Per
assurdo, come spesso però capita in Italia, perfino l’affaire Batman Sfiorito
potrebbe portare qualcosa di buono. Mettendo da parte lo schifo (e la vergogna)
per l’ennesimo caso di allegra gestione della cosa pubblica, le acque stagnanti della politica italiota sembrano
increspate da una ventata di onesta volontà di darci un taglio. La ministra
Severino ha dichiarato, a scanso di equivoci, che nel ddl anticorruzione non c’è
posto per una norma pro-Silvio. Però, andando a leggere attentamente le altre
parole della responsabile della Giustizia non si possono non notare le aperture
fatte al Pdl sulla corruzione fra privati e il tentativo, questa volta del
senatore Andrea Pastore, di introdurre ancora una norma in grado di far saltare
il processo di Milano. L’impressione è sempre quella che se non si salva
Silvio, moriranno anche i Filistei e che la volontà di procedere speditamente
verso l’approvazione del ddl, vada a cozzare contro la convinzione di
Berluspony che “l’état c’est moi”. Più percorribile ci sembra la strada verso l’incandidabilità.
In un Parlamento affollato da cento, diconsi 100, deputati e senatori indagati
o condannati in primo grado, il rischio che alle prossime elezioni si
ripresentino tutti per godere del privilegio dell’immunità è altissimo, e una
norma che ne vieti la candidatura sarebbe un bel segnale nei confronti di un
elettorato che ha raggiunto la soglia massima di tolleranza della nausea da
politica. Nel frattempo, mentre nelle alte stanze della Repubblica si discute
come trovare l’imbroglio una volta fatta la legge, le prime parole di Franco
Fiorito dal carcere suonano come il de profundis nei confronti di un partito
che più che una formazione politica è sempre stato il regno incontrastato dei
quacquaracquà: il Pdl. Anche se qualcuno dovrebbe spiegarci come cazzo si fa a
parlare al telefono con l’Ansa mentre la polizia penitenziaria gli sta
prendendo le impronte digitali, Fiorito ha dichiarato: “C’è gente migliore qui
in carcere che fuori nel Pdl”. E allora ce lo siamo immaginato, Fiorito, mentre
gli inchiostrano una mano e con l’altra regge l’IPhone5 che ha appena avuto il
tempo di comprare con gli ultimi soldi del gruppo Pdl alla Regione Lazio, e la
scena non ci ha fatto né ridere né ci ha commosso. Ma tant’è. Dopo Formigoni e
la ex capitale morale d’Italia, sul banco degli imputati c’è finita anche la regione
della Capitale vera, segno tangibile che dove governa il Pdl, di trippa per
gatti ce n’è anche troppa. Lasciando stare per amor di patria Errani e Penati,
quello che sta accadendo nel Pd è purtroppo l’ennesima conferma della fragilità
di un partito nato con grandi ambizioni e fermatosi lì: alla nascita. Ora si discute su come fare le primarie,
sulle modifiche delle regole, sulla tessera dell’elettore di sinistra, sulle firme da raccogliere per presentarsi candidati. E mentre si sta facendo del
tutto per far rimanere il solo Bersani a correre contro se stesso, da Beppe
Fioroni, che iddio lo conservi, viene l’ennesima intemerata contro l’alleanza
con Sel. La scusa ufficiale è che Nichi Vendola si rifiuta di appoggiare (come
Bersani) un Monti-bis, quella vera è che a Fioroni non va proprio giù la
proposta di matrimonio che Nichi ha fatto al suo compagno. SS (Sua Santità) ne
soffrirebbe troppo e Beppe, di far soffrire i prelati, non ha alcuna intenzione.
Per lui c’è il regno dei cieli assicurati e un cilicio appeso in bagno come l’accappatoio.
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mercoledì 3 ottobre 2012
martedì 2 ottobre 2012
Perché non passa il decreto anticorruzione? Chiedetelo a Ruby.
