I
democristiani doc sono fatti così. Qualsiasi cosa accada, loro sono
capitati lì per caso. Giocano a fare gli gnorri, a far finta di non
capire, a non esserci mai perché quando ci sono, dormono. I
democristiani doc, cascasse il mondo, non perdono mai l'aplomb: mai
visto un DC incazzato. Lo studio, per arrivare a un livello così
alto di astrazione, passa attraverso una scuola rodata negli anni
della Guerra Fredda, dell'Italia nella Nato, nella subalternità
storica a tutte le potenze straniere che hanno invaso il nostro Paese
in quasi 2000 anni di storia. Come sopravvivere agli unni, ai
visigoti, ai tedeschi, agli spagnoli, ai francesi e poi agli
americani senza avere tonnellate di pelo sullo stomaco? Impossibile. Per cui possiamo tranquillamente affermare che i democristiani sono
gli unici, veri, inimitabili eredi della gens italica, popolazioni
abituate a sopravvivere (perché ci hanno convissuto e convivono) con
tutti i peggiori invasori della nostra Storia passata e recente. I
neo-DC hanno affinato le armi, come le mosche che a un certo punto si
nutrivano del DDT che avrebbe dovuto sterminarle. Si sono
auto-modificati geneticamente perché per comandare anche con il
berlusconismo, tanto bisognava fare. La mutazione genetica è
consistita nel fatto che hanno cancellato la loro memoria, immesso
dati aggiornati e, quindi, dato vita a un essere completamente nuovo,
nato da una provetta come la pecora Dolly: il DC 2.0. Pierfy Casini
ha provato a iniettarsi per endovena il liquido per accelerare la sua
mutazione, ma evidentemente qualcosa non è andata per il verso
giusto e la funesta alleanza con Mario Monti ne è stata la dimostrazione
palese. Figlio invece della perfetta riuscita dell'esperimento, punta
di diamante dei DC 2.0, è LettaLetta: lunga gavetta, parentele
appropriate, aplomb british (mutuato dal più famoso zio), giusto piglio,
discreta eloquenza, una via di mezzo fra il cinismo andreottiano e il
populismo di De Gasperi. Lui è il frutto più riuscito
dell'evoluzione democristiana, l'unico in grado di risollevare il
glorioso vessillo scudocrociato: altro che Rotondi! E quindi, date le
premesse, qualsiasi cosa accada, qualunque ombra si stagli sulla
linea d'orizzonte del suo governo, lui dice che non ci sono rischi né
pericoli, forte anche dell'appoggio di un padre putativo che in pochi
possono vantare, il Capo dello Stato in persona, personalmente. I
pidiellini scendono in piazza per sovvertire un potere autonomo dello
Stato? “Il governo non corre rischi”, dice LettaLetta. Silvio gli
chiede (per interposti interlocutori) di intervenire sulla Cassazione
per modificare l'esito dei suoi processi? “Il governo non corre
rischi”, dice LettaLetta. La polizia espelle rifugiati per fare un
piacere a un dittatore, e il ministro competente dice di non saperne
niente? “Il governo non corre rischi”, dice LettaLetta e difende
il suo vice-premier non perché sia innocente, ma per non dover
abbandonare troppo presto una poltrona sulla quale si sente da dio.
Il premier dis-conosce: o nega i fatti o afferma che non sono mai
accaduti. La tattica è quella: passato il polverone la gente
dimentica, e non c'è niente di più politicamente appetibile di un
popolo facile alla perdita di memoria. La fregatura è che questa
volta sembra che in Parlamento non ci siano solo quelli che
voterebbero la cittadinanza egiziana anche a Brunetta, ma pure onorevoli e senatori niente affatto disposti a dimenticare.
Nonostante LettaLetta gli abbia fatto recapitare a casa un mazzo di
fiori di Loto, questi non intendono dimenticare. E se invece dei
fiori di Loto provasse con le Olgettine?
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giovedì 18 luglio 2013
mercoledì 17 luglio 2013
Il Parlamento è un cabaret. Fra mazzi di rose (Calderoli) e autoassoluzioni (Alfano) siamo alla commedia più tragica
La
deportazione di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alma, è stata
concordata tra l'ambasciata kazaka in Italia, nelle persone
dell'ambasciatore Yelemessov e del primo consigliere, e i vertici del
Viminale nella persona, sembra, di Giuseppe Procaccini. L'incontro al
vertice, è avvenuto la mattina stessa del prelevamento della signora
Ablyazov e di sua figlia ad opera di quaranta fra agenti e funzionari
della polizia di stato, manco si fosse trattato del capo di AlQaeda
in Italia. Ma tant'è. L'Italia ormai è diventato il paese delle
barzellette su Mohammed Esposito per cui, chiunque bussi alle porte
dei ministeri, purché rappresentante di uno stato estero, trova
immediata apertura e altrettanto ascolto. Su questa vicenda, per la
quale pagheranno come sempre solo i burocrati, ieri il vice-premier e
ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha dato la sua versione in
Parlamento. Non gli ha creduto nessuno ma lui è rimasto al suo posto
per la semplice ragione che, da quando si è insediato il governo
LettaLetta, basta che Brunetta dica “Occhio che cade il governo”,
tutti i misfatti si perdonano. E questa, Silvio, la chiama
“pacificazione”. Il Parlamento è diventato, ormai da tempo, il
luogo in cui chi mente non paga pegno, la realtà diventa fantasia e
viceversa; le commedie o, peggio, le farse, sono all'ordine del
giorno. Piero Grasso, il presidente del Senato, si indigna per la
giacca variopinta (con i colori della pace) del senatore grillino, ma
dice grazie al senatore Calderoli, dopo l'imbarazzante dichiarazione
auto-assolutoria sul caso Kyenge. “Le invierò un mazzo di rose –
ha detto Cita – come mi ha consigliato di fare quel gran viveur del
senatore Compagna”. Gli stava scappando un “casco di banane”,
ma poi non lo ha detto perché si è ricordato che la banana è il
frutto che preferisce, soprattutto quando lo stacca direttamente dal
ramo. Il Parlamento è diventato un teatro dell'assurdo. Mai sentite
tante puttanate in un luogo che dovrebbe rappresentare la nazione, e
se tanto ci da tanto, viene una tristezza incredibile a pensare come
questa nazione è ridotta. Ma da un luogo in cui si certifica che
Ruby è egiziana e nipote di Mubarak cosa pretendete, la serietà? La
compostezza? Grandi voli giuridici e legislativi? Pieno come un uovo
di nani (la statura fisica non c'entra una mazza, parliamo di
moralità) e di mignotte (le prostitute comunemente intese sono
esenti dal commento), il Parlamento italiano è diventato un luogo
irrespirabile, pieno di indagati, di messi sotto accusa, di corrotti
e corruttori, concussori e malversatori, soggetti indegni di sedere
in qualsiasi altro consesso civile, consiglio di presidenza della
Bocciofila di Sampierdarena inclusa. Un po' cloaca, un po' luogo
prescelto da perditempo senza arte né parte, l'italiota Circo Barnum
si è arricchito negli anni di veri e propri maestri
dell'equilibrismo, gli stessi che sono andati a dare una pacca sulla
spalla d'o' Schiattamuort, dopo l'informativa data alle Camere sul
caso Shalabayeva. Fra i “battitori di pacche” anche Pierfy Casini
il quale, dopo il fallimento del matrimonio con Mario Monti, è in
cerca di un accasamento, nuovo o vecchio non importa purché si
accasi: lui da solo non può stare. Ma fino a quando è Casini a
complimentarsi con Alfano, non ci si può sorprendere più di tanto.
