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martedì 13 maggio 2014
L'Italia “chiusa” per corruzione? Piacerebbe a molti. Soprattutto agli sciacalli
In giro per monti valli fiumi
mari selve foreste deserti, ci sono tanti animali ma di uno in
particolare non si riesce a trovare nessun aspetto positivo. Oddio,
forse uno ce n'è ed è quello di essere il becchino delle carcasse
dei confratelli a quattro zampe. Lui arriva quando c'è il morto o
quando il fratello animale è in stato vegetativo irreversibile,
e pulisce, spolpa, netta, disossa, nutrendosi di quel che resta. Le
ossa le lascia, lui è un raffinato, ma le ossa, come si sa, non
puzzano. È lo sciacallo e d'aspetto, non sarebbe manco brutto. Alla
fine a renderlo così disprezzato è il mestiere che fa. Ovviamente
il suo nome è entrato di prepotenza anche per descrivere soggetti
che appartengono alla sfera degli umani, quegli esseri che dopo un
disastro naturale e non, arrivano e ripuliscono case e negozi, chiese e
palestre, banche e supermercati. La tecnica che condividono l'animale
e l'uomo che ne assume il nome, è la stessa: agiscono contro corpi
inermi e inerti. Oltre che violenti sono anche vigliacchi. In giro per piazze e città, vie e borghi, corsi e paesi, slarghi e villaggi
ci sono decine di sciacalli. L'unica differenza che c'è fra questi
animali da cortile e gli altri, è che agiscono su corpi moribondi,
qualcuno in stato agonico. E invece di dargli una mano, di curarli,
di assisterli o anche di compatirli, affondano le zanne assetate di
un mix di vendetta elettorale e delirio di onnipotenza e buonanotte
ai suonatori. Gli sciacalli non se la sentono di dilaniare corpi
vivi. Hanno paura, ne temono la reazione, sono profondamente
vigliacchi e non guardano mai negli occhi le loro vittime.
Preferiscono girargli intorno come i loro colleghi alati, gli
avvoltoi, in attesa dell'ultimo respiro. E come nelle scene peggiori
dei peggiori western all'italiana, il futuro morto prova a sparargli
ma spesso fa cilecca. Quindi, chiudere l'Italia per mafia (come per
corruzione), significherebbe consegnare un corpo morto alle
attenzioni degli sciacalli di turno. Chissà perché, noi agli
sciacalli non faremmo mai una carezza né, tanto meno, potremmo dargli il voto.
lunedì 12 maggio 2014
I dossier di Scajola, il pm anticamorra Cantone all'Expo, i Baroni universitari e la Apple aggira da anni il fisco. “Italiani siate ottimisti”. Ottimista a chi?
Claudio Scajola, il picchiatore
capo del G8 di Genova, conservava nella cantina della sua casa romana
migliaia di dossier. L'essere stato Ministro dell'Interno lo ha messo nella posizione di procurarseli. Politici
(avversari e non), imprenditori, banchieri, giornalisti, mignotte,
reggi-moccoli, alti prelati, pseudo mafiosi erano stati catalogati e
pronti per essere ricattati. A cosa serve altrimenti un dossier? A chi
fossero destinate le informazioni riservate non si sa ancora di
preciso, ma che Scajola fosse un politico funzionale alla 'ndrangheta
sta venendo fuori in tutta la sua drammatica evidenza.
