A
volte il mondo non gira per il suo verso naturale ma va
all'incontrario, come il treno di Paolo Conte. Un movimento che ai più appare impercettibile, ma un occhio e un cuore attento lo
vedono, lo sentono, lo vivono. Questo è uno strano post di fine
estate. Oddio fine estate mica per tutti. Io ho lavorato e quindi mi
spetta almeno un giorno al mare a settembre, quando si è in pochi,
quando non ci si brucia, quando i bambini stanno all'asilo e a scuola e le mamme
non urlano, quando l'extracomunitario lo fermi tu e in cinque minuti
ti racconta la sua vita per un accendino. Il mare di settembre è una
favola. Dove vado io poi, la favola la vivi insieme ai gabbiani e la
mente si libera di tutti gli orpelli e i luoghi comuni che ti hanno
reso invivibile l'estate affollata e caciarona che hai appena
visto scorrere. Le scosse di terremoto che continuano a un ritmo decisamente
insopportabile, ti scuotono un po', poi pensi alla gente del piceno e
del reatino e ti dici che va bene così, che poteva andar peggio, che
puoi continuare a cantare Azzurro finché il cielo lo è. Anche
questa estate ho vissuto sentendomi accerchiato dall'imbecillità, a
questo punto penso sia un vezzo ma non lo è, è semplicemente la
realtà. Sono circondato da menti sottilissime che scendono talmente
tanto in profondità (parlo di pensieri), che corrono il rischio di
affogare nella vasca da bagno. Da gente che si definisce “strana”
e mentre te lo dice raggiunge l'orgasmo perché “famolo strano”
non è solo una battuta di Carlo Verdone. Da accattoni della cultura
che come la nominano, fanno la boccuccia a culo di gallina, veri e
propri sfigati della rincorsa a capire. Da quelli che capiscono tutto
loro, fanno tutto loro, riparano tutto loro e ricordano Berlusconi e
il “ghe pensi mi”, esseri onnipotenti che avrebbero bisogno di
due calci nel culo. Da quelli che leggono un romanzo e quando gliene
chiedi la trama non ricordano neppure l'autore, l'ambientazione, almeno il nome del personaggio principale. Da quelli che si
incasinano la vita come se la vita non lo fosse già di per sé, e
inventano storie parallele, mondi paralleli, mali paralleli,
esistenze parallele, spiagge parallele perché in questo non sanno
proprio viverci. E' uno stupido post di una stupida fine estate. Meno
male che ci sono le nuvole e a settembre sarà possibile inseguirne
un po'. Le nuvole, cari amici e semplici conoscenti, non mentono mai, non fanno domande, non pretendono risposte.
Translate
lunedì 29 agosto 2016
lunedì 22 agosto 2016
C'è chi dice no (e spinge violentemente a votare sì). Baffetto all'attacco
Il
Presidente del consiglio dovrebbe mettere mano quanto prima alla sua
squadra di comunicatori i quali, poverini, non ne hanno azzeccata una
e continuano a farlo. Sbagliare è umano, perseverare democristiano,
cambiano i tempi, cambiano i proverbi ma i suoi ghostwriter
balbuzienti dovrebbero capire che al di là delle parole occorrono i
contenuti, altrimenti si bluffa e si rende un pessimo servizio al
committente. Trump, ad esempio, ne ha fatto fuori una decina. Il suo
caso però, è quasi disperato; come si fa a nascondere un debito
d'impresa di 650 milioni di dollari dopo aver “comunicato” al
mondo di essere il più grande uomo d'affari? E come si fa a
nascondere di aver fatto ricorso ai nemici storici per qualche email
in più? E come si fa a chiedere il voto agli afroamericani dopo
averli picchiati brutalmente ai suoi comizi? Ci vorrebbe un genio ma
Trump, di geni, non ne ha e speriamo faccia la fine che merita:
essere dimenticato al più presto dalla storia. Ma torniamo a noi.
Vota no la destra berlusconiana. Silvio, che di trappole se ne
intende, voleva tirarne una anche a Renzi (il Nazareno), ma gli è
andata male perché non aveva previsto che una parte del suo
non-partito, aveva più voglia di poltrone che di idee. Salvini e la
Meloni votano no a prescindere, loro votano sì solo quando sono al
governo e possono investire in diamanti, il resto è noia, compresa
la politica contro i baluba quando i baluba veri li hanno in casa.
Quello del M5S è l'unico no che comprendiamo. I pentastellati
sentono odore di vittoria e vorrebbero che la legge elettorale
restasse la stessa, quella che prevede il premio di maggioranza al
partito e non alla coalizione. Vincendo il no, Renzi si indebolirebbe
e anche se ha detto che si voterà nel 2018, la perdita al referendum
di ottobre/novembre/dicembre rappresenterebbe un colpo di karate al
collo, con tanto di strada spianata al monocolore M5S.
“Baffetto”
voterà no, anche lui come Salvini e la Meloni, a prescindere. Colui
che ha fatto il Presidente del Consiglio senza essere eletto (ricorda
qualcuno?), che si è alleato con Kossiga e Mastella per fottere
Prodi, che non ha mai digerito il PD, che ha perso tutte le elezioni
alle quali ha partecipato, che aveva messo la bocca sul ministero
degli esteri europeo per finire miseramente trombato, quello che si
definisce il politico italiano “più intelligente di sempre”, si
porta appresso talmente tanto rancore che, pur di vedere Renzi in
ambasce, venderebbe perfino il suo storico risotto a Vissani.