Alla
fine ci siamo decisi e lo abbiamo fatto. Abbiamo firmato l’appello di
Repubblica per accelerare l’iter dell’approvazione del decreto anticorruzione
che, come si può facilmente immaginare, è uno degli aspetti che frena gli
investimenti stranieri in Italia oltre che essere una vergogna che manco il
Burundi. Ieri, lo stesso presidente del Senato, Renato Schifani, ha
solennemente annunciato che: “Farò di tutto per abbreviare i tempi del lavoro
della commissione e portare il decreto in aula per l’approvazione”. Non aveva
finito di dirlo che alcuni senatori, nella fattispecie il duo pidiellino
Montagna-Galloni, un po’ come Mogol-Battisti, ha presentato tre emendamenti
per far saltare il processo Ruby. Si deve sapere che,pur essendo entrato nel
cono d’ombra della disinformatio, presumibilmente a dicembre ci sarà la
sentenza di primo grado che dovrebbe condannare Berluspony per concussione e induzione alla
prostituzione, anche minorile. Ora, presentarsi alle elezioni con un marchio
simile e vincere sarebbe davvero un’infamia, ma per gli italiani tutti, mica
solo per la giurisprudenza e l’etica. In poche parole, cosa stanno tentando di
fare i maggiordomi del Cavaliere? È presto detto, allo stato attuale (articolo
317 del codice penale), la concussione c’è nel momento in cui “il pubblico
ufficiale o l’incaricato di servizio pubblico, abusa delle sue qualità o dei
suoi poteri per costringere o indurre a dare o promettere indebitamente, a lui
o ad un terzo, denaro o altra utilità”. Scopo degli emendamenti è quello di
ridurre la concussione a un mero fatto patrimoniale, il che significa che
siccome Ruby non ha pagato Silvio per andarci a letto, vuol dire che tutto si
riduce a un fatto di donazione di topa e tutti sanno che la topa non è
paragonabile a una mazzetta di euro, anche se...Riassumendo, se Silvio avesse
preso soldi, allora il processo avrebbe avuto ragione di esistere, ma siccome
si è preso solo una parte anatomica, il tribunale non è abilitato a decidere un’amata
minchia (è il caso di dirlo). Pare che questo incubo non debba finire. A volte
ci sembra di vivere sempre in un paese dove gli interessi di uno contano
infinitamente più di quelli della collettività. E se questo fatto si è
verificato per vent’anni, non si capisce la ragione per cui debba continuare a
perpetrarsi in eterno. La fregatura è che se si dovesse andare al voto di
fiducia, siamo convinti che l’Udc e la Lega voterebbero contro, perché per loro
anche la corruzione è un fatto di coscienza. Vero Trota? Vero Totò (Cuffaro)?
sabato 29 settembre 2012
Chiuso per 48 ore.
Cosa fanno 1000 persone che alle 24.00 comprano 1000 IPhone5 a 1000 euro l’uno? 1 milione di co...oni.
Oggi
usiamo una vignetta presa da Facebook. Basterebbe questa per commentare ciò
che è accaduto la scorsa notte davanti agli Apple Store d’Italia. Motivo di tanta
frenesia, l’immissione sul mercato del fallico IPhone5, il must del Terzo
Millennio. Servizio all’ora di pranzo del Tg2. Il giornalista lo lancia così: “Vediamo
ora cos’è accaduto questa notte a mezzanotte all’apertura degli Apple Store. In
vendita l’IPhone5”. Parte il servizio. La giornalista si avvicina ai ragazzi in
fila e inizia la lunga serie di domande, sempre una, sempre la stessa: “Tu da
quanto sei qui?”. Risposta di un ragazzotto mezzo addormentato: “Dalle sette e
mezza di ieri sera”. Altra domanda: “Tu da quanto sei qui?”. Risposta: “Da
mezzanotte di ieri”. La giornalista: “Hai dormito qui davanti?”. Risposta: “Ner
sacco a pelo”. Domanda: “Tu da quanto sei qui?”. Risposta: “Dall’altro ieri,
vengo da Catania”. Ancora: “E dove hai dormito?”. Risposta: “Non me lo ricordo”.
Incredibili i siciliani! Cambia la domanda: “Cos’è l’IPhone5 per te?”.
