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martedì 13 novembre 2012
I 3 dell’Ave Maria, i 4 dell’Apocalisse, i 5 del Pd...
I
3 dell’Ave Maria, i Quattro dell’Apocalisse, i Magnifici 7, i 7 Samurai, i 44 Gatti
dello Zecchino d’Oro and now... i Fantastici 5 del Pd. Chi sia il genio di
cotanta scempiaggine grafica non ci è dato di conoscerlo né avvertiamo l’esigenza di
farlo. Non vorremmo che subliminalmente il creativo si fosse rifatto ai
Mercenari 1 e 2 del cinematografo, perché ci sarebbe da ridere. Vediamo, assegniamo
i ruoli. Piergigi Bersani è Silvester (Stallone): il ghigno è alla Crozza ma
ormai non si sa più chi imiti chi. Tabacci, è Arnold (Schwarzenegger), talmente
democristiano che da repubblicano governa alla grande in California. Matteo, è Jet
(Li), non solo gli somiglia fisicamente, ma ci sembra l’unico in grado di
spiccare un salto, almeno dalla sedia. Nichi Vendola è Jean-Claude (Van Damme),
il più romantico e poetico di questa compagnia di giro. Laura (Puppato) è Dolph
(Lundgren), sta li ma non si sa bene perché, quota rosa?. Chi ieri sera voleva le scintille
ha dovuto accontentarsi di qualche fiammella di un Bic da un euro. Chi si
aspettava sangue a fiumi e morti sulla strada (compresa la zelante e
rigidamente inutile redazione di Sky), ha preso atto che con gente abituata a
trattare con i democristiani (o che democristiana lo è stata davvero), tante
precauzioni non servono, perché “loro” sanno benissimo fino a dove possono
spingersi. Sono stati d’accordo (o quasi, ma sottili, impercettibili differenze),
praticamente su tutto. Si sono alzate le sopracciglia solo quando si è parlato
di alleanze, con Casini che aleggiava come un avvoltoio felice sull’agonia di quella
che dovrebbe essere la sinistra italiana, prima ancora del centrosinistra.
Bersani è decisamente a favore, lui a Casini vuole un bene della madonna e poi
è sponsorizzato da Massimo D’Alema, che ancora non ci ha fatto sapere cosa farà
da grande. Con Bersani, Bruno Tabacci, ma era una cosa ovvia. Contrari Vendola
(ovvio) e Renzi, il quale vede in Casini l’unico rivale nella sua corsa a
destra. Abbiamo notato, con piacere, la sottile presa per i fondelli della capogruppo
del Pd in Veneto, Laura Puppato, al Cocorito: “Se Casini avesse una opinione un
po’ più chiara, avremmo qualche carta in più da giocare”. Che vi dobbiamo
tradurre noi quello che l’unica donna del Pd alle primarie ha detto? Il resto
sono state le solite frasi fatte con due bersagli da colpire: la Sora Elsa
(Fornero) e Sergio (Marchionne), al quale Renzi non ha risparmiato nulla,
neppure velati insulti, mentre la ministra del Welfare sta cordialmente sulle
palle a tutti. Per chi voteremmo se volessimo farci schedare ma non ne abbiamo nessuna intenzione? Probabilmente per
Laura Puppato. Alla fine, dall’alto di una dolcezza mai sottomessa, è l’unica
che ha qualche freccia al suo arco, comprese le palle. Scendere in un’arena di
soli uomini non è facile, ma poi, la signora Puppato, si è ricordata chi erano gli uomini che avrebbero interagito con lei e non ha avuto più alcun timore.
lunedì 12 novembre 2012
Silvio come Eugenio, parola di Angelino. E la Chiesa si ritrova lo sconto sull’Imu.
Dopo
aver appreso, con sgomento, direttamente da Boccuccia di Rosa Alfano, che per il
Pdl Silvio Berlusconi è come Eugenio Scalfari per laRepubblica, ci siamo chiesti che
fine abbia fatto l’unica sinapsi vivente del segretario dei quacquaracquà.
Sicuramente veleggia nel mare di Malindi o, più probabilmente, è ancora
impegnata a capire il perché dell’astensionismo mafioso in Sicilia, un chiaro
fenomeno politico-sociologico che merita il necessario approfondimento da parte
di uno statista del calibro di Angelino Alfano, chauffeur a tempo pieno,
segretario di partito nel weekend. Il paragone fra Scalfari e Berlusconi, oltreché irriverente, è il
chiaro segnale della completa a-sintonia di questi politici con la vita di tutti
i giorni, con un mondo vero, reale, che cerca ancora di produrre, con i fermenti
culturali che, nonostante loro, questo paese ancora ha. Non ci sorprende,
Angelino. Né ci ha sconvolto ieri Matteo Renzi a “Quelli che... “ né il fatto che
dopo aver accettato la piattaforma Sky per lo scontro con Piergigi Bersani,
abbia tirato fuori all’improvviso la “risorsa” Fazio come se, invece di contendersi
la leadership del Pd, dovesse vendere 700mila copie del suo ultimo libro. Ma da
chi deve la sua visibilità pubblica alla “Ruota della fortuna”, cosa volete
aspettarvi, che vada a Quark? Ma a parte i fenomeni di ordinario mezzoseghismo
che riempiono le nostre vuote giornate alla ricerca di un senso, accadono fatti
che peggiorano, se possibile, il nostro malumore e la nostra ormai acclarata
ipersensibilità ad alcuni prodotti politico-sintetici che infestano il mercato
degli psicofarmaci acquietanti. Non si sa come, non si sa attraverso quale diabolico
marchingegno, il governo Monti è riuscito ancora una volta a mettere la Chiesa
su un gradino diverso da quello di un normale contribuente, cittadino di questa
nazione infestata da bacchettoni. Con un vero e proprio blitz, il Governo ha
infatti deciso di alleggerire, motu proprio, l’Imu per le proprietà di Santa
Madre. Lo ha fatto ridefinendo addirittura il termine “commerciale” e solo per
quegli enti ecclesiastici che traggono profitto dalle loro attività (alberghi,
ospedali, ostelli, mense, cliniche). Per queste strutture basterà un “cambio di
indirizzo” nel loro statuto (da effettuarsi entro dicembre), e il gioco sarà
fatto: l’Imu costerà un piffero di nulla, appena la parvenza di un contributo.
