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giovedì 18 luglio 2013

LettaLetta: “Non vedo nubi nell'orizzonte del governo”. Per il 'meglio' dei DC vale la regola del dis-conoscere per dimenticare

I democristiani doc sono fatti così. Qualsiasi cosa accada, loro sono capitati lì per caso. Giocano a fare gli gnorri, a far finta di non capire, a non esserci mai perché quando ci sono, dormono. I democristiani doc, cascasse il mondo, non perdono mai l'aplomb: mai visto un DC incazzato. Lo studio, per arrivare a un livello così alto di astrazione, passa attraverso una scuola rodata negli anni della Guerra Fredda, dell'Italia nella Nato, nella subalternità storica a tutte le potenze straniere che hanno invaso il nostro Paese in quasi 2000 anni di storia. Come sopravvivere agli unni, ai visigoti, ai tedeschi, agli spagnoli, ai francesi e poi agli americani senza avere tonnellate di pelo sullo stomaco? Impossibile. Per cui possiamo tranquillamente affermare che i democristiani sono gli unici, veri, inimitabili eredi della gens italica, popolazioni abituate a sopravvivere (perché ci hanno convissuto e convivono) con tutti i peggiori invasori della nostra Storia passata e recente. I neo-DC hanno affinato le armi, come le mosche che a un certo punto si nutrivano del DDT che avrebbe dovuto sterminarle. Si sono auto-modificati geneticamente perché per comandare anche con il berlusconismo, tanto bisognava fare. La mutazione genetica è consistita nel fatto che hanno cancellato la loro memoria, immesso dati aggiornati e, quindi, dato vita a un essere completamente nuovo, nato da una provetta come la pecora Dolly: il DC 2.0. Pierfy Casini ha provato a iniettarsi per endovena il liquido per accelerare la sua mutazione, ma evidentemente qualcosa non è andata per il verso giusto e la funesta alleanza con Mario Monti ne è stata la dimostrazione palese. Figlio invece della perfetta riuscita dell'esperimento, punta di diamante dei DC 2.0, è LettaLetta: lunga gavetta, parentele appropriate, aplomb british (mutuato dal più famoso zio), giusto piglio, discreta eloquenza, una via di mezzo fra il cinismo andreottiano e il populismo di De Gasperi. Lui è il frutto più riuscito dell'evoluzione democristiana, l'unico in grado di risollevare il glorioso vessillo scudocrociato: altro che Rotondi! E quindi, date le premesse, qualsiasi cosa accada, qualunque ombra si stagli sulla linea d'orizzonte del suo governo, lui dice che non ci sono rischi né pericoli, forte anche dell'appoggio di un padre putativo che in pochi possono vantare, il Capo dello Stato in persona, personalmente. I pidiellini scendono in piazza per sovvertire un potere autonomo dello Stato? “Il governo non corre rischi”, dice LettaLetta. Silvio gli chiede (per interposti interlocutori) di intervenire sulla Cassazione per modificare l'esito dei suoi processi? “Il governo non corre rischi”, dice LettaLetta. La polizia espelle rifugiati per fare un piacere a un dittatore, e il ministro competente dice di non saperne niente? “Il governo non corre rischi”, dice LettaLetta e difende il suo vice-premier non perché sia innocente, ma per non dover abbandonare troppo presto una poltrona sulla quale si sente da dio. Il premier dis-conosce: o nega i fatti o afferma che non sono mai accaduti. La tattica è quella: passato il polverone la gente dimentica, e non c'è niente di più politicamente appetibile di un popolo facile alla perdita di memoria. La fregatura è che questa volta sembra che in Parlamento non ci siano solo quelli che voterebbero la cittadinanza egiziana anche a Brunetta, ma pure onorevoli e senatori niente affatto disposti a dimenticare. Nonostante LettaLetta gli abbia fatto recapitare a casa un mazzo di fiori di Loto, questi non intendono dimenticare. E se invece dei fiori di Loto provasse con le Olgettine?

mercoledì 17 luglio 2013

Il Parlamento è un cabaret. Fra mazzi di rose (Calderoli) e autoassoluzioni (Alfano) siamo alla commedia più tragica

La deportazione di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alma, è stata concordata tra l'ambasciata kazaka in Italia, nelle persone dell'ambasciatore Yelemessov e del primo consigliere, e i vertici del Viminale nella persona, sembra, di Giuseppe Procaccini. L'incontro al vertice, è avvenuto la mattina stessa del prelevamento della signora Ablyazov e di sua figlia ad opera di quaranta fra agenti e funzionari della polizia di stato, manco si fosse trattato del capo di AlQaeda in Italia. Ma tant'è. L'Italia ormai è diventato il paese delle barzellette su Mohammed Esposito per cui, chiunque bussi alle porte dei ministeri, purché rappresentante di uno stato estero, trova immediata apertura e altrettanto ascolto. Su questa vicenda, per la quale pagheranno come sempre solo i burocrati, ieri il vice-premier e ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha dato la sua versione in Parlamento. Non gli ha creduto nessuno ma lui è rimasto al suo posto per la semplice ragione che, da quando si è insediato il governo LettaLetta, basta che Brunetta dica “Occhio che cade il governo”, tutti i misfatti si perdonano. E questa, Silvio, la chiama “pacificazione”. Il Parlamento è diventato, ormai da tempo, il luogo in cui chi mente non paga pegno, la realtà diventa fantasia e viceversa; le commedie o, peggio, le farse, sono all'ordine del giorno. Piero Grasso, il presidente del Senato, si indigna per la giacca variopinta (con i colori della pace) del senatore grillino, ma dice grazie al senatore Calderoli, dopo l'imbarazzante dichiarazione auto-assolutoria sul caso Kyenge. “Le invierò un mazzo di rose – ha detto Cita – come mi ha consigliato di fare quel gran viveur del senatore Compagna”. Gli stava scappando un “casco di banane”, ma poi non lo ha detto perché si è ricordato che la banana è il frutto che preferisce, soprattutto quando lo stacca direttamente dal ramo. Il Parlamento è diventato un teatro dell'assurdo. Mai sentite tante puttanate in un luogo che dovrebbe rappresentare la nazione, e se tanto ci da tanto, viene una tristezza incredibile a pensare come questa nazione è ridotta. Ma da un luogo in cui si certifica che Ruby è egiziana e nipote di Mubarak cosa pretendete, la serietà? La compostezza? Grandi voli giuridici e legislativi? Pieno come un uovo di nani (la statura fisica non c'entra una mazza, parliamo di moralità) e di mignotte (le prostitute comunemente intese sono esenti dal commento), il Parlamento italiano è diventato un luogo irrespirabile, pieno di indagati, di messi sotto accusa, di corrotti e corruttori, concussori e malversatori, soggetti indegni di sedere in qualsiasi altro consesso civile, consiglio di presidenza della Bocciofila di Sampierdarena inclusa. Un po' cloaca, un po' luogo prescelto da perditempo senza arte né parte, l'italiota Circo Barnum si è arricchito negli anni di veri e propri maestri dell'equilibrismo, gli stessi che sono andati a dare una pacca sulla spalla d'o' Schiattamuort, dopo l'informativa data alle Camere sul caso Shalabayeva. Fra i “battitori di pacche” anche Pierfy Casini il quale, dopo il fallimento del matrimonio con Mario Monti, è in cerca di un accasamento, nuovo o vecchio non importa purché si accasi: lui da solo non può stare. Ma fino a quando è Casini a complimentarsi con Alfano, non ci si può sorprendere più di tanto. Viene da piangere invece, quando a credere alla versione-gruviera del vice premier, è tutto il Pd. Silvio, questa, la chiama pacificazione. 