Viene da piangere invece, quando a credere alla versione-gruviera del
vice premier, è tutto il Pd. Silvio, questa, la chiama
pacificazione.
martedì 16 luglio 2013
C'è insulto e insulto. Un conto è dire “nano” a Brunetta, un altro “orango” alla Kyenge
Intorno
a questa faccenda dell'orango si sta facendo un fracasso 'bestiale'
(hihihi!). Da una parte ci sono i leghisti, che fanno quadrato
intorno al vice presidente del Senato. Dall'altra il Pd, Sel e Scelta
Civica che continuano a chiederne le dimissioni. In mezzo i grillini
che non se la sentono proprio di inveire contro il Calderoli che
insulta, perché a insulti loro non sono secondi a nessuno: le
dimissioni costituirebbero un pessimo precedente. Per non escludere
il fatto che, dopo la presa di posizione di Beppe Grillo sullo ius
soli, magari è meglio tenersi la Lega vicina. In Italia, si sa,
non siamo abituati a colpirne uno per educarne cento, si colpisce
dove e come si può, le parole volano, le offese investono, in ogni
ordine e grado, anche cittadini inconsapevoli e distratti. Poi c'è
l'assessore veneto Daniele Stival, che sul suo profilo Facebook aveva
scritto: “A sentirsi offeso dovrebbe essere l'orango”. Ma il post
è durato solo un paio d'ore ed è stato rimosso. Salvini invita
Napolitano a tacere. È una vita che diciamo che il nostro Presidente
dovrebbe essere, come dire, meno presente sulla scena politica
italiana, ma non sicuramente perché dice che “il linguaggio della
politica è barbaro”, per una volta che ha ragione, lasciamolo in
pace. Infine c'è il vezzo di accomunare sempre tutti in un enorme
circo del “e tu allora?”. È la tecnica dei pidiellini che si può
riassumere in “Vabbé, Silvio è un puttaniere. E Togliatti allora
che si teneva l'amante a Botteghe Oscure?” A ogni misfatto dei
destrorsi ne deve corrispondere uno dei sinistrorsi. Tutti devono
sentirsi colpevoli perché è l'unico mezzo che si ha a disposizione
per arrivare a dire “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Questa
storiella va avanti da venti anni. Faceva parte del bagaglio oratorio
di Forza Italia, è diventato il mezzo esclusivo di risposta al
nemico da parte dei quacquaracquà del Pdl. A ogni crimine di
Mussolini ne corrispondeva uno di Stalin e non si finiva mai. Il giro
ricominciava, come sulla giostra dei disperati che non pagano il
biglietto per sedere sulla 313 di Paperino Paolino da Paperopoli.
L'ultima perla di questa serie infinita di dileggi contro
l'intelligenza, è venuta dal sindaco di Viggiù, la leghista di
colore (americana di Springfield - mamma di Viggiù, padre
afro-americano -), che ha detto: “Calderoli ha sbagliato, ma che
dire allora di chi chiama 'nano' Brunetta o 'puttane' le donne del
Pdl che siedono in Parlamento?” Vede, gentile signora Sandra Maria
Cane, detta Sandy, la differenza c'è ed è enorme. Nonostante tutta
la buona volontà, è difficile non definire Renatino Brunetta
'nano', semplicemente perché lo è. Potremmo discutere sul tono più
o meno di disprezzo con il quale la definizione di un aspetto fisico
accertato e visibile viene pronunciata, ma il concetto base non
cambia. Poi ci sconvolge che Brunetta possa offendersi per il 'nano'.
Ci sono nani famosissimi, e non solo nei circhi, che non si offendono
affatto se qualcuno ne sottolinea la conformazione fisica definendoli
nani anzi, diciamo che è stata la loro fortuna nascere in quel modo,
gli ha aperto porte che sarebbero rimaste inesorabilmente chiuse:
Danny De Vito compreso. E che dire di quell'altro termine con il
quale si definiscono le parlamentari del Pdl, soprattutto conoscendo
le inclinazioni del Capo? Ora, se lei ci dicesse che oltre alle
puttane occorrerebbe parlare anche di puttani, le daremmo ragione
totalmente e completamente, e puttani sarebbe il termine giusto
perché 'gigolò' darebbe loro una dignità che non meritano. Ma lei
ce lo vedrebbe Richard Gere al Senato?
lunedì 15 luglio 2013
Roberto Calderoli e “La teoria dello stronzo” (Rewind)
Questo
articolo l'ho scritto tre anni fa. Lo ripropongo paro paro. Roberto
Calderoli
era ministro. Il tempo passa ma i buffoni (dire buffone non è reato,
come sentenziato dalla Corte
di Cassazione),
non guariscono mai. Di buffoni e coglioni il mondo è pieno. Ne
abbiamo incontrati a iosa nel passato, ne incontriamo a iosa
quotidianamente. Non sono, purtroppo per l'umanità dolente, una
razza in via di estinzione.
I
biografi più informati dicono che quando sua madre lo portò da
piccolo a vedere King
Kong
(il film), il bambino a un certo punto abbia urlato: “papa!”. La
mamma si guardò intorno per capire se qualcuno lo avesse sentito, ma
vide solo un gran sghignazzare di pubblico. Il piccolo aveva avuto la
sventura di guardarsi allo specchio e, dall’attaccatura dei capelli
alle sopracciglia fino al naso e al taglio della bocca, si era
ritrovato nell’immagine che lo schermo gli stava proiettando
addosso. La mancanza di scorrevolezza nel linguaggio, l’afasia dei
toni, la disarticolazione vocale nell’urlo e nel pianto, avevano
convinto Roberto
che l’origine della sua nascita doveva essere un’altra. Con il
passare del tempo, alcune delle caratteristiche fisiche non
propriamente umane si addolcirono, restava una strana fissità nello
sguardo ma nulla in confronto a quella del cervello, dei pensieri,
dei ragionamenti. Da figlio di Odino
pensò che un matrimonio in perfetto stile celtico, con tanto di
Druido
celebrante, potesse compiere il miracolo, ma questo caso fu la
dimostrazione scientifica che i miracoli non esistono. Roberto
mantenne tutte le afasie, le incertezze verbali e le fissità che
evidentemente facevano parte del suo tratto genetico, e non contribuì
a migliorare la situazione sua moglie, donna pia, timorata di dio,
niente affatto appariscente e perseguitata da una incontenibile
voglia di “strano”. Non gli si prospettava un avvenire roseo. Fu
allora che per cercare di forzare il fato, divenne amico di un
Aizzapopoli
più intellettualmente afasico di lui, ma che aveva avuto
contrariamente a quanto successo a Roberto,
un grande maestro, il professor Gianfranco
Miglio
(allievo di Otto
Brunner),
che era riuscito nell'impresa di limarne alcuni dei tratti
animaleschi che possedeva. L’Aizzapopoli
crebbe come mai Roberto
avrebbe previsto. Si contornò del fior fiore della cultura
valligiana e con questo manipolo di etno-infoiati, tentò perfino
l’assalto al Campanile
di San Marco.