Ovviamente gli alberghi, gli ostelli, gli ospedali, le cliniche e le mense
italiane si attaccheranno al tram, anche nel caso in cui nei rispettivi atri d’ingresso
dovesse campeggiare il crocifisso. Ora. Considerato il periodo, le
vicissitudini, i fondi che prima c’erano poi sono scomparsi per gli esodati, il
passo indietro sulla scuola, l’Iva al 22 per cento da luglio 2013, era proprio
indispensabile fare un altro regalo alla Chiesa? Ma quanta cazzo di paura fa l’inferno?
domenica 11 novembre 2012
Pierfy Casini detto O’ Bizantino: “Qua ci rivuole un Monti-bis”. E Bersani da di matto.
Non
si sa se giochino a fare i ladri di Pisa o se, davvero, questa volta, il
dissidio fra i due compagni di merende delle elezioni siciliane, sia una cosa
seria. Parlare di serietà della politica quando si cita Casini rischia di
diventare un arzigogolo, quando poi si affronta il tema Casini tirandoci dentro
Bersani, il rischio di rimanere impantanati in ore di inutili discussioni, e di
artifici linguistico-verbali sfibranti è serissimo. Ieri è stata una giornata
particolare. I due statisti made in Porta Portese si sono beccati come galletti Vallespluga nel pollaio. Lo hanno fatto con rapidissimi scambi di
flash d’agenzia che, a un certo punto, non si sapeva se stavano giocando a Battaglia Navale o solo alzando la posta di un gioco senza fine molto virtuale,
lontano anni luce dalla realtà di un paese in agonia. Il busillis è la nuova
legge elettorale e il cosiddetto premio di maggioranza, quello che dovrebbe
spettare al partito che raggiungesse un determinato numero di voti. Ed è sul numero
dei voti che la bagarre è scoppiata, o meglio, sulla percentuale a cui arrivare per ottenere 316 onorevoli, la maggioranza assoluta. Bersani, che non è un
fesso, anche se da quando piace a De Benedetti ci sta decisamente meno
simpatico, ha preso il pallottoliere e si è messo a fare due conti. È stato
così che, pallino dopo pallino, si è accorto che neppure alleandosi con Sel e
con l’Udc riuscirebbe a raggiungere il numero magico per governare. La conta si
è fermata a 297, un numero importante, ma che significherebbe comunque l’impossibilità di mettere in piedi un governo senza ricorrere all’aiuto determinante (ancora
una volta) del fantasma del Pdl. Questo conto Casini se l'è fatto da un fottio
di tempo. Lui a ragionare in termini di percentuali determinanti, anche se a
una cifra, è abituato da sempre. A volte ci sembra più un orafo che pesa
carati che un politico alle prese con i problemi dell’Italia, ma Pierfy è fatto
così, l’importante è starci, un po’ di qua, un po’ di la, un po’ a destra, un
po’ a sinistra. Quello che ci sconvolge è il vezzo tutto italiano di definire politica
moderata fare la mignotta, moderatismo invece di prostituzione, mah... Che
lingua stupenda, la nostra! Insomma, Piergigi si è reso perfettamente conto del
giochetto di Cocorito e ieri, non si sa se per una strana congiunzione astrale, o
per un campo magnetico che ha colpito improvvisamente la Capitale, ha risposto
al Pierfy facendo finta di tirar fuori la pistola, invece del solito accendino per il
sigaro. Su due punti Bersani si è detto irremovibile. Il primo, un nuovo incarico a Monti: “È
da ricovero chi pensa a un Monti-bis”. Il secondo, il nuovo assetto politico: “Col
ciufolo che io governo ancora col Pdl”. Significa che dopo il voto di aprile, a
maggio si riandrà a votare. Significa che il M5S avrà l’85 per cento, e il suo
leader governerà con il nome di Grillo Primo in un Parlamento disadorno, con un gruppo
elettrogeno a biomassa al posto della normale, costosissima, energia elettrica
da petrolio. Siccome la biomassa sarà costituita essenzialmente dai liquami
organici di un allevamento di maiali, finalmente in Parlamento si respirerà aria
naturale. E se qualcuno ci definisce qualunquisti, anche se è domenica, ‘n’do’
culo!
sabato 10 novembre 2012
Ha ragione Schifani. Con il premio di maggioranza al 42,5 per cento, Grillo rischia di arrivare all’80.
Certo
che quando ci si mettono, il Pdl, l’Udc e la Lega ne combinano di disastri! L’ultima
trovata è il premio di maggioranza fissato al 42,5 per cento. Significa che
nessuno lo raggiungerà, significa paese ingovernabile (quello che vogliono Pdl
e Lega), significa paese riconsegnato paro paro al commissario Mario Monti (il
desiderio inconfessabile di Casini). L’aria è questa. Giocare allo sfascio è
diventato lo sport nazionale perché, pensiamoci bene, il governo dei professori
è sì un governo tecnico ma, per far passare le leggi, sempre in Parlamento deve
passare, e li chi ce l’ha (ancora) la maggioranza? Il Pdl e quell’accozzaglia
di protourbani che si chiamano leghisti. Quando all’Allegra Brigata si unisce Pierfy
Gatto Silvestro Casini, il gioco è fatto, i numeri sono tutti dalla loro parte.
