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giovedì 1 agosto 2013

Armageddon di Silvio? Macché, un colpo di spugnetta made in Italy. Castelli, l'insonne di Lecco, “La Kyenge è una nullità”. Quando il bue disse cornuto...

Ma quale giorno del giudizio! Ma quale resa dei conti! Ma quale finale tragico! Noi la vediamo così: secondo la difesa di Silvio il reato non c'è, non esiste. Mancano i soldi, mancano insomma, i conti estero su estero. Mancano le prove e tutto si basa su un teorema che somiglia alla responsabilità oggettiva delle società di calcio: “Berlusconi non poteva non sapere”. In questo caso però, al contrario della responsabilità oggettiva calcistica, i giudici di Milano hanno anche sancito che Berlusconi è stato l'ideatore della maxi evasione fiscale scaturita dall'acquisto dei diritti cinematografici da parte di Mediaset. Quindi, non un “non poteva non sapere”, ma un protagonismo personale e totale, a tutto campo, di una truffa ai danni dello Stato. Conoscendo gli atti processuali solo per quanto riportato dai giornali, avventurarci in considerazioni squisitamente tecniche non ci sembra il caso. Resta la sensazione che le due visioni, quella dell'accusa e quella della difesa, siano parti di due mondi diversi, di due concezioni opposte della giustizia. Mentre ci è sembrato che anche lo stesso collegio di difesa di Silvio abbia cercato di mettere le mani su tutti i possibili risvolti di un processo che, evidentemente, si presta alle interpretazioni più diverse. Così, il “principe” Coppi ha impostato la sua arringa sull'innocenza senza se e senza ma del suo cliente. Mentre Ghedini ha avanzato “subordini” che, comunque, prefigurano sempre reati, anche se di entità penale inferiore rispetto ai capi d'accusa principali. La sensazione che ricaviamo da questa vicenda, è che le pressioni politiche e quelle mediatiche alla fine peseranno, e anche molto. Nessuna assoluzione, nessuna condanna definitiva ma un rinvio in appello, un nuovo processo, nuovi tempi, nuove lunghezze, prescrizione in arrivo a maggio 2014. E amen. Si dice che Silvio, in attesa della sentenza, abbia telefonato a Matteo ponendogli una domanda: “Se mi condannano tu che fai?” Ovviamente, la stranezza del fatto ha destato grande curiosità. Non conoscendo la risposta del sindaco di Firenze, possiamo avanzare ipotesi, la più accreditata è quella che prima di insediare Marina a capo del Pdl, Silvio abbia voluto sondare la disponibilità di Renzi a prendere il suo posto. Scambiando la politica per il Milan, Silvio ha insomma chiesto la disponibilità di Matteo per allenare la nuova squadra di Forza Italia. A questo punto...
Ve lo ricordate l'insonne di Lecco? Quello che si alzava la mattina alle cinque, andava all'università, faceva tre lavori per mantenersi agli studi e poi, a notte fonda, andava finalmente a dormire due ore due? Bene, è tornato sulla scena. Il peggior ministro della Giustizia degli ultimi 150 anni, altro miracolato dell'Umberto, se n'è uscito dicendo che “la ministra Kyenge è una nullità”. Se lo dice Roberto Castelli bisognerà credergli perché lui, abituato al Trota, a Calderoli, a Borghezio, a Gentilini, allo stesso Maroni, al sodomita Bonanno, alla Velandro, di nullità se ne intende. Nel caso dei leghisti, purtroppo per loro, non si potrà mai parlare di persone vuote, il vuoto alla fine si riempie. Ma col nulla che fai?

mercoledì 31 luglio 2013

Gianluca Bonanno (Lega Nord) e la sindrome del texano: “Sodomita”!