Avendo la fortuna di vivere in un paese come l’Italia,
il manipolo di golpisti da operetta si trasformò ben presto in forza
di governo. E questa è storia. Oggi non solo il manipolo siede in
Parlamento,
ma governa. Roberto,
adepto della prima ora, da guardiano di gore in pectore, è diventato
ministro anche se, considerato il retroterra culturale, potevano
assegnargli solo la Semplificazione.
Travolto da tanto miracolo (Gnazio
e Caspar
si sentono meno soli), Roberto
ha iniziato timidamente a parlare, a cercare di ragionare compiendo
un terribile sforzo e infine, a interloquire, a rilasciare
dichiarazioni alla stampa, a censurare colleghi e oppositori. Con lo
sguardo perso nel vuoto e le guance rosso-fisso come la spia della
super della nostra Renault
d’annata, ha sentenziato: “Fini
ha perfettamente ragione a dire che è stronzo chi dice che lo
straniero è diverso. Ma è altrettanto stronzo chi illude gli
immigrati”. Fino a prova contraria sono stati i suoi amici
industriali del Nordest
a illudere gli immigrati ritenendoli indispensabili per la loro
crescita economica, ma non è questo che ha turbato Roberto
del ragionamento di Fini,
è più che altro l’essersi sentito dare dello “stronzo”. Lui,
che in effetti a un bisogno fisiologico assomiglia sul serio, non
sopporta più di essere preso in giro né per il fisico né per
l’intelligenza che pensa di possedere, e reagisce male cercando di
fare lo spiritoso. Ma non gli riesce. Roberto
si è incazzato insomma perché pensava che almeno da ministro quel
terribile, ripetuto, continuo epiteto gli fosse evitato. Invece madre
Storia insegna. Se nasci stronzo, e pensi di essere il figlio di King
Kong,
stronzo resti e non c’è ministero che tenga. Una piccola
consolazione: scorrendo i nomi dei colleghi, il buon Roberto
può stare tranquillo, è in ottima e numerosa compagnia.
domenica 14 luglio 2013
Il tafazzamento avanzato dei 25 del Pd. E Matteo, come Zucchero meglio di Eros, parte in tournée
Siamo
convinti che se uno provasse il desiderio profondo di tafazzarsi
violentemente, un po' per pudore un po' per vergogna, dovrebbe farlo
lontano da occhi indiscreti. Da qualche tempo invece, girano
tafazzatori che amano autofracassarsi le palle in pubblico, la
fregatura è che sono convinti di non farlo anzi, sono arrivati alla
pia consapevolezza di essere dei geni. Ma voi (il primo che mente è
un berluschino), avete capito che diavolo vogliono i 25 pidini
sottoscrittori dell'introduzione obbligatoria nelle scuole del
manuale dei sinonimi e dei contrari? Insomma, Zanda&Co. dove
vogliono arrivare cambiando il termine “ineleggibile” in
“incompatibile”? Perché sapete, le versioni sul senso della
proposta sono talmente tante, eterogenee e pluripartitiche che capirci
qualcosa è più un esercizio bartezzaghiano che da persone
normodotate. Il segretario Epifani (ci avremmo scommesso gli
attributi), ha candidamente ammesso di non sapere per quale motivo i
25 hanno presentato quella proposta. E dire che non stavano
propriamente parlando della conservazione e tutela dei pesci rossi,
ma della vita e dell'avvenire di Silvio Berlusconi. Laura Puppato, lo
abbiamo riportato ieri, ha detto: “Ora nei circoli andateci voi a
spiegare che non cerchiamo di salvare il culo di Silvio”. Matteo
Renzi è andato oltre e non ha fatto cenno alla parola “golpe”
solo perché lui, così giovane, non ne conosce appieno il
significato. Alzata di scudi totale, senza eccezioni, da parte dei
pidiellini i quali, senza neppure un momento di rossore e una punta di
vergogna hanno detto: “Eh sì, ma vi pare che uno per fare politica
deve rinunciare a quel popò di impero?” Insomma, i pidini colpiti
dalla estiva sindrome di Tafazzi, hanno deciso di continuare a darsi
botte da orbi fra le palle incuranti degli effetti collaterali e di
quel “Eiaculazione precoce? Ahiahiahi, c'è il vostro medico che
risolve tutto. Consultatelo”. Dopo una tafazzata a regola d'arte,
hai voglia di eiaculazione precoce!
Meglio
di Zucchero, più di Eros Ramazzotti, Matteo Renzi è partito per la
sua tournée europea con una band giovane e fresca di sala
d'incisione. “Guardate che Enrichetto l'ho avvisato – ha detto
Matteo – il Caino non sono io”. Insomma, il sindaco di Firenze
sta ripercorrendo le orme che furono di D'Alema e di Veltroni. Lo
scopo è quello di convincere i leader europei, e soprattutto i
mercati, che lui con il comunismo non c'entra niente. Che non tasserà
le rendite finanziarie. Che non toccherà le transazioni
internazionali. Forte della presenza del suo fan delle Cayman, Matteo
ha già incontrato Angela Merkel e, a quello che dicono i suoi
seguaci, sembra che abbia dovuto resistere stoicamente alle avance di
Angela, che si era allupata come una iena sudanese in semestrale
astinenza sessuale, dopo averlo visto imitare Arthur Fonzarelli da
Maria De Filippi. Matteo ha detto “hey... nein!” e la Merkel non l'ha
presa affatto bene. Dopo Berlino, Matteo toccherà Parigi e Londra da dove
partirà per andare a Liverpool a rendere omaggio al museo dei
Beatles. Eh sì! Matteo sta facendo sul serio. Stavolta ci si è
messo di buzzo buono. Vuole fare il premier a tutti i costi,
sperando che non capiti anche a lui quello che è successo a Romano
Prodi. Resta la domanda che facciamo ormai da quattro giorni a quelli
del Pd: ditecelo, per favore, chi cazzo comanda nel vostro partito?