Così, nonostante l’Europa vieti cambiamenti sostanziali alla legge elettorale
nell’anno che precede le elezioni, in Italia facciamo sempre come cazzo ci pare
e il guardare agli interessi della nostra botteguccia, diventa lo scopo del
fare politica di chi di politica vive, prospera e spera di morire. Per una
volta, Bersani e Grillo sono sulla stessa lunghezza d’onda. Non sono prove d’intesa,
solo la consapevolezza che la troika, persa per persa, vuole che nessuno
vinca. Se passasse la proposta dei quacquaracquà della destra (con pseudo
moderati alleati per l’occasione), ci troveremmo di fronte all’ennesimo golpe bianco
di questo paese che, come noi, non riesce a trovare un attimo di pace, di
serenità, di possibilità di guardare a domani senza l’incubo di un malsano
risveglio mattutino. Dopo venti anni di ininterrotto potere silviesco, l’Italia
è una nazione ripiegata su se stessa, preda delle piccole paraculaggini
giornaliere che servono non perché ci sia un progetto di vita percorribile,
ma solo per tirare a campare. Silvio è preoccupatissimo per le sue imprese e il
rischio che, smessi i panni del parlamentare, possa finire in galera è molto
alto. La Lega si sta trasformando in un movimento locale, una specie di lista
di campanile razzista e xenofoba, che ha avuto il suo momento di gloria, ma che
è destinata a scomparire vittima delle sue stesse contraddizioni e del fatto
che gli abitanti di Bergamo Alta non sopportano quelli di Bergamo Bassa,
figuriamoci gli africani di Dakar. Pierfy Casini è l’ultimo baluardo della
Balena Bianca, anzi. Lui la incarna, ne rappresenta lo spirito antico, ne è il
figlio migliore (o peggiore che dir si voglia), sempre pronto a mercanteggiare
sulla scia di un doroteismo d’accatto e senza più i dorotei che lo fecero
grande. Pierfy è la vecchia, vecchissima politica del compromesso a tutti i
costi e del temporeggiamento: a lui, Fabio Massimo fa una pippa. Matteo Renzi è
figlio legittimo del berlusconismo incarnato da Giorgio Gori, cosa volete che
ne venga fuori, Einstein? No, solo un altro parolaio. Vendola avrà fatto anche
cadere il governo Prodi, come Renzi amabilmente ripete ad ogni occasione, ma
proprio per questo non vuole più correre rischi e si appiattisce sulle
posizioni del Pd arricchendole di versi poetici, quasi mai dei contenuti della
sinistra vera che pure dovrebbe rappresentare. Del Pd è meglio tacere. Dopo la visita non
gradita (né richiesta) della GdF nell’ufficio di Piergigi Bersani, il partito
che fu di Enrico Berlinguer sembra essere diventato l’incubo peggiore dello
statista sardo. Povero Enrico e povere le sue idee sulla moralità. Ma chi vuole
farci scrivere che resta Beppe Grillo, non ha capito niente. Purtroppo per lui,
il comico genovese è la raffigurazione dell’incultura e poi, diciamolo, a noi
il corvo Rockfeller è sempre stato cordialmente antipatico. Resterebbe quella
che viene detta comunemente “sinistra estrema”, quella che si spacca a ogni
starnuto, a ogni colpo di tosse. Di quella sinistra a noi piace (e commuove) ancora l’Internazionale,
l’inno ovviamente, non la visione. “Ma allora come la pensi?” direte voi. Perché
non arrivate mai al piè di pagina di questo blog invece di fare sempre la
stessa domanda del cazzo? Che c’è, vi si stanca l’indice a muovere la rotella
del mouse?
venerdì 9 novembre 2012
E Silvio lanciò Marina. È iniziata la sfida tutta interna al Pdl per la successione al Re.
Era
nell’aria. Si sapeva. Si sussurrava. E non era un venticello, tantomeno una
calunnia. L’attuale situazione interna del suo partito è disastrosa. L’idea di
un “agglomerato liquido, leggero nella struttura e profondamente radicato tra
la gente”, si è trasformata in un magma evanescente, anzi evaporante, che non
porta da nessun’altra parte se non verso la totale dissoluzione. Nonostante le
dichiarazioni d’intenti basate sull’affetto e sulla stima, Silvio considera
Angelino Alfano un incapace, altrimenti non lo avrebbe nominato segretario del
partito. Poi, pelato com’è e con gli occhi alla Marty Feldman, lo ha sempre
reputato più un soggetto da Mel Brooks che non un leader politico. Gli ha
fatto comodo in un momento di transizione, ma ora sta arrivando il 2013 e i
cannoni devono essere ricaricati. Dal “faremo le primarie”, Silvio è passato
nel giro di qualche settimana a “le primarie non servono a nulla se non a
dimostrare la nostra debolezza”. Forte dei sondaggi commissionati ad hoc, l’ex
premier, quello che rider il mondo fa, è convinto, nonostante la sua presenza
(gradimento ormai vicino al 10 per cento), che non si riuscirà a riempire
neppure una sala riunioni e allora, piuttosto che rimediare magre stratosferiche,
visto che perfino i pensionati della Santanchè, dopo l’eliminazione del Viagra
dai benefit, non escono più da Villa Serena, ha pensato che è meglio tornare
all’antico: “Pago io, scelgo io e non fracassatemi i cabasisi”. Angelino ha
preso la cosa malissimo: "Non faccio il segretario del nulla", ha detto. Si parla di un ufficio di presidenza del Pdl dove sono
volati insulti e rinfacci, improperi e minacce e pure qualche spintone. Una
riunione talmente tesa che le urla si sono sentite fino a via Sant’Andrea delle
Fratte, dove la Guardia di Finanza era intenta a perquisire l’ufficio di
Piergigi Bersani. Ma ormai le carte di Silvio sono scoperte. Lui non si fida
più di nessuno, tantomeno dei servi che, come ha potuto constatare
personalmente, sono infingardi e fedifraghi, come le ragazzine che testimoniano
contro di lui in tribunale. Per cui, l’unico di cui può fidarsi ciecamente è il
sangue del suo sangue. Non Piersilvio però, che sta ancora tastandosi le palle
dopo che il papà ha giurato sulla sua testa di non aver commesso reati, ma
Marina, la Berlusconi vera, la Silvio in gonnella e senza travestimenti da
serata elegante ad Arcore. Marina è pronta, decisa, cinica, cazzuta e spietata forse
più del padre. Anni di Mondadori le hanno insegnato a comandare e a far affari.
E poi fateci caso, ha lo stesso sguardo assassino e il medesimo ghigno di
Silvio nel 1994. Se i quacquaracquà del suo partito dovessero decidere di
andarsene per fatti loro, Silvio non solo è pronto a tagliare i vivere a tutti,
ma a buttare decisamente nella mischia la figlia prediletta. Le ancelle del
Nano Bifronte lo sanno, fatele largo, sta arrivando Marina.
giovedì 8 novembre 2012
Siamo un paese malato di omofobia. Pdl, Lega e Udc bocciano ancora una volta la legge che la punisce.
