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domenica 28 luglio 2013

Ossessione Cecile Kyenge. La ministra dell'integrazione nel mirino dei “diversamente intelligenti”

Mai amata la parola “integrazione”, alla quale abbiamo fatto spesso seguire “e 'sti cazzi?” Noi non dobbiamo essere integrati né in un luogo né in una comunità, preferiamo cum vivere, vivere con, vivere insieme, un concetto che si porta appresso il rispetto per ciò che siamo e non per ciò che dovremmo diventare per essere accettati. Comunque, a parte le sofisticherie linguististiche (Calderoli direbbe “sofisticazioni”), quello che sta accadendo alla ministra Cecile Kyenge potrebbe trovare riscontri nel Texas e nella Virginia degli anni '50 e '60, non sicuramente nell'Italia del 2013. Il razzismo, al di là delle perversioni umane (con chiari risvolti psichiatrici) che si porta appresso, è la forma più aberrante di vivere civile e sociale, violenza concettuale (e spesso materiale) allo stato puro, ignoranza infima e non più tollerabile: la Kyenge è lo spunto, l'incultura l'humus. Il fatto è che di questa devianza umana che si chiama razzismo, Calderoli, Borghezio, la signora Valandro, l'assessore all'indentità padana Stival, i forzanovisti, i casapoundini e gli ammennicoli fascisti, non sono che la parte emergente, mediaticamente esposta, di un fenomeno molto più vasto, la scontatissima punta di un iceberg che ha una base enorme anche nei salotti buoni dell'economia, della politica, della stessa chiesa e delle famiglie mono- e bi-reddito italiane. Il razzismo è un fenomeno devastante, spesso sommerso, che trae forza dal branco. Che si chiami associazione, partito o gruppo di ultras, i razzisti, vigliacchi come sono, non agiscono mai in solitaria, non sono i Giovanni Soldini della politica ma un agglomerato di cervelli in disfacimento che dallo stare insieme e dall'agire insieme, traggono la forza per stuprare, offendere, dileggiare, insultare i diversamente puri; la tutela della razza ariana a loro fa un baffo. Così, a ogni offesa, fa seguito una sequela di scuse non sentite, non condivise, fatte solo per pararsi il culo e salvarsi la faccia. Intanto, il vice-presidente del Senato, in teoria vice della seconda carica dello Stato, è ancora lì dopo essersi dato dell'imbecille, aver chiesto formalmente scusa toccandosi le palle e leggendo un intervento preparato chissà da chi. Ecco, il caso Calderoli poteva essere l'applicazione corretta del “punirne uno per educarne cento”. Hai recato un'offesa a sfondo razzista a un ministro della repubblica? E io ti butto fuori dalla presidenza del Senato e dallo stesso Senato, facendoti andare a chiedere la carità a Piazza Duomo essendo incapace, tu, di qualsiasi mestiere che implichi un livello minimo di destrezza professionale. Invece Calderoli è ancora lì, nonostante LettaLetta, nonostante gli inviti (non accolti) ad andarsene, e nell'indifferenza totale dei 5S e di quelli di Sel. Pensate che effetto farebbe se, ogni volta che Calderoli si trovasse a presiedere le sedute del Senato, i parlamentari di 5S e di Sel se ne andassero. Ma già, subentrerebbe un problema di diaria. Alla ministra Kyenge siamo vicinissimi. Lei non è la sagoma insanguinata che i gentiluomini di Forza Nuova hanno esposto a Cervia. Lei è il simbolo di un fenomeno che sarà duro da combattere se nelle pie famiglie cattoliche italiane si continuerà a parlare, con disprezzo, dei negher.

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