“Baffetto” è diabolico. Quando Bersani propose Prodi alla
presidenza della repubblica, al telefono con Romano gli disse: “Mica
si diventa presidente della repubblica così, con una nomination non
concordata”. Prodi restò in Africa e i 101 zozzoni fecero il resto
(leggere il libro di Occhetto, please!). Ora Baffin-Baffetto riunisce
i pidini no-centrici cercando di anticipare il congresso e di dare
una spallata al premier prenditutto. Dalla sua ha i nostalgici di
sempre del berlusconismo, quelli che dicevano di essere contro Silvio
e nello stesso momento, facevano malamente passare tutti i lodi del
mondo e qualcuno in più. Baffetto definì Mediaset una “grande
impresa culturale” e quella cultura ha finito per scombinare la
testa di milioni di italiani, che hanno nella Sagra della polenta e
nei film di Checco Zalone, i punti di riferimento più solidi.
Come?
La sinistra storica? Perché esiste ancora oltre la cinta muraria di
Capalbio? Gli immigrati vanno bene dappertutto meno che a casa loro.
Capalbiesi si chiamano ora, non comunisti.
mercoledì 17 agosto 2016
Il grillo, i grilli, i grulli
E
tutti a parlare delle vacanze di Beppe Grillo sullo yacht come se
(dududum ...questa estate con me), per essere coerente (quando, dove,
con chi?) avrebbe dovuto trascorrerle in un eremo camaldolese, a pane
e acqua. Vediamoli, in minima parte, quelli che protestano e si
indignano.
Dunque:
c'è il benzinaio che allunga gli ottani con l'acqua, quello che,
ditino facile, mette meno carburante di quanto richiesto (e pagato),
quello che ti fa pagare un paio di tergicristalli come fossero i
famosi diamanti di Tiffany. C'è l'indignato perenne, quello che
tuona contro tutto e tutti salvo non pagare le tasse, farsi fare lo
sconto dal dentista al quale non chiede mai la fattura, investire
mezzo milione di euro (buonuscita dice lui) in bond farlocchi che
diventano carta straccia. Li chiamano “risparmiatori”, mah! C'è
poi l'incazzato perenne che però ha un amico infermiere, lui non fa
mai la coda, se gli serve una tac gliela fanno in due giorni, altro
che liste d'attesa! Poi ci sono quelli che vedono un immigrato di
colore e cominciano a sbraitare. Diventano cianotici, nervosi fino al
parossismo, arrivano a casa e picchiano la moglie e, se sono guardie
giurate, finanzieri, militari, tirano fuori la pistola e sparano al
vicino che ha il gatto antipatico. La gente, insomma, non si rende
conto che quando chiede a un amico o amico degli amici, di saltare la
coda, commette un atto invicile e immorale. La colpa è sempre del
governo che, con la sua imperizia, causa file chilometriche. Ci sono
poi gli imprenditori di nome ma non di fatto, quelli che appena
finisce la stagione estiva volano alle Maldive. Peccato si siano
dimenticati di pagare il personale. Ci sono i compagni-compagni,
quelli che “la coerenza” è ragione di vita. Costoro sono i
peggiori perché, nel chiuso dei loro circoli chic-borghesi,
pasteggiano a Ferrari e ricci di mare sognando la rivoluzione.
Inguaribili romantici, passata la sbornia si rendono conto che
protestare tanto va bene in pubblico, in privato rimirano soddisfatti
la loro busta paga da 5000 euro al mese. Ci sono quelli che
protestando per le tasse eccessive, diventano addirittura comici.
Orfani di Berlusconi, in possesso di un basso (o assente) senso
civico, ma anche di un castello nel Trentino, non sgancerebbero un
euro allo Stato neppure sotto tortura. Loro sono sempre alla ricerca
di un leader politico che non gli faccia pagare le tasse: il danè è
sempre il danè. Ipocriti della domenica, molti italiani dimenticano
in che modo hanno accumulato le loro piccole ricchezze e si
giustificano dicendo “i soldi mi servono per la vecchiaia”...
minchia che vecchiaia! Grillo è andato sullo yacht per ferragosto,
ha incontrato gente, ha bevuto, ha mangiato, ha parlato, digerito e
probabilmente defecato. C'è qualcuno che crede che Gasparri sia
stato tutto il giorno in chiesa? Ah be, sì be. Ho visto un re.
giovedì 21 luglio 2016
Ultra
Dalla
home page di Repubblica di oggi: “Ricucci, noto ultra della Roma,
arrestato dalla Finanza”; “Noti ultras della nazionale di calcio,
bocciano le intercettazioni telefoniche delle Olgettine”; “Ultras
anarchici della Fermana arrestati per le bombe davanti alle chiese”;
“Quattro medici e un'infermiera, ultras dell'Asti, arrestati per
furti di medicinali”; “Arrestati due poliziotti, ultras del
Palermo: falsa sparatoria per avere un premio”; “Ultra del Tirana
arrestato per una sparatoria a Ravenna”; “Tredici scafisti di
terra, ultras del Tripoli, arrestati in Lombardia per traffico di
migranti”; “Ultras del Napoli incendiano il Parco del Vesuvio”;
“Arrestato poi scarcerato ultra disoccupato del Torino per furto di
dessert”; “Ultra dell'Olbia arrestato per aver picchiato un
disabile”; “Ultra del Lecce arrestato per aver dato fuoco al
padre della ex”. Si potrebbe continuare all'infinito. Ci mettiamo,
per un breve post, nei panni del presidente della squadra di calcio
della Fermana. In pochi giorni gli hanno arrestato un ultra fascista
e due ultras anarchici bombaroli (non hanno capito una mazza
dell'anarchia ma va bene così). In poche parole, seguendo l'ordine
dei termini usati, quasi un #ultra, sembra che la volontà dei media
sia quella di non sottolineare l'appartenenza ideologica e politica
di chi compie misfatti, ma di identificarli semplicisticamente,
usando il termine ultra: insomma, tutta colpa del calcio. Sta
passando la linea secondo la quale chi tifa per una squadra, e lo fa
mettendosi addosso una sciarpetta, sia potenzialmente un assassino,
uno spacciatore, un violento, un pedofilo, un femminicida. È vero
che certi ultras sono dei veri e propri pezzi di merda, ma da qui ad
addossargli tutte le colpe del mondo ce ne corre. Sarebbe come dire:
“Noto ultra dell'Ankara compie il genocidio dei dissidenti”. Un
consiglio al presidente della Fermana, la sua squadra sta passando
per una fucina di delinquenti, quereli qualche pressappochista della
parola, farebbe un favore a tutti e soprattutto all'umanità
sofferente.