Tutto
ha una logica. La Lega è ancora in preda a un celodurismo forsennato. I
piediellini e gli ex aennini farebbero transitare volentieri i froci e le
lesbiche per le camere a gas. L’Udc non potrebbe mai approvare una legge che
possa incupire le eminenze di Oltretevere, figuriamoci far lacrimare Benedetto
XVI°. Ancora una volta, con una baldanza tanto incivile quanto fuori dal mondo,
l’asse dei macho men del centrodestra ha bocciato, in Commissione Giustizia
della Camera, la proposta di legge contro l’omofobia e la transfobia, quella
che tendeva ad allargare la “legge Mancino” anche ai reati commessi e motivati
dall’orientamento sessuale. Inutile dire
che in altre parti del mondo le cose vanno diversamente. In Spagna, la Corte
Suprema ha sancito la validità dei matrimoni gay. In Francia, proprio in questi
giorni, il Parlamento sta per varare la legge contro l’omofobia. In America, la
nazione dei quacqueri e del Tea Party, tre stati approvano il matrimonio fra
persone dello stesso sesso e gli americani rieleggono un presidente apertamente
schierato a favore del matrimonio omosessuale. Noi italiani, invece, dobbiamo
farci distinguere, nel bene e nel male. Dobbiamo essere originali e creativi,
concreti e fantasiosi ma, soprattutto, dobbiamo tenere alto il nostro status di
latin lover inveterati pur se precocemente invecchiati. Cosa passi nella
testa degli uomini e delle donne del Pdl, della Lega e dell’Udc non ci è
chiaro. Quale perverso meccanismo li tenga ancora morbosamente legati a un
concetto di famiglia etero che non esiste più, ci è sconosciuto. A meno che
quei geni incompresi del centrodestra ignorino completamente il significato
etimologico della parola “omofobia”, e non la ritengano foriera di evirazione
tout court, la loro posizione non ha giustificazione alcuna se non nei retaggi
ultraconservatori dei casini aperti, delle donne oggetto, dei gay portatori di
malattie e dei trans figli naturali di Belzebù. Il problema, dopo anni di vanti
da escobador perduti nelle brume delle lenzuola di seta nera, è che in questo
caso non c’entrano la religione, il pericolo di devianze pericolose per i giovani,
l’essere o costituire un cattivo esempio per i turisti stranieri che affollano
le spiagge nostrane in attesa di pappagalli, la difesa ad oltranza di un
assunto di virilità fuori da ogni logica e dalla Storia. Torna, prepotente, la
paura ancestrale della “diversità”, del non essere “normale” sancito (secondo i
destrorsi) da madre natura, di una lettura dei sacri testi parziale e ancora intrisa di
tradizione e di pessime interpretazioni. Inutile dire che tutti i movimenti dei
gay e delle lesbiche hanno sonoramente protestato, che l’Idv e il Pd (meno Fioroni) ripresenteranno in aula la loro proposta, che i giornali di tutto il mondo
stigmatizzano l’arretratezza di una destra machista e forcaiola (contro i
sessualmente “diversi” da Giovanardi), che continua a giustificare e tollerare
delitti che sono innanzitutto prima contro la persona e poi contro le presunte
minoranze. I quacquaracquà del centrodestra italiano ci sembrano quel
petroliere texano che si vantava di non essere razzista affermando: “Io non
sono razzista, è lui che è negro”. Così, da Silvio a Pierfy passando per Bobo
Blues e il Vietti fotografato con la ballerina discinta, tutti si vantano di
avere amici gay che stimano e rispettano perché tanto, poverini, loro non sono
omofobi, sono gli altri a essere froci.
mercoledì 7 novembre 2012
L’America è Democratica e avanza. l’Italia è Democristiana e annaspa.
La battuta più bella è di Lucia Annunziata a Giuliano Ferrara: “Studia.
Sei un perfetto cretino”. Un risolino di troppo sugli schermi di La7 e parte la
chiosa. Due schieramenti opposti: Annunziata-Obama, Ferrara-Romney. Veltroni, mentalmente assente.
Mentana, agnostico. È la sintesi perfetta dell’Italia davanti alla tivvù per le
elezioni americane. Vince Barack Obama e un po’ il mondo respira. La paura di
avere per i prossimi quattro anni un’America targata Romney chiusa in se stessa,
è scomparsa alle 5.16 del mattino (ora italiana), quando il presidente uscente,
e rientrante, ha abbracciato la moglie. Mitt ha chiamato Barack solo un’ora
dopo che il risultato era ormai consolidato. Gli spogli dell’Ohio e della Florida
hanno tenuto tutti con il fiato sospeso ma poi, alla fine, i 330 voti dei
grandi elettori a favore di Obama e, soprattutto quelli dei ceti popolari,
hanno chiuso la partita. Vince il Nobel per la Pace, l’uomo che ha sconfitto
Osama-Bin, il presidente che ha dato l’assistenza sanitaria a 35 milioni di
americani, che si sono sentiti meno abbandonati dalla nazione governata dalle lobbie delle assicurazioni, del tabacco e delle armi. Obama ha subito detto che
continuerà a essere il presidente di tutti gli americani, ha invitato Romney a
sedersi intorno allo stesso tavolo per parlare dei problemi, ha rivendicato
orgogliosamente i passi fatti sul versante dei diritti civili. Lo stesso
fair-play di Silvio quando venne eletto: Italia spaccata in due, il presidente del
consiglio protettore dei quacquaracquà. Gli States hanno mille problemi. Non è vero che
sono i “tutori” della democrazia mondiale, non è vero che le loro guerre sono
state (e sono) combattute tutte in nome della libertà e dei diritti umani. Non
è vero che sono pacifisti e solidali, aperti e accoglienti. Il grande sogno
americano è esistito fino a ieri solo per i ricchi, mentre per gli altri,
comprese la “up” e la “middle class”, spesso è stato un incubo. La crisi del
2008 si sente ancora negli Usa come in Europa e nel resto del mondo. I problemi
di “controllo” delle aree strategiche non sono stati affatto risolti, così come
non trovano ancora una via d’uscita i rapporti commerciali con la Cina e con
gli altri Paesi emergenti dell’economia mondiale. La finanza continua a dettar
legge senza regole e la speculazione planetaria è lontana dall’essere tenuta
sotto controllo. Nonostante tutto, però, noi in Obama continuiamo a crederci. È
vero, il Senato è democratico (ieri è stata eletta Tammy Baldwin, la prima
senatrice gay dichiarata), ma la Camera è ancora in mano ai repubblicani.
Difficile governare un paese in cui i poteri decisionali sono così marcatamente
diversi e distanti, però Obama ha dalla sua il fatto che può affrontare un
secondo mandato mettendosi a correre, e non temendo più per la sua rielezione.
Fuori da ogni bizantinismo, il presidente può dimostrare ora, finalmente, di
che pasta è fatto, e se durante il primo mandato qualche “distrazione” poteva
essergli perdonata, nel secondo no, perché la sua carriera politica chiuderà comunque
nel 2016. Fra quattro anni, ci scommettiamo attributi sparsi e anche un po’ di
faccia, Obama farà il conferenziere, il consulente di qualche associazione no-profit,
scriverà libri. Le figlie, già cresciute, probabilmente lo renderanno nonno e
una panchina del Millennium Park sarà la sua meta preferita nelle ore di ozio.