A mali estremi, rimedi estremi, deve aver pensato Matteo Renzi nella solitudine del suo studio di Palazzo Chigi. Così, fra un invito alla speranza e un elogio alla bellezza, Matteo si sta rendendo conto che in Italia ci sono situazioni senza speranza e soprattutto senza alcuna bellezza. L'Expo del rilancio economico e d'immagine si sta trasformando in un incubo. Dall'inizio dell'avventura dell'Expo sono stati arrestati tutti i dirigenti e i tecnici che avrebbero dovuto realizzarlo. Tutti di centrodestra e leghisti simpatizzanti meno il Trota, leghista vero, che il papà aveva inserito nel personale della Esposizione per fargli guadagnare qualche soldino. Poi, come accaduto durante Mani pulite, è venuto fuori il “compagno G”, proprio come il “punto” dell'orgasmo. Primo Greganti, tutore degli appalti delle Coop, non ha perso il vizietto di truffeggiare e riappare sempre quando c'è da dire che i politici sono tutti ladri e quindi uguali e quindi perché non votare per Silvio che fra gli uguali è anche bello, intelligente, ricco e spiritoso?
Durante l'ultimo concorso per professori universitari ne sono successe di tutti i colori. Ricorsi al Tar, esposti alla magistratura, scioperi della fame e della sete, fughe all'estero e maledizioni come piovesse. Emblematico il titolo dell'Espresso di questa settimana: “Raccomandazioni, scambi di favori, meriti negati, titoli ignorati. Il concorsone per scegliere i professori è sommerso di ricorsi. Il consiglio di stato ha accolto le proteste di un bocciato e potrebbe annullare l’intera tornata di nomine. Ecco come naufragano gli atenei italiani”. E a proposito di lotta all'evasione. È venuto fuori che la Apple da anni aggira il fisco. A fronte di guadagni in Italia per oltre 300 milioni di euro, la casa di Cupertino versa al fisco la miseria di 7,9 milioni di euro grazie a una sofisticatissima struttura societaria che fa confluire in Irlanda tutti i profitti. I nostri 007 antievasori non sono riusciti ancora a capire il meccanismo che consente alla Mela più famosa del mondo di non pagare le tasse, magari sarebbe sufficiente tornare al reato di falso in bilancio che Silvio, per salvare il suo impero dai tentacoli del fisco, pensò bene di abolire. Ma questo è un aspetto sul quale i forzitalioti sono disposti a fare la rivoluzione. Le imprese del Capo, si sa, sono sacre.
E finiamo con l'intervista di Marcello Dell'Utri a Repubblica nella quale si definisce “prigioniero politico”. Ora, vabbè che Marcellino ha letto i diari tarocchi di Mussolini, ma ci chiediamo se conosca il significato di “prigioniero” e di “politico”. Secondo noi si è fermato alle “vacanze” di Carlo Levi nel resort di Eboli, anche se vive attualmente, da latitante e non da confinato, a Beirut.
A mali estremi, rimedi estremi, deve aver pensato Matteo Renzi nella solitudine del suo studio di Palazzo Chigi. Così, fra un invito alla speranza e un elogio alla bellezza, Matteo si sta rendendo conto che in Italia ci sono situazioni senza speranza e soprattutto senza alcuna bellezza. L'Expo del rilancio economico e d'immagine si sta trasformando in un incubo. Dall'inizio dell'avventura dell'Expo sono stati arrestati tutti i dirigenti e i tecnici che avrebbero dovuto realizzarlo. Tutti di centrodestra e leghisti simpatizzanti meno il Trota, leghista vero, che il papà aveva inserito nel personale della Esposizione per fargli guadagnare qualche soldino. Poi, come accaduto durante Mani pulite, è venuto fuori il “compagno G”, proprio come il “punto” dell'orgasmo. Primo Greganti, tutore degli appalti delle Coop, non ha perso il vizietto di truffeggiare e riappare sempre quando c'è da dire che i politici sono tutti ladri e quindi uguali e quindi perché non votare per Silvio che fra gli uguali è anche bello, intelligente, ricco e spiritoso?