giovedì 21 aprile 2016
Il caso D'Angelis/Raggi. Giornalismo 2.0? No, versione 2016 della macchina del fango
I
fatti sono noti. L'Unità, organo d'informazione del PD renziano,
pubblica il video di uno spot pubblicitario di Forza Italia (2008).
Fra le comparse presenti nel filmato, il giornale crede di
individuare Virginia Raggi, candidato 5Stelle alle amministrative
romane. La Raggi smentisce con forza e, in effetti, la comparsa non è
lei. L'Unità non pubblica la smentita (atto dovuto per i giornali
che pubblicano notizie non vere) anzi, raddoppia e si giustifica. Il
direttore D'Angelis dice, parafrasando Bogart: "Questo è il
giornalismo ai tempi dei social, giornalismo 2.0". Omette per
puro spirito caritatevole "bellezza", ma il senso è
quello. In nessun modo, la velocità giustifica una falsità. Mai un
giornalista dovrebbe pubblicare notizie non verificate, altrimenti
non si parla più di giornalismo ma di "passa veline" agli
ordini del leader di turno o, se si vuole, di "macchina del
fango 2.0". A chiedere scusa alla signora Raggi, ha provveduto
il presidente nazionale dell'Ordine, Enzo Iacopino, che ha detto:
"Non lo fanno loro, chiedo scusa io alla signora Raggi. Ho
esitato, è evidente, ma alla fine, pur consapevole che qualcuno si
risentirà (uso un eufemismo), non sono riuscito a farmi una violenza
capace di indurmi a tacere. Quanto fatto dall'Unità nei confronti di
Virginia Raggi, non è informazione ma una vergogna. Sia chiaro, gli
incidenti nel nostro mestiere accadono (un po' troppo spesso in
verità).Ma si dimostra di avere la schiena dritta anche scusandosi,
e non arrampicandosi sugli specchi contribuendo a pregiudicare la
nostra già precaria credibilità".
D'accordo
totalmente con il "nostro" presidente. Ci permettiamo solo
un piccolo appunto. Qualcuno ha chiesto scusa al giudice Mesiano
colpevole di indossare i calzini turchesi e all'ex direttore di
Avvenire, Boffo, assatanato viveur omosessuale? Non vorremmo che,
anche in questo caso, la colpa fosse del giornalismo 2.0, che spinse
Belpietro, Feltri e Sallusti a pubblicare notizie non veritiere,
cucinate per l'occasione.
giovedì 7 aprile 2016
L'agghiacciante intervista a Salvo Riina. La Vespa si è definitivamente trasformata in mosca
Alla domanda: "Cosa pensa di questa intervista?" Emanuele Schifani, figlio di Vito Schifani - un agente della scorta di Giovanni Falcone trucidata a Capaci - ha avuto un lungo momento di silenzio. Vespa, il collega Vespa, ne ha rifatta un'altra delle sue. Con la scusa del sacro, anglosassone, ferreo diritto/dovere dell'informazione, ha compiuto una delle più becere manovre di revisionismo mafioso mai fatte in Italia. Ci aveva già provato Canale 5 con "Il capo dei capi" ma, trattandosi di una fiction, la cosa passò allora in secondo piano. Ieri sera, Bruno Vespa ci ha fatto sapere, all'uscita del libro del rampollo della grande famiglia Riina, che Totò 'u curtu' era uno stinco di santo e che, il giorno della strage di Capaci, il mafioso più ricercato d'Italia e del mondo, se ne stava in pantofole a casa, a Palermo, a guardare il telegiornale e a leggere il giornale. Ma non solo, anche che lo Stato ha commesso un grandissimo errore ad arrestarlo, perché Totò, innanzitutto, era un padre. Insomma, la famiglia di quel macellaio che ha fatto sciogliere nell'acido un ragazzino, era un nucleo di brave persone intente a lavorare e andare a messa. Un lavoro pericoloso, perché con il tritolo non si scherza, e cercare di far saltare in aria lo stadio Olimpico zeppo di spettatori, una missione al di là di ogni possibilità umana ma non mafiosa. E meno male che il timer s'incantò, altrimenti staremmo qui a raccontare un'altra storia. Questa non è informazione e del figlio di Riina, che sente tanto la mancanza di un papà buono come il pane, a noi, sinceramente, non interessa una mazza. Quello che ci disturba, e pure tanto, è la colossale opera di disinformazione messa in atto da chi, in lunghi anni di carriera, ha ospitato nel suo salotto buono il fior fiore dei delinquenti, facendogli firmare anche un contratto. Ma Vespa li ha frequentati i corsi di deontologia promossi dall'Ordine?