martedì 16 luglio 2013

C'è insulto e insulto. Un conto è dire “nano” a Brunetta, un altro “orango” alla Kyenge

Intorno a questa faccenda dell'orango si sta facendo un fracasso 'bestiale' (hihihi!). Da una parte ci sono i leghisti, che fanno quadrato intorno al vice presidente del Senato. Dall'altra il Pd, Sel e Scelta Civica che continuano a chiederne le dimissioni. In mezzo i grillini che non se la sentono proprio di inveire contro il Calderoli che insulta, perché a insulti loro non sono secondi a nessuno: le dimissioni costituirebbero un pessimo precedente. Per non escludere il fatto che, dopo la presa di posizione di Beppe Grillo sullo ius soli, magari è meglio tenersi la Lega vicina. In Italia, si sa, non siamo abituati a colpirne uno per educarne cento, si colpisce dove e come si può, le parole volano, le offese investono, in ogni ordine e grado, anche cittadini inconsapevoli e distratti. Poi c'è l'assessore veneto Daniele Stival, che sul suo profilo Facebook aveva scritto: “A sentirsi offeso dovrebbe essere l'orango”. Ma il post è durato solo un paio d'ore ed è stato rimosso. Salvini invita Napolitano a tacere. È una vita che diciamo che il nostro Presidente dovrebbe essere, come dire, meno presente sulla scena politica italiana, ma non sicuramente perché dice che “il linguaggio della politica è barbaro”, per una volta che ha ragione, lasciamolo in pace. Infine c'è il vezzo di accomunare sempre tutti in un enorme circo del “e tu allora?”. È la tecnica dei pidiellini che si può riassumere in “Vabbé, Silvio è un puttaniere. E Togliatti allora che si teneva l'amante a Botteghe Oscure?” A ogni misfatto dei destrorsi ne deve corrispondere uno dei sinistrorsi. Tutti devono sentirsi colpevoli perché è l'unico mezzo che si ha a disposizione per arrivare a dire “tutti colpevoli, nessun colpevole”. Questa storiella va avanti da venti anni. Faceva parte del bagaglio oratorio di Forza Italia, è diventato il mezzo esclusivo di risposta al nemico da parte dei quacquaracquà del Pdl. A ogni crimine di Mussolini ne corrispondeva uno di Stalin e non si finiva mai. Il giro ricominciava, come sulla giostra dei disperati che non pagano il biglietto per sedere sulla 313 di Paperino Paolino da Paperopoli. L'ultima perla di questa serie infinita di dileggi contro l'intelligenza, è venuta dal sindaco di Viggiù, la leghista di colore (americana di Springfield - mamma di Viggiù, padre afro-americano -), che ha detto: “Calderoli ha sbagliato, ma che dire allora di chi chiama 'nano' Brunetta o 'puttane' le donne del Pdl che siedono in Parlamento?” Vede, gentile signora Sandra Maria Cane, detta Sandy, la differenza c'è ed è enorme. Nonostante tutta la buona volontà, è difficile non definire Renatino Brunetta 'nano', semplicemente perché lo è. Potremmo discutere sul tono più o meno di disprezzo con il quale la definizione di un aspetto fisico accertato e visibile viene pronunciata, ma il concetto base non cambia. Poi ci sconvolge che Brunetta possa offendersi per il 'nano'. Ci sono nani famosissimi, e non solo nei circhi, che non si offendono affatto se qualcuno ne sottolinea la conformazione fisica definendoli nani anzi, diciamo che è stata la loro fortuna nascere in quel modo, gli ha aperto porte che sarebbero rimaste inesorabilmente chiuse: Danny De Vito compreso. E che dire di quell'altro termine con il quale si definiscono le parlamentari del Pdl, soprattutto conoscendo le inclinazioni del Capo? Ora, se lei ci dicesse che oltre alle puttane occorrerebbe parlare anche di puttani, le daremmo ragione totalmente e completamente, e puttani sarebbe il termine giusto perché 'gigolò' darebbe loro una dignità che non meritano. Ma lei ce lo vedrebbe Richard Gere al Senato?

lunedì 15 luglio 2013

Roberto Calderoli e “La teoria dello stronzo” (Rewind)

Questo articolo l'ho scritto tre anni fa. Lo ripropongo paro paro. Roberto Calderoli era ministro. Il tempo passa ma i buffoni (dire buffone non è reato, come sentenziato dalla Corte di Cassazione), non guariscono mai. Di buffoni e coglioni il mondo è pieno. Ne abbiamo incontrati a iosa nel passato, ne incontriamo a iosa quotidianamente. Non sono, purtroppo per l'umanità dolente, una razza in via di estinzione.