Durante l'ultimo concorso per professori universitari ne sono successe di tutti i colori. Ricorsi al Tar, esposti alla magistratura, scioperi della fame e della sete, fughe all'estero e maledizioni come piovesse. Emblematico il titolo dell'Espresso di questa settimana: “Raccomandazioni, scambi di favori, meriti negati, titoli ignorati. Il concorsone per scegliere i professori è sommerso di ricorsi. Il consiglio di stato ha accolto le proteste di un bocciato e potrebbe annullare l’intera tornata di nomine. Ecco come naufragano gli atenei italiani”. E a proposito di lotta all'evasione. È venuto fuori che la Apple da anni aggira il fisco. A fronte di guadagni in Italia per oltre 300 milioni di euro, la casa di Cupertino versa al fisco la miseria di 7,9 milioni di euro grazie a una sofisticatissima struttura societaria che fa confluire in Irlanda tutti i profitti. I nostri 007 antievasori non sono riusciti ancora a capire il meccanismo che consente alla Mela più famosa del mondo di non pagare le tasse, magari sarebbe sufficiente tornare al reato di falso in bilancio che Silvio, per salvare il suo impero dai tentacoli del fisco, pensò bene di abolire. Ma questo è un aspetto sul quale i forzitalioti sono disposti a fare la rivoluzione. Le imprese del Capo, si sa, sono sacre.
E finiamo con l'intervista di Marcello Dell'Utri a Repubblica nella quale si definisce “prigioniero politico”. Ora, vabbè che Marcellino ha letto i diari tarocchi di Mussolini, ma ci chiediamo se conosca il significato di “prigioniero” e di “politico”. Secondo noi si è fermato alle “vacanze” di Carlo Levi nel resort di Eboli, anche se vive attualmente, da latitante e non da confinato, a Beirut.
domenica 11 maggio 2014
sabato 10 maggio 2014
Scajola collettore della 'ndrangheta. Tutta la criminalità organizzata aveva un solo referente. Indovinate chi... ma Don Vito Corleone, poffarbacco!
Certo che i forzaitalioti non si
facevano mancare nulla. Pur di prendere, e mantenere, il potere sono
addivenuti a patti con tutti, domineddio compreso nelle
vesti e tonache del quartetto di latina e liscio degli alti prelati:
Ruini alle maracas, Bertone alla tromba, Bagnasco alla marimba e
Fisichella ai bonghi. L'arresto di Claudio Scajola ha chiuso il
cerchio magico del berlusconismo, quello dello strapotere al Sud
tradotto nel 61 a 0 di qualche anno fa. Dunque. Marcello Dell'Utri,
per il quale la Cassazione ha confermato la sentenza dei sette anni
non in Tibet ma in Libano, era il collettore politico, l'interfaccia
istituzionale con la mafia; Nicola o' Mericano Cosentino per la
camorra, in primis per i Casalesi; Claudio Scajola, attraverso Amedeo
Matacena, per la 'ndrangheta e Raffaele Fitto, pregiudicato anche
lui ma candidato alle Europee, per la criminalità organizzata degli appalti pugliesi. Con
questo vero e proprio fuoco di sbarramento, sarebbe stato impossibile
per chiunque contrastare la marcia vittoriosa di Forza Italia,
soprattutto perché al Nord, specie in Lombardia, agiva, con la
benedizione delle alte sfere vaticane, la Compagnia delle Opere, quel
sistema che “dalle panche della cattedrale”, andava a finire
direttamente al Pirellone e nelle aule dei palazzi che contano. Lo
hanno detto tutti: “Milano è stata sgovernata per 20 anni,
impossibile per Pisapia metterci una pezza in tempi brevi”. Quello
che però fa più scalpore è il fatto che gli “eroi” di
Tangentopoli hanno continuato ad agire indisturbati fino all'altro
ieri quando, con un blitz, sono finiti in galera. Ma vi rendete
conto? Ci sono ancora Paris e Greganti. L'unico assente è Mario
Chiesa, ma solo perché è stato pizzicato prima per un traffico di
chewing-gum. Questa volta ce l'avevamo messa tutta per riappropriarci
di un minimo di speranza. Ma dopo gli ultimi fatti e dopo aver
sentito i “giovani” da Santoro, ci siamo resi conto che questo
Paese è senza presente, con un passato dimenticato, e un futuro che
non esiste. Ha vinto Silvio. Il Capataz è riuscito a cancellare
completamente il concetto di cultura (che significa togliere la
capacità di visione critica dei fenomeni) per sostituirlo con un
quacquaraquismo intellettuale che fa scambiare una fiction malfatta
per un capolavoro della storia delle serie televisive. Siamo allo
sbando, governati da una folla di pseudo politici rumorosi e
fastidiosi che a forza di calci nel culo e spintoni, stanno occupando
tutti i gangli di un Paese in agonia: veri e propri sciacalli. Il
nostro personale 25 maggio sarà un giorno di ferie dalla politica, e
se qualcuno ci dicesse che andare a votare è un nostro
diritto-dovere si prenderebbe un vaffanculo colossale. Non ci
sfruculiate i cabasisi, please.