Ci basterebbe una telefonata pure con un numero privato, una cartolina, un
segnale di fumo, un twoosh su Twitter, una email impersonale, però
una risposta datecela. Questo clima di incertezza ci sta
distruggendo.
sabato 13 luglio 2013
La “sguaiatezza istituzionale” fa il suo esordio nel vocabolario della politica. E Silvio dice: “Sarò assolto”
Queste
speculazioni su provvedimenti di competenza del Capo dello Stato in
un futuro indeterminato, sono un segno di analfabetismo e sguaiatezza
istituzionale. Danno il senso di una assoluta irresponsabilità
politica che può soltanto avvelenare il clima della vita politica.
Questo il comunicato (scritto in un italiano più che zoppicante,
claudicante) che il Quirinale ha divulgato dopo i titoli a tutta
pagina (la prima) degli ultimi due giorni di Libero. L'altro ieri,
Maurizio Belpietro aveva scritto: “Giorgio facci la grazia”,
mentre ieri, provando ad ascrivere nella campagna pro-Silvio anche il
premier, aveva titolato: “Grazia a Silvio, ci sta anche Letta”.
LettaLetta si è incazzato da morire (anche se lo ha fatto nel
silenzio di un confessionale), mentre Giorgio Napolitano ha preferito
rispondere per le rime e con un comunicato ufficiale. Stanco di
trangugiare ettolitri di Maalox sciroppo a causa dei titoli del
FattoQuotidiano, Giorgio non se l'è sentita di aumentare la dose serale di
antiacido e ha preferito sbottare per iscritto. Il fatto è che se
fosse per i lettori che Libero ha, nessuno dovrebbe preoccuparsi di
quanto scrive e, spesso, sproloquia. La fregatura è che tutte le
principali rassegne stampa delle televisioni pubbliche e private, lo
inseriscono nelle loro mazzette e quindi, l'immagine del giornale che
riceve finanziamenti dallo Stato perché organo del Partito
Monarchico, è mediaticamente molto forte. Belpietro d'altronde, fa
il gioco di sponda con Sallusti. I due direttori, magari si
telefonano la sera e, fra una chiacchiera e l'altra, concordano i
titoli di testa; bastano quelli perché poi il resto non lo legge
nessuno. Per cui, se la politica entra in fibrillazione, non è
perché dietro le due testate ci siano poi falangi di lettori pronte
a prendere in mano il forcone, ma solo perché le tv e le radio gli
danno uno spazio giustificato solo se si parlasse di gossip. Ma si
sa, il servizio o il mezzo-servizio pari sono, e poco importa che gli
editori siano persone fisiche diverse, il padrone resta uno e uno
solo e non si chiama Paolo. Immotivato poi, questo accanirsi su una
probabile “grazia”, quando Silvio ha dichiarato senza dubbio
alcuno, che la Cassazione lo assolverà. Eppure, dopo tanti anni di
frequentazione delle aule giudiziarie, Silvio dovrebbe sapere che non
è nei poteri della Corte di Cassazione condannare o assolvere. La
Cassazione dovrà solo stabilire se il processo d'appello si è
svolto secondo le regole previste dai codici. Punto. E qualora
dovesse decidere che le regole sono state violate, si dovrebbe rifare
il processo d'appello e via dicendo, fino all'eternità o, meglio,
fino alla prescrizione. Il democristiano Pd, a questo punto più
Balena Bianca dell'originale, continua a dare un colpo al cerchio e
uno alla botte, anche se chi lo da, pure in questo caso sono persone
fisiche diverse. Un manipolo di senatori, 25 per la precisione, ha
deciso in queste ore di modificare la legge del 1957 cambiando la
“ineleggibilità” in “incompatibilità” e dando un anno di
tempo al Cavaliere per vendere le sue imprese, familiari non
compresi. Come sempre è accaduto nella storia della vecchia DC,
questa proposta ha suscitato reazioni diverse a seconda
dell'appartenenza a una corrente piuttosto che ad un'altra. Laura
Puppato, ad esempio, ha detto chiaro e tondo che l'ineleggibilità è
l'ineleggibilità e basta e che questa proposta allontanerebbe ancora
di più la base dal partito. Luigi Zanda, uno dei firmatari, è
invece convinto del contrario, che cioè se la proposta dei 25
dovesse essere accolta, il Cavaliere sarebbe costretto a scegliere e,
sempre secondo loro, ad andarsene. Torna la domanda fatta ieri ai
vertici del Pd. Ma nel vostro partito, chi cazzo comanda?
venerdì 12 luglio 2013
Pd senza pace. 70 senatori scrivono a Epifani: “Basta autogol”. Ma una staminale per curare i democrat non c'è?
La
malattia di cui soffre il Pd ormai è chiara. Si chiama schizofrenia
e sembra incurabile. Uno psichiatra conosciuto qualche tempo fa ci
disse: “Dalle malattie mentali non si guarisce, però si può
vivere meglio”. Ecco, nel caso del Pd sarebbe sufficiente vivere
meglio per evitare di cadere a intervalli regolari in una crisi
acuta. L'ultima è di queste ore. Scontro all'arma bianca fra Roberto
Speranza (che se ne vada presto) e Felice Casson. Al centro della
disputa, l'ineleggibilità di Silvio Berlusconi che i 5S si
apprestano a chiedere nella Giunta delle elezioni. Casson ne ha fatto
la battaglia della sua vita, Speranza quella della sua tenuta come
capogruppo del Pd. Da una parte l'esigenza di rispettare le leggi di
questa nazione, dall'altra (lo abbiamo già scritto), la voglia di
consentire a Silvio di acquisire la carica di deputato (o di
senatore) per usucapione: i venti anni necessari, però, scatteranno
solo nel 2014. In attesa, si temporeggia, e l'impressione è che
almeno per il momento, la sindrome della Balena Bianca abbia la
meglio su quella della Bandiera Rossa. Moriremo democristiani,
prendiamone atto e andiamo avanti. La votazione a favore della
sospensione dei lavori parlamentari sembra non avere un padre (di
madri è meglio lasciar perdere). Chi l'abbia presa non si sa. È
venuta fuori così, all'improvviso, con un ordine perentorio di
votare a favore giunto sugli smartphone dei senatori e dei deputati.