I biografi più informati dicono che quando sua madre lo portò da piccolo a vedere King Kong (il film), il bambino a un certo punto abbia urlato: “papa!”. La mamma si guardò intorno per capire se qualcuno lo avesse sentito, ma vide solo un gran sghignazzare di pubblico. Il piccolo aveva avuto la sventura di guardarsi allo specchio e, dall’attaccatura dei capelli alle sopracciglia fino al naso e al taglio della bocca, si era ritrovato nell’immagine che lo schermo gli stava proiettando addosso. La mancanza di scorrevolezza nel linguaggio, l’afasia dei toni, la disarticolazione vocale nell’urlo e nel pianto, avevano convinto Roberto che l’origine della sua nascita doveva essere un’altra. Con il passare del tempo, alcune delle caratteristiche fisiche non propriamente umane si addolcirono, restava una strana fissità nello sguardo ma nulla in confronto a quella del cervello, dei pensieri, dei ragionamenti. Da figlio di Odino pensò che un matrimonio in perfetto stile celtico, con tanto di Druido celebrante, potesse compiere il miracolo, ma questo caso fu la dimostrazione scientifica che i miracoli non esistono. Roberto mantenne tutte le afasie, le incertezze verbali e le fissità che evidentemente facevano parte del suo tratto genetico, e non contribuì a migliorare la situazione sua moglie, donna pia, timorata di dio, niente affatto appariscente e perseguitata da una incontenibile voglia di “strano”. Non gli si prospettava un avvenire roseo. Fu allora che per cercare di forzare il fato, divenne amico di un Aizzapopoli più intellettualmente afasico di lui, ma che aveva avuto contrariamente a quanto successo a Roberto, un grande maestro, il professor Gianfranco Miglio (allievo di Otto Brunner), che era riuscito nell'impresa di limarne alcuni dei tratti animaleschi che possedeva. L’Aizzapopoli crebbe come mai Roberto avrebbe previsto. Si contornò del fior fiore della cultura valligiana e con questo manipolo di etno-infoiati, tentò perfino l’assalto al Campanile di San Marco. Avendo la fortuna di vivere in un paese come l’Italia, il manipolo di golpisti da operetta si trasformò ben presto in forza di governo. E questa è storia. Oggi non solo il manipolo siede in Parlamento, ma governa. Roberto, adepto della prima ora, da guardiano di gore in pectore, è diventato ministro anche se, considerato il retroterra culturale, potevano assegnargli solo la Semplificazione. Travolto da tanto miracolo (Gnazio e Caspar si sentono meno soli), Roberto ha iniziato timidamente a parlare, a cercare di ragionare compiendo un terribile sforzo e infine, a interloquire, a rilasciare dichiarazioni alla stampa, a censurare colleghi e oppositori. Con lo sguardo perso nel vuoto e le guance rosso-fisso come la spia della super della nostra Renault d’annata, ha sentenziato: “Fini ha perfettamente ragione a dire che è stronzo chi dice che lo straniero è diverso. Ma è altrettanto stronzo chi illude gli immigrati”. Fino a prova contraria sono stati i suoi amici industriali del Nordest a illudere gli immigrati ritenendoli indispensabili per la loro crescita economica, ma non è questo che ha turbato Roberto del ragionamento di Fini, è più che altro l’essersi sentito dare dello “stronzo”. Lui, che in effetti a un bisogno fisiologico assomiglia sul serio, non sopporta più di essere preso in giro né per il fisico né per l’intelligenza che pensa di possedere, e reagisce male cercando di fare lo spiritoso. Ma non gli riesce. Roberto si è incazzato insomma perché pensava che almeno da ministro quel terribile, ripetuto, continuo epiteto gli fosse evitato. Invece madre Storia insegna. Se nasci stronzo, e pensi di essere il figlio di King Kong, stronzo resti e non c’è ministero che tenga. Una piccola consolazione: scorrendo i nomi dei colleghi, il buon Roberto può stare tranquillo, è in ottima e numerosa compagnia.

domenica 14 luglio 2013

Il tafazzamento avanzato dei 25 del Pd. E Matteo, come Zucchero meglio di Eros, parte in tournée

Siamo convinti che se uno provasse il desiderio profondo di tafazzarsi violentemente, un po' per pudore un po' per vergogna, dovrebbe farlo lontano da occhi indiscreti. Da qualche tempo invece, girano tafazzatori che amano autofracassarsi le palle in pubblico, la fregatura è che sono convinti di non farlo anzi, sono arrivati alla pia consapevolezza di essere dei geni. Ma voi (il primo che mente è un berluschino), avete capito che diavolo vogliono i 25 pidini sottoscrittori dell'introduzione obbligatoria nelle scuole del manuale dei sinonimi e dei contrari? Insomma, Zanda&Co. dove vogliono arrivare cambiando il termine “ineleggibile” in “incompatibile”? Perché sapete, le versioni sul senso della proposta sono talmente tante, eterogenee e pluripartitiche che capirci qualcosa è più un esercizio bartezzaghiano che da persone normodotate. Il segretario Epifani (ci avremmo scommesso gli attributi), ha candidamente ammesso di non sapere per quale motivo i 25 hanno presentato quella proposta. E dire che non stavano propriamente parlando della conservazione e tutela dei pesci rossi, ma della vita e dell'avvenire di Silvio Berlusconi. Laura Puppato, lo abbiamo riportato ieri, ha detto: “Ora nei circoli andateci voi a spiegare che non cerchiamo di salvare il culo di Silvio”. Matteo Renzi è andato oltre e non ha fatto cenno alla parola “golpe” solo perché lui, così giovane, non ne conosce appieno il significato. Alzata di scudi totale, senza eccezioni, da parte dei pidiellini i quali, senza neppure un momento di rossore e una punta di vergogna hanno detto: “Eh sì, ma vi pare che uno per fare politica deve rinunciare a quel popò di impero?” Insomma, i pidini colpiti dalla estiva sindrome di Tafazzi, hanno deciso di continuare a darsi botte da orbi fra le palle incuranti degli effetti collaterali e di quel “Eiaculazione precoce? Ahiahiahi, c'è il vostro medico che risolve tutto. Consultatelo”. Dopo una tafazzata a regola d'arte, hai voglia di eiaculazione precoce!
Meglio di Zucchero, più di Eros Ramazzotti, Matteo Renzi è partito per la sua tournée europea con una band giovane e fresca di sala d'incisione. “Guardate che Enrichetto l'ho avvisato – ha detto Matteo – il Caino non sono io”. Insomma, il sindaco di Firenze sta ripercorrendo le orme che furono di D'Alema e di Veltroni. Lo scopo è quello di convincere i leader europei, e soprattutto i mercati, che lui con il comunismo non c'entra niente. Che non tasserà le rendite finanziarie. Che non toccherà le transazioni internazionali. Forte della presenza del suo fan delle Cayman, Matteo ha già incontrato Angela Merkel e, a quello che dicono i suoi seguaci, sembra che abbia dovuto resistere stoicamente alle avance di Angela, che si era allupata come una iena sudanese in semestrale astinenza sessuale, dopo averlo visto imitare Arthur Fonzarelli da Maria De Filippi. Matteo ha detto “hey... nein!” e la Merkel non l'ha presa affatto bene. Dopo Berlino, Matteo toccherà Parigi e Londra da dove partirà per andare a Liverpool a rendere omaggio al museo dei Beatles. Eh sì! Matteo sta facendo sul serio. Stavolta ci si è messo di buzzo buono. Vuole fare il premier a tutti i costi, sperando che non capiti anche a lui quello che è successo a Romano Prodi. Resta la domanda che facciamo ormai da quattro giorni a quelli del Pd: ditecelo, per favore, chi cazzo comanda nel vostro partito? Ci basterebbe una telefonata pure con un numero privato, una cartolina, un segnale di fumo, un twoosh su Twitter, una email impersonale, però una risposta datecela. Questo clima di incertezza ci sta distruggendo.  