Risposta: “La vita”...e la madonna! Altra domanda: “Non ti sembra che costi un
po’ troppo?”. Risposta: “Aho, ma che me frega a me, ho vinto alla Snai. Ho
intascato i soldi e me so’ messo ‘n fila”. All’apertura dello Store, i commessi
abbracciano tutti insieme, tutti commossi, il primo della fila, quello che
probabilmente ha sostato davanti alla vetrina tre giorni e tre notti. Il
ragazzo è emozionato, abbraccia a sua volta tutti, li bacia e poi, carta
American Express Gold in mano, si avvicina al bancone e la scatoletta magica
con l’IPhone5 si apre per mostrargli il gioiello dei suoi sogni proibiti. Ora,
e non per fare i moralisti. Ci chiediamo che cazzo stanno a fare i minatori del
Sulcis asserragliati nelle gallerie pronti a farsi esplodere. Ci chiediamo cosa
cazzo sono saliti a fare sulla balconata del gasometro gli operai dell’Ilva di
Taranto. Ci chiediamo cosa cazzo sono scesi a fare in piazza gli operai della
Cgil e della Uil ieri a Roma, quando quelli della Cisl stavano a lavorare (“Non
si proclama uno sciopero con un tavolo di trattativa aperta”, si è giustificato
il casiniano Bonanni dai microfoni del Tg3), o in fila per l'IPhone5. Ci chiediamo, infine, se non avesse
ragione Over the Topa quando tempo fa affermò solenne: “Ma quale crisi, in
Italia ogni persona ha almeno due cellulari”. Ci piacerebbe riflettere su cosa
abbiano nella testa i ragazzi italiani mentre i loro coetanei greci e spagnoli
sfasciano vetrine e incendiano auto in attesa di quelli francesi che,
considerato il piano economico di Hollande, li raggiungeranno a breve. Ci
piacerebbe sapere dove cazzo hanno trovato 1000 euro i ragazzotti del servizio
del Tg2 per comprarsi (cash) quello che ormai, evidentemente, non è più, o solo,
un telefonino, ma la propaggine ideale del loro misero uccello, un transfert
sessual-erotico-fallico che non lascia presagire nulla di buono, soprattutto
rispetto al contenuto del cervello. Noi abbiamo un vecchio, mitico Nokia N70,
un attrezzo che ai suoi tempi furoreggiò come pochi altri e costava davvero una
manciata di euro. Il nostro cellulare per anni ha solo ricevuto, mai chiamato
(problemi di ricarica) ed è arrivato a un punto tale che solo ultimamente, a
causa di telefonate più frequenti, sta dando qualche problema di tenuta di
batteria. Il nostro cellulare ci sveglia tutte le mattine alla solita ora, la
sveglia è suadente, quasi tenera. Poi, se potesse, ci offrirebbe pure il caffè ma,
siccome non può, si accontenta di starci vicino mentre lo beviamo. Svolge
egregiamente il suo compito, che è quello di fare e ricevere telefonate. A volte
fotografa, male ma fotografa, ogni tanto s’inceppa ma, considerata l’età e il
tempo, ci sta. Il nostro cellulare è un telefono. L’IPhone5 che diavolo è, un
self godeur da 1000 euro? Ha ragione Silvio: spende un fottio di affitti e di
bollette ma almeno tromba con le donne, al contrario del vincitore Snai che
probabilmente si masturba guardando il suo IPhone5 comprato notte fonda all’Apple
Store.
venerdì 28 settembre 2012
Cervelli in pappa. La lotta a chi spara più minchiate fra chi governa e chi vorrebbe farlo procede serrata.
Fra
chi ci governa, e quelli che vorrebbero farlo con tutte le loro forze, c’è una
confusione totale. Un impoverimento di idee, di proposte, di etica e di morale
che ormai ci rende un paese degno di essere ascritto nel pur nobilissimo Quarto
Mondo. Solo ieri, fra il premier in corso e coloro che ne inseguono il ruolo e
i privilegi, è stato un florilegio di scemenze che manco a “La sai l’ultima”,
tutto lavoro per Blob che ovviamente non si perde una perla e ringrazia. Mario Monti.
Parlando a New York il premier ha detto: “Se me lo chiedono, in circostanze speciali
valuterò. Però non mi candido”. Il Professore parlava della possibilità di
essere ancora lui a guidare il governo che uscirà dalle elezioni del 2013, dando
a tutti l’impressione che gli piace vincere facile, diciamo un 3 a 0 a
tavolino senza scendere in campo, una partita persa per abbandono dell’avversario.
Insomma, Professore, se vuole governare perché non si candida alle prossime
politiche sottoponendosi, come perfino la Polverini ha fatto, al giudizio
popolare? Da questo orecchio Mario Monti sembra essere sordo come una campana,
resta il fatto che comunque ci sta provando. È proprio vero che il potere
logora chi non ce l’ha (o non ce l’ha più). Al premier hanno risposto a stretto
giro di take sia Bersani che Berluspony. Il primo dallo chalet di Cesenatico
dove stava sorseggiando una birra da solo, il secondo dalla presentazione del Grande
imbroglio, l’ultimo best seller di Renato Brunetta. A questo proposito c’è da
dire che Silvio ne ha dette di tutti i colori. Ha iniziato attaccando ancora l’euro
definendolo “un imbroglio” e ha finito dicendo “Se la Germania dovesse decidere
di uscire dalla moneta unica non sarebbe un dramma”. Nel mezzo ha avuto il
tempo per svillaneggiare Brunetta sulla sua altezza (lui, il Nano Bifronte!), e
di prendere una topica colossale sul Ferrara direttore del Foglio, che ha
chiamato Giovanni invece di Giuliano. Insomma, un Berluspony completamente fuso
al quale o qualcuno decide di cambiargli le bronzine o correremo il rischio di
ritrovarcelo a presentare Sanremo al posto di Fazio con Nicole a far da
valletta sfilando in lingerie. Intanto non passa la legge anticorruzione. Il
fronte del no è larghissimo e ne fanno parte esponenti di quasi tutti i partiti
politici. In questo paese non c’è modo di colpire in maniera esemplare chi
corrompe e chi si lascia corrompere. E meno male che la Severino, appena
insediata, aveva dichiarato a tutto il mondo che avrebbe inserito fra i reati
penali anche la corruzione fra privati. Perla delle perle. Bocciata la proposta
di legge che intendeva introdurre anche in Italia il reato di “tortura”. Sapete
chi si è opposto? Il Pdl, la Lega e il partito del Moscone Verde, Pierfy
Casini, l’Udc. Ma la chiesa, onorevole eminenza Bagnasco, che ne pensa?