All'inizio sembrava che l'ordine dato dai capigruppo, provenisse
direttamente dal segretario Epifani. Poi, però, il segretario ha
dato ragione ai 70 senatori che gli hanno scritto, incazzati come
sciacalli mediorientali armati di kalashnikov, per chiedergli conto e
motivo di quel voto assurdo. Il segretario Epifani, per tutta
risposta, ha fatto un ragionamento che non sta né in cielo né in
terra. Praticamente ha detto che la colpa è tutta del Pdl che non
riesce a tenere separati i problemi della nazione da quelli di
Berlusconi. Sì, vabbè, ma questo che c'entra con l'essersi scesi
ancora le braghe davanti all'imponenza di uno statista di cotanto
peso e cultura? Insomma, segretario, chi ha preso materialmente la
decisione di votare a favore della sospensione dei lavori? Cazzo non
si sa, non se ne viene fuori. Nessuno che si faccia avanti e dica:
“Sono stato io porca puttana”. Tutti parlano a mezza bocca, tutti
si spintonano, tutti fanno finta che non sia successo nulla purché
il governo vada avanti. E non importa che nei circoli ci sia fermento
e non importa che l'elettorato del Pd stia seriamente pensando di
cambiare sponda. Si può sapere, per dirla papale papale, chi diavolo
prende le decisioni nel Pd? Tutto è nato dalle consultazioni per la
partita (persa malamente) per il Quirinale. Tutto sta andando avanti
esattamente come nel momento in cui, nel segreto del voto, 101
democrat hanno bocciato Prodi. Lì la schizofrenia si è manifestata
fino a conclamarsi. Se il Pd alle scorse amministrative non avesse
imbarcato quel po' po' di sindaci, si potrebbe tentare un TSO, ma
quale nome (o nomi) mettere nell'ordinanza sindacale? Strano il Pd, dopo aver
combattuto per anni la mafia, ne ha adottato il principio
basilare: l'omertà.
giovedì 11 luglio 2013
1440 minuti di silenzio per Silvio. La solidarietà del Pd. Come sempre Lui è Lui e gli altri...
Siamo
fuori di testa. Di solito quando muore qualcuno di importante, quasi
a ogni latitudine si osserva un minuto di silenzio. Il giorno della
dipartita di Re Tuiavii di Tiavea, famoso nel mondo per aver
viaggiato fra i Papalagi, i samoani stettero zitti circa 30 secondi
poi, imbracciati gli ukulele, si diedero a danze sfrenate. In un
famoso discorso tenuto al suo popolo dopo il rientro dal mondo
progredito, Re Tuiavii parlando dei papalagi (uomini bianchi),
teorizzò la “grave malattia del pensare”. Ecco, il Re, forte
solo delle sue tradizioni, aveva capito che il peccato originale
dell'uomo bianco non era tanto quello di pensare, ma di farlo a
sproposito, perdendosi in meandri mentali che non portavano a una
cippa. “Pensare – disse Re Tuiavii – non è male. Farlo a cazzo
(ns. libera traduzione), sì”. È un po' quello che è accaduto
ieri a Palazzo Montecitorio dopo la richiesta del Pdl di interrompere
i lavori della Camera dei Deputati (la stessa scena si è ripetuta a
Palazzo Madama) per tre giorni. Lo scopo: solidarizzare con Silvio
contro la decisione della Corte di Cassazione di anticipare il
pronunciamento sul processo Mediaset. La richiesta del Pdl ci sta
tutta. Loro per Silvio si butterebbero nel fuoco (oddio, non
esageriamo, nel fuoco no, forse si brucerebbero un dito con un
fiammifero). I vari Gasparri, Capezzone & co., giocano il loro
ruolo di difensori estremi del Capataz, e per farlo devono sollevare
polveroni inverecondi spargendo menzogne e mezze frasi, e non
arrivando mai a esplicitare la richiesta di “condono tombale ad
personam”, una leggina solo ed esclusivamente per Silvio che così
non finirebbe ai domiciliari ma anzi, continuerebbe a sedere sullo
scranno senatoriale di Palazzo Madama. Se fossimo deputati e senatori
del Pdl, probabilmente ci comporteremmo allo stesso modo. Il capo è
il Capo e, dopo tutti i miracoli che ha fatto per darci una dignità,
non ce la sentiremmo di abbandonarlo al suo destino. Insomma saremmo
solidali con Lui fino alla fine (o quasi). Ma cosa diavolo c'entri il
Pd in questa storia non si capirà mai. Per quale cazzo di ragione ha
avallato la richiesta dei pidiellini di sospendere i lavori delle più
alte istituzioni dello Stato, resterà per sempre un mistero
gaudioso. Solidarizzare con il Partito della Libertà, significa
polemizzare indirettamente con la magistratura giudicante e marcare
ancora di più il solco già profondo che divide i politici democrat
dal loro elettorato. Insomma, l'ennesima marchetta di un partito allo
sbando al quale tocca pagare, ormai è storia, ogni vento di crisi
che spira nell'altro partito, il Pdl. Fateci caso, ogni volta che il
Pdl tira fuori un problema a farne le spese è il Pd. Fra le due
formazioni politiche esiste una specie di sindrome da gemelli
monozigoti. Se uno dei due fratelli ha problemi, ne risente
inevitabilmente anche l'altro, spesso ancora di più che il portatore
sano di problematiche. La fregatura, nel caso del Pd, è che a
risentirne è sempre e solo lui, l'altro va avanti come un treno. Al
solito, la decisione presa di contrattare la durata dell'interruzione
dei lavori (da tre giorni a uno) è stata fortemente criticata da una
parte del partito. Quando Roberto Speranza (di scomparire presto) ha
detto che il Pd avrebbe aderito alla richiesta del Pdl, si è
scatenato un putiferio con i renziani che non hanno digerito affatto
la decisione presa dal capogruppo. E la vicenda si è trasformata in
farsa quando Speranza ha dichiarato: “I dissenzienti avrebbero
potuto chiedere la convocazione del gruppo parlamentare invece di
fare casino postumo”. Dopo la vicenda di Romano Prodi, la standing ovation
seguita alla nomination alla Presidenza della Repubblica e l'entrata
in scena dei 101 zozzoni, il buon Speranza ritiene ancora di essere
capogruppo di un partito unito, una pia quanto stupida illusione. Il
Pd, in nome della tenuta del LettaLetta, e di un presunto senso di
responsabilità, si è calato ancora una volta le braghe dimostrando
di essere un partito complementare al Pdl, di non avere una visione
strategica della politica in tempi di crisi, di essere subalterno
alla più pericolosa brigata di quacquaracquà che la storia
repubblicana ricordi. All'approvazione della sospensione dei lavori
con il voto favorevole dei pidini, i deputati e i senatori dei 5S si
sono tolti la cravatta, la giacca e, in maniche di camicia, hanno
iniziato a insultare pesantemente i colleghi del Pd, fin quasi ad
arrivare alle mani. Ma c'è qualcuno che pensa veramente che con
questi onorevoli e senatori del Pd si possa ragionare senza far
ricorso alle mani? La vediamo dura. Poi, le parole del saggio
Epifani: “Il Pdl non tiri troppo la corda”. Ma il Pdl la corda te la
mette intorno al collo e poi la stringe come e quando vuole, caro
segretario dell'unico partito al mondo che vince le elezioni per
farsi dettare l'agenda dal nemico storico. Continuiamo a dire che su
un punto Beppe Grillo ha ragioni da vendere: il popolo italiano è
stanco e i forconi stanno arrivando, insieme ai machete provenienti
direttamente da Tiavea e che da quelle parti servono solo per aprire
gli ananas e le noci di cocco.
mercoledì 10 luglio 2013
Il Pdl e il Papa. Il Pdl e il golpe. Il Pdl e le persecuzioni. È il Pdl, che volete, statisti?