martedì 5 aprile 2016
Perditempo, potenti, potentissimi e arroganti
Governare
è maledettamente difficile, specie in Italia dove la suddivisione in
"arti e mestieri" è la stessa che nel Milledugento. Gli
interessi che si portano avanti, sono quelli che riguardano la nostra
categoria di appartenenza; in poche parole l'interesse comune non
esiste. Il popolo italiano, compreso chi scrive, è parcellizzato,
una volta si diceva sclerotizzato, all'interno della propria attività
lavorativa e quindi, di una personalissima categoria. Taxisti,
farmacisti, notai, idraulici, medici e infermieri, pusher, agenti di
pubblica sicurezza, personale ata, custodi di museo, escort,
petrolieri, industriali, figli di..., imbianchini, tappezzieri,
ceramisti, preti e perditempo (uno dice, che fai? Il perditempo. E
già si è iscritto a una categoria), lottano con le unghie e con i
denti per mantenere intatto il loro status. Guai a cercare di
cambiare perché a tutti sta bene così.
Il
governo? E' una porcheria se prova a toccare un privilegio
consolidato nel corso di ventenni, trentenni, quarantenni e
cinquantenni. Praticamente da quando l'Italia si unì (inno,
alzabandiera e mano sul cuore, please).
Ultimamente,
alle già mille e più categorie che compongono il nostro contesto
sociale, se n'è unita una che esisteva già ma, apparentemente,
senza la presunzione di dotarsi di uno statuto, un regolamento e una
serie di norme attuative. Parliamo della categoria degli arroganti,
quella che Treccani definisce "che tratta gli altri con
insolente asprezza e con presunzione".
Direttamente
proporzionale all'ignoranza, l'arroganza è immediatamente
riconoscibile da chi la pratica, meno da chi si sente travolto da un
mare di parole, spesso senza senso, che testimoniano solo una
maggiore capacità verbale, solitamente non comprovante altrettanta
professionalità e conoscenza.
I
politici tutti, senza distinzione di sesso, età, appartenenza, studi
primari e secondari, appartengono a questa categoria. Ma la cosa che
ci fa impazzire, è quando se la attribuiscono a vicenda. Brunetta
che dà dell'arrogante a Renzi è tutto da ridere, meno quando lo fa
Cuperlo, perché con la sua aria da serial killer perbene, corre il
rischio di sviarci. L'arroganza è quella sindrome psichiatrica che
porta ad assiomi. Tutto quello che dicono è vero semplicemente
perché lo dicono loro. Che poi si menta a ogni piè sospinto è un
fatto che non riguarda i politici perché, domani è un altro giorno
e quello che hanno detto oggi vale per oggi e non per domani.
Portatori
sani della sindrome di Vercintorige, abbiamo sempre preferito i
perdenti con l'onore delle armi, ai vincenti senza merito, quelli che
pur di vincere pescano nel torbido, ché tanto quel pesce se lo
mangeranno gli altri.
E
vincere senza merito, è uno degli alibi possibili per disegnarsi
addosso l'atteggiamento dell'arrogante, quell'essere viscido (e
tremebondo alla prima folata di vento contro), che ti investe di
parole alzando la voce perché la ragione non basta. Purtroppo,
colpevole l'informazione soprattutto televisiva, l'arroganza è
diventata un fenomeno senza più confini nobili, quelli delle aule
parlamentari, ma mobili sì. Basta vincere, che so, le primarie del
PD a qualsiasi latitudine, e ci si sente improvvisamente padreterni
con il colpo in canna. Ma forse il PD è un caso a parte, perché
anche quando si perdono...
Basta
essere candidati sindaci, perfino di un paesello di trecento anime, e
l'aspetto fisico cambia, cambiano gli atteggiamenti, cambia lo stesso
rapporto con moglie o marito e figli, cambia la camicia e la
cravatta, le scarpe ma soprattutto il modo di porsi. Il “io sono io
e voi...” con quel che segue, diventa il motto di Cetto, buono per
guardare dall'alto in basso chi su quella poltrona ti ci ha messo.
Il potere logora chi non ce l'ha, ma anche chi ce l'ha (oggi) non è
che stia messo tanto bene.
mercoledì 24 febbraio 2016
L'Italia dell'apparenza. Il diavolo veste sempre Prada
Se ti dicessi, “Non votiamo le tue cose perché non sono leggi ma malefatte”, e lo dicessi partendo da un principio inderogabile fatto di mani e cuori puliti, ti daremmo ragione. Anzi. Ti seguiremmo dovunque, perché sul concetto di onestà non si transige. Dicendo no a tutto e a tutti, dimostreresti in modo chiaro, alla Lapalisse, che con questa classe politica non hai e non avrai mai nulla a che spartire. Non ci crederai, ma ti daremmo ancora ragione. Non si dice sì a chi distrugge per decreto la dignità del lavoro. Non si dice sì a chi tratta i voti di Denis Verdini come una benedizione e non invece per quello che sono, escremento maleodorante. Non si appoggiano le leggi di un governo messo in piedi con chi, in questi anni, si è dato da fare con leggi e decreti per salvare il Lenone, e di qualsiasi provvedimento venga approvato se ne prende il merito restando miseramente al 2 per cento. Non ci si confonde con gentaglia e il problema non è sporcarsi le mani, ma dimostrare semplicemente coerenza. Di tutto ciò, però, se n'è persa traccia. E allora, la simpatia che nasce spontanea con il tuo modo di voler essere duro e puro, si trasforma in rabbia e ci rendiamo conto che sei solo “chiacchiere e distintivo”. Prima te la prendi con i migranti, poi occhieggi alla mafia, poi lasci soli i tuoi adepti, poi dici che i rom ti fanno un po' schifo, poi dici di essere d'accordo con i diritti civili ma fai del tutto per segarli, dando la responsabilità, come sempre, agli altri. C'è un provvedimento da votare, si tratta di rispetto non di un subappalto dell'Anas.