Ci pensate? Spesso la mattina uscendo di casa incontro l'elettrauto, persona amabile, alla quale solitamente dico “Ciao”. Stamattina invece, lo voglio salutare con un inoffensivo “Buongiorno sodomita”. Ovviamente starò attento che fra le mani non abbia una batteria usata. Ma tant'è! Poi potrei fare la stessa cosa con il tabaccaio. Non correrei rischi perché i suoi Cohiba Laguito n. 6 costano 36 euro cadauno. Ebbene sì, una scatoletta da 10 sigaroni viene la bellezza di 360 euro. Infine potrei togliermi la soddisfazione di salutare un amico dicendogli: “Ohi, vecchio sodomita, come te lo senti oggi?” ricevendo per tutta risposta un “Ma che sei scemo!” che mi rovinerebbe la giornata. Per Gianluca Bonanno, deputato ma-guarda-il-caso-tu della Lega Nord, dare del “sodomita” a qualcuno non è un atto ingiurioso. Lo ha detto espressamente dopo aver dato della “lobby dei sodomiti” ai deputati di Sel. Era appena reduce da un'altra perla: “Sel equivale a Sodomia e Libertà”, ma ormai l'onorevole Bonanno deve ricorrere a questi mezzucci per far parlare un po' i giornali della sua miseranda figura di rappresentante vivente del nulla espanso. I deputati di Sel hanno ovviamente abbandonato l'aula, ma Gianluchino aveva raggiunto il suo obiettivo, per cui... chi se ne frega? E così, l'onorevole Bonanno ha voluto dimostrare a tutto il mondo che lui è una personcina acculturata, che sa usare anche le parole difficili e che, scorrendo ancora un po' il vocabolario dopo la lettera “S”, troverebbe la “T” e, scoperta sensazionale, potrebbe anche imparare il significato di “tribadismo”, quella pratica un po' così che Bonanno potrebbe mettersi in testa di applicare a un sano rapporto frizionante con le tette di una vacca da latte. A proposito, ricordate le quote? Ragassi, qui non si scherza più. Ai parlamentari della Lega Nord occorrerebbe far capire che c'è un limite a tutto e che a volte non basta alzare il telefono e parlare con la Kyenge di persona personalmente per risolvere un problema. Nè conta darsi pubblicamente dell'imbecille, come ha fatto Roberto Calderoli parlando di se stesso medesimo al Senato, per far scoprire al mondo che tipi di strani pesci sono i leghisti: il mondo lo sa già e ne ha preso atto. Nell'intera storia della Repubblica Italiana non è mai esistito un partito inutile come la Lega, neppure i socialdemocratici e i liberali di una volta arrivavano a tanto. Lontani dalla politica, dall'umanità e dal significato stesso della parola cultura, sono serviti solo a far arricchire ancora di più un ricco e a investire i denari dei rimborsi elettorali in Tanzania. La laurea del Trota, lo yacht e la Ferrari di Riccardo e la villa di Gemonio sono fuori da ogni seria discussione.
E ora faccio un discorso serio che riguarda questo blog. In quattro anni di vita e 397.603 contatti (a oggi), ho sempre tenuto aperto lo spazio dei “commenti” consentendo anche agli “anonimi” di postare. Da oggi, chi si trincera dietro “anonimo” non potrà scrivere più. In questi anni ho ricevuto decine di insulti, qualche minaccia, parecchie osservazioni di dissenso rispetto alle cose scritte e agli argomenti trattati. Nonostante tutto, non dovendo fare il politico né vendere giornali né vivere di pubblicità, ho lasciato che tutti si potessero esprimere. Ma c'è una categoria di commentatori che non sopporto più fisicamente, i correttori di bozze; quelli che leggono apposta i miei pezzi con la lente di ingrandimento per cogliermi in fallo (a proposito di sodomia) e a punzecchiarmi a ogni minimo errore invece di confutare, argomentando, le cose che scrivo, fatto che denota acredine, invidia, sudditanza mal gestita psicologicamente, malafede. I correttori di bozze, si sa, sono come i primi critici cinematografici, quelli degli albori: critici teatrali falliti. Un po' raccomandati, un po' perditempo, iniziarono a seguire una nuova forma di intrattenimento piccandosi di essere degli innovatori. Uno di questi, poi, mi perseguita da un po' e lo ha fatto anche ieri toppando, per altro, clamorosamente. Ma se sto sul cazzo a qualcuno perché questo qualcuno continua a leggermi? Mannaggia al masochismo! Sentite, amici lettori, nelle cose che scrivo ci metto la faccia. Perché non iniziate a farlo anche voi? 

martedì 30 luglio 2013

Per il FMI siamo Pigs (maiali). Per i tedeschi il “Club Med”. In poche parole ci danno delle “merde” senza colpo ferire

La notizia è di quelle destinate a fare scalpore, anche in piena estate con Caronte che fracassa cabasisi e ciriveddri. Il Fondo Monetario Internazionale, quella benemerita confraternita che presta soldi a strozzo e cambia i governi democratici delle nazioni come calzini sudati, nel suo ultimo rapporto sull'Eurozona, stabilisce quanto segue: “L'Europa è divisa in due: da una parte la 'core zone', il cuore, lo zoccolo duro, il magnifico impero della stabilità e della solvibilità, composta da Germania, Francia, Olanda, Belgio e Austria, dall'altra la 'periphery zone', quella dei cosiddetti pigs (maiali), rappresentata da Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Secondo il FMI, l'Euro a doppia velocità è cosa fatta, altro che teorizzazioni di economisti pazzi, che continuano a dire che esistono due Europe. Economicamente parlando le due Europe sono una realtà, nessuna fantasia. Il rapporto, girato in bozza, e quindi ancora inedito, fra i rappresentanti diplomatico-finanziari presso il Fondo, è stato al centro di vive e vibranti proteste da parte dei paesi interessati al declassamento in “periferia”. In un primo momento, è sembrato che quella parola decisamente imbarazzante, fosse destinata a essere tolta. A favore della non divisione dell'Europa in “tassi d'interesse”, si erano detti tutti i rappresentati del Vecchio Continente, compreso il direttore Christine Lagarde, e i direttori dei ministeri del Tesoro italiano, francese e tedesco. A fianco degli europei, e degli italiani in particolare, si era schierato perfino il brasiliano Paulo Nogueira Batista il quale, con piglio carioca e a passo di samba, ha affermato: “L'Italia non può essere periferia, c'è il Papa”. Bontà sua, sic! A un certo punto, vista l'alzata di scudi degli europei, il board del Fondo Monetario si era dato una calmata anche se aveva ripensato, con sgomento, a quanto gli europei avevano detto e dicevano di se stessi a partire dal 1997, quando i tedeschi non volevano i “sudisti” nell'Euro definendoli “Club Med”, e a quanto era accaduto più recentemente, nel 2008, quando gli inglesi coniarono la sigla Pigs (maiali) prendendola direttamente dalle iniziali di Portogallo-Italia-Grecia-Spagna. Tutti d'accordo? Un passo indietro? Macchè! Nonostante la mediazione del portavoce comune, l'olandese Menno Snel, il rapporto finale, redatto per l'Europa dall'iraniano Reza Moghadam e dall'indiano Mahmood Prahan, recita: “Il costo dei prestiti alle imprese resta alto nella periferia”. Di quale “maggiore credibilità” parli LettaLetta non sappiamo, quello che è certo è che dopo l'ultima missione internazionale, il premier italiano è tornato a casa portandosi in tasca un accordo da leccarsi i baffi. Con la Grecia.