venerdì 9 maggio 2014
giovedì 8 maggio 2014
Claudio Scajola arrestato [consapevolmente] dalla DIA di Reggio Calabria
Stavolta l'ex ministro
dell'Interno, eroe del G8 di Genova, l'ha combinata grossa. Claudio
Scajola, uno dei più capienti serbatoi di voti berlusconiani, è
stato arrestato a Roma dalla DIA di Reggio Calabria con l'accusa di
favoreggiamento. Avrebbe, in poche e misurate parole, aiutato il suo
ex collega forzaitaliota Amedeo Matacena a rendersi latitante, in
poche parole a scappare, dopo la sentenza definitiva della Cassazione
che lo condannava per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ovviamente Scajola è stato arrestato perché non più coperto
dall'immunità parlamentare, e l'aspetto più ridicolo di tutta la
faccenda è che se non ci fosse l'impunità-immunità mezza Forza
Italia e un quarto del Nuovo Centro Destra sarebbero in galera,
contribuendo così in modo preoccupante al sovraffollamento delle
nostre carceri. Berlusconi si è detto “addolorato”. E pensare
che è stato proprio lui a sacrificarlo in nome dell'inguardabilità
di alcuni esponenti di FI compreso il Cosentino della Terra dei
fuochi. Ma ieri Silvio era impegnato in un'altra operazione, ha
presentato ufficialmente il dipartimento cultura (proprio così) di
Forza Italia. Dopo aver copiato la definizione coniata da Massimo
D'Alema del suo impero mediatico: “Mediaset è una grande impresa
culturale”, disse Baffetto qualche tempo fa, Silvio ha
sottolineato come “grazie alle fiction vendute in tutto il mondo
Mediaset fa cultura” e che lui e la sua famiglia amano tanto anche
il teatro perché “proprietari del Manzoni di Milano”. Poi si è
scagliato contro la Rai, colpevole a suo dire, di girare fiction che favoriscono
la mafia, quando è stata proprio la sua azienda a raccontare la vita
di Totò Riina (“Il capo dei capi", con Claudio Gioè, 2012,
Canale5), descrivendolo come un Robin Hood qualsiasi. È vero – ha
detto Silvio – forse in questi anni non abbiamo tenuto in
considerazione la cultura, però è arrivato il momento di fare un
passo in avanti”. Vabbè che si è messo in testa di diventare “padre
della patria”, ma che abbia deciso di abbracciare il mecenatismo
disinteressato nei confronti di cinematografari, teatranti, musicisti
d'avanguardia e burlesque, suona come un'altra delle sue manovrine
elettorali.
PS Ma quanto spendono i 5S in t-shirt? E per tutte quelle manette acquistate al sexy-shop? Ah, saperlo!