Bizzarri
i tromboni del Pdl. Fino a quando hanno avuto Papi (non è una
battuta ma Papa al plurale) che reggevano e indirizzavano le milizie
cattoliche al loro servizio, il Pontefice era considerato quasi come
Kevin Costner: un intoccabile. Nel momento in cui ne è arrivato uno
che ce l'ha con le banche, con i ricchi, con la globalizzazione, con
i preti e le monache che vanno in giro sulle fuoriserie, con i
migranti annegati dalla Bossi-Fini, con l'insensibilità dei
capitalisti, con i Rolex e i falsi miti della bellezza siliconata si
è scatenata l'iradiddio. Quel piduista mai pentito, tessera numero
2232, che risponde al nome di Fabrizio Cicchitto, ha detto papale
papale (neppure questa è una battuta): “Un conto è predicare un
altro governare, il Papa dovrebbe stare attento a quello che dice,
perché dai paesi africani arrivano tanti delinquenti”. Non poteva
non intervenire un leghista, nel caso specifico Erminio Boso che, se
possibile, c'è andato giù duro peggio di Cicchitto e che alla
Zanzara ha detto: “Non mi frega niente di quello che ha detto il
Papa, se un barcone affonda io sono felice”. Questi centrodestrorsi
sono davvero dei personaggi straordinari. Vabbè che il loro Papa lo
hanno già e si chiama Silvio, ma insomma, almeno un po' di rispetto
per quella gerarchia connivente che vi ha permesso per venti anni di
mangiare a crepapelle, novelli Pantraguel senza però Gargantua. Ci
piacerebbe conoscere il parere dei cattolici a tal proposito, magari
di quelli che hanno difeso le ruberie del Celeste, magari di quelli
pluri-divorziati che negano i diritti alle coppie di fatto per non far
piangere Sua Santità, magari di quelli che sentendo Berlusconi
bestemmiare in tv, si sono lasciati andare alle contestualizzazioni
più becere e paracule della storia dell'intera diplomazia italiana e
pure di quella del Canton Ticino. A questi cattolici vorremmo
chiedere: “Votereste voi ancora per Berlusconi?” Siamo convinti
che il coro di sì sarebbe assordante, loro hanno il voto del perdono, porco boia. E mica finisce qui. I
pidiellini sono sul piede di guerra. E in attesa del pronunciamento
della Cassazione sul processo Mediaset, stanno predisponendo il loro
piano di battaglia, la risposta pronta e forte di un popolo di
disperati che senza Silvio sarebbero dei poveri cristi in cassa
integrazione in deroga. Le linee, a questo momento, sono tre. La
Santanchè ha detto: “Passiamo all'azione”, senza però
specificare in cosa dovrebbe consistere l'azione ma lei, si sa, fa la
regista e non l'attore. Sandro Bondi, memore dei suoi trascorsi
comunisti, ha ritirato fuori l'attrezzario rosso e ha detto: “Siamo
pronti alla resistenza”, dimostrando che della Resistenza, il
Sandrin Poeta non ha capito un cazzo. Poi c'è l'ultima proposta.
Ancora 2232 che incazzato perché Renatino gli ha fregato il posto di
capogruppo, ha detto: “Destabilizziamo il governo”. Così si
torna a votare e lui a fare il capogruppo. Il teorema pidiellino è
chiaro da venti anni: “Silvio è un perseguitato dalla
magistratura” e stasera, a Ballarò, Alex Sallusti ha affermato:
“Non è solo la magistratura a complottare contro Silvio ma anche i
poteri forti attraverso il Corriere della Sera”. Paolo Mieli, in
collegamento, stava stramazzando a terra, ma non per le parole di
Draculino, ma perché si è reso improvvisamente conto di essere iscritto
allo stesso ordine, quello dei giornalisti. Vedrete, questi del Pdl
faranno un casino della madonna ma poi, siccome strutturalmente sono
dei cagasotto, tutto finirà con un insano, democristiano accordo
sottobanco. Non hanno ancora capito, quelli del Pdl, che non è più
vera la storia che morto un Papa se ne fa un altro. Non occorre più,
non serve più. Silvio non deve morire, basta la galera.
martedì 9 luglio 2013
Il Pdl: “Fassina fuori, Saccomanni fuori”. Mentre l'unico a uscire dovrebbe essere Silvio. Infatti, i 5S...
Ormai
abbiamo capito che il concetto di “divisivo” vale solo per i
pidiellini. Guai a tirar fuori un argomento che possa turbare le loro
fragili coscienze, si mettono a frignare come i bambini. Ed è così che
Saccomanni finisce nelle grinfie di Gasparri (ancora lui, ohibò) e
che Fassina venga invitato da Brunetta (ancora lui, ohibò) a
dimettersi. Non si sa se per far capire al Pd che in questo momento
storico è letteralmente tenuto per le palle, o se per prevenire
eventuali colpi di testa “divisivi”, ma la falange azzurra degli
italioti per eccellenza, non perde occasione per dire all'alleato
contronatura di questo governucolo tardo democristiano, che... “attenti
ai passi che fate”. Fanno finta, quelli del Pdl, di non sapere che l'unico
che dovrebbe abbandonare lo scranno senatoriale che occupa
abusivamente, è il loro Capo, signore e padrone, Capataz nei secoli,
benefattore e salvatore Silvio Berlusconi. Ma partiamo dall'inizio
perché questa è una storia che fa schifo. C'è una legge del 1957
che recita testualmente: “Sono da considerarsi ineleggibili coloro
che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o
di imprese private, risultino vincolati con lo Stato per contratti di
opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni
amministrative di notevole entità economica.”
Tutti
sanno che Silvio è il padrone dell'impero Mediaset. Tutti sanno che
per darsi una parvenza di legalità, il Capataz ha “delegato”,
sulla carta, le sue imprese a Piersilvio, a Marina, a Fedele
Confalonieri a Adriano Galliani, al di lui se stesso medesimo
fratello Paolino il quale, infatti, puntualmente viene condannato al
posto del “maggiore”, tanto che se passassero in giudicato tutti
i processi, Paolo sarebbe costretto a cambiare l'attuale domicilio e
spostarlo a San Vittore. Grazie a queste manovre, confermate comunque
da atti notarili, per venti anni Silvio è stato dichiarato
eleggibile da tutte le giunte della Camera e del Senato che si sono
succedute. Grazie a queste manovre, alcuni esponenti di spicco del Pd
(gruppo 101 zozzoni e affini), ha bellamente avuto la faccia tosta di
dire: “Beh, lo abbiamo considerato eleggibile per venti anni, cosa
c'è di nuovo per tornare sui nostri passi?” C'è. Qualcosa di
nuovo c'è. Ed è la ragione per la quale questi “fatti nuovi”
hanno convinto i parlamentari del M5S a predisporre un dossier su
Silvio da presentare alla Giunta per le elezioni e le immunità del
Senato: lo scopo è proprio quello di dichiararlo ineleggibile. Di
nuovo c'è stata la motivazione della sentenza d'appello del processo
Mediaset. Di nuovo c'è stato che una Corte ha dichiarato, scrivendo:
“Pur abbandonando l'operatività giornaliera, Silvio Berlusconi è
sempre rimasto, di fatto, proprietario delle proprie aziende”.