Ci sono decine di migliaia di persone in attesa che qualcuno le faccia sentire cittadini e non sottospecie umana. C'è il desiderio in questo Paese, di rompere finalmente la subalternità storica con la Chiesa. Lo dice il Papa “Non mi interessano i fatti della politica italiana” ma Giovanardi no, anche perché lui un po' Papa si sente. Anzi, un baluardo. C'è una legge, la cosiddetta Cirinnà, che è già il risultato di una mediazione a oltranza. Affermi che la voterai nella sua interezza, perché se si dovesse cambiare una virgola, tu non la voterai più. Il testo lo hai recepito in toto, nessun passo indietro quindi, e diventiamo finalmente un Paese normale. Poi, accade che il tuo programmatore preferito lasci libertà di coscienza proprio sul punto parificante della legge, quello sulle adozioni. E si comincia a sentire aria di bufala. Troppe volte hai detto sì che nel giro di una manciata di ore sono diventati no. È giusto non fidarsi, tu lo faresti? Di più. Se hai detto di voler votare la legge così com'è, perché non approvi il canguro che permetterebbe di mantenerla intatta e, successivamente, votarla come hai detto di fare? C'è qualcosa che non torna. Basta sentire il trio Lescano per rendersene conto. Dopo aver mentito spudoratamente sull'affaire Quarto, cercano di intorbidire le acque con giri di parole che non hanno senso. Fisiognomicamente glielo si legge in faccia che mentono, perché sanno di mentire, perché sono un partito normale di un Paese anormale in cui, per dirla tutta, ha vinto Alfano che ora dice di voler cambiare ancora. Eppure da vecchio democristiano dovrebbe sapere che in politica voler stravincere equivale all'inizio della sconfitta. Pensate, perfino i DC erano consapevoli che non potevano vincere su tutto. Se n'era accorto anche De Gasperi con la legge truffa, ma Alfano no. Volete sapere perché? Perché fa parte di un governo il cui leader dice che i voti sono come il denaro, non puzzano. La legge sulle unioni civili torna a essere, arrivati a questo punto, un altro esercizio di stile democristiano, quando i “titoli” dei provvedimenti erano roboanti ma dentro non c'era nulla. E, sull'apparenza, l'Italia ha costruito il suo destino. È proprio vero che il diavolo veste Prada.
Ci sono decine di migliaia di persone in attesa che qualcuno le faccia sentire cittadini e non sottospecie umana. C'è il desiderio in questo Paese, di rompere finalmente la subalternità storica con la Chiesa. Lo dice il Papa “Non mi interessano i fatti della politica italiana” ma Giovanardi no, anche perché lui un po' Papa si sente. Anzi, un baluardo. C'è una legge, la cosiddetta Cirinnà, che è già il risultato di una mediazione a oltranza. Affermi che la voterai nella sua interezza, perché se si dovesse cambiare una virgola, tu non la voterai più. Il testo lo hai recepito in toto, nessun passo indietro quindi, e diventiamo finalmente un Paese normale. Poi, accade che il tuo programmatore preferito lasci libertà di coscienza proprio sul punto parificante della legge, quello sulle adozioni. E si comincia a sentire aria di bufala. Troppe volte hai detto sì che nel giro di una manciata di ore sono diventati no. È giusto non fidarsi, tu lo faresti? Di più. Se hai detto di voler votare la legge così com'è, perché non approvi il canguro che permetterebbe di mantenerla intatta e, successivamente, votarla come hai detto di fare? C'è qualcosa che non torna. Basta sentire il trio Lescano per rendersene conto. Dopo aver mentito spudoratamente sull'affaire Quarto, cercano di intorbidire le acque con giri di parole che non hanno senso. Fisiognomicamente glielo si legge in faccia che mentono, perché sanno di mentire, perché sono un partito normale di un Paese anormale in cui, per dirla tutta, ha vinto Alfano che ora dice di voler cambiare ancora. Eppure da vecchio democristiano dovrebbe sapere che in politica voler stravincere equivale all'inizio della sconfitta. Pensate, perfino i DC erano consapevoli che non potevano vincere su tutto. Se n'era accorto anche De Gasperi con la legge truffa, ma Alfano no. Volete sapere perché? Perché fa parte di un governo il cui leader dice che i voti sono come il denaro, non puzzano. La legge sulle unioni civili torna a essere, arrivati a questo punto, un altro esercizio di stile democristiano, quando i “titoli” dei provvedimenti erano roboanti ma dentro non c'era nulla. E, sull'apparenza, l'Italia ha costruito il suo destino. È proprio vero che il diavolo veste Prada.