giovedì 27 settembre 2012
La presunta estorsione di Dell’Utri a Berlusconi passa da Palermo a Milano. Delusi i giudici siciliani ma...
Ci
sono momenti in cui occorrerebbe che la storia facesse il proprio corso senza
intralciarne la volontà. La Storia, si sa, è maestra di vita e come tale in
grado di assumere il ruolo anche della nemesi, anche del riscatto, anche della
catarsi. I giudici di Palermo scoprono il flusso ininterrotto di milioni di
euro che, dai conti di Berluspony finiscono direttamente in quelli di Marcello
Dell’Utri. Questo fiume di denaro cash (si dice quaranta milioni di euro), diventa
inarrestabile pochi giorni prima che la Corte di Cassazione emetta la sentenza
che avrebbe potuto mandare Marcellino in galera, qualora gli fosse stata
confermata l’accusa di “mafiosità”. Quel denaro, come poi scopriranno i giudici
palermitani, servì a comprare una villa sul lago di Como pagata molto al di
sopra del suo valore commerciale, una pezza d’appoggio utilizzata da Dell’Utri
per acquistare anche una casa a Santo Domingo, dove poi attese la sentenza
della Corte. In poche parole, se Dell’Utri fosse stato condannato, la giustizia
italiana non avrebbe mai potuto mandarlo in galera perché nel frattempo, armi e
bagagli, si era trasferito nella repubblica dominicana. Con il braccio sinistro
di Silvio, era finita nel registro degli indagati anche la di lui consorte responsabile,
a quanto sembra, del movimento di denaro dalle casse del Capo a quelle del
maritino. Tutti quei soldi, sempre secondo i giudici palermitani, erano il
pagamento di una estorsione che Dell’Utri avrebbe fatto al suo padrone per
tacere sui rapporti economici che Silvio aveva intrattenuto, negli anni ’70, con
noti esponenti della mafia siciliana. Come tutti sanno, fra Marcellino e i
giudici di Palermo non corre buon sangue. Lo hanno tirato dentro a quasi tutte
le inchieste che riguardano i rapporti fra mafia e politica e perfino nel “trattatuni”
intercorso fra i colletti bianchi di Totò Riina e alcuni grand commis dello Stato.
Un rapporto sfociato poi nella pesantissima accusa di essere un collettore di
rapporti mafiosi al Nord, una specie di ambasciatore plenipotenziario o, se si
preferisce, considerato il potere che ha, un nunzio apostolico. Inevitabile che
gli avvocati di Dell’Utri tentassero di ricusare i magistrati ed altrettanto inevitabile,
visto che i fatti imputati si erano svolti a Milano, che i fascicoli passassero
dalla procura di Palermo a quella del capoluogo lombardo. Nei giorni scorsi si
era espresso a favore del trasferimento lo stesso procuratore nazionale
antimafia Aldo Grasso, e la cosa aveva causato non pochi malumori. Il fatto è
che, nonostante la disperata resistenza dei giudici siciliani, tutto l’incartamento
è stato trasferito a Milano. Sapete dove? Nell’ufficio di Ilda Boccassini.
Quando si dice il culo...
mercoledì 26 settembre 2012
Monti non si candida. La Polverini non si ricandida. Forse è la volta buona che vince il Pd. Intanto è stato rinviato a giudizio Laudati, il procuratore insabbiatore delle escort.
Non
si candida o ricandida nessuno. E questa è una buona notizia. Se non fosse che
lo stesso desiderio non è stato purtroppo espresso da Berluspony, da D’Alema,
da Casini, da Rutelli, da Veltroni e da Violante, potremmo dire che il sol dell’avvenire
lascerebbe a ben sperare e invece... Sono tutti lì, pronti sulla linea di
partenza, per intraprendere un altro mandato che, sebbene più “povero” dei
precedenti, a lor signori non frega una mazza visto che i privilegi ormai se li
sono portati tutti a casa. Renatina in tutta questa storia, continua a fare la
parte della vittima designata, ha recitato il ruolo anche ieri sera a Ballarò.