PS Ma quanto spendono i 5S in t-shirt? E per tutte quelle manette acquistate al sexy-shop? Ah, saperlo!
mercoledì 7 maggio 2014
Matteo Salvini cacciato da Napoli: “La carogna sei tu”
Nel 2009, durante un avvinazzato
raduno di corna celtiche a Pontida, fra una spruzzata di insetticida
di Borghezio e un rutto di Bossi, il giovane Salvini già da allora felpato nordico, pensò di intonare una canzoncina le cui
parole erano queste (testuali): “Senti che puzza, scappano anche i
cani, stanno arrivando i napoletani. O colerosi, terremotati voi col
sapone non vi siete mai lavati”, il testo di questo capolavoro
letterario terminava ovviamente e calcisticamente con “Napoli merda”.
Cinque anni dopo, diventato segretario della Lega Nord, Matteo Salvini va a Napoli dove vorrebbe tanto tenere un comizio in vista delle prossime europee. “Vorrebbe” è il termine esatto perché i napoletani, che in fatto di canzoni non li frega nessuno, ricordavano perfettamente “colerosi terremotati” oltre all'inno alla puzza di cui erano stati protagonisti indiscussi nella vallata degli adoratori di Odino. Salvini ha preso atto della contestazione, ha fatto quattro chiacchiere con i giornalisti presenti e salendo in auto per darsi a una fuga ignominiosa, ha sibilato: “Tornerò”, che ai più è parsa una minaccia. Questa comparsata fuori dal mondo, gli consente però di fare la parte del martire, dell'eroe no perché gli eroi sono un'altra cosa, e di andare in tv e nelle piazze leghiste a dire quanto sono cattivi i napoletani il cui simbolo è diventato Genny 'a carogna. Chi semina vento raccoglie tempesta, in questo caso Salvini ha raccolto solo un vaffanculo e un più monastico "Salvini lavati".
Cinque anni dopo, diventato segretario della Lega Nord, Matteo Salvini va a Napoli dove vorrebbe tanto tenere un comizio in vista delle prossime europee. “Vorrebbe” è il termine esatto perché i napoletani, che in fatto di canzoni non li frega nessuno, ricordavano perfettamente “colerosi terremotati” oltre all'inno alla puzza di cui erano stati protagonisti indiscussi nella vallata degli adoratori di Odino. Salvini ha preso atto della contestazione, ha fatto quattro chiacchiere con i giornalisti presenti e salendo in auto per darsi a una fuga ignominiosa, ha sibilato: “Tornerò”, che ai più è parsa una minaccia. Questa comparsata fuori dal mondo, gli consente però di fare la parte del martire, dell'eroe no perché gli eroi sono un'altra cosa, e di andare in tv e nelle piazze leghiste a dire quanto sono cattivi i napoletani il cui simbolo è diventato Genny 'a carogna. Chi semina vento raccoglie tempesta, in questo caso Salvini ha raccolto solo un vaffanculo e un più monastico "Salvini lavati".
martedì 6 maggio 2014
Santoro: “Grillo la smetta o scendo in piazza anche io”
Il Michele, che è un po' come il
Pasquale di Totò, stavolta è uscito fuori dai gangheri. Nonostante
nella sua trasmissione ospiti Marco Travaglio, il portavoce ufficioso
dei grillini (ufficioso perché lo fa di risulta impallinando tutti
meno il M5S), Beppone lo ha inserito d'ufficio, e come sempre motu
proprio, sul suo blog miliardario nello spazio riservato ai
giornalisti carogne uscite dalle fogne. La colpa è quella di aver
ospitato durante l'ultima puntata di Servizio Pubblico, un operaio
della Lucchini di Piombino che, in sintesi, ha dato dello sciacallo
al venditore dei biglietti del suo show attraverso i comizi. Per la
serie “con la politica non ci guadagnano solo i fessi”, Grillo ha
accusato Santoro di lesa maestà, insomma, quell'operaio non doveva
parlare ma tacere per sempre. Quindi, il Michele è stato additato al
pubblico ludibrio non perché abbia detto qualcosa contro i 5S, ma
perché ha lasciato che un altro lo facesse. Siamo alle ritorsioni,
brutta storia dopo gli ammiccamenti alla mafia che non ha più una
lira. Comunque, Santoro ha minacciato Grillo di andare, dopo le
elezioni, nelle stesse piazze dove il comico ha fatto i suoi comizi
per dire a tutti “come stanno le cose”. Quali cose? Di cosa parla
Santoro? Che diavolo di linguaggio ricattatorio è questo? Cosa
dovrebbero sapere gli italiani di Grillo che già non sappiano? Parla a
nuora perché suocera intenda? Per quanto ci riguarda, sono finiti i
tempi in cui abbiamo seguito Santoro a Bologna al Paladozza in nome della libertà di stampa. Oggi non andremmo neppure dal tabaccaio che
dista appena trecento metri da casa. Non ci sono mai piaciuti i
fazzoletti, soprattutto se usati per spolverare sedie.