Non si sbatterà per un posto in un consiglio di amministrazione né lotterà come
un forsennato per un seggio da senatore. Non temerà di essere arrestato né
tirato in ballo in processi di mafia. Non gli si potrà dire di essersi
arricchito né di aver compiuto il genocidio culturale nel suo paese. Probabilmente
continuerà ad amare solo Michelle e, con lei, terminerà una vita senza fregole
né giovanilismi esasperati. Non si tingerà i capelli, non indosserà la bandana,
non tuonerà contro Clint Eastwood andando a vedere i suoi film e ritenendolo,
nonostante tutto, un grande regista. Parteciperà, con le grucce, ai concerti
dei Rolling Stones (anche loro sulle sedie a rotelle) e ai barbecue con Bruce
Springsteen. Inaugurerà mostre al MoMa e scriverà fondi di politica
internazionale per il Washington Post. Insomma, sarà un uomo normale che un
giorno è stato presidente, per due mandati, della più grande potenza mondiale
diventata nel frattempo ex. A proposito, i denti e l’igiene della bocca, saranno
a cura del suo dentista, uomo, un po’ rinco, professionalmente all’altezza e senza mire politiche a spese del contribuente. Insomma, un altro mondo.
martedì 6 novembre 2012
Tutto il vecchio spacciato per nuovo. Siamo il paese della Balena Bianca diventata fan di De Sade.
L’incredibile
insulsaggine di questo paese sta nel fatto che il vecchio viene spesso spacciato
per nuovo, e qualche milione di persone ci crede. Tutti rincorrono il nuovo per
far colpo su un elettorato stanco e deluso, ma non si rendono conto che i temi,
il modo di comunicarli, le idee e i personaggi che si propongono sono sempre gli
stessi. Se in Italia la capacità di riciclaggio dei rifiuti fosse appena
inferiore a quella di riproporsi in politica, saremmo il paese più ecologico
del mondo. Ma questo non accade, quasi mai, e allora la monnezza diventa un
business e la politica monnezza. Bastano quattro parole in fila a formare un
verso, magari con rima annessa, ed ecco i poeti. Sono sufficienti due lacrime e
l’aria contrita nel parlare del bambino preso a forza dalla polizia davanti
alla sua scuola, e ci si trasforma in tutori indefessi dell’infanzia violentata,
poi, magari, a casa.... È sufficiente andare a Ballarò da Giovanni Floris, per
essere descritti (specie se donne) come una sorta di banda di ninfomani pronte
a farsi solleticare il punto G, perché quello I non basta. Da qui all’isolamento
il passo è breve, e tutto in nome di una disciplina alla “scientology” (parola
della Salsi), che ci piace come le donne che dicono sempre “no” e che infestano
la vita di uomini fragili in perenne attesa di una carezza. Basta che un
tribunale dica: “Hai fatto una cazzata, ora rimedia”, che il rimedio alla
cazzata diventa peggiore della cazzata stessa, e tutti a tirar fuori le
rappresaglie naziste come se la loro vita fosse stata una passeggiata a piedi
nudi nel parco. Poi ci sono i gelosi, quelli che dicono: “O stai con me o ti
mollo”, sapendo benissimo che la differenza fra loro e gli altri sta solo nel
tasso di mignottaggine appena inferiore. Poi ci sono i puristi e le anime
candide. Sentono un’intervista in tivvù e si rendono conto all’improvviso,
quasi fulminati sulla via di Damasco, di essere stati per anni al fianco di
Belzebù. Se qualcuno gli chiede: “Scusa, ma dove cazzo sei stato fino a ieri,
possibile che non ti sia accorto di nulla?” Farfugliano risposte senza senso e
abbassano gli occhi, come educande uscite fresche dalle Orsoline con in corpo
una gran voglia di fottere. Poi ci sono quelli che dicono “Io e la mafia?
Calunnie!” Se poi qualcuno gli fa presente di essere stato la cerniera fra la
mafia e lo Stato, il trait-d’union di una politica bestiale basata sulla
violenza, la sopraffazione e il ricatto, fanno spallucce. E allora viva Gesù
alla processione del venerdì santo. Nascono partiti, si riciclano movimenti, si
delineano alleanze, si formano coalizioni. L’Italia è diventato il paese che
Machiavelli ha sempre sognato e poi descritto, quello delle sottili strategie
nel segreto delle stanze e dei bizantinismi che hanno reso grande la Balena
Bianca. Gianfranco Fini viene preso a fischi e insulti ai funerali di Pino Rauti,
mancavano gli spintoni e gli sputi, magari i manganelli e i moschetti, altrimenti
che fascisti perfetti sarebbero stati? Susanna Camusso dice che la Fiat è “il
peggior ambasciatore dell’Italia nel mondo”. Prima c’era Silvio che almeno
faceva ridere, ora c’è Marchionne che incute un terrore della madonna. Ma siamo
un popolo fatto così, non ci piacciono le vie di mezzo, anche se tutti
rincorrono i moderati. Poi ci torna in mente quanto è successo durante il
consiglio comunale di Bologna, con la consigliera del M5S lasciata sola dai
colleghi di movimento, e ci rendiamo conto di stare vivendo un modo di fare
politica aberrante. A Grillo, e al suo guru, restano solo le scudisciate, e poi l’aria
da Histoire d’O sarebbe riproposta nei minimi particolari e nelle grandi
atmosfere. Grazie De Sade, anche perché un po’ la faccia da sadico, Matteo
Renzi ce l’ha.
lunedì 5 novembre 2012
Pronta la norma sulla ineleggibilità dei condannati. E scoppia la rivolta degli inquisiti.