Nonostante Fiorito: “La governatora sapeva tutto”, madame Polverinì ha
indossato gli abiti di Giovanna D’Arco (buone le battute di Bersani quando
imita Crozza) e non ha alcuna intenzione di dismetterli anzi, sembra all’improvviso
essere diventata la paladina dell’anticorruzione, un po’ come Totò Cuffaro dell’antimafia.
Chiusa la parentesi Lazio, (si torna a votare e vedremo come la butterà), la
notizia del giorno è quella del rinvio a giudizio per abuso d’ufficio di
Antonio Laudati e del suo sostituto Giuseppe Scelsi, i giudici baresi che
indagavano sull’allegro giro delle escort di Berluspony. I fatti sono noti e si
riferiscono al 2011. L’allora procuratore capo Laudati avrebbe “aiutato
Gianpaolo Tarantini e gli altri indagati nel medesimo procedimento a eludere le
indagini avviate dal sostituto procuratore Giuseppe Scelsi nel procedimento in
corso sulle escort portate da Tarantino a Palazzo Grazioli, nel quale era
coinvolto quale fruitore delle loro prestazioni sessuali il presidente del
Consiglio dei Ministri, onorevole Silvio Berlusconi, al fine di favorire
indirettamente quest’ultimo preservandone l’immagine istituzionale”. Con
Laudati e Scelsi, sono stati rinviati a giudizio anche quattro giornalisti
pugliesi accusati di diffamazione. Adoperando i parametri berlusponeschi,
Laudati e Scelsi sono buoni giudici, seri, onesti, competenti ed equilibrati.
Quelli di Milano invece...
martedì 25 settembre 2012
Azzerata la Regione Lazio. Si rivota. Il pesce di nome Pierfy scarica la Polverini.
Il
complimento più bello glielo ha fatto quel gran pezzo di galantuomo fascista
che si chiama Francesco “Er Dux” Storace: “Cacasotto”, ha detto in perfetto francese all’ex sindacalista nera. Perché secondo lui,
Renatina doveva resistere a tutti i costi, all’insegna e per rispetto del vecchio
motto dei Figli della Lupa: “Boia chi molla”. I fascisti sono fatti così, gran
pezzi d’uomini con il mito delle palle, qualunque esse siano, fisiche o di un
moschetto fanno sempre il fascista perfetto. Stavolta però le palle non sono
bastate alla Spolverini che, in una affollata e commovente conferenza stampa ha
detto: “Ce ne andiamo da persone pulite e i farabutti a casa ce li mando io”,
mostrando la mascella volitiva che fa tanto balcone di Piazza Venezia. Meno aplomb hanno
dimostrato gli uomini (si fa per dire) del suo staff che, come spesso accade,
se la sono presa con una telecamera notoriamente meno pericolosa di Fiorito-Batman,
e soprattutto dotata di un fisico decisamente più sfilato dell’ex capogruppo
del Pdl. “Che te pensi che nun c’ho er coraggio de spaccatte la faccia?”, ha
detto il fascista in fasce Pietro Giovanni Zoroddu (capo di gabinetto di
Renatina) al povero giornalista Dario Prestigiacomo dell’agenzia Vista. Che volete
farci, i fascisti spintonano, sputano, insultano, tirano calci, schiaffi,
pugni, minacciano con lo sguardo assatanato e le mani sudate chi non la pensa
come loro, ma solo dopo aver appurato che fisicamente sono inferiori perché i
neri, per chi non lo sa, si reputano anche intelligenti, poverini! Finisce così,
con il pesce Pierfy che da democristiano di ferro ha pensato fino alla fine
come comportarsi, il regno di Renatina in Regione Lazio, un regno voluto
fortemente da Santa Madre Chiesa Cattolica d’Oltretevere e da una pseudo
coalizione di sinistra che nel regno Vaticano presenta una mangiapreti e a sindaco
di Roma l’inguardabile Cicciobello Rutelli, per la serie “a noi vincere non
piace, governare costa troppa fatica”. Non poteva non farsi sentire la voce
suadente e molto ingentilita del cardinale Bagnasco, capo dei vescovi italiani.
Ha approfittato dello scandalo della Regione Lazio per dire tre cose. La prima:
“Scandali inaccettabili. Via dalle liste politici chiacchierati”, a meno che le
chiacchiere non si possano contestualizzare. La seconda: “Avanti con il governo
Monti”, come se gli italiani ordinassero al Papa di eleggere Paperon de’
Paperoni presidente della Cei. E la terza, decisamente più incisiva delle altre
due: “Il registro delle coppie di fatto avrà conseguenze nefaste”, che non c’entrava
una mazza con quanto accaduto. A meno che, Fiorito e la Polverini...
lunedì 24 settembre 2012
Un pesce di nome Pierfy. Wanda, scusaci.