domenica 28 luglio 2013

Ossessione Cecile Kyenge. La ministra dell'integrazione nel mirino dei “diversamente intelligenti”

Mai amata la parola “integrazione”, alla quale abbiamo fatto spesso seguire “e 'sti cazzi?” Noi non dobbiamo essere integrati né in un luogo né in una comunità, preferiamo cum vivere, vivere con, vivere insieme, un concetto che si porta appresso il rispetto per ciò che siamo e non per ciò che dovremmo diventare per essere accettati. Comunque, a parte le sofisticherie linguististiche (Calderoli direbbe “sofisticazioni”), quello che sta accadendo alla ministra Cecile Kyenge potrebbe trovare riscontri nel Texas e nella Virginia degli anni '50 e '60, non sicuramente nell'Italia del 2013. Il razzismo, al di là delle perversioni umane (con chiari risvolti psichiatrici) che si porta appresso, è la forma più aberrante di vivere civile e sociale, violenza concettuale (e spesso materiale) allo stato puro, ignoranza infima e non più tollerabile: la Kyenge è lo spunto, l'incultura l'humus. Il fatto è che di questa devianza umana che si chiama razzismo, Calderoli, Borghezio, la signora Valandro, l'assessore all'indentità padana Stival, i forzanovisti, i casapoundini e gli ammennicoli fascisti, non sono che la parte emergente, mediaticamente esposta, di un fenomeno molto più vasto, la scontatissima punta di un iceberg che ha una base enorme anche nei salotti buoni dell'economia, della politica, della stessa chiesa e delle famiglie mono- e bi-reddito italiane. Il razzismo è un fenomeno devastante, spesso sommerso, che trae forza dal branco. Che si chiami associazione, partito o gruppo di ultras, i razzisti, vigliacchi come sono, non agiscono mai in solitaria, non sono i Giovanni Soldini della politica ma un agglomerato di cervelli in disfacimento che dallo stare insieme e dall'agire insieme, traggono la forza per stuprare, offendere, dileggiare, insultare i diversamente puri; la tutela della razza ariana a loro fa un baffo. Così, a ogni offesa, fa seguito una sequela di scuse non sentite, non condivise, fatte solo per pararsi il culo e salvarsi la faccia. Intanto, il vice-presidente del Senato, in teoria vice della seconda carica dello Stato, è ancora lì dopo essersi dato dell'imbecille, aver chiesto formalmente scusa toccandosi le palle e leggendo un intervento preparato chissà da chi. Ecco, il caso Calderoli poteva essere l'applicazione corretta del “punirne uno per educarne cento”. Hai recato un'offesa a sfondo razzista a un ministro della repubblica? E io ti butto fuori dalla presidenza del Senato e dallo stesso Senato, facendoti andare a chiedere la carità a Piazza Duomo essendo incapace, tu, di qualsiasi mestiere che implichi un livello minimo di destrezza professionale. Invece Calderoli è ancora lì, nonostante LettaLetta, nonostante gli inviti (non accolti) ad andarsene, e nell'indifferenza totale dei 5S e di quelli di Sel. Pensate che effetto farebbe se, ogni volta che Calderoli si trovasse a presiedere le sedute del Senato, i parlamentari di 5S e di Sel se ne andassero. Ma già, subentrerebbe un problema di diaria. Alla ministra Kyenge siamo vicinissimi. Lei non è la sagoma insanguinata che i gentiluomini di Forza Nuova hanno esposto a Cervia. Lei è il simbolo di un fenomeno che sarà duro da combattere se nelle pie famiglie cattoliche italiane si continuerà a parlare, con disprezzo, dei negher.

sabato 27 luglio 2013

Banane alla Kyenge. Asse contro Renzi. La leggina per depenalizzare il voto di scambio. La leggiona per scardinare la Costituzione. Ma perché non ve ne andate in vacanza?