sabato 13 luglio 2013

La “sguaiatezza istituzionale” fa il suo esordio nel vocabolario della politica. E Silvio dice: “Sarò assolto”

Queste speculazioni su provvedimenti di competenza del Capo dello Stato in un futuro indeterminato, sono un segno di analfabetismo e sguaiatezza istituzionale. Danno il senso di una assoluta irresponsabilità politica che può soltanto avvelenare il clima della vita politica. Questo il comunicato (scritto in un italiano più che zoppicante, claudicante) che il Quirinale ha divulgato dopo i titoli a tutta pagina (la prima) degli ultimi due giorni di Libero. L'altro ieri, Maurizio Belpietro aveva scritto: “Giorgio facci la grazia”, mentre ieri, provando ad ascrivere nella campagna pro-Silvio anche il premier, aveva titolato: “Grazia a Silvio, ci sta anche Letta”. LettaLetta si è incazzato da morire (anche se lo ha fatto nel silenzio di un confessionale), mentre Giorgio Napolitano ha preferito rispondere per le rime e con un comunicato ufficiale. Stanco di trangugiare ettolitri di Maalox sciroppo a causa dei titoli del FattoQuotidiano, Giorgio non se l'è sentita di aumentare la dose serale di antiacido e ha preferito sbottare per iscritto. Il fatto è che se fosse per i lettori che Libero ha, nessuno dovrebbe preoccuparsi di quanto scrive e, spesso, sproloquia. La fregatura è che tutte le principali rassegne stampa delle televisioni pubbliche e private, lo inseriscono nelle loro mazzette e quindi, l'immagine del giornale che riceve finanziamenti dallo Stato perché organo del Partito Monarchico, è mediaticamente molto forte. Belpietro d'altronde, fa il gioco di sponda con Sallusti. I due direttori, magari si telefonano la sera e, fra una chiacchiera e l'altra, concordano i titoli di testa; bastano quelli perché poi il resto non lo legge nessuno. Per cui, se la politica entra in fibrillazione, non è perché dietro le due testate ci siano poi falangi di lettori pronte a prendere in mano il forcone, ma solo perché le tv e le radio gli danno uno spazio giustificato solo se si parlasse di gossip. Ma si sa, il servizio o il mezzo-servizio pari sono, e poco importa che gli editori siano persone fisiche diverse, il padrone resta uno e uno solo e non si chiama Paolo. Immotivato poi, questo accanirsi su una probabile “grazia”, quando Silvio ha dichiarato senza dubbio alcuno, che la Cassazione lo assolverà. Eppure, dopo tanti anni di frequentazione delle aule giudiziarie, Silvio dovrebbe sapere che non è nei poteri della Corte di Cassazione condannare o assolvere. La Cassazione dovrà solo stabilire se il processo d'appello si è svolto secondo le regole previste dai codici. Punto. E qualora dovesse decidere che le regole sono state violate, si dovrebbe rifare il processo d'appello e via dicendo, fino all'eternità o, meglio, fino alla prescrizione. Il democristiano Pd, a questo punto più Balena Bianca dell'originale, continua a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, anche se chi lo da, pure in questo caso sono persone fisiche diverse. Un manipolo di senatori, 25 per la precisione, ha deciso in queste ore di modificare la legge del 1957 cambiando la “ineleggibilità” in “incompatibilità” e dando un anno di tempo al Cavaliere per vendere le sue imprese, familiari non compresi. Come sempre è accaduto nella storia della vecchia DC, questa proposta ha suscitato reazioni diverse a seconda dell'appartenenza a una corrente piuttosto che ad un'altra. Laura Puppato, ad esempio, ha detto chiaro e tondo che l'ineleggibilità è l'ineleggibilità e basta e che questa proposta allontanerebbe ancora di più la base dal partito. Luigi Zanda, uno dei firmatari, è invece convinto del contrario, che cioè se la proposta dei 25 dovesse essere accolta, il Cavaliere sarebbe costretto a scegliere e, sempre secondo loro, ad andarsene. Torna la domanda fatta ieri ai vertici del Pd. Ma nel vostro partito, chi cazzo comanda?

venerdì 12 luglio 2013

Pd senza pace. 70 senatori scrivono a Epifani: “Basta autogol”. Ma una staminale per curare i democrat non c'è?

La malattia di cui soffre il Pd ormai è chiara. Si chiama schizofrenia e sembra incurabile. Uno psichiatra conosciuto qualche tempo fa ci disse: “Dalle malattie mentali non si guarisce, però si può vivere meglio”. Ecco, nel caso del Pd sarebbe sufficiente vivere meglio per evitare di cadere a intervalli regolari in una crisi acuta. L'ultima è di queste ore. Scontro all'arma bianca fra Roberto Speranza (che se ne vada presto) e Felice Casson. Al centro della disputa, l'ineleggibilità di Silvio Berlusconi che i 5S si apprestano a chiedere nella Giunta delle elezioni. Casson ne ha fatto la battaglia della sua vita, Speranza quella della sua tenuta come capogruppo del Pd. Da una parte l'esigenza di rispettare le leggi di questa nazione, dall'altra (lo abbiamo già scritto), la voglia di consentire a Silvio di acquisire la carica di deputato (o di senatore) per usucapione: i venti anni necessari, però, scatteranno solo nel 2014. In attesa, si temporeggia, e l'impressione è che almeno per il momento, la sindrome della Balena Bianca abbia la meglio su quella della Bandiera Rossa. Moriremo democristiani, prendiamone atto e andiamo avanti. La votazione a favore della sospensione dei lavori parlamentari sembra non avere un padre (di madri è meglio lasciar perdere). Chi l'abbia presa non si sa. È venuta fuori così, all'improvviso, con un ordine perentorio di votare a favore giunto sugli smartphone dei senatori e dei deputati. All'inizio sembrava che l'ordine dato dai capigruppo, provenisse direttamente dal segretario Epifani. Poi, però, il segretario ha dato ragione ai 70 senatori che gli hanno scritto, incazzati come sciacalli mediorientali armati di kalashnikov, per chiedergli conto e motivo di quel voto assurdo. Il segretario Epifani, per tutta risposta, ha fatto un ragionamento che non sta né in cielo né in terra. Praticamente ha detto che la colpa è tutta del Pdl che non riesce a tenere separati i problemi della nazione da quelli di Berlusconi. Sì, vabbè, ma questo che c'entra con l'essersi scesi ancora le braghe davanti all'imponenza di uno statista di cotanto peso e cultura? Insomma, segretario, chi ha preso materialmente la decisione di votare a favore della sospensione dei lavori? Cazzo non si sa, non se ne viene fuori. Nessuno che si faccia avanti e dica: “Sono stato io porca puttana”. Tutti parlano a mezza bocca, tutti si spintonano, tutti fanno finta che non sia successo nulla purché il governo vada avanti. E non importa che nei circoli ci sia fermento e non importa che l'elettorato del Pd stia seriamente pensando di cambiare sponda. Si può sapere, per dirla papale papale, chi diavolo prende le decisioni nel Pd? Tutto è nato dalle consultazioni per la partita (persa malamente) per il Quirinale. Tutto sta andando avanti esattamente come nel momento in cui, nel segreto del voto, 101 democrat hanno bocciato Prodi. Lì la schizofrenia si è manifestata fino a conclamarsi. Se il Pd alle scorse amministrative non avesse imbarcato quel po' po' di sindaci, si potrebbe tentare un TSO, ma quale nome (o nomi) mettere nell'ordinanza sindacale? Strano il Pd, dopo aver combattuto per anni la mafia, ne ha adottato il principio basilare: l'omertà.