lunedì 22 febbraio 2016
Noi siamo nati liberi
La questione è semplice e complessa nello stesso momento: non posso vietare a nessuno di essere se stesso. Non si tratta di giustificare gli omicidi di un serial killer o, addirittura, il genocidio. Stiamo parlando solo ed esclusivamente, della possibilità data a noi stessi e agli altri di poter vedere la luce del sole senza ostacoli artificiali. Viviamo in un paese che ha dato i natali a Niccolò Machiavelli e che, nel corso della sua storia, ha dato la possibilità alla Balena Bianca di governare 20 anni rappresentando tutti: l'ex, vero e unico Partito della Nazione, la DC. Non dobbiamo sorprenderci, quindi, se da noi si utilizzano tutte le occasioni per imporre il nostro modo di vedere le cose anche a chi delle nostre cose non frega una mazza. Chi tenta di fare ciò si definisce integralista, che è poi quello che utilizza tutti i mezzi possibili per imporre (anche con la forza), la propria visione della vita. Fin quando l'integralismo in politica si definisce con le figure spente e insignificanti di Stefano Fassina, di Carlo Giovanardi, di Angiolino Alfano detto Jolie, nessun problema. Il guaio si verifica quando si chiudono gli occhi di fronte all'ineluttabile, al rispetto dei bisogni di tutti, che poi si trasforma in rispetto e basta. "Rispetto" è un termine difficile, significa tutto e niente e perfino i mafiosi lo usano per definire gli uomini-uomini e non i quaqquaracquà. Per noi il rispetto è invece la forma primaria di convivenza, quella che si attua quando coscientemente camminiamo sotto la pioggia e tu per forza vuoi darci l'ombrello. Ma chi lo vuole il tuo ombrello, perdindirindina, rispettami, o no? Secondo qualcuno, in Italia non dovrebbe essere legge il divorzio, con buona pace delle mogli maltrattate e dei rapporti miseramente finiti: cazzo, mi sono sposato, mica sono stato condannato all'ergastolo! L'aborto: sono stata violentata ma che fa? Il figlio che sta crescendo in me è il frutto di un atto d'amore, salvo essere una suora e allora la pillola del giorno dopo va bene. L'eutanasia, che poi significa autodeterminazione: non voglio vivere come un vegetale, mi consenti di fare un viaggio di sola andata? La cremazione: se le mie ceneri non inquinano e non originano diossina, perché devo riempire centinaia di moduli e pagare fior di euro per essere disperso e togliermi dalle palle una volta per tutte? Viviamo, insomma, in un momento storico in cui nulla è ammesso semplicemente perché qualcuno si mette di traverso. Il tema delle unioni civili, ad esempio, è uno di quelli che non ci affascina. Preferiremmo discutere di Jobs Act, ma visto che non è possibile perché l'argomento è vecchio, tralasciamo. Ma ci chiediamo, e lo chiediamo ai ragionieri della politica, perché non si può vivere liberamente un amore, e perché viverlo deve significare per forza rinunciare a diritti che agli altri vengono riconosciuti? Il mondo ha fatto passi avanti da Polifemo ed è un assurdo in termini stare a limitare la libertà degli altri in nome di principi che sono solo nostri. Ma gentile Giovanardi, se lei non potrà mai amare un altro uomo a noi che ce ne importa? Stia con sua moglie e permetta a noi di vivere come meglio crediamo. In poche parole, ci rispetti. Quello che sta accadendo in questi giorni nell'aula di Palazzo Madama, è degno della Libia ma senza pistole. Due concezioni di Stato che si annullano mentre continua a vincere e a regnare il terrore dell'Isis. Ma si sa, fra i due litiganti di solito gode il terzo. Vuoi vedere che il terzo si chiama Bagnasco?
giovedì 18 febbraio 2016
I totem della destra italiota
Ed eccoli, tutti ordinatamente in fila dietro il sacro totem della destra. Che non è quella storica ma un ammasso indefinito di fasci, pseudo fasci, inter fasci, cattodem, cattopool, cattocatto e tutti accattoni.
Si stanno schierando, riacquistando forza e vigoria come se la storia non li avesse condannati, e la politica non si fosse geneticamente modificata. Sono tutti lì, alla stessa tavola elettorale, nella speranza di conquistare un punto decimale in più. Ma per far cosa? Governare un paese in piena autodistruzione, in attesa, come sempre, del Messia? No, solo per farsi i cosiddetti affari loro. Altrimenti non si capirebbe perché tutti puntano alla pancia dell'Italia e nessuno alla testa. Il cervello non c'è più, sostituito da una rete definita (questa sì) di microchip da comandare a distanza, perché un viaggio a Roma non vale più manco una messa. E anche se la messa la valeva Parigi, dopo il Bataclan neppure quello. Tante speranze deluse, dal primo Grillo al Renzi rottamatore di D'Alema (che continua a scalpitare come un incensiere imbolsito all'alba di un vecchio villaggio), e di tutta la politica che lo aveva segnato con un distintivo di Vittorio Veneto, quello dato ai reduci della Prima Guerra Mondiale. Tangentopoli ha avuto il grande demerito di affinare la corruzione e Fabio Rizzi non è che l'ultimo di una serie infinita di ladri. Insieme alla sua degna compare, Maria Paola Canegrati, taroccava perfino le dentiere. Non vorremmo che una di queste fosse capitata all'anziana signora aquilana vittima del terremoto e dentierata da Silvio. Sarebbe una beffa. E poi hai voglia di parlare di diritti civili in un paese comandato a distanza ravvicinata da Bagnasco. La velocità di comunicazione è oggi talmente elevata che il messaggio è arrivato dritto e chiaro perfino alla Casaleggio Associati, quell'azienducola che cura blog e sottoblog come fosse una clinica veterinaria e loro (i blog), animali schizofrenici. Casaleggio (sembra) ha detto ai suoi che votando la Cirinnà si sarebbe aperto un crepaccio con l'elettorato di destra. Lo scriviamo da un po' che dentro i FiveStars i fasci erano vivi e vegeti, solo un po' defilati. Ora la verità è venuta fuori e tutto il teatrino che ne è seguito, è la dimostrazione che della politica qualcuno ha imparato solo il peggio. Vecchie manovre democristiane che, in questo caso, puzzano di vecchio, di rancido, di stantio, di paraculesco, di machiavellico ma con tutto il rispetto per Niccolò. Di Monti, e della sua perorazione Merkelcentrica, parleremo un'altra volta, perché secondo il senatore a vita non-a-caso, con l'Europa non si discute, si eseguono ordini e basta. Napolitano è uno di questi esecutori a oltranza. Forse è per questo che non ne sentiamo affatto la mancanza.
