionne e, se ci è concesso, è una notiziona, come quella del padrone che morde il cane. A parte la Fiom, finora nessuno aveva provato a contrastare il manager dei menager tanto che, bellamente, si era permesso di fare sempre e comunque quel che cazzo gli pareva. Era riuscito a tirare dalla sua parte anche quei gigioni di Raffaele Bonanni e di Luigi Angeletti, sindacalisti a tempo perso, e perfino fior di dirigenti dell’ex Pci, interessati a non guastarsi troppo i rapporti con Torino e la famiglia Agnelli, come Chiamparino e Fassino. Della simpatia di Matteo Renzi non parliamo perché ci viene da ridere, comunque il fatto è che Sergio, abile propagandista di se stesso, aveva tenuto tutti per le palle minacciando la chiusura degli stabilimenti Fiat in Italia e sventolando un investimento da 20 miliardi di euro. Avendo raggiunto solo il primo degli obiettivi che si era proposto, Sergio ha pensato di continuare comunque a fare i comodi suoi e, alla prima occasione, ha voluto dimostrare di che pasta è fatto, un uomo tutto d’un pezzo che non deve chiedere mai, meno che alla Federal Reserve, al presidente americano di turno, a quello serbo, brasiliano, polacco e perché no, anche alla UE, per la serie “è bellissimo fare il manager con i soldi degli altri”. Poi, però, il tribunale di Roma gli dice che non può cacciare dalla fabbrica di Pomigliano d’Arco 19 operai solo perché iscritti alla Fiom. Gli impone di reintegrarli a pieno titolo e lui che fa? Ne caccia 19 per rappresaglia che manco i peggiori dittatori del ‘900. È a questo punto che Sora Elsa si inalbera e, leggendo i giornali esclama: “Perdindirindina!” Chiama Sergio è gli dice chiaro e tondo che così non si fa anche se, per non compromettere del tutto i rapporti, si dice felice che abbia deciso di non chiudere gli impianti italiani. Più netto, anche se apparentemente più distaccato, Corrado Passera: “Quello che ha fatto la Fiat non mi piace”, ha detto il ministro dello Sviluppo, una frase che, per assurdo, è molto più cattiva di quella di Sora Elsa. È un segnale, né forte né inequivocabile, che forse qualcosa si muove, che le regole non possono sempre essere eluse, che in tutti i campi, compreso quello dei rapporti sociali, un po’ di correttezza non guasta mai. A proposito, dopo l’intervista a Report, Tonino Di Pietro è alla prese con una fronda interna da far tremare le vene ai polsi. Ma di questo parleremo domani.

giovedì 1 novembre 2012

La ripicca di baby-Silvio: “Non pago le primarie”. E intanto Marchionne fa “il Marchionne”.

Lo abbiamo scritto e detto decine di volte. Spesso, anzi, spessissimo, Berluspony ci sembra quel bambino ricco e antipatico che pretende di giocare al centro dell’attacco nella speranza di segnare un goal, e se qualcuno prova a dirgli che non riuscirebbe a segnare manco con una matita, perché fondamentalmente è negato, piglia il pallone e se ne torna a casa sua interrompendo la partita. Se qualcuno pensa che la “ripicca” sia una prerogativa dei bambini un po’ viziati, e parecchio scemi, non ha capito nulla del personaggio Silvio che, siccome paga lui, si sente sempre in diritto di scegliere il menu, il vino e pure il dessert. Definitivamente relegato a giocare il ruolo del capo della minoranza del Pdl, Nano Bifronte ha deciso di tagliare i viveri a quella concubina di pseudo-partito che ha deciso di non dargliela più. I suoi (quasi) ex sottoposti, votano il ddl anticorruzione e trovano anche l’accordo sulla Legge di Stabilità con quel figlio di buona mamma di Mario Monti che non lo ha fatto assolvere nell’ultimo processo. Anzi. Le cose stanno, se possibile, peggiorando perché, poco prima di partire per un week-end lungo a Malindi (santi, morti, pilu e champagne), ha ricevuto l’invito del tribunale di Roma per andare a raccontare il perché della sua donazione di 500mila euro a Gianpi Tarantini. La versione ufficiale, concordata con i suoi avvocati, è quella di aver aiutato un amico in difficoltà, quella ufficiosa (sulla quale indaga la procura romana) è che quei soldi siano stati il saldo “pro-silenzio” sulla vicenda delle escort baresi in trasferta a Palazzo Grazioli. Così, mentre Longo e Ghedini lavoreranno in queste ore alla testimonianza del loro capo a Roma, apprendiamo con sgomento che Emilio Fede ha deciso di difendersi da solo nel processo Ruby. “Gli avvocati costano troppo – ha detto Emilio – sono solo un povero pensionato”.
Un altro parecchio ripiccoso è Sergio Marchionne. L’ultima trovata è geniale, tanto che perfino Cesarone Romiti ha dovuto ammettere che l’attuale Ad del Lingotto è molto più birichino di lui. Dunque. Saprete sicuramente che il tribunale del Lavoro di Roma ha condannato la Fiat a reintegrare i 19 lavoratori della Fiom ingiustamente estromessi da Pomigliano. Che cosa ha pensato allora il diabolico Sergio? Di reintegrare i 19 e di licenziarne altrettanti. Il tribunale così è soddisfatto e i lavoratori si ritrovano l’uno contro l’altro armati, a conferma che il dividi et impera è più che mai una strategia vincente. A questo punto, dopo l’annunciata chiusura della Lancia (con la conseguente scomparsa di un marchio storico e la cassa integrazione per centinaia di lavoratori), il mancato investimento di 20 miliardi di euro in Italia, il crollo delle vendite Fiat in Europa, la minaccia di trasferire Jeep all’Est, lo sconquassamento del sindacato, Dracula-Marchionne dovrebbe ritenersi soddisfatto. E invece no. L’ultima trovata è di vendere la Juventus a Donald Trump, che sta ancora cercando il certificato di nascita di Obama. Squadra che vince si cambia, altrimenti il leader soccombe. Lo sa Silvio, lo sa Sergio, lo sa il Quirinale che, in tutto questo ambaradan, continua a tacere. L'ultima nota Istat ci dice che gli under 35 disoccupati sono due su tre. Questo sì che è un paese civile.