giovedì 11 luglio 2013

1440 minuti di silenzio per Silvio. La solidarietà del Pd. Come sempre Lui è Lui e gli altri...

Siamo fuori di testa. Di solito quando muore qualcuno di importante, quasi a ogni latitudine si osserva un minuto di silenzio. Il giorno della dipartita di Re Tuiavii di Tiavea, famoso nel mondo per aver viaggiato fra i Papalagi, i samoani stettero zitti circa 30 secondi poi, imbracciati gli ukulele, si diedero a danze sfrenate. In un famoso discorso tenuto al suo popolo dopo il rientro dal mondo progredito, Re Tuiavii parlando dei papalagi (uomini bianchi), teorizzò la “grave malattia del pensare”. Ecco, il Re, forte solo delle sue tradizioni, aveva capito che il peccato originale dell'uomo bianco non era tanto quello di pensare, ma di farlo a sproposito, perdendosi in meandri mentali che non portavano a una cippa. “Pensare – disse Re Tuiavii – non è male. Farlo a cazzo (ns. libera traduzione), sì”. È un po' quello che è accaduto ieri a Palazzo Montecitorio dopo la richiesta del Pdl di interrompere i lavori della Camera dei Deputati (la stessa scena si è ripetuta a Palazzo Madama) per tre giorni. Lo scopo: solidarizzare con Silvio contro la decisione della Corte di Cassazione di anticipare il pronunciamento sul processo Mediaset. La richiesta del Pdl ci sta tutta. Loro per Silvio si butterebbero nel fuoco (oddio, non esageriamo, nel fuoco no, forse si brucerebbero un dito con un fiammifero). I vari Gasparri, Capezzone & co., giocano il loro ruolo di difensori estremi del Capataz, e per farlo devono sollevare polveroni inverecondi spargendo menzogne e mezze frasi, e non arrivando mai a esplicitare la richiesta di “condono tombale ad personam”, una leggina solo ed esclusivamente per Silvio che così non finirebbe ai domiciliari ma anzi, continuerebbe a sedere sullo scranno senatoriale di Palazzo Madama. Se fossimo deputati e senatori del Pdl, probabilmente ci comporteremmo allo stesso modo. Il capo è il Capo e, dopo tutti i miracoli che ha fatto per darci una dignità, non ce la sentiremmo di abbandonarlo al suo destino. Insomma saremmo solidali con Lui fino alla fine (o quasi). Ma cosa diavolo c'entri il Pd in questa storia non si capirà mai. Per quale cazzo di ragione ha avallato la richiesta dei pidiellini di sospendere i lavori delle più alte istituzioni dello Stato, resterà per sempre un mistero gaudioso. Solidarizzare con il Partito della Libertà, significa polemizzare indirettamente con la magistratura giudicante e marcare ancora di più il solco già profondo che divide i politici democrat dal loro elettorato. Insomma, l'ennesima marchetta di un partito allo sbando al quale tocca pagare, ormai è storia, ogni vento di crisi che spira nell'altro partito, il Pdl. Fateci caso, ogni volta che il Pdl tira fuori un problema a farne le spese è il Pd. Fra le due formazioni politiche esiste una specie di sindrome da gemelli monozigoti. Se uno dei due fratelli ha problemi, ne risente inevitabilmente anche l'altro, spesso ancora di più che il portatore sano di problematiche. La fregatura, nel caso del Pd, è che a risentirne è sempre e solo lui, l'altro va avanti come un treno. Al solito, la decisione presa di contrattare la durata dell'interruzione dei lavori (da tre giorni a uno) è stata fortemente criticata da una parte del partito. Quando Roberto Speranza (di scomparire presto) ha detto che il Pd avrebbe aderito alla richiesta del Pdl, si è scatenato un putiferio con i renziani che non hanno digerito affatto la decisione presa dal capogruppo. E la vicenda si è trasformata in farsa quando Speranza ha dichiarato: “I dissenzienti avrebbero potuto chiedere la convocazione del gruppo parlamentare invece di fare casino postumo”. Dopo la vicenda di Romano Prodi, la standing ovation seguita alla nomination alla Presidenza della Repubblica e l'entrata in scena dei 101 zozzoni, il buon Speranza ritiene ancora di essere capogruppo di un partito unito, una pia quanto stupida illusione. Il Pd, in nome della tenuta del LettaLetta, e di un presunto senso di responsabilità, si è calato ancora una volta le braghe dimostrando di essere un partito complementare al Pdl, di non avere una visione strategica della politica in tempi di crisi, di essere subalterno alla più pericolosa brigata di quacquaracquà che la storia repubblicana ricordi. All'approvazione della sospensione dei lavori con il voto favorevole dei pidini, i deputati e i senatori dei 5S si sono tolti la cravatta, la giacca e, in maniche di camicia, hanno iniziato a insultare pesantemente i colleghi del Pd, fin quasi ad arrivare alle mani. Ma c'è qualcuno che pensa veramente che con questi onorevoli e senatori del Pd si possa ragionare senza far ricorso alle mani? La vediamo dura. Poi, le parole del saggio Epifani: “Il Pdl non tiri troppo la corda”. Ma il Pdl la corda te la mette intorno al collo e poi la stringe come e quando vuole, caro segretario dell'unico partito al mondo che vince le elezioni per farsi dettare l'agenda dal nemico storico. Continuiamo a dire che su un punto Beppe Grillo ha ragioni da vendere: il popolo italiano è stanco e i forconi stanno arrivando, insieme ai machete provenienti direttamente da Tiavea e che da quelle parti servono solo per aprire gli ananas e le noci di cocco. 

mercoledì 10 luglio 2013

Il Pdl e il Papa. Il Pdl e il golpe. Il Pdl e le persecuzioni. È il Pdl, che volete, statisti?