In vacanza ci sono andati quelli di Forza Nuova, precisamente a Cervia che, volendo un po' giocare con le assonanze e le similitudini, evoca corna e sputi. Ci sono andati perché sapevano di trovare la ministra Cecile Kyenge impegnata alla festa del Pd. L'altra sera si erano divertiti con i manichini insanguinati per protestare contro la remota ipotesi che in Italia venga introdotto lo Ius soli. Ieri sera sono andati oltre e, come nelle peggiori performance da avanspettacolo, agli attori in scena hanno lanciato banane. Il commento della ministra: “Che spreco di cibo!” I fascisti, si sa, sono fascisti sempre, d'estate come d'inverno. La fregatura è che in estate il caldo, l'umidità, i bagni al mare e le sabbiature contribuiscono a rendere inabile l'unica sinapsi che vaga in un cervello praticamente vuoto. Eia eia alalà.
Ma che carucci, che simpatici, che birichini quelli del Pd. Sapete, fino a ieri ci siamo chiesti chi diavolo comandasse nel partito delle mille anime morte, perennemente “occupato” dai militanti inferociti per l'asse con Berlusconi. Oggi ne sappiamo un po' di più però non su chi comanda, ma su chi, secondo loro, non dovrebbe mai comandare. Così, nemici da sempre, si ritrovano uniti nella battaglia contro un nemico comune: Matteo Renzi sindaco di Firenze, quello che affitta Ponte Vecchio alla Fiat e i Giardini di Boboli a Dolce&Gabbana appena rientrati dal Lussemburgo, in rotta con la giunta comunale milanese. L'asse anti-Renzi che si è formata, è composta da Guglielmo Epifani il socialista, lo smacchiator cortese e perdente Piergigi Bersani, il neo-barbuto Dario Franceschini e il premier, al secolo LettaLetta, impegnato nella difficile opera di rendere condivise e pacificatrici, con i pidiellini, soprattutto le idee, perché i fatti lo erano già da tempo. I 4 dell'Ave Maria contestano a Renzi di aver lanciato un'Opa sul partito, di stare tentando cioè una scalata ostile alla segreteria facendo leva sui militanti e non sui delicati equilibri interni del partito. Chi conosce un po' la potente macchina da guerra del Pd, sa che tutto ciò è improponibile e che se vuoi diventare segretario non è necessario avere l'approvazione della base ma del vertice. Chi poi sia il vertice non si sa. Come non si sa, né si saprà mai chi diavolo sono i 101 zozzoni. I 4 sembrano più che altro esecutori. I mandanti veri tramano nell'ombra, come sempre. 
Ai 5S dobbiamo aver rimandato di un mese la distruzione della nostra Costituzione. Se fosse passato il ddl sulle riforme, con il via libera alla Commissione incaricata di rivedere la nostra Carta, ci saremmo ritrovati dalla sera alla mattina, a vivere in una repubblica semi-presidenziale. Con l'aggravante che il patto scellerato fra il Pd, il Pdl e Scelta Civica, si sarebbe portato appresso quei due terzi di voti utili a far passare la riforma senza il referendum confermativo. Da ieri, in tutte le piazze d'Italia, ci sono i gazebo per firmare l'appello ai deputati affinché facciano mancare i due terzi dei voti utili e lasciare l'ultima parola ai cittadini. Per favore firmate. È estate, lo sappiamo, ma una firma toglie solo una mezza caloria, non sarà quella che vi impedirà di continuare beatamente a nuotare. 
“Un emendamento di poche parole e il finanziamento illegale ai partiti sarebbe stato depenalizzato”. Così titolava Repubblica ieri, il tentativo comune di maramaldi del Pd e di tutto il Pdl di continuare a finanziare la politica attraverso il voto di scambio. La depenalizzazione si sarebbe portata appresso la libertà di ricevere fondi da chiunque e di far passare come “contribuzioni volontarie” le somme destinate invece a comprarsi favori a elezioni avvenute. Questa specie di pacificazione nazionale fortemente voluta dall'Innominabile (se provi a citare Re Giorgio, Grasso e la Boldrini spengono microfoni prima di tagliare lingue), sta portando l'Italia verso un cambiamento delle regole del gioco democratico che si stanno decidendo in chissà quali salotti. Quello che è certo è che quest'ultima parte del 2013 non trascorrerà pacificamente. 

giovedì 25 luglio 2013

Il tentativo silenzioso di imbavagliare la Rete: diffamazione anche per i giornali web. E ci hanno provato pure con i blog

Manco a dirlo. Ci provano appena si può. Che la politica tenti da qualche tempo di mettere il bavaglio alla Rete, e alla libertà di espressione in Rete, è un dato di fatto. Ricordate Radio Popolare? Radio Alice? Radio Aut di Peppino Impastato? Negli anni '70 accadeva la stessa cosa. Solo che l'obiettivo erano le cosiddette “radio libere”, quelle che nel giro di pochi anni si trasformarono in vere e proprie discariche pubblicitarie: non tutte, quasi... Arrivarono quelle “commerciali” e il mondo dell'informazione cambiò, esattamente quello che accadde qualche tempo dopo con le televisioni. Ma arrivati a questo punto dovremmo aprire un capitolo a parte. Da un po' ci siamo convinti che la discriminante fra blog liberi e quelli che liberi lo sono un po' meno, sia la pubblicità. C'è una vasta area, che potremmo definire “ibrida”, che non si è capito bene cosa sia. Ed è la pubblicità che fa la differenza. Sicuramente non quella del salumiere sotto casa o del negozietto di articoli indiani, ma le banche, le assicurazioni, le multinazionali della bellezza, le finanziarie, le compagnie petrolifere, la telefonia. Più giriamo per la Rete e più ci rendiamo conto che di blog e di siti sponsorizzati ce ne sono una miriade e ci poniamo una domanda: le tasse le pagano? Quella di essere un blog è davvero una scelta di libertà o la conseguenza di un ragionamento di natura economica? Lo diciamo perché, nel nostro piccolissimo, di proposte di banner e popup, da quando i contatti sono visibili e il numero è aumentato costantemente negli anni, ne riceviamo parecchie. Ma mentre per noi conta la “scelta” fatta all'inizio, quella di continuare a essere Radio Popolare e di non trasformarci in Radio DJ, per molti altri il blog è diventato una fonte di reddito se non, in molti casi, nell'unica entrata fissa mensile. Quindi, secondo noi, una scelta intelligente da parte del governo, di qualsiasi governo, dovrebbe essere quella di differenziare le fonti di informazioni profit da quelle no-profit, esattamente come avviene per le associazioni, e non di stare ogni volta a ciurlare nel manico tentando di togliere il diritto di pensiero e di espressione in nome, poi, di cosa? della democrazia? dell'ordine pubblico? della convivenza civile? Ma per favore! Facciamo pagare le tasse a chi ci guadagna e lasciamo in pace chi invece ci investe (gratis) un'ora al giorno del suo tempo. E invece no. Siccome la Rete è per la maggior parte frequentata da sinistrorsi che hanno iniziato a fracassare le palle anche alla stessa pseudo-sinistra, Pd e Pdl uniti tentano blitz. Ci provano. Vogliono inserire norme che limitino fortemente la libertà di espressione, introdurre sanzioni che manco La Repubblica e Il Corriere della Sera. E anche se siamo convinti che l'unica differenza fra noi e i grandi gruppi editoriali italiani sia rappresentata da De Benedetti e Agnelli, equipararci a loro è un'offesa che fanno a noi che, pur di non avere padroni, continuiamo ad avere problemi non per arrivare a fine mese ma a domani. Chi ci segue sa che i nostri commenti sono in buona fede. Ogni tanto ci scappa qualche innamoramento politico che termina nel momento in cui ci rendiamo conto che il nostro amore non è ricambiato: amare da soli è una iattura di proporzioni colossali; lo sapevano pure i romantici dell'Ottocento che, infatti, si suicidavano. Ma lontani da qualsiasi atteggiamento autopunitivo, se Di Pietro ci delude glielo scriviamo non mandandoglielo a dire, lo stesso vale per Grillo, lo stesso per il Pd, idem per Sel. Chi ci delude lo puniamo, a maggior ragione se lo abbiamo amato.  