lunedì 5 maggio 2014
domenica 4 maggio 2014
Il lavoro è un problema e il decreto Poletti una schifezza. Competitività non è precarietà [anche se fa rima]
In questo cazzo di paese, dove i
dieci più ricchi detengono la ricchezza di 5 milioni di famiglie, il
lavoro è sempre stato un problema serissimo. Da sempre. A fronte di
una decina di imprenditori illuminati, in Italia la maggioranza dei
capitani d'industria è sempre stata formata da una masnada di
farabutti che, fino a quando le vacche erano grasse, hanno fatto i
bravi padri di famiglia, ma quando sono arrivate le magre o se ne
sono andati all'estero o hanno chiuso i battenti lasciando allo Stato
i debiti dopo avergli scippato i profitti non pagando le tasse.
Diciamolo. Per gli esportatori di capitali in Svizzera, gli operai
sono sempre stati non un valore ma un inciampo e i sindacati peggio
dell'Agenzia delle entrate. Considerati praticamente schiavi avendo
davanti l'esempio mirabile degli schiavi del lavoro veri (i cinesi,
gli indiani, i vietnamiti, i senegalesi, gli eritrei, i somali, i
pakistani, i filippini e mezzo altro mondo con lavoro a costo zero),
gli imprenditori italiani hanno tentato di essere competitivi non
globalizzando la qualità dei prodotti ma il costo del lavoro; la
fregatura è che hanno trovato governanti che gli hanno dato retta e
il risultato è sotto gli occhi di tutti: disoccupazione a livelli
ingestibili, precarietà da terzo mondo, nessuna visione strategica,
un futuro tutto da inventare. Renzi dice: “I sindacati non sono
d'accordo perché gli abbiamo tolto potere”, senza considerare che
il potere ai sindacati lo hanno già tolto Maurizio Sacconi e Sergio
Marchionne e che mentre il secondo se n'è andato in Olanda, il primo
detta ancora le sue condizioni da tagliateste operaie, possibilmente
rosse, facendo il presidente della Commissione Lavoro della Camera,
una vergogna. Questo decreto, il “Poletti”, precarizza
definitivamente il lavoro. Far pagare una multa a quelle aziende che
superano il tetto del 20 per cento dei precari è una barzelletta,
non risolve nessun problema, non offre nessuna garanzia e puzza
terribilmente di destra e dell'ennesimo favore a una classe
imprenditoriale di quacquaracquà per giunta inetti e parecchio
arruffoni. Come fa Renzi a non capirlo? C'è da considerare poi che
in questo modo ha fatto rinascere Angelino Alfano, fino a ieri un
comprimario e per nulla fastidioso. Che Matteo non fosse di sinistra
lo si sapeva, che desiderasse far breccia nel cuore dell'elettorato
berlusconiano pure, ma che avesse abdicato anche sul lavoro=dignità
ci riesce difficile da capirlo. E non è l'unico aspetto sul quale il
Sindaco ha iniziato a deluderci. L'impressione è che torneremo a
riabbracciare i nostri ideali. Il 25 maggio ce ne andremo al mare.