Bizzarri i tromboni del Pdl. Fino a quando hanno avuto Papi (non è una battuta ma Papa al plurale) che reggevano e indirizzavano le milizie cattoliche al loro servizio, il Pontefice era considerato quasi come Kevin Costner: un intoccabile. Nel momento in cui ne è arrivato uno che ce l'ha con le banche, con i ricchi, con la globalizzazione, con i preti e le monache che vanno in giro sulle fuoriserie, con i migranti annegati dalla Bossi-Fini, con l'insensibilità dei capitalisti, con i Rolex e i falsi miti della bellezza siliconata si è scatenata l'iradiddio. Quel piduista mai pentito, tessera numero 2232, che risponde al nome di Fabrizio Cicchitto, ha detto papale papale (neppure questa è una battuta): “Un conto è predicare un altro governare, il Papa dovrebbe stare attento a quello che dice, perché dai paesi africani arrivano tanti delinquenti”. Non poteva non intervenire un leghista, nel caso specifico Erminio Boso che, se possibile, c'è andato giù duro peggio di Cicchitto e che alla Zanzara ha detto: “Non mi frega niente di quello che ha detto il Papa, se un barcone affonda io sono felice”. Questi centrodestrorsi sono davvero dei personaggi straordinari. Vabbè che il loro Papa lo hanno già e si chiama Silvio, ma insomma, almeno un po' di rispetto per quella gerarchia connivente che vi ha permesso per venti anni di mangiare a crepapelle, novelli Pantraguel senza però Gargantua. Ci piacerebbe conoscere il parere dei cattolici a tal proposito, magari di quelli che hanno difeso le ruberie del Celeste, magari di quelli pluri-divorziati che negano i diritti alle coppie di fatto per non far piangere Sua Santità, magari di quelli che sentendo Berlusconi bestemmiare in tv, si sono lasciati andare alle contestualizzazioni più becere e paracule della storia dell'intera diplomazia italiana e pure di quella del Canton Ticino. A questi cattolici vorremmo chiedere: “Votereste voi ancora per Berlusconi?” Siamo convinti che il coro di sì sarebbe assordante, loro hanno il voto del perdono, porco boia. E mica finisce qui. I pidiellini sono sul piede di guerra. E in attesa del pronunciamento della Cassazione sul processo Mediaset, stanno predisponendo il loro piano di battaglia, la risposta pronta e forte di un popolo di disperati che senza Silvio sarebbero dei poveri cristi in cassa integrazione in deroga. Le linee, a questo momento, sono tre. La Santanchè ha detto: “Passiamo all'azione”, senza però specificare in cosa dovrebbe consistere l'azione ma lei, si sa, fa la regista e non l'attore. Sandro Bondi, memore dei suoi trascorsi comunisti, ha ritirato fuori l'attrezzario rosso e ha detto: “Siamo pronti alla resistenza”, dimostrando che della Resistenza, il Sandrin Poeta non ha capito un cazzo. Poi c'è l'ultima proposta. Ancora 2232 che incazzato perché Renatino gli ha fregato il posto di capogruppo, ha detto: “Destabilizziamo il governo”. Così si torna a votare e lui a fare il capogruppo. Il teorema pidiellino è chiaro da venti anni: “Silvio è un perseguitato dalla magistratura” e stasera, a Ballarò, Alex Sallusti ha affermato: “Non è solo la magistratura a complottare contro Silvio ma anche i poteri forti attraverso il Corriere della Sera”. Paolo Mieli, in collegamento, stava stramazzando a terra, ma non per le parole di Draculino, ma perché si è reso improvvisamente conto di essere iscritto allo stesso ordine, quello dei giornalisti. Vedrete, questi del Pdl faranno un casino della madonna ma poi, siccome strutturalmente sono dei cagasotto, tutto finirà con un insano, democristiano accordo sottobanco. Non hanno ancora capito, quelli del Pdl, che non è più vera la storia che morto un Papa se ne fa un altro. Non occorre più, non serve più. Silvio non deve morire, basta la galera.

martedì 9 luglio 2013

Il Pdl: “Fassina fuori, Saccomanni fuori”. Mentre l'unico a uscire dovrebbe essere Silvio. Infatti, i 5S...

Ormai abbiamo capito che il concetto di “divisivo” vale solo per i pidiellini. Guai a tirar fuori un argomento che possa turbare le loro fragili coscienze, si mettono a frignare come i bambini. Ed è così che Saccomanni finisce nelle grinfie di Gasparri (ancora lui, ohibò) e che Fassina venga invitato da Brunetta (ancora lui, ohibò) a dimettersi. Non si sa se per far capire al Pd che in questo momento storico è letteralmente tenuto per le palle, o se per prevenire eventuali colpi di testa “divisivi”, ma la falange azzurra degli italioti per eccellenza, non perde occasione per dire all'alleato contronatura di questo governucolo tardo democristiano, che... “attenti ai passi che fate”. Fanno finta, quelli del Pdl, di non sapere che l'unico che dovrebbe abbandonare lo scranno senatoriale che occupa abusivamente, è il loro Capo, signore e padrone, Capataz nei secoli, benefattore e salvatore Silvio Berlusconi. Ma partiamo dall'inizio perché questa è una storia che fa schifo. C'è una legge del 1957 che recita testualmente: “Sono da considerarsi ineleggibili coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private, risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica.”
Tutti sanno che Silvio è il padrone dell'impero Mediaset. Tutti sanno che per darsi una parvenza di legalità, il Capataz ha “delegato”, sulla carta, le sue imprese a Piersilvio, a Marina, a Fedele Confalonieri a Adriano Galliani, al di lui se stesso medesimo fratello Paolino il quale, infatti, puntualmente viene condannato al posto del “maggiore”, tanto che se passassero in giudicato tutti i processi, Paolo sarebbe costretto a cambiare l'attuale domicilio e spostarlo a San Vittore. Grazie a queste manovre, confermate comunque da atti notarili, per venti anni Silvio è stato dichiarato eleggibile da tutte le giunte della Camera e del Senato che si sono succedute. Grazie a queste manovre, alcuni esponenti di spicco del Pd (gruppo 101 zozzoni e affini), ha bellamente avuto la faccia tosta di dire: “Beh, lo abbiamo considerato eleggibile per venti anni, cosa c'è di nuovo per tornare sui nostri passi?” C'è. Qualcosa di nuovo c'è. Ed è la ragione per la quale questi “fatti nuovi” hanno convinto i parlamentari del M5S a predisporre un dossier su Silvio da presentare alla Giunta per le elezioni e le immunità del Senato: lo scopo è proprio quello di dichiararlo ineleggibile. Di nuovo c'è stata la motivazione della sentenza d'appello del processo Mediaset. Di nuovo c'è stato che una Corte ha dichiarato, scrivendo: “Pur abbandonando l'operatività giornaliera, Silvio Berlusconi è sempre rimasto, di fatto, proprietario delle proprie aziende”. Amen. Stop. Maurizio Buccarella, componente grillino della Giunta, solleverà quanto prima la questione della cacciata di Silvio da Palazzo Madama basandosi proprio sulla sentenza della Corte d'Appello. Con lui il collega Mario Giarrusso che dice: “La sentenza d'appello Mediaset spiega chiaramente che Berlusconi è, e continua a essere, il proprietario delle aziende. Questo costituisce un precedente giuridico che supera le precedenti decisioni politiche.” Chi lo ha capito e saputo da sempre, è il deputato del Pd Felice Casson che sembra più che mai deciso a far sua l'eccezione grillina sull'eleggibilità di Silvio. Il problema è come la pensano gli altri componenti della Giunta del Partito Democratico perché stavolta la situazione potrebbe farsi molto seria. Se tutti gli 8 democrat presenti in Giunta votassero compatti con i grillini, si raggiungerebbe la maggioranza assoluta dei 12 componenti previsti per ratificare la decisione di cacciare Silvio. Qui non si tratta più, per dirla alla Renzi, di battere Berlusconi alle elezioni, ma semplicemente di far rispettare una legge dello Stato, cosa diventata, in questo paese, un optional. Non rispettare le leggi è parte fondamentale della politica di Silvio, evidentemente anche la più condivisa da quei 101 zozzoni che Pippo Civati ha deciso di stanare, di combattere, di cacciare dal partito. Questa è la ragione per la quale Pippo non sarà mai il segretario del Pd. 