Amen. Stop. Maurizio Buccarella, componente grillino della Giunta,
solleverà quanto prima la questione della cacciata di Silvio da
Palazzo Madama basandosi proprio sulla sentenza della Corte
d'Appello. Con lui il collega Mario Giarrusso che dice: “La
sentenza d'appello Mediaset spiega chiaramente che Berlusconi è, e
continua a essere, il proprietario delle aziende. Questo costituisce
un precedente giuridico che supera le precedenti decisioni
politiche.” Chi lo ha capito e saputo da sempre, è il deputato del
Pd Felice Casson che sembra più che mai deciso a far sua l'eccezione
grillina sull'eleggibilità di Silvio. Il problema è come la pensano
gli altri componenti della Giunta del Partito Democratico perché
stavolta la situazione potrebbe farsi molto seria. Se tutti gli 8
democrat presenti in Giunta votassero compatti con i grillini, si
raggiungerebbe la maggioranza assoluta dei 12 componenti previsti per
ratificare la decisione di cacciare Silvio. Qui non si tratta più,
per dirla alla Renzi, di battere Berlusconi alle elezioni, ma
semplicemente di far rispettare una legge dello Stato, cosa
diventata, in questo paese, un optional. Non rispettare le leggi è
parte fondamentale della politica di Silvio, evidentemente anche la
più condivisa da quei 101 zozzoni che Pippo Civati ha deciso di
stanare, di combattere, di cacciare dal partito. Questa è la ragione
per la quale Pippo non sarà mai il segretario del Pd.
sabato 6 luglio 2013
La fine triste di Umberto Bossi detto O' Padano. Da leader di una nazione inesistente a marionetta di re Silvio
Quattro
gatti, forse cinque. Lui arriva a bordo della Lancia di
rappresentanza e ad accoglierlo a Cassano Magnago, il suo paesello
natio, un pugno di leghisti della prima ora. Inizia tardi il comizio
conclusivo della festa della Lega. Il microfono gracchia, la
telecamera piuttosto che inquadrare lui, si sofferma sulle sedie di
plastica vuote. Ad ascoltarlo solo un piccolo gruppo di irriducibili.
Sono scomparsi tutti: i leccaculi di una volta, gli adepti al cerchio
magico, i servi e le ballerine di Miss Padania che facevano tanto harem ma poca, anzi pochissima, sostanza. Umberto Bossi è rimasto
“uno”, come il ciclista semianalfabeta che la sorte e il coraggio
gli fanno vincere una tappa al Giro d'Italia. Ma almeno il ciclista,
pedalando, lavora. Bossi non ha mai fatto un cazzo in tutta la sua
vita e quando arrivò il momento del “pezzo di carta”, si rivolse
all'Istituto RadioElettra di Torino per comprarsi un diploma per
corrispondenza. Folgorato da Gianfranco Miglio sulla strada del
Federalismo, Bossi è stato la gioia e il dolore di Berlusconi, la
sua stampella preferita, la gruccia sulla quale fondare la granitica
maggioranza alla Camera e quella al Senato di un centrodestra
fasullo, anzi tarocco, come i Rolex che si vendono a Spaccanapoli.
Corresponsabile tanto quanto Berlusconi dello sfascio della Nazione,
l'uomo che ri-nobilitò la canottiera a spalline strette, è
disperatamente solo, abbandonato da tutti, alla mercè di un autista
che gli fa da bodyguard e pure da badante addetto al pannolone. Questo momento storico è il suo personalissimo
Sunset Boulevard, e la fregatura è che non gli hanno dato neppure la
parte che fu di Eric von Stroheim. Qualcuno dice che fa tenerezza,
che visto così barcollante, quasi indifeso, vittima di se stesso e
della sua dispotica arroganza, a Bossi bisognerebbe dare almeno l'onore delle
armi. Si potrebbe fare se il Senatur, come i vecchi
combattenti, avesse condotto le sue battaglie con onore. Non lo ha
fatto anzi. Ha disonorato il suo partito, la sua gente, le corna dei
vichinghi, le sorgenti del dio Po, la sua troupe di mezzeseghe
miracolate, la sua famiglia di affamati cronici e di frequentatori di
yacht e sale giochi, e ridotto a una forchettata di rigatoni co' 'a
pajata, il senso del suo fare politica. Dopo la scoperta dei fondi
neri del partito in Tanzania e l'investimento in diamanti, la Roma
ladrona è diventata all'improvviso la Padania ladrona. Solo che Roma
esiste, c'è, la riportano le cartine geografiche di tutto il mondo.
La Padania è un'entità astratta nella quale crede ancora solo
Bobo Maroni, fra tutti i traditori dell'ex Capo, il peggiore.
martedì 2 luglio 2013
♫... E Forza Italia … ♫ zumpapà... ♪ ♫. 200 (scarsi) irriducibili a Arcore. E Daniela vuole la Camera...