Marcello
Dell’Utri è stato chiarissimo: “Se continueranno a perseguitarmi, mi
ricandiderò”. Con tutto il rispetto per Marcellino Pane e Forza Italia, un
annullamento della Cassazione della sentenza d’appello (quella dei sette anni),
non significa una mazza visto che, come abbiamo spesso scritto, non occorre una
sentenza del tribunale per definire una persona degna o no. I suoi rapporti con
la mafia sono ormai acclarati, proprio come quelli di Nicola Consentino con la
camorra, e continuare a frequentare l’aula del Senato non crediamo rappresenti
un biglietto da visita da mostrare con orgoglio al mondo intero né l’attestazione
automatica di un garantismo spesso a senso unico. La norma della ministra
Cancellieri sulla ineleggibilità, sta andando avanti a grandi passi, quasi una
marcia forzata. A gennaio si voterà per rinnovare due consigli regionali
importantissimi quali quelli del Lazio e della Lombardia. Arrivare all’appuntamento
elettorale con una legge che sancisca l’effettiva estromissione dalle liste dei
condannati in via definitiva (a una qualsiasi pena detentiva), rappresenterebbe
sicuramente un cambiamento positivo delle pessime abitudini italiane di
difendersi dietro un mandato parlamentare. Uno dei tanti aspetti diventati con
il tempo intollerabili della politica di questo paese, riguarda l’impunità e la
possibilità, una volta eletti, di svignarsela senza colpo ferire da qualsiasi
chiamata di responsabilità. In questo momento, nel Parlamento italiano, sono 26
i politici condannati in via definitiva, mentre un centinaio quelli indagati o
condannati con sentenza di primo grado. Tutti si dichiarano innocenti, tutti
sono disposti a giurare sulla mamma e sulla testa dei figli di non aver
commesso alcun reato. Silvio lo fece qualche tempo fa e Piersilvio si sta
ancora toccando le palle. Dentro ci sono deputati e senatori di tutti i
partiti, di ogni zona geografica, di ogni tendenza sessuale, di ogni
orientamento religioso. Dal Nord al Sud, delinquere è diventato una specie di
sport nazionale, con l’aggravante di essere un gioco senza regole. Ora, la
ministra Cancellieri qualche regola vuole introdurla ma, se pensa che possa
essere una passeggiata, sbaglia di grosso. La galera non piace a nessuno,
specie dopo aver provato l’ebbrezza del potere vero, il piacere dell’auto blu,
la discrezionalità di vita o di morte su un altro individuo. Lo sa Totò
Cuffaro, lo sa Alfonso Papa, gli unici che non hanno potuto essere salvati non
dai loro colleghi, che lo avrebbero fatto volentieri, ma dal pudore.
A
proposito di pudore. Ieri sera da Fazio c’era l’ingegner Carlo De Benedetti,
bersaniano di ferro. A prima vista, l’ingegnere sembra un vecchio iscritto al
Pci che si è divertito a seguire l’evoluzione del suo partito fino ad approdare
al Pd. Abbiamo avuto la ventura di ascoltarlo al Festival dell’Economia di
Trento e quella sera l’ingegnere non ci piacque affatto. Falso paternalismo e
visione futurista parziale, ce lo mostrarono per quello che effettivamente ha
rappresentato nella storia del lavoro italiano: un feroce ristrutturatore a
suon di licenziamenti. Ora si gigioneggia parlando di Marchionne e del “10 a 1”
delle rappresaglie tedesche nella seconda guerra mondiale, non ricordando
quello che combinò a Ivrea con la Olivetti, quello che cercò di fare lui stesso
alla Fiat, il rapporto con l’allora vescovo della sua città, monsignor Bettazzi,
prima molto comprensivo, poi feroce oppositore della logica imprenditoriale
spietata e affamatoria di famiglie dell’ingegnere. Ci è piaciuta la battuta
sulla “corruzione del secolo” da parte di Berlusconi nell’affaire Mondadori, ma
poi presenta il suo libro pubblicato dalla berlusconiana Einaudi e ci sorge la
domanda: “Ma lei, ingegnere, ci fa o ci è?”. Pro-Monti, pro-Bersani e anche pro-derivati.
E poi dicono che l’alta finanza in questo paese non conta una mazza.
domenica 4 novembre 2012
Gli americani conoscono esattamente i programmi dei candidati presidenti. Gli italiani anche, porc...
Gli
americani ne hanno piene le palle. Una campagna elettorale di un anno e mezzo
non si sopporterebbe in nessuna parte del mondo, figuriamoci negli States dove
il tempo, così dicono, sembra che scorra più velocemente che in qualsiasi
altra parte del mondo. Diciotto mesi di campagna elettorale sfibrerebbero
chiunque, farebbero perdere la cognizione del tempo e dello spazio, provocherebbero una crisi di rigetto da astensione di massa. Ma negli Stati Uniti sembra non
sia così. Anche se su YouTube gira il video di una bambina che, papale papale,
dice che non ne può più. Il risultato di questa prolungata rincorsa alla
presidenza è che, a tutt’oggi, i due candidati sono appaiati, fermi al 48%
a testa. Il che significa che basterà il voto di uno stato con tre grandi
elettori per far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. Quello
che è emerso in tutta chiarezza però, da questa infinita campagna elettorale,
sono le posizioni dei due contendenti. Tutti gli americani hanno capito cosa
accadrebbe se vincesse l’uno o l’altro. Tutto si può rimproverare a Obama e a
Romney meno la mancanza di idee e di chiarezza su quello che sarà il futuro
della più importante nazione del mondo (ancora per poco, anzi pochissimo). Gli
americani sanno, insomma, cosa aspettarsi qualora venisse riconfermato Obama o
se dovesse prevalere Mitt Romney. Sperando che non si ripeta lo
scandalo dell’elezione di George W. Bush contro Al Gore, con il riconteggio dei
voti bloccato dai tribunali, il poter andare a votare conoscendo il programma
dei candidati non è poca cosa, esattamente quello che accade in Italia da
sempre. O no? Dalle nostre parti pur di accaparrarsi i voti dei “moderati”, i
partiti giocano all’appiattimento. E anche se continuiamo ad attendere
fiduciosi l’arrivo di un Messia che ci dica cosa cazzo significa essere “moderati”,
la sensazione di ritrovarsi ancora una volta di fronte al muro democristiano
dei “messaggi trasversali” è netta, molto netta. Prendiamo la Lombardia dove si
voterà a gennaio. Il centro-destra si presenterà con due liste, una del Pdl e
una Civica, capitanata dall’ex-sindaco di Milano, Gabriele Albertini, sì, proprio
quello della grande cementificazione della città e delle sfilate in mutande.
Con Albertini dovrebbero scendere in campo anche Montezemolo, Fli e Udc, notoriamente
forze appartenenti all’area della “moderazione”. Domandandoci di cosa e di chi
faccia parte il Pdl, constatiamo come la Lega non abbia alcuna intenzione di
recedere dalla presentazione di Bobo Blues Maroni, candidato Governatore.