Alla
fine, volente o nolente, vuole sempre essere l’ago della bilancia. Il suo
collega di partito, onorevole Buttiglione, aveva appena detto che l’Udc avrebbe
lasciato le sue poltrone nel consiglio regionale del Lazio, che Pierfy ha fatto sapere che
lui ci deve pensare, ci deve ragionare, deve soppesare, analizzare,
sintetizzare e poi decidere. Il maledetto vezzo democristiano di non prendere
mai nessuna decisione, ma lasciare che il tempo decanti le situazioni, resta e
resterà impresso per sempre nella mente del Cocorito di Forlani, altrimenti che
Cocorito sarebbe? Lo stato dei fatti è questo. Oggi i consiglieri regionali del
Pd si sono dimessi in blocco. Nel pomeriggio, a stretto giro di lanci d’agenzia,
si sono dimessi quelli dell’Idv, di Sel e dei Verdi. Chi resta per il momento l’unico
baluardo a difesa di Renatina? Ma l’Udc, of course, e che c’erano dubbi? Casini
è Casini e se ripetessimo ancora una volta che nel nome sta il destino delle
persone, non faremmo un cent di danno. Lui, sempre il Pierfy, è pronto a salire
sull’ennesimo carro del vincitore, cosa che gli riesce abbastanza bene visto il
fiuto affinato in anni di doroteismo d’accatto. Solo che stavolta ci si sono
messi di mezzo i vescovi e, a meno che sua eminenza Camillo Ruini non gli abbia
consigliato anche lui di staccare la spina agli encefalici dei pidiellini, la
parola di Bagnasco e quella di Villani non bastano, soprattutto tenendo in considerazione
che il cardinale Carrozziere non si è ancora pronunciato. Questa volta Casini
non potrà neppure tirar fuori l’alibi della governabilità perché cosa è rimasto da governare in una regione come il Lazio, stentiamo a decifrarlo, men
che meno a capirlo. Ha ragione Di Pietro quando dice che il controsenso
esistenziale del centrosinistra non è l’Idv ma l’Udc. E ha ancora ragione il
bucolico presidente dell’Italia dei Valori quando paragona il Pierfy al moscone
verde attaccato al culo dei somari. La fregatura per Casini vostro è che qualche volta, da quel
culo, non sempre esce acqua di colonia.
domenica 23 settembre 2012
I Pidini della Regione Lazio verso le dimissioni di massa. Inizia l’assalto al fortilizio Polverini.
“Il
Pd è come il pidocchio della frutta. Ha capito che fa meno fatica a farsi
ammazzare piuttosto che a impegnarsi per difendersi”. Non è nostra ma di
Ascanio Celestini. Ci è tanto piaciuta la storia del pidocchio della frutta che
abbiamo deciso di riportarla paro paro all’esperienza del Pd nella politica
italiana. Voi direte “Ma che c’entra il Pd se Fiorin Fiorello Fiorito si è
fregato una barca di milioni?”. C’entra eccome perché in Regione Lazio, in due
anni, sono transitati 30 milioni di euro senza che nessuno dell’opposizione, e
quindi anche Idv, Sel e i Verdi, abbiano mosso un dito per “scoperchiare il
pentolone” (vecchia battuta di un marito cornuto qualche anno fa). Ora, tutti
insieme appassionatamente, codesti partiti hanno deciso di far dimettere i loro
consiglieri. Dice Esterino Montino, capogruppo pidino in regione: “Abbiamo
avviato la raccolta di firme per le dimissioni dei consiglieri del Pd”. La
speranza è che le firme che Esterino sta raccogliendo siano appunto quelle dei
consiglieri e non degli iscritti al partito che potrebbero addirittura prendere
a calci nel culo i loro rappresentanti distratti ma soprattutto inetti. Renatina
Polverini, dal grido di dolore è arrivata alla difesa più arcigna delle
posizioni sue e dei suoi colleghi mentre da Oltretevere ha tuonato il cardinale
Bagnasco, presidente della Cei: “Si sentono cose vergognose”, al quale ha fatto
eco il vicario di Roma cardinale Vallini che ha detto: “Abusi intollerabili”.
Ci piacerebbe tanto sapere che indicazioni di voto ha dato la Chiesa ai suoi
fedeli quando si è trovata a scegliere fra l’arcidiavola Emma Bonino e la
nera non per caso Renata Polverini, vogliamo scommettere che i prelati hanno
puntato tutto sulla nera? E ora, dopo che di sprechi ne hanno approfittato a
iosa durante l’interregno di Berluspony, si dimostrano tutti innocenti come
angeli e sorpresi come fichi secchi caduti dal pero (metafora surreale di un concetto
concreto). In questo paese, prendiamone atto, c’è qualcosa che non va. Ieri
Grillo ha dato degli infamoni ai giornalisti, proprio come Silvio, proprio come
Maximo. Marchionne ha detto, dopo cinque ore di colloquio con il Professore,
che la Fiat resterà in Italia, ha taciuto però sugli sgravi e sugli incentivi
che l’azienda ha preteso dallo Stato. In questo paese, insomma, nessuno fa
niente per niente. Perché dovrebbe farlo Fiorito?
sabato 22 settembre 2012
A Milano arrestato un pensionato spacciatore. Voleva un po’ di soldi per andare ai Caraibi senza passare per Daccò.