Si stanno schierando, riacquistando forza e vigoria come se la storia non li avesse condannati, e la politica non si fosse geneticamente modificata. Sono tutti lì, alla stessa tavola elettorale, nella speranza di conquistare un punto decimale in più. Ma per far cosa? Governare un paese in piena autodistruzione, in attesa, come sempre, del Messia? No, solo per farsi i cosiddetti affari loro. Altrimenti non si capirebbe perché tutti puntano alla pancia dell'Italia e nessuno alla testa. Il cervello non c'è più, sostituito da una rete definita (questa sì) di microchip da comandare a distanza, perché un viaggio a Roma non vale più manco una messa. E anche se la messa la valeva Parigi, dopo il Bataclan neppure quello. Tante speranze deluse, dal primo Grillo al Renzi rottamatore di D'Alema (che continua a scalpitare come un incensiere imbolsito all'alba di un vecchio villaggio), e di tutta la politica che lo aveva segnato con un distintivo di Vittorio Veneto, quello dato ai reduci della Prima Guerra Mondiale. Tangentopoli ha avuto il grande demerito di affinare la corruzione e Fabio Rizzi non è che l'ultimo di una serie infinita di ladri. Insieme alla sua degna compare, Maria Paola Canegrati, taroccava perfino le dentiere. Non vorremmo che una di queste fosse capitata all'anziana signora aquilana vittima del terremoto e dentierata da Silvio. Sarebbe una beffa. E poi hai voglia di parlare di diritti civili in un paese comandato a distanza ravvicinata da Bagnasco. La velocità di comunicazione è oggi talmente elevata che il messaggio è arrivato dritto e chiaro perfino alla Casaleggio Associati, quell'azienducola che cura blog e sottoblog come fosse una clinica veterinaria e loro (i blog), animali schizofrenici. Casaleggio (sembra) ha detto ai suoi che votando la Cirinnà si sarebbe aperto un crepaccio con l'elettorato di destra. Lo scriviamo da un po' che dentro i FiveStars i fasci erano vivi e vegeti, solo un po' defilati. Ora la verità è venuta fuori e tutto il teatrino che ne è seguito, è la dimostrazione che della politica qualcuno ha imparato solo il peggio. Vecchie manovre democristiane che, in questo caso, puzzano di vecchio, di rancido, di stantio, di paraculesco, di machiavellico ma con tutto il rispetto per Niccolò. Di Monti, e della sua perorazione Merkelcentrica, parleremo un'altra volta, perché secondo il senatore a vita non-a-caso, con l'Europa non si discute, si eseguono ordini e basta. Napolitano è uno di questi esecutori a oltranza. Forse è per questo che non ne sentiamo affatto la mancanza.
venerdì 16 ottobre 2015
Io, me e Un posto al sole. Perché cambio canale
Ebbene sì, lo confesso. Anch'io
ho le mie piccole debolezze televisive, anche se, alla fine, non mi
picco di vantarmi di seguire Rai Storia o Focus mentre, nella
solitudine della mia stanza, mi sparo ogni mercoledì Squadra
Antimafia o, il sabato, Tu sì que vales! Il rapporto che ho con la
televisione è quello dello zappingman compulsivo che poi ora, con il
digitale, è diventato ancora più frenetico. Osservo, guardo
immagini, capto pensieri senza senso, ascolto commenti politici da
quinta elementare, evito come la peste Bruno Vespa e Nicola Porro,
stanco delle macchine del fango; non ho mai visto una puntata di
Paolo Del Debbio né della cronaca a pagamento di Barbara D'Urso,
però, per affetto-solo-per-affetto, seguo da anni “Un posto al
sole”, soap che ho smesso di guardare da due settimane. Non creando
dipendenza, la visione di Un posto al sole può essere interrotta in
qualsiasi momento, e non perché come in Beautiful non succede mai
niente e se perdi una puntata non ti sei perso nulla, semplicemente
perché la trovo una soap diseducativa: in poche parole non paga mai
nessuno per le colpe commesse. Vantandosi di essere una serie
televisiva a sfondo sociale, allo stato attuale delle cose Un posto
al sole si sta dimostrando invece una macchina da ascolti in grado di
fagocitare tematiche apparentemente complesse. Ligia alla
pubblicizzazione delle campagne contro domineddio (la sclerosi
multipla, telethon, i pirati della strada, la camorra e piaghe
sociali in genere), si dimostra meno sensibile per ciò che concerne
la vita di tutti i giorni, i delitti spietati che avvengono
all'interno delle diverse trame degli sceneggiatori, i colpi bassi
che contraddistinguono alcune storie, le cattiverie a gogò che
restano tutte, e dico tutte, impunite. Due casi su tutti,
tralasciando per amor di patria quelli di contorno: Marina Giordano e
Roberto Ferri. La prima ha ammazzato il marito, facendolo cremare per
eliminare le prove del delitto. Oggi è una affermata imprenditrice,
incensurata, straricca grazie all'eredità del marito defunto. Il
secondo, cinico imprenditore al quale è impossibile dire di no
altrimenti ti fa fuori, ha tentato addirittura di ammazzare la
suocera grazie all'aiuto di un figlio che non vuole riconoscere. Il
risultato? Indagini? Sospetti? Niente di niente, continua a mettere
tutti nel sacco con mezzi e artifici da gangster della Magliana. E
che dire di Elena, figlia di Marina, che tenta di appropriarsi delle
imprese della madre avvelenandola, ma non ci riesce? Insomma,
nessuno, in Un posto al sole, si è fatto mai un giorno di galera.