mercoledì 24 luglio 2013

Mostra del Cinema di Venezia. Gli autori: “Se arrivano i politici ce ne andiamo”. Nè LettaLetta né Bray sono i padroni della Medusa Cinematografica

Qualche fischio, un po' di battute, spesso ironia ma mai nessun autore che abbia abbandonato una qualsiasi sala della Mostra del Cinema di Venezia in presenza di Bondi o di Galan o di Urbani, per non parlare di Gianni LettaUno o di Carlo Rossella. Per vent'anni le amazzoni berluschine e i quacquaracquà berluschini, hanno passeggiato indisturbati sul red carpet del Festival e partecipato a tutti i party organizzati dagli autori-produttori-distributori cinematografici di questo paese. In quegli stessi anni abbiamo assistito a voltafaccia clamorosi, a “compagni” diventati improvvisamente un po' meno “compagni”, a leccate di culo che manco a Timbuktu. Sullo sfondo la possibilità di lavorare per Medusa, la più grande impresa cinematografica privata, o per la 01 Distribuzione, cioè Rai Cinema, cioè la Rai, la più grande impresa cinematografica pubblica. Univa, le due imprese, la proprietà: Silvio Berlusconi in prima persona o attraverso figuranti e prestanome. Così, a parte qualche coraggioso indipendente, il cinema italiano aveva un solo padrone e centomila referenti, sempre e solo lui: Silvio I° Imperatore di Arcore. Bastava andargli contro che non si lavorava più. Nel pubblico e nel privato diventava impossibile trovare i soldi per produrre un film, proibitivo girarlo, titanico distribuirlo. La politica di Silvio era stata chiara fin dall'inizio, fin dall'editto bulgaro: o con me o contro di me, e se sei contro di me non lavori. Resteranno scolpiti nel marmo i commenti dei berluschini al Nobel di Dario Fo, ma anche gli schiaffi bondiani ai successi a Cannes di Gomorra, del Divo, di Draquila e della Palma d'oro a Elio Germano per La nostra vita. Insomma, qualsiasi film non possedesse il plot narrativo berlusconiano del “cazzo”, “fica” e “vaffanculo” non aveva diritto di cittadinanza, perché in Italia era vietato perfino pensare “diverso” figuriamoci esserlo. E oggi è peggio di ieri, visto che gli integralisti del Pdl stanno lottando come talebani infoiati contro la legge sull'omofobia. Il loro pensiero è semplice: “Non sono io intollerante, sei tu che sei frocio”, peggio del vecchio petroliere texano razzista. Ma torniamo a Venezia. Alla conferenza stampa di presentazione delle Giornate degli autori, Andrea Barbagallo, presidente dell'Anica, ha detto: “Le associazioni del cinema, unite e compatte, riterranno sgradita la presenza di chiunque del governo voglia presenziare a manifestazioni veneziane, annunciando fin d'ora di uscire dalle sale di proiezione se questo dovesse accadere”. Intendiamoci, e lo diciamo per sgomberare il campo da equivoci, la protesta della gente del cinema è sacrosanta. Il taglio del tax-credit mette a serio rischio il cinema italiano, anzi, qualcuno (come Lidia Ravera, assessore alla Cultura della Regione Lazio), dice che lo condanna definitivamente a morte. Siamo d'accordo con l'autrice di Porci con le ali. Come eravamo incazzati quando Tremonti raspava il Fus perché la lima non bastava, come quando ci siamo schierati dalla parte dei lavoratori del Valle o di quelli di Cinecittà. Quello che ci fa girare terribilmente le palle è che nessuno se ne andava quando arrivava Bondi o Noemi Letizia sbarcava al Lido dal motoscafo. Per non parlare delle presenze ai party, ai ricevimenti, alle serate glamour di un Festival agonizzante. Ai teorici del “con la cultura non si mangia e quella baldracca di Mimì muore sempre di tisi”, non si rispondeva mai per le rime, perché l'unica rima era quella “leccare-lavorare” che non c'entra una mazza con “cuore-amore”. Ci fa piacere, comunque, sapere che per la prima volta da anni, gli autori, i produttori e i distributori sono uniti e compatti. Ma alla Rai e alla Medusa lo sanno?

martedì 23 luglio 2013

Dopo 1756 giorni di discussioni i pidiellini vogliono più tempo per discutere di omofobia. E poi uno dice che sono tonti!