sabato 6 luglio 2013

La fine triste di Umberto Bossi detto O' Padano. Da leader di una nazione inesistente a marionetta di re Silvio

Quattro gatti, forse cinque. Lui arriva a bordo della Lancia di rappresentanza e ad accoglierlo a Cassano Magnago, il suo paesello natio, un pugno di leghisti della prima ora. Inizia tardi il comizio conclusivo della festa della Lega. Il microfono gracchia, la telecamera piuttosto che inquadrare lui, si sofferma sulle sedie di plastica vuote. Ad ascoltarlo solo un piccolo gruppo di irriducibili. Sono scomparsi tutti: i leccaculi di una volta, gli adepti al cerchio magico, i servi e le ballerine di Miss Padania che facevano tanto harem ma poca, anzi pochissima, sostanza. Umberto Bossi è rimasto “uno”, come il ciclista semianalfabeta che la sorte e il coraggio gli fanno vincere una tappa al Giro d'Italia. Ma almeno il ciclista, pedalando, lavora. Bossi non ha mai fatto un cazzo in tutta la sua vita e quando arrivò il momento del “pezzo di carta”, si rivolse all'Istituto RadioElettra di Torino per comprarsi un diploma per corrispondenza. Folgorato da Gianfranco Miglio sulla strada del Federalismo, Bossi è stato la gioia e il dolore di Berlusconi, la sua stampella preferita, la gruccia sulla quale fondare la granitica maggioranza alla Camera e quella al Senato di un centrodestra fasullo, anzi tarocco, come i Rolex che si vendono a Spaccanapoli. Corresponsabile tanto quanto Berlusconi dello sfascio della Nazione, l'uomo che ri-nobilitò la canottiera a spalline strette, è disperatamente solo, abbandonato da tutti, alla mercè di un autista che gli fa da bodyguard e pure da badante addetto al pannolone. Questo momento storico è il suo personalissimo Sunset Boulevard, e la fregatura è che non gli hanno dato neppure la parte che fu di Eric von Stroheim. Qualcuno dice che fa tenerezza, che visto così barcollante, quasi indifeso, vittima di se stesso e della sua dispotica arroganza, a Bossi bisognerebbe dare almeno l'onore delle armi. Si potrebbe fare se il Senatur, come i vecchi combattenti, avesse condotto le sue battaglie con onore. Non lo ha fatto anzi. Ha disonorato il suo partito, la sua gente, le corna dei vichinghi, le sorgenti del dio Po, la sua troupe di mezzeseghe miracolate, la sua famiglia di affamati cronici e di frequentatori di yacht e sale giochi, e ridotto a una forchettata di rigatoni co' 'a pajata, il senso del suo fare politica. Dopo la scoperta dei fondi neri del partito in Tanzania e l'investimento in diamanti, la Roma ladrona è diventata all'improvviso la Padania ladrona. Solo che Roma esiste, c'è, la riportano le cartine geografiche di tutto il mondo. La Padania è un'entità astratta nella quale crede ancora solo Bobo Maroni, fra tutti i traditori dell'ex Capo, il peggiore.

martedì 2 luglio 2013

♫... E Forza Italia … ♫ zumpapà... ♪ ♫. 200 (scarsi) irriducibili a Arcore. E Daniela vuole la Camera...