Forse uno, Franco Boschi, giustiziere della notte 14 la vendetta.
Allora, due settimane fa mi sono chiesto: ma è mai possibile che in
una società civile nessuno paga mai per le colpe commesse? Questo
che cos'è, un escamotage narrativo o lo specchio fedele dell'attuale
contesto? In attesa che qualcuno mi spieghi perché pagano solo e
sempre gli sfigati, Un posto al sole non lo guarderò più.
mercoledì 14 ottobre 2015
Stampa e informazione. Italia: 73esimo posto nella classifica di Reporters sans frontieres, i più analfabeti funzionali del mondo per l'Ocse. Tutta colpa di Ignazio Marino
Mi
piacerebbe trattare l'argomento “stampa”, ma occorrerebbe un
saggio di almeno 836 pagine. Non ne ho né voglia né tempo anche se,
quanto accaduto nei confronti del sindaco Ignazio Marino, merita
almeno una riflessione. Parto da lontano. La situazione in Italia,
stando ai numeri di RSF, ci pone al 73° posto nella statistica sulla
libertà di stampa. Reporter sans frontieres sottolinea però come,
in questo ulteriore crollo della stampa libera nel nostro Paese, le
figure della criminalità organizzata da una parte, e le querele
temerarie dei politici dall'altra facciano la loro porca parte. Le
querele temerarie, come sicuramente si sa, sono quelle intimidatorie.
Insomma, se dai una notizia suffragata dai fatti, il politico o
l'industriale di turno ti querelano non perché smentiscono la prova,
ma il giornalista che se ne è servito per compiere il sacrosanto
diritto di informare. Nessun giudice darà mai ragione al politico o
all'industriale, ma intanto la faccia è salva solo pronunciando la
parola miracolosa, “querela”, che fa tanto figo davanti
all'opinione pubblica. Tutto ciò nel momento in cui l'Ocse ci pone
al primo posto della classifica sugli analfabeti funzionali (47 per
cento), additandoci al pubblico, mondiale ludibrio, fra coloro che
non capiscono il senso di un articolo di giornale e si fermano al
titolo. Facile immaginare come un buon titolista (oggi si chiama
copywriter) faccia la differenza. Infatti, assistiamo sempre più
spesso all'assunzione del ruolo di titolatore da parte del direttore
del giornale (Travaglio ha fatto un corso full immersion prima di
assumere la direzione del Fatto), unico vero depositario della linea
dettata da un editore che ha mille interessi meno che quello di fare
un giornale veramente indipendente. L'Ordine dei Giornalisti ci
chiama alla frequenza dei percorsi formativi, obbligatori per legge,
e ci impartiscono sacrosantemente lezioni di deontologia. Ma,
diciamolo, a me? E Ezio Mauro, Maurizio Belpietro, Alessandro
Sallusti e Luciano Fontana, tanto per fare i nomi dei big, sanno cosa
c'è scritto all'articolo 2 della legge istitutiva dell'Ordine?
Prendiamo dunque atto che, se da una parte esistono i
giornalisti-bersaglio della camorra, della mafia e della ndrangheta,
dall'altra esistono giornalisti che lavorano con l'unico scopo di
distruggere il competitore politico del loro editore. Due più due fa
73, il posto che ci meritiamo nella classifica mondiale sulla libertà
di stampa. E veniamo a Ignazio Marino, il sindaco eletto
democraticamente dai romani, che ha iniziato a togliere appalti,
ruotato dirigenti, tolto piccoli e grandi privilegi ai vigili urbani,
tentato di mettere in riga i tassisti, licenziato alcuni parenti di
Alemanno, celebrato nozze gay quando era in corso il Sinodo dei
vescovi sulla famiglia, e chi più ne ha ne metta. Marino è stato
eletto a dispetto del PD che non lo voleva, e vincere le primarie a
volte porta sfiga. Ebbene, l'accanimento nei suoi confronti degli
organi di informazione, rispondenti alle logiche più diverse, è
stato devastante. Nessuno avrebbe potuto seraficamente sopportare gli
attacchi ripetuti dei Cinque Stelle, ansiosi di governare una grande
città, dei fascisti orfani del nullatenente Alemanno, dei
forzaitalioti ormai ridotti al ruolo di cornacchie, di Sel che, in
attesa di Pippo Civati, non sa più che pesci prendere (o forse sì)
e infine dello stesso Oltretevere al quale Marino, che pure è
cattolico, sta cordialmente sulle stole. Risibile la posizione del
commissario del PD romano, Matteo Orfini, il quale, cinicamente, ha fatto
sempre finta di difenderlo mentre lo stava democristianamente
segando. Marino qualche cazzata l'ha fatta, ma parliamo di cazzate,
stile quella di starsene in ferie mentre si svolgevano i funerali di
Casamonica, ma nessuno potrà mai accusarlo di concussione o di
peculato. Le persone libere danno fastidio e, questa volta uso il
plurale, noi ne sappiamo qualcosa.
martedì 11 agosto 2015
Ognuno ha chi si merita...
In Italia mettersi contro la chiesa non ha mai portato bene a nessuno. Ma non glielo ha spiegato Bossi?
Iscriviti a:
Post (Atom)