Sono esattamente 1756 giorni che in Parlamento si parla di omofobia. A parte Carlo Giovanardi che continua a considerarla ancora una pericolosa, quasi letale, forma di otite, gli altri del Pdl giocano a fare i guardiani di pecore e, come per tutti i temi cosiddetti “etici” che alla fine riguardano solo sacrosanti “diritti civili”, si irrigidiscono dimostrando una scarsissima sensibilità sociale oltreché umana. Ha voglia Dario Franceschini a dire che l'omofobia non c'entra con i cosiddetti temi etici ma riguarda solo il codice penale, l'ala dei cattolici duri e puri del Pdl vede l'inserimento del reato di omofobia nella legge Mancino, come fumo negli occhi e come un tentativo maldestro della sinistra di far piangere contemporaneamente due Papi, qualche cardinale, un manipolo di vescovi e qualche centinaia di preti pedofili. Il fatto è che i pidiellini sono persone così, donne e uomini tanto al chilo, che sui temi etici adottano la filosofia della Balena Bianca: “Non se ne parla”. Infatti chiedono la moratoria, perché per loro i diritti delle coppie di fatto, il riconoscimento dei diritti dei gay e dei trans, le unioni civili e la bioetica sono temi divisivi. Pensate, perfino rispetto al reato di omofobia i pidini, pur di non intralciare il cammino di LettaLetta e non far piangere Re Giorgio, si sono calati le braghe. Mentre la legge Mancino ritiene aggravanti gli sfondi xenofobi e razzisti di alcune tipologie di reati, lo stesso non avverrà per quelli a sfondo omofobico. “Però almeno se ne parla e l'omofobia entra nel codice penale”, hanno detto all'unisono Scalfarotto ed Epifani. Sì, è vero, ma sempre come frutto di un compromesso che svilisce e svuota l'impegno ormai decennale di uomini e donne vittime di reati vergognosi che trovano tolleranza solo nei codici dei paesi fondamentalisti. Facciamo un ragionamento terra terra. Perché i pidiellini non vogliono una legge che combatta efficacemente la corruzione? È questa l'idea che hanno di libero mercato? Perché i pidiellini non vogliono una legge che combatta il conflitto di interessi? È questa l'idea che hanno di tutela del patrimonio personale e dell'etica pubblica? Perché i pidiellini non vogliono una legge che introduca i diritti delle coppie di fatto? È questa l'idea bizzarra che hanno di famiglia? Perché, per anni, i pidiellini si sono opposti a tutte le norme riguardanti una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro? È questa l'idea che hanno di mercato globalizzato? Perché, invece, i pidiellini vogliono una legge che punisca i disturbatori dei comizi, i manifestanti terremotati, gli esponenti anti-Tav, i disoccupati in piazza, i medici che scioperano, i tassisti che s'incazzano, i detrattori di Brunetta e quelli che danno del puttaniere a Silvio? È questa la loro idea di ordine pubblico e uguaglianza sociale? Comunque la si voglia mettere, i pidiellini confermano di essere la vera forza anti-politica di questo paese, un magmatico universo di donne e uomini che di mestiere fanno gli attori e a tempo perso, i politici. Lo dimostra o' Schiattamuort che per ben tre volte ha mentito spudoratamente nell'aula di Montecitorio, affermando di non sapere nulla della deportazione delle kazake mentre sapeva tutto e anche di più. E ha mentito anche LettaLetta che si è affannato a difenderlo. Eccoli i nostri politici: in fila, a due a due, mano nella mano, con il fiocco e il grembiulino, pronti a cantare tutti insieme Fratelli d'Italia.
È nato il Royal-Baby. È un maschio, pesa quasi quattro chili e sarà il prossimo re d'Inghilterra. Per giorni ha retto l'impatto con le prime pagine di tutti i giornali del mondo, vittima, ancora prima di nascere, del più grande gossip della storia dell'umanità. Se un giorno diventasse un pericoloso e maniacale serial-killer non ci sconvolgeremmo neanche un po'.

domenica 21 luglio 2013

Il Pdl vuole metà ministri, due centrocampisti, una punta, un panino co' 'a porchetta e 'na bira. Marchionne guadagna 48 milioni di euro l'anno: W la Svizzera

Siccome è il partito del un genio, due compari e un pollo, il Pdl ha deciso che il rimpasto s'ha da fare ma, come sempre, alle sue condizioni. “Dal momento che la differenza fra il Pd e il Pdl – ha detto il Nobel prestato alla politica, Renatino Brunetta – è solo dello 0,3 per cento, è giusto che il Popolo della Libertà abbia la metà esatta dei ministri”. “E poi – ha aggiunto l'altro compare che di mestiere campa sulle spalle degli italiani, Maurizio Gasparri – questo governo lo vedo debole sulle fasce economiche, occorre pianificare la nuova campagna acquisti”. Appena reduci dalla magra più magra della storia della Repubblica Italiana, con i kazaki venuti apposta a Roma per comandare e per estradare chi cazzo vogliono, giustamente il Pdl rilancia. Non basta la figura da buffone (“buffone” si può dire, lo ha certificato la Cassazione) rimediata da o' Schiattamuort che nulla vide, nulla seppe, nulla fece, né che finora i ministri destrorsi hanno brillato per assenze e inefficienze, la regola stabilita dalla comunicazione politica dei pidiellini (curata di persona personalmente dall'illustre professor Brunetta), è immota nel tempo e dice che a ogni proposta del nemico ne debbano seguire due, per toglierne una c'è sempre tempo. Re Giorgio tace, ma si sa, i sovrani parlano per editti e l'ultimo lo ha emanato appena due giorni fa alla cerimonia del Ventaglio. Evitare sovraesposizioni mediatiche eccessive, please!
È uscito l'elenco (Sole 24ore) dei manager pubblici e privati più pagati. Primo in assoluto, l'uomo che tiene a distanza tutti gli altri, è Sergio Marchionne che piglia 4,27 milioni di euro come AD della Fiat e 2,89 milioni come presidente di Fiat Industrial. Gli altri 40 milioni di euro gli sono stati regalati in azioni dalla Fiat a inizio 2012. Dentro ci sono proprio tutti, i 100 uomini d'oro dell'industria, della finanza e delle aziende statali. Inutile fare le pulci ai vergognosi compensi che vengono elargiti a personaggi (spesso) di dubbia qualità, quello che indigna è il fatto che neppure i venti di crisi, evidentemente per i poveracci, riescono ad arginare. Luca Cordero di Montezemolo è sul punto di chiedere la pensione sociale, lui dispone solo di 5,6 milioni di euro. Mentre Tali, Scaroni e Conti, rispettivamente Saipem, Eni ed Enel, saranno costretti a breve a chiedere l'elemosina davanti ai pub; i loro stipendi partono da 6 milioni di euro e arrivano a 3: poca roba. Colpisce lo stipendio di Marina Berlusconi. Nonostante tutto il lavoro che si ritrova sulle spalle con la Mondadori, la Einaudi, l'Elekta e le altre decine di case editrici assorbite negli anni dai voraci pescecani di Segrate, la figlia di Silvio guadagna appena 634mila euro, una cifra irrisoria perfino per un decoltè di Prada e un intimo di D&G. Sarà per questo che tutte le domeniche va a pranzo da papà?