Nonostante Silvio continui ad affermare “un’altra grande regione del Nord
mai a un leghista”, dalle parti di via Bellerio gli fanno sapere che sono
semplicemente affari suoi, che la Lega andrà avanti e che a Silvio interessano
più le poltrone che la politica. Ma va! Tutto tace, invece, sul fronte del
centrosinistra e, in particolare, nessuna nuova dal Pd dopo che Umberto
Ambrosoli gli ha cortesemente, ma fermamente, risposto “no grazie”. Orfano dell’Udc,
il Pd non sa che pesci pigliare e, pur dovendo confrontarsi con una controparte
decisamente frantumata (eufemismo), preferisce continuare a perdere, che costa
sempre una minore fatica che vincere e poi governare. Finalmente il Quirinale
torna a parlare. Il presidente Napolitano ha detto chiaro e tondo che non ci
sono le condizioni per votare anticipatamente, e ha anche fatto capire che il
nuovo parlamento, legittimato dalle elezioni politiche, dovrà provvedere
innanzitutto a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, ferma la sua
volontà di non proseguire il mandato. A questo punto è facile immaginare quale
sarà il prossimo scenario: una grande ammucchiata al centro per accaparrarsi
gli ultimi spazi costituzionali disponibili, cioè la presidenza del Consiglio e
quella della Repubblica. In tutta questa storia c’è una incognita grande come
il mondo. Si chiama M5S e sta arrivando.
sabato 3 novembre 2012
Idv: tutti contro Tonino. Ma siamo proprio sicuri che Di Pietro non c’azzecchi più?
Per
anni è stato il padre-padrone indiscusso dell’Idv, acronimo che sintetizza l’ “Italia
dei Valori”. Su come ci sia diventato, e lo abbia fatto, non ci convincono né la
sua versione né quella di Elio Veltri né quella di Filippo Facci. Di Pietro è
uno e trino, variabile come il tempo di questi anni tropicali, un po’ pazzo
come marzo. All’Italia dei Valori ci siamo avvicinati quando era l’unico
partito, o meglio Tonino l’unico leader, che le cantava chiare a Silvio. Gli
altri lo consideravano un avversario politico da battere e non un malfattore,
come invece l’ex pm di Mani Pulite che evidentemente di carte sul Nano ne aveva lette
a bizzeffe. Di Pietro litiga con l’italiano come il sagrestano con la corda
attorcigliata delle campane, spesso non ne viene a capo ma alla fine le campane
suonano lo stesso. Di Pietro è un po’ rozzo, il suo apologo sul moscone verde
(citato anche in questi giorni convulsi), è subliminalmente terribile. Ha detto
fin dall’inizio “con Casini Mai”, e ha mantenuto la barra dritta fino alla rottura
definitiva con il Pd tremebondo dell’era Bersani. Ha detto del Presidente della Repubblica quello che tutti pensano ma nessuno dice. Con la scusa di essere un
po’ buzzurro, fino a qualche tempo fa si permetteva di emettere frasi sibilanti non azzeccando uno straccio di verbo, transitivo o intransitivo che fosse, che dette da un altro
sarebbero sembrate bestemmie o vilipendi. A noi, sinceramente, delle case di Di
Pietro non frega una mazza. Tonino non sarà un fine linguista, ma conosce
benissimo il codice penale, qualcuno può pensare che abbia mai agito contra
legem? Al massimo un po’ di furberie sparse, ma sulla legalità delle sue
intraprese non staremmo tanto a discutere. A Tonino abbiamo sempre rimproverato
di aver imbarcato sul suo partito personaggi dal passato politico discutibile,
tutti incensurati, per carità, ma il Nano ci ha fatto capire che spesso non è
necessaria la sentenza di un tribunale per essere un figlio di puttana
matricolato. A Tonino abbiamo sempre rimproverato di non aver mai fatto pulizia
nell’Idv, buttato fuori riciclati e riciclatori, padroncini e signori delle
tessere, buoni per una elezione ma letali per un partito che fa della passione
una delle sue spinte partecipative più forti. A Tonino abbiamo rimproverato la
conduzione del congresso nazionale, la deriva plebiscitaria, il non aver tolto
il nome dal simbolo del partito, il non aver mai praticato la democrazia
interna, l’aver sostenuto De Luca alle elezioni regionali campane per fare un
piacere a Bersani, salvo essere liquidato subito dopo come “non attendibile”. Ma
soprattutto, a Tonino abbiamo sempre rimproverato l’abbandono della linea
movimentista da parte dell’Italia del Valori. Era talmente convinto di essere
diventato forza di governo, che l’ex pm aveva voluto cambiare pelle. E mentre
Pancho Pardi e compagnia cantando lo accusavano di essersi messo in pantofole, lui
tirava avanti con le alleanze fino alla foto di Vasto. Ora tutto è cambiato. Lo
accusano di aver rotto con il Pd, rotto con Sel e di aver re-intrapreso la
strada movimentista facendo l’occhiolino a Grillo e al Movimento 5 Stelle. Capo
della ribellione è Massimo Donadi che i congiuntivi li azzecca, che è sempre
stato il “dialogatore” dell’Idv nel salotto buono di Bruno Vespa, insomma il
poliziotto buono mentre Tonino giocava a fare quello cattivo. Dopo l’intervista
a Report, dalla quale il “Presidente” è uscito con le ossa rotta, è iniziata la
rivolta. A noi viene il sospetto che quella più che una intervista sia stata un’imboscata,
ma non abbiamo prove quindi, come sempre, tacciamo. Il fatto che Tonino abbia, subito dopo, detto: “Basta, faccio pulizia”, evidentemente ha messo la fifa blu addosso a
qualcuno. Il fatto che abbia ripreso a dialogare con Beppe Grillo fa paura un
po’ a tutti, Bersani e Vendola compresi. Il fatto che un’alleanza con il M5S
possa combinare uno sconquasso è palese, e pertanto inizia a prevalere la
regola del meglio prevenire che curare. Che poi Marco Travaglio venga
addirittura additato come l’ispiratore del dialogo, ci sembra più che altro il
tentativo penoso di individuare l’ennesimo guru di una politica che non è più politica, ma il tentativo estremo di assicurarsi l’ultima rendita di posizione
praticabile in un paese di morti. E nessuno venga a dirci che giochiamo allo
sfascio perché se qualcuno non se ne fosse accorto, lo sfascio c’è già.
venerdì 2 novembre 2012
Sora Elsa bacchetta Marchionne. È finita l’epoca scapigliata del Capataz Sergio, il manager filosofo.