Siccome
ci siamo rotti abbondantemente i cabasisi di Renatina e di Franchino, di
Massimino e di Piergigi, di Matteuccio e di Berluspony, almeno oggi che è
sabato parliamo d’altro, anche se alla fine sempre loro c’entrano.
A
Milano i carabinieri hanno arrestato un sessantenne che aveva addosso un
sacchetto di plastica con dentro 50 grammi di cocaina. Sapete come l’hanno
individuato? Il signor Umberto L., ex muratore, attualmente in pensione, si
aggirava in via dei Missaglia, zona capolinea della metropolitana, visibilmente
agitato. Si guardava intorno muovendosi a scatti e dando l’impressione di avere
qualcosa da nascondere. I militi lo hanno adocchiato, si sono avvicinati, gli
hanno chiesto i documenti e il signor Umberto è crollato: ha tirato fuori dalla
tasca il sacchetto con la coca e lo ha consegnato ai carabinieri allibiti. La
prima cosa che ha detto il pensionato spacciatore è stata: “Io con 400 euro di
al mese non campo, ho trovato questa cosa facile facile e mi sono offerto di
farla”. Interrogato sul perché avesse deciso di consegnare la droga ai
carabinieri, il signor Umberto ha risposto: “Pensavo foste voi le persone alle
quali dare il sacchetto”. Ovviamente è stato arrestato, ovviamente lo
condanneranno per spaccio, ovviamente questo “favore” retribuito all’ex
muratore costerà una cifra. Ci sono tornate il mente le storie assurde dei
reduci del Vietnam, le condizioni penose (dal punto di vista umano e
lavorativo) che si sono trovati a vivere in patria, il tentare di sbarcare il
lunario accontentandosi di una qualsiasi opportunità gli venisse offerta,
spaccio di droga compresa. Perché la disperazione può spingere, oltre che a
fare gli homeless e vivere grazie alle suffragette, anche a spacciare droga o a
vendere alcolici ai minorenni. Di queste storie, di anziani che spacciano,
ormai se ne sentono sempre di più. Un po’ di tempo fa ne arrestarono uno che
smerciava direttamente in ospizio, poco prima avevano arrestato una vecchietta
che teneva in casa l’hashish del nipote, la fregatura fu che la signora non
aveva nipoti e i finanzieri non si impietosirono. Ci sarebbe da riflettere
lungamente sul signor Fiorito ma anche sul governatore lombardo che ama i
Caraibi come fossero casa sua, per il momento ci accontentiamo di segnalare un
fatto: si chiama disperazione e somiglia molto a metastasi che prima o poi
invadono tutto il corpo, comprese le parti sane.
venerdì 21 settembre 2012
Fiorito non è un ladro. La colpa è del sistema che gli ha dato i soldi da fregarsi.
In
poche parole Franco Fiorito ha detto: “È vero, ho gestito somme enormi.
Rispetto agli incarichi ricoperti avrei dovuto avere 900mila euro, ne ho presi
solo 800mila. Non ho rubato nulla, tutto è stato giustificato comprese le
ostriche e lo champagne. Tutto rendicontato. Lo scandalo non sono io, la
vergogna vera sta nel fatto che ho avuto tutti quei soldi a disposizione”.