Addio Wi-Fi libero. Internet fa paura, la libera comunicazione ancora di più

Altro che incentivi per liberalizzare il Wi-Fi, con il decreto “Fare” il LettaLetta stringe il cappio e fanculo Internet gratis. Il problema è serio, anche perché è il primo colpo chiaramente visibile alla credibilità di un governo che, all'atto dell'insediamento ha promesso: niente tagli alla sanità, niente tagli alla cultura, via l'Imu, niente aumenti Iva, incentivi all'uso di Internet del quale l'Italia è il fanalino di coda in Europa. In compenso, anche se sono “pochi” gli italiani che navigano (statistica Eurostat), i nostri connazionali sono quelli che in rete ci restano temporalmente di più; noi conosciamo persone che passano praticamente la loro vita su Facebook, contribuendo ad alzare una media disastrosa ma facendosi ripetutamente i cazzi degli altri. La norma che sarà introdotta con il decreto Fare, reca infatti tanti e tali obblighi ai locali pubblici che intendono offrire gratuitamente il servizio, che lentamente scomparirà la possibilità di collegarsi a Internet senza la carissima chiavetta e senza un contratto onerosissimo con le compagnie telefoniche. Il problema si chiama “tracciabilità di indirizzi ip e dei MAC adress”, fatto che il Wi-Fi rende praticamente impossibile. Però, siccome in Italia stazionano stabilmente terroristi e spioni di tutte le potenze e superpotenze mondiali, la sicurezza della patria merita qualche accorgimento. Per adempiere alle nuove norme, il titolare di un esercizio pubblico, chiamiamolo Internet-Point, che offre a titolo gratuito il servizio, sarà costretto a dotarsi di un proprio syslog per gestire i dati di identificazione. Insomma, ogni bar, libreria, pizzeria, ristorante, beauty-center che volesse far navigare i propri clienti, sarebbe costretto a gestire un punto di rilevamento dati in perfetto stile Cia o Nasa o Mossad o Kgb o Ced di un qualsiasi ente locale. LettaLetta aveva detto: “Dobbiamo finalmente liberalizzare il Wi-Fi, ponendoci al passo di tutti gli altri paesi europei”. Delle promesse del governo, si stanno rendendo conto i medici, i dirigenti scolastici, il sito archeologico di Pompei, i dipendenti del Colosseo, dei Fori e delle Terme caracalliane. Ma nessuna preoccupazione, il Democristiano saprà metterci una pezza. Oggi? Domani? No, i provvedimenti sono in fase di avanzata elaborazione. Tranquilli italiani. E Buon terremoto. Ancora uno. Questa notte.

sabato 20 luglio 2013

Minchia che tranvata! 7 anni a Mora e Fede, 5 alla Minetti. Silvio e gli avvocati indagati. Bari processa l'ex premier per i soldi a Lavitola. È vero, tira più un pelo...