È
la prima presa di posizione giusta da quando è ministra. Sora Elsa ha impiegato
un po’ di tempo, ma alla fine ha capito che ogni tanto un po’ di full-immersion
nella realtà non guasta. Perché lei, la ministra del Welfare, tutto sembra meno
che una donna abituata a tenere sotto controllo il costo del pane, dell’olio e del
latte. Sarà anche vero che non è a capo del Cipe, ma santiiddio è pur sempre
una ministra della repubblica, e come tale una cittadina a tutti gli effetti
anzi, di più. Sora Elsa bacchetta Marchionne e, se ci è concesso, è una
notiziona, come quella del padrone che morde il cane. A parte la Fiom, finora
nessuno aveva provato a contrastare il manager dei menager tanto che,
bellamente, si era permesso di fare sempre e comunque quel che cazzo gli
pareva. Era riuscito a tirare dalla sua parte anche quei gigioni di Raffaele
Bonanni e di Luigi Angeletti, sindacalisti a tempo perso, e perfino fior di
dirigenti dell’ex Pci, interessati a non guastarsi troppo i rapporti con Torino
e la famiglia Agnelli, come Chiamparino e Fassino. Della simpatia di Matteo
Renzi non parliamo perché ci viene da ridere, comunque il fatto è che Sergio,
abile propagandista di se stesso, aveva tenuto tutti per le palle minacciando
la chiusura degli stabilimenti Fiat in Italia e sventolando un investimento da 20 miliardi di euro. Avendo raggiunto solo il primo degli obiettivi che si era
proposto, Sergio ha pensato di continuare comunque a fare i comodi suoi e, alla prima
occasione, ha voluto dimostrare di che pasta è fatto, un uomo tutto d’un pezzo
che non deve chiedere mai, meno che alla Federal Reserve, al presidente
americano di turno, a quello serbo, brasiliano, polacco e perché no, anche alla
UE, per la serie “è bellissimo fare il manager con i soldi degli altri”. Poi, però, il tribunale di Roma gli dice che non può cacciare dalla fabbrica di
Pomigliano d’Arco 19 operai solo perché iscritti alla Fiom. Gli impone di
reintegrarli a pieno titolo e lui che fa? Ne caccia 19 per rappresaglia
che manco i peggiori dittatori del ‘900. È a questo punto che Sora Elsa si
inalbera e, leggendo i giornali esclama: “Perdindirindina!” Chiama Sergio è gli
dice chiaro e tondo che così non si fa anche se, per non compromettere del tutto i
rapporti, si dice felice che abbia deciso di non chiudere gli impianti
italiani. Più netto, anche se apparentemente più distaccato, Corrado Passera: “Quello
che ha fatto la Fiat non mi piace”, ha detto il ministro dello Sviluppo, una
frase che, per assurdo, è molto più cattiva di quella di Sora Elsa. È un
segnale, né forte né inequivocabile, che forse qualcosa si muove, che le regole
non possono sempre essere eluse, che in tutti i campi, compreso quello dei
rapporti sociali, un po’ di correttezza non guasta mai. A proposito, dopo l’intervista
a Report, Tonino Di Pietro è alla prese con una fronda interna da far tremare
le vene ai polsi. Ma di questo parleremo domani.
giovedì 1 novembre 2012
La ripicca di baby-Silvio: “Non pago le primarie”. E intanto Marchionne fa “il Marchionne”.
Lo
abbiamo scritto e detto decine di volte. Spesso, anzi, spessissimo, Berluspony
ci sembra quel bambino ricco e antipatico che pretende di giocare al centro dell’attacco
nella speranza di segnare un goal, e se qualcuno prova a dirgli che non riuscirebbe
a segnare manco con una matita, perché fondamentalmente è negato, piglia il
pallone e se ne torna a casa sua interrompendo la partita. Se qualcuno pensa
che la “ripicca” sia una prerogativa dei bambini un po’ viziati, e parecchio
scemi, non ha capito nulla del personaggio Silvio che, siccome paga lui, si
sente sempre in diritto di scegliere il menu, il vino e pure il dessert.
Definitivamente relegato a giocare il ruolo del capo della minoranza del Pdl,
Nano Bifronte ha deciso di tagliare i viveri a quella concubina di
pseudo-partito che ha deciso di non dargliela più. I suoi (quasi) ex
sottoposti, votano il ddl anticorruzione e trovano anche l’accordo sulla Legge
di Stabilità con quel figlio di buona mamma di Mario Monti che non lo ha fatto
assolvere nell’ultimo processo. Anzi. Le cose stanno, se possibile, peggiorando
perché, poco prima di partire per un week-end lungo a Malindi (santi, morti,
pilu e champagne), ha ricevuto l’invito del tribunale di Roma per andare a
raccontare il perché della sua donazione di 500mila euro a Gianpi Tarantini. La
versione ufficiale, concordata con i suoi avvocati, è quella di aver aiutato un
amico in difficoltà, quella ufficiosa (sulla quale indaga la procura romana) è
che quei soldi siano stati il saldo “pro-silenzio” sulla vicenda delle escort
baresi in trasferta a Palazzo Grazioli. Così, mentre Longo e Ghedini
lavoreranno in queste ore alla testimonianza del loro capo a Roma, apprendiamo
con sgomento che Emilio Fede ha deciso di difendersi da solo nel processo Ruby.
“Gli avvocati costano troppo – ha detto Emilio – sono solo un povero pensionato”.
Un
altro parecchio ripiccoso è Sergio Marchionne. L’ultima trovata è geniale,
tanto che perfino Cesarone Romiti ha dovuto ammettere che l’attuale Ad del
Lingotto è molto più birichino di lui. Dunque. Saprete sicuramente che il
tribunale del Lavoro di Roma ha condannato la Fiat a reintegrare i 19
lavoratori della Fiom ingiustamente estromessi da Pomigliano. Che cosa ha
pensato allora il diabolico Sergio? Di reintegrare i 19 e di licenziarne altrettanti.
Il tribunale così è soddisfatto e i lavoratori si ritrovano l’uno contro l’altro
armati, a conferma che il dividi et impera è più che mai una strategia vincente.
A questo punto, dopo l’annunciata chiusura della Lancia (con la conseguente scomparsa
di un marchio storico e la cassa integrazione per centinaia di lavoratori), il
mancato investimento di 20 miliardi di euro in Italia, il crollo delle vendite
Fiat in Europa, la minaccia di trasferire Jeep all’Est, lo sconquassamento del
sindacato, Dracula-Marchionne dovrebbe ritenersi soddisfatto. E invece no. L’ultima
trovata è di vendere la Juventus a Donald Trump, che sta ancora cercando il
certificato di nascita di Obama. Squadra che vince si cambia, altrimenti il
leader soccombe. Lo sa Silvio, lo sa Sergio, lo sa il Quirinale che, in tutto
questo ambaradan, continua a tacere. L'ultima nota Istat ci dice che gli under 35 disoccupati sono due su tre.
Questo sì che è un paese civile.
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