E non
fa neppure caldo. Non ci sono il solleone né 55 gradi all'ombra (41
secondo la questura). Eppure i quasi ex pidiellini, ri-Forza Italia,
non ne vogliono sapere di andare in ferie. Ieri, ad esempio, armati
di bandiere acquistate in un mercatino vintage, con in spalla un
apparecchio stereo (che manco un portoricano sulla 5th
Avenue) che suonava a palla l'inno, gli occhi al cielo e la prostata
tenuta sotto costante monitoraggio, circa 200 nostalgici, appesantiti
e invecchiati, sono andati in pellegrinaggio a Villa San Martino per
far sentire al capo la loro amichevole e affettuosa sudditanza. “Nei
momenti difficili noi ci siamo sempre”, ha detto un pensionato che,
subito dopo, è andato dietro un albero a far pipì. L'aria che tira
è quella di un revival destinato a svuotare finalmente dalle
bandiere, dalle spillette, dai kit del militante, del parlamentare e
del procacciatore di polizze Mediolanum, i magazzini di Segrate,
straboccanti dei ricordi di una stagione che fu, quella della
vittoria contro la poderosa macchina da guerra di occhettiana
memoria. Quando Renatino Brunetta dice "Forza Italia”, gli si
illuminano gli occhi e gli trema la voce. Lo stesso accade a
2232-Cicchitto che, anche se sarà costretto a ritirar fuori dal
baule il polveroso cappuccio e lo sbrindellato grembiulino, il solo
pensare a Forza Italia gli procura un orgasmo da elefante. Chi non ci
sta proprio, in quella che è la riedizione malinconica della
peggiore antipolitica, sono gli ex di aenne. Gasparri quando sente
Forza Italia ha un conato di vomito (il che è tutto dire), ma anche
a La Russa e alla Meloni la cosa non è che vada proprio giù. Però
i Fratelli d'Italia (povero Mameli) sanno che non ci sono
alternative, che la destra storica, quella fascista tanto per
intenderci, dovranno tenerla in vita loro, che il fucile e moschetto
saranno i loro simboli per sempre e che il fez dovranno indossarlo
tutto l'anno e non solo il 29 luglio. A proposito, lo sapete che il
29 luglio i fasci festeggeranno i 130 compleanni del Duce? Predappio
a festa e olio di ricino (con la fogliolina di menta come il mojito)
a gogò, al posto dei manganelli i “maschi” vibratori e poi
tanti, tantissimi eja eja alalà pensando
malinconicamente all'Etiopia, all'Eritrea e all'Abissinia. C'è da
dire che ieri gli inservienti di Villa San Martino sono stati
costretti agli straordinari. Armati di pennelloni e secchi d'acqua,
hanno infatti dovuto togliere dai muri le scritte vergognose contro
Ilda Boccassini (il cognome della giudice si scrive con due “c”,
ignoranti!), soprattutto quella che diceva: “Ilda tu hai le tubbe
pichiche”. A proposito di turbe psichiche. Oggi alla Camera,
Daniela Santanchè dovrebbe essere nominata vicepresidente, dovrebbe
cioè prendere il posto di Maurizio Lupi diventato ministro. La
Santanchè vicepresidente della Camera è una provocazione. Lo sa
Silvio, lo sa LettaLetta, lo sanno i giovani turchi e gli anziani
balenotteri. Il Pd ha già fatto sapere che voterà scheda bianca e
il Pdl l'ha presa malissimo. Pur sapendo che quella di Silvio è
un'aberrazione divisiva, non tollerano assolutamente che un
personaggio come Danielona possa sedere sullo scranno più alto di
Montecitorio. E lei serafica, ha detto: “Se non mi eleggono, il
problema non è Daniela Santanchè, ma è politico”. Infatti, il
problema è politico. E per occupare quel posto occorrerebbe un
politico vero e non una pitonessa che cambia stagionalmente pelle.
lunedì 1 luglio 2013
Tutti spiano tutti: l'Italia spiata dagli Usa. Tutti ricevono tutti: boss e truffatori nei salotti buoni
Diciamocela
tutta, ma che cazzo volevano sapere gli americani dalla delegazione
italiana all'Onu? La ricetta segreta dei bucatini all'amatriciana? I
nostri ambasciatori avevano perfino un nome in codice: “Cicuta”.
Un veleno che almeno ha un po' di storia della filosofia nel dna,
pensate se ci avessero chiamato curaro... o cicoria! Cimici anche
nella nostra ambasciata di Washington, ma qui, sotto tiro, c'era
l'impasto dei tortellini. Insomma, in nome della sicurezza, del sacro
principio della difesa dei confini della nazione, gli Stati Uniti
d'America avevano infestato di cimici domineddio. Ne avevano piazzate
di sofisticatissime anche nei confessionali, ma quando si sono
accorti che i preti parlavano solo di sesso,
preferibilmente con minori, hanno smantellato nottetempo la rete di insetti
curiosoni rimettendoci un fottio di dollari. I servizi segreti
italiani, abituati a combinare pasticci in tutto il mondo, tanto che
quando quelli del Mossad incontrano i loro colleghi spioni italiani
si sganasciano dalle risate, prima hanno collaborato con gli USA, poi, siccome sono un po' così, non si sono accorti
che gli americani spiavano anche loro per fregarsi i numeri di
telefono delle Olgettine. Ma il popolo più spiato dalla intelligence
di Obama, era quello tedesco. Non si sa come, non si sa grazie a chi,
gli agenti di Washington erano riusciti a piazzare cimici,
microcamere e radiospie dovunque, perfino nel bagno privato di Angela
Merkel al Bundestag. Dicono che dopo una prima visione dell'interno
della toilette della Cancelliera, gli americani abbiano cambiato la
web in una radiospia, ma a quel punto il danno era fatto e le nudità
di Angela erano già finite nel database della Nsa. Tutte le
rappresentanze diplomatiche dell'universo conosciuto, e perfino quella
di Marte a Seattle, erano tenute sotto controllo. Una rete di
informazioni sensibili tale che il Grande Fratello, a un certo punto,
si è sentito in imbarazzo. Inutile dire che questa faccenda della
National Security Agency ha irritato tutti. Fuori di testa i tedeschi
che, attraverso le parole del presidente del parlamento europeo Martin Schulz, ha minacciato addirittura gli Usa di messa sotto
accusa presso tutti i tribunali del mondo. Non l'hanno presa affatto
bene i cinesi né i russi né tantomeno la Bce che secondo Snowden,
era spiata anch'essa per via delle politiche pro-austerity. Obama è in fortissimo imbarazzo. Non sa come
fare a metterci una pezza. Per lui e per gli americani, porre sotto
osservazione telefoni e computer in nome della sicurezza nazionale, è
un fatto di ordinaria amministrazione, nessuno scandalo, nessuna
violazione della privacy. Un po' come Silvio che quando intercettano
lui s'incazza, mentre se le cimici beccano Fassino, Consorte e
Marrazzo... oh quante belle figlie, madama Dorè. Si mette male
intanto per il padre di quest'ultima ondata di svelamento dei cazzi
degli altri. Snowden è un senza patria che il mondo fa a gara per
rifiutargli l'asilo politico. I russi lo hanno messo nello spazio
delle partenze internazionali dell'aeroporto di Mosca, i cubani gli
hanno detto “no, grazie” e ora anche l'Ecuador ha deciso di non
ospitarlo. E mentre Julian Assange rivela che Snowden ha ancora un
sacco di segreti da rendere pubblici, l'ex analista spione della Agency vive
di hot dog e birra a Mosca. Che dopo l'11 settembre il mondo fosse
cambiato lo sapevamo. Ma che spiare la Merkel seduta sul water
diventasse una priorità, non l'avremmo mai neppure lontanamente
immaginato. E comunque, cari amici villeggianti sotto la pioggia, lo
scandalo non è solo questo. C'è anche il virus pseudo-garantista
che sta invadendo il mondo. Dovunque si fa a gara per ricevere e
accogliere con grandi pacche sulle spalle, nei luoghi istituzionali,
delinquenti matricolati. Si dice che fino a quando la giustizia non
avrà esaurito il suo corso, la presunzione di innocenza deve
prevalere su qualsiasi altro ragionamento. Il fatto che si ricevano
evasori fiscali, puttanieri, mestatori nel torbido e ammennicoli
truffaldini vari, rientra nei canoni di una realpolitik mai
completamente abiurata. Che poi Mario Monti dica a LettaLetta “O
cambi marcia o ti molliamo” o che la Santanchè dica: “I
magistrati sono degli incapaci, Grasso è stato un magistrato, Grasso
è un incapace”, fa parte del gioco tutto italiano del
quacquaracquismo. E questa dovrebbe fare la vicepresidente della Camera!
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