E non fa neppure caldo. Non ci sono il solleone né 55 gradi all'ombra (41 secondo la questura). Eppure i quasi ex pidiellini, ri-Forza Italia, non ne vogliono sapere di andare in ferie. Ieri, ad esempio, armati di bandiere acquistate in un mercatino vintage, con in spalla un apparecchio stereo (che manco un portoricano sulla 5th Avenue) che suonava a palla l'inno, gli occhi al cielo e la prostata tenuta sotto costante monitoraggio, circa 200 nostalgici, appesantiti e invecchiati, sono andati in pellegrinaggio a Villa San Martino per far sentire al capo la loro amichevole e affettuosa sudditanza. “Nei momenti difficili noi ci siamo sempre”, ha detto un pensionato che, subito dopo, è andato dietro un albero a far pipì. L'aria che tira è quella di un revival destinato a svuotare finalmente dalle bandiere, dalle spillette, dai kit del militante, del parlamentare e del procacciatore di polizze Mediolanum, i magazzini di Segrate, straboccanti dei ricordi di una stagione che fu, quella della vittoria contro la poderosa macchina da guerra di occhettiana memoria. Quando Renatino Brunetta dice "Forza Italia”, gli si illuminano gli occhi e gli trema la voce. Lo stesso accade a 2232-Cicchitto che, anche se sarà costretto a ritirar fuori dal baule il polveroso cappuccio e lo sbrindellato grembiulino, il solo pensare a Forza Italia gli procura un orgasmo da elefante. Chi non ci sta proprio, in quella che è la riedizione malinconica della peggiore antipolitica, sono gli ex di aenne. Gasparri quando sente Forza Italia ha un conato di vomito (il che è tutto dire), ma anche a La Russa e alla Meloni la cosa non è che vada proprio giù. Però i Fratelli d'Italia (povero Mameli) sanno che non ci sono alternative, che la destra storica, quella fascista tanto per intenderci, dovranno tenerla in vita loro, che il fucile e moschetto saranno i loro simboli per sempre e che il fez dovranno indossarlo tutto l'anno e non solo il 29 luglio. A proposito, lo sapete che il 29 luglio i fasci festeggeranno i 130 compleanni del Duce? Predappio a festa e olio di ricino (con la fogliolina di menta come il mojito) a gogò, al posto dei manganelli i “maschi” vibratori e poi tanti, tantissimi eja eja alalà pensando malinconicamente all'Etiopia, all'Eritrea e all'Abissinia. C'è da dire che ieri gli inservienti di Villa San Martino sono stati costretti agli straordinari. Armati di pennelloni e secchi d'acqua, hanno infatti dovuto togliere dai muri le scritte vergognose contro Ilda Boccassini (il cognome della giudice si scrive con due “c”, ignoranti!), soprattutto quella che diceva: “Ilda tu hai le tubbe pichiche”. A proposito di turbe psichiche. Oggi alla Camera, Daniela Santanchè dovrebbe essere nominata vicepresidente, dovrebbe cioè prendere il posto di Maurizio Lupi diventato ministro. La Santanchè vicepresidente della Camera è una provocazione. Lo sa Silvio, lo sa LettaLetta, lo sanno i giovani turchi e gli anziani balenotteri. Il Pd ha già fatto sapere che voterà scheda bianca e il Pdl l'ha presa malissimo. Pur sapendo che quella di Silvio è un'aberrazione divisiva, non tollerano assolutamente che un personaggio come Danielona possa sedere sullo scranno più alto di Montecitorio. E lei serafica, ha detto: “Se non mi eleggono, il problema non è Daniela Santanchè, ma è politico”. Infatti, il problema è politico. E per occupare quel posto occorrerebbe un politico vero e non una pitonessa che cambia stagionalmente pelle.   

lunedì 1 luglio 2013

Tutti spiano tutti: l'Italia spiata dagli Usa. Tutti ricevono tutti: boss e truffatori nei salotti buoni

Diciamocela tutta, ma che cazzo volevano sapere gli americani dalla delegazione italiana all'Onu? La ricetta segreta dei bucatini all'amatriciana? I nostri ambasciatori avevano perfino un nome in codice: “Cicuta”. Un veleno che almeno ha un po' di storia della filosofia nel dna, pensate se ci avessero chiamato curaro... o cicoria! Cimici anche nella nostra ambasciata di Washington, ma qui, sotto tiro, c'era l'impasto dei tortellini. Insomma, in nome della sicurezza, del sacro principio della difesa dei confini della nazione, gli Stati Uniti d'America avevano infestato di cimici domineddio. Ne avevano piazzate di sofisticatissime anche nei confessionali, ma quando si sono accorti che i preti parlavano solo di sesso, preferibilmente con minori, hanno smantellato nottetempo la rete di insetti curiosoni rimettendoci un fottio di dollari. I servizi segreti italiani, abituati a combinare pasticci in tutto il mondo, tanto che quando quelli del Mossad incontrano i loro colleghi spioni italiani si sganasciano dalle risate, prima hanno collaborato con gli USA, poi, siccome sono un po' così, non si sono accorti che gli americani spiavano anche loro per fregarsi i numeri di telefono delle Olgettine. Ma il popolo più spiato dalla intelligence di Obama, era quello tedesco. Non si sa come, non si sa grazie a chi, gli agenti di Washington erano riusciti a piazzare cimici, microcamere e radiospie dovunque, perfino nel bagno privato di Angela Merkel al Bundestag. Dicono che dopo una prima visione dell'interno della toilette della Cancelliera, gli americani abbiano cambiato la web in una radiospia, ma a quel punto il danno era fatto e le nudità di Angela erano già finite nel database della Nsa. Tutte le rappresentanze diplomatiche dell'universo conosciuto, e perfino quella di Marte a Seattle, erano tenute sotto controllo. Una rete di informazioni sensibili tale che il Grande Fratello, a un certo punto, si è sentito in imbarazzo. Inutile dire che questa faccenda della National Security Agency ha irritato tutti. Fuori di testa i tedeschi che, attraverso le parole del presidente del parlamento europeo Martin Schulz, ha minacciato addirittura gli Usa di messa sotto accusa presso tutti i tribunali del mondo. Non l'hanno presa affatto bene i cinesi né i russi né tantomeno la Bce che secondo Snowden, era spiata anch'essa per via delle politiche pro-austerity. Obama è in fortissimo imbarazzo. Non sa come fare a metterci una pezza. Per lui e per gli americani, porre sotto osservazione telefoni e computer in nome della sicurezza nazionale, è un fatto di ordinaria amministrazione, nessuno scandalo, nessuna violazione della privacy. Un po' come Silvio che quando intercettano lui s'incazza, mentre se le cimici beccano Fassino, Consorte e Marrazzo... oh quante belle figlie, madama Dorè. Si mette male intanto per il padre di quest'ultima ondata di svelamento dei cazzi degli altri. Snowden è un senza patria che il mondo fa a gara per rifiutargli l'asilo politico. I russi lo hanno messo nello spazio delle partenze internazionali dell'aeroporto di Mosca, i cubani gli hanno detto “no, grazie” e ora anche l'Ecuador ha deciso di non ospitarlo. E mentre Julian Assange rivela che Snowden ha ancora un sacco di segreti da rendere pubblici, l'ex analista spione della Agency vive di hot dog e birra a Mosca. Che dopo l'11 settembre il mondo fosse cambiato lo sapevamo. Ma che spiare la Merkel seduta sul water diventasse una priorità, non l'avremmo mai neppure lontanamente immaginato. E comunque, cari amici villeggianti sotto la pioggia, lo scandalo non è solo questo. C'è anche il virus pseudo-garantista che sta invadendo il mondo. Dovunque si fa a gara per ricevere e accogliere con grandi pacche sulle spalle, nei luoghi istituzionali, delinquenti matricolati. Si dice che fino a quando la giustizia non avrà esaurito il suo corso, la presunzione di innocenza deve prevalere su qualsiasi altro ragionamento. Il fatto che si ricevano evasori fiscali, puttanieri, mestatori nel torbido e ammennicoli truffaldini vari, rientra nei canoni di una realpolitik mai completamente abiurata. Che poi Mario Monti dica a LettaLetta “O cambi marcia o ti molliamo” o che la Santanchè dica: “I magistrati sono degli incapaci, Grasso è stato un magistrato, Grasso è un incapace”, fa parte del gioco tutto italiano del quacquaracquismo. E questa dovrebbe fare la vicepresidente della Camera!