sabato 3 maggio 2014
venerdì 2 maggio 2014
Sarà stata anche la festa dei lavoratori, ma di lavoro si muore ancora. 330 sono le vittime dal primo gennaio 2014
Le morti sul lavoro sono come la
pedofilia, il femminicidio, le zoccole di Berlusconi, i vaffanculo di
Grillo, la terra dei fuochi, il sovraffollamento delle carceri, i
crolli di Pompei e gli 80 euro in busta paga: una moda. Prima che i
dis-organi di informazione ne diano conto deve scoppiare l'epidemia, una
massa tale di fatti impossibili da velinare. L'interesse scema dopo
un po', ma non perché i fenomeni di cui sopra si fermino o vengano
risolti, ma perché la gente, il lettore, il telespettatore si
annoia, si rompe le palle, ha bisogno di altre notizie, altri
stimoli, altri interessi. E se togli (dagli interessi) la figa, il
cibo e il vino be', resta poco, veramente poco. Solo se sfogli i
giornali non padronali, non funzionali, non embedded, ti rendi conto
che quel problema non è stato risolto anzi, peggiora. Così, uno dei
cavalli di battaglia dell'Innominabile, le morti sul lavoro, come
nessun altro fenomeno segnale di inciviltà e incultura, è stato relegato
nelle pagine interne dei giornali e nessuno ne parla più. Poi arriva
l'Osservatorio morti sul lavoro, e ci dice che dal primo gennaio le
vittime sono state 169, il 20,3 per cento in più dello
stesso periodo 2013. E questi sono dati riferiti solo alla gestione
Inail che, come si sa, non assicura tutte le categorie di lavoratori.
Perché complessivamente, i morti sul lavoro sono stati 330, una
strage. Si parla poco di Thyssen, e lo si fa se ci sono processi in
corso. Ma non si parla affatto delle altre “centrali” della
morte: il cantiere della Metro C di Roma, la fabbrica Marcegaglia di
Ravenna (proprio quella della prossima presidente dell'Eni), delle
aziende ittiche di Molfetta, dell'Ilva di Taranto, tutte recidive e
al centro di un contenzioso sulla sicurezza che dura da anni. Perché
questi fatti accadono si sa. In venti anni, da quando Silvio doveva
fare qualche favore ai suoi amici industriali, la sicurezza sul
lavoro è diventato un optional e tutto in nome e per conto della
produttività e della competitività del mercato globalizzato.
Insomma, gli operai italiani potevano morire o ammalarsi di cancro,
proprio come un lavoratore cinese, pakistano, indiano, vietnamita e
cambogiano. Il culmine di questo furore industrialistico lo raggiunse
Maurizio Sacconi, il ministro del Lavoro responsabile della rottura
dell'unità sindacale, marito di Enrica Giorgetti, direttore generale
di Federfarma, che fece incassare alle sue aziende tre miliardi di
euro per un vaccino inutile, quello contro la Sars. Maurizio Sacconi (oggi punta di diamante del NCD) nel 2009 si inventò, e questa non fu che una delle nefandezze, il
decreto “salva manager” che, introdotto nel Testo Unico di
Berlusconi, doveva servire a salvare il culo ai dirigenti della
Thyssen. Quel decreto, come quello sulla tempistica per redarre il
documento sulla valutazione dei rischi di una nuova impresa, sono
stati la causa della messa in mora dell'Italia da parte della UE che
ci ha accusato di non aver recepito le norme comunitarie in materia
di sicurezza sul lavoro. Nel mirino della UE è finito anche il
decreto lavoro di Matteo Renzi nel quale si eliminava la formazione
esterna all'azienda per gli apprendisti, compreso il corso sulla
sicurezza. Insomma, questo è il paese che se muori sul lavoro e sei
giovane, la tua vita vale 1936,80 euro. Tanto ha riconosciuto l'Inail
a Graziella Marota, madre di un ventenne vittima del lavoro.
giovedì 1 maggio 2014
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