Insomma, come ha poi riconfermato la Renatina, la colpa è del sistema che mette
a disposizione tali somme, non dei politici che le usano per comprarsi la
Smart. È una versione anzi, una visione di un fatto ormai assodato. Non è vero
che la politica costa, è vero che a costare sono i politici. Il che si desume
proprio dall’affaire Fiorito il quale, se avesse avuto una coscienza civica,
avrebbe dovuto rifiutare le somme messe a disposizione che lui pensava fossero
eccedenti al fabbisogno e non sputtanarle, è il caso di dirlo, a tarallucci e
vino. Conosciamo ex politici regionali che godono di vitalizi dal giorno dopo che
sono decaduti dall’incarico, che hanno usufruito sfacciatamente di aspettative
per anni, che per fare politica non ci hanno rimesso un centesimo né sprecato
un attimo del loro preziosissimo tempo. La sapete una cosa? Qualora Barack
Obama dovesse perdere le elezioni, non prenderebbe un dollaro di buonuscita
manco se si ritrovasse nel centro di Manhattan a chiedere l’elemosina. Tony
Blair, dimessosi da primo ministro, campa tenendo conferenze a pagamento e
scrivendo saggi di politica e di economia. Jimmy Carter, finito il mandato di
presidente è tornato a coltivare le noccioline. Helmut Kohl, terminato il
cancellierato, si è messo addirittura a fare il nonno a tempo pieno. Margareth
Thatcher è diventata consulente di imprese multinazionali, Bill Clinton ha
scritto un libro, ha creato la sua fondazione e gestisce i soldi che gli
arrivano dai diritti d’autore facendo beneficienza. Qualcuno sa che fine ha
fatto Sarkozy? Ouì, litiga tutti i giorni con Carlà che si è rotta le palle di
avere fra i piedi un pensionato nullatenente e un po' rinco. L’Italia è l’unico
paese al mondo che ha i senatori a vita, che ogni presidente della repubblica
che termina il mandato diventa “emerito” e siede, fino a che la morte non arriva
a compiere il suo dovere, in senato. L’Italia è il paese che se un politico
viene trombato alle elezioni, corre per le amministrative e un ruolo di
assessore o addirittura di presidente di regione o di provincia non glielo nega
nessuno. L’Italia è il paese in cui se un politico non riesce ad accaparrarsi
almeno uno degli incarichi di cui sopra, viene sistemato nelle partecipate,
nelle municipalizzate, nei consigli di amministrazione di qualsiasi entità
purché ci sia un gettone di presenza. L’Italia è il paese in cui si resta in
Parlamento vita natural durante e se qualcuno prova a dire “ e mo’ basta” si
becca del fascista o del grillino, ché tanto per D’Alema e Bersani fa lo stesso.
L’Italia è un gradissimo paese e questo non ce lo toglierà mai nessuno dalla
testa, il problema è che purtroppo è pieno di teste...di minchia.
giovedì 20 settembre 2012
La classe di Obama da Lettermann e le lacrime della Polverini in consiglio regionale: “Abbiamo superato la soglia del ridicolo”. E meno male...
Abbiamo
visto Barack Obama da David Letterman. Nonostante le domande puntute dell’anchorman
più famoso degli Usa, il Presidente non si è scomposto, non ha dato dei
coglioni agli americani che non votano per lui, non ha dimenticato agende alla
Casa Bianca, non ha ruttato, offeso, alzato il dito medio, scorreggiato, dato
del frocio a Romney e soprattutto non ha detto che le repubblicane puzzano
perché non si lavano. Ha detto che il presidente di un grande paese come gli
Stati Uniti è un buon presidente se si occupa di tutti i cittadini non solo di
una parte, ha detto che dalla recessione si esce insieme, contribuendo ciascuno
secondo le proprie possibilità, ha difeso l’istruzione e la sanità e esaltato
il ruolo del ceto medio. Ha detto che gli americani sono dei gran lavoratori,
che non sono sfaccendati, rubagalline, mangiapane a tradimento, bamboccioni,
perditempo matricolati. Ha difeso la sua politica che tende a mettere sullo stesso piano tutti i
cittadini, criticando elegantemente quella repubblicana che invece vuole
tutelare solo i ricchi. Mentre ascoltavamo Barack Obama, un presidente che
abbiamo continuato ad ammirare anche dopo le critiche che gli sono piovute
addosso dopo la sua elezione, come in un flash ci sono comparsi davanti
agli occhi Formigoni e la Polverini, Gasparri e Bossi, Scajola e Brunetta e ci
siamo detti: “Ma ‘sti cazzi!”. Eppure è così, eppure in Italia accade che
Fioroni non vuole che Vendola partecipi alle primarie della coalizione perché
ha provato a dire che Sora Elsa, sull’articolo 18, ha fatto un sacco di cazzate. Ma possibile che nel 2012, dopo venti anni di
Berluspony forever dobbiamo ancora fare i conti con teste di cazzo simili? Eppure
è così, la nostra dannazione continua nonostante Matteo Renzi de’ Medici, nonostante
la bonomia di Bersani, nonostante D’Alema stia ancora brigando per far pagare a
Mediaset lo 0,50 per cento di concessioni invece dell’1 per cento del suo
bilancio, roba da far tremare i polsi al conte Dracula. A proposito della
Polverini. Sembra che la governatora del Lazio si sia incontrata con la
ministra dell’Interno per parlare di dimissioni e di elezioni anticipate.
Apriti cielo. Sono insorti nell’ordine Gasparri, la Meloni e Gnazio che si sono
precipitati dal Nano Bifronte in crociera per dirgli di convincere Renatina a
non dimettersi. A perdere anche il Lazio loro non ci stanno proprio, chi gliele
paga altrimenti le ostriche annaffiate con lo champagne e la Smart a mezzo servizio?
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