Lele Mora nutriva la neppure troppo segreta speranza di essere assolto. Emilio Fede, per anni la “voce del padrone” in carne e ossa, puntava tutto sull'imparzialità della magistratura. L'unica a non parlare, a non esprimere idee né giudizi né stati d'animo, era Nicole Minetti. Nel corso della deposizione al processo che la riguardava insieme agli altri due figuri, si era lasciata andare a una commovente, straziante dichiarazione d'amore nei confronti di Silvio Berlusconi: “Quella mia con il presidente del Consiglio – disse Nicole guardando i giudici dritti negli occhi – è stata una storia d'amore vera. Io ho amato alla follia quell'uomo”. Roba da romanzo d'appendice se non fosse che, intercettata al telefono con una delle decine di Olgettine, ebbe a dire: “Quel vecchio bavoso e flaccido mi sta rovinando la vita...”. È vero che le espressioni d'amore sono infinite come le vie del signore, ma le parole trascritte dagli agenti della polizia giudiziaria non sembrano propriamente una dichiarazione d'amore, forse una ulteriore richiesta di denaro, ma amore proprio no, l'amore è un'altra cosa. Che la tendenza al papponaggio fosse insita nel dna di Lele Mora, è un fatto che rientra nell'ordine delle cose del mestiere dell'ex talent-scout. Lui, alle ragazze della sua scuderia, per farle diventare famose imponeva praticamente di tutto, non a caso aveva fra i suoi contatti privilegiati anche Fabrizio Corona, l'uomo che non doveva chiedere mai e che guidava senza patente. Di Emilio Fede che dire che non si sappia già? È stato per anni il megafono di Silvio. Ha dilapidato nei casinò il fiume di denaro che il Capo gli elargiva a profusione e, non bastandogli, si è scoperto che faceva pure la cresta sulle altre regalie e prestiti del Capo verso terzi. Che fosse anche un discreto procacciatore di giovin donzelle, si era già ventilato quando scoppiò lo scandalo di Noemi Letizia, ma la conferma è arrivata solo dopo il caso Ruby, una ragazzina che Emilio fece arrivare ad Arcore direttamente dalla Sicilia. La figura tragica di tutta questa storiaccia però è lei, Nicole, condannata a 5 anni per “troppo amore” e per essere stata materialmente l'organizzatrice della presenza delle Olgettine alle cene eleganti di Arcore. Il suo avvocato ha detto: “Per tre quarti, giustizia è fatta”. In effetti, molte delle accuse nei confronti di Nicole Minetti sono cadute ma è restata quella di induzione alla prostituzione (di maggiorenni) che le ha in qualche modo, alleggerito la pena. Interdizione perpetua dai pubblici uffici per Mora e Fede, e questa è la condanna che forse li sconvolge meno, così come a Nicole, nauseata (a suo dire) dalla politica, non frega una mazza di ripresentarsi alle prossime elezioni: la attende il suo vecchio mestiere di igienista orale al San Raffaele e, se possibile, un matrimonio d'amore vero e bambini da far crescere senza il mito dell'inarrivabilità. Guai invece, per 33 testimoni del processo. I giudici del tribunale di Milano hanno disposto nei loro confronti indagini più approfondite, perché mentire sotto giuramento è un reato. E nell'ordinanza sono inclusi anche Berlusconi, e i suoi legali Longo e Ghedini. Grandioso, Niccolò Mavalà: “Tutto ciò è surreale”, ha detto e, forte della sua immunità di parlamentare, se n'è andato in vacanza. Guai anche da Bari, tanto per completare quello che sembra un bollettino di guerra. I giudici pugliesi hanno stabilito che il giro di denaro Silvio-Lavitola-Tarantini, non sia stata una semplice partita di giro, ma che nasconda qualcosa di inconfessabile: un ricatto? Siccome sono dei curiosi della madonna, i giudici baresi hanno deciso di rinviare tutti a giudizio. Sarà anche vero che Silvio non ha mai pagato una donna per procurargli piaceri sessuali. Ma dio bono, quanto gli costano! 

venerdì 19 luglio 2013

Ho visto un re, si chiama Giorgio e non va a cavallo

E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!

Così Dario Fo per Ci ragiono e canto, così Enzo Jannacci per Vengo anch'io, non tu no! 
Così si cantava allora, nel 1968, per prendere in giro i potenti che non venivano mai definiti “ricchi” ma “re” e “vescovi” (prima di diventare “cardinali”). Per evitare che i potenti piangano, negli ultimi anni in Italia si sono compiute vere e proprie nefandezze. Diciamo che al novanta per cento, ci siamo dati una regolata per non far piangere i Papi (plurale di Papa), l'altro dieci per cento lo abbiamo riservato ai potenti e soprattutto alle loro grane giudiziarie da perseguitati cronici. Ma oggi, in piena estate 2013, dobbiamo stare buoni per non far piangere un re molto particolare, che re lo è davvero nonostante tutti lo chiamino 'Presidente'. Finite le lacrime dei Papi, visto che a Santa Marta ne risiede uno che invece di piangere s'incazza, sono rimaste quelle del Presidente della Repubblica al quale va, ora e sempre, il nostro vivo e vibrante ringraziamento per i sacrifici estremi che sta compiendo in nome dell'Italia o mia patria sì bella e perduta. Contrariamente a quanto accaduto ai suoi predecessori, Giorgio Napolitano è uno che prende decisamente in mano i destini del paese. E sempre in nome della “tenuta per evitare guai peggiori”, è costretto ad addentrarsi in compromessi che nulla hanno di storico ma molto di pragmatico. Così, dopo il discorso di ieri alla cerimonia del “Ventaglio”, ci chiediamo cosa ancora questa nazione tapina e parecchio derelitta, debba ancora sopportare in nome della “tenuta”. Pensavamo di aver toccato il fondo dopo le tre “B” (praticamente monnezza) di Standard&Poor's e invece si continua a sprofondare con LettaLetta che continua a dire ma non a fare. Il re ieri è stato chiaro: “Alfano non si tocca”. “I processi di Silvio non devono influire sulla compagine governativa”. “La deportazione di quella cazzo di kazaka (ci mancava pure lei), non cambia nulla”. “Agli insulti di Calderoli occorre mettere un freno”. E, rivolto direttamente a Matteo Renzi, senza citarlo, ha detto: “Chi spera che facendo cadere LettaLetta si torni a votare non ha capito una mazza. Decido io cosa si farà ma il ritorno alle urne mai”. Matteo ha ascoltato, compreso e si è rassegnato a restare ancora un po' a Palazzo Vecchio. Di fatto, questa è diventata una nazione presidenziale. Il presidente del consiglio conta come il due di coppe quando la briscola è bastoni perché alla fine, chi detta l'agenda (e le regole) è Giorgio, che in alcuni momenti ci sembra un Sisto V redivivo il giorno della sua elezione a Papa: “Mi avete voluto? E ora sono cazzi vostri”. L'Onu ci bacchetta sonoramente e Alfano resta al suo posto. Stucchevole, Guglielmo Epifani: “Un ministro del Pd si sarebbe già dimesso”, ma quando mai, segretario, quando mai! A meno di improvvidi giochi di correnti, un ministro del Pd non si sarebbe mai dimesso, loro sono gli zozzoni e qualcuno lo ha dimenticato in fretta. Ma sì, cantiamo.
♪ E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale

diventan tristi se noi piangiam! ♪