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martedì 16 ottobre 2012

D’Alema rimette la sua candidatura al partito (sic!) e il “libro bianco” sulla corruzione ci dice cosa saremmo senza. Un altro mondo, in tutti i sensi.



Certo che la decisione di Vuolter Veltroni di non ricandidarsi ha spiazzato un po’ tutti. Maximo D’Alema in primis, che ora si trova nella scomoda posizione di dover risolvere il dilemma se continuare (e a chiederglielo dovrà essere il partito) o se decidere di iniziare a fare i conti con la misera pensione di ex-parlamentare, ex-ministro, ex-presidente del consiglio e presidente del Copasir. Il fatto è che non vediamo all’orizzonte nessuno che, all’interno del Pd, possa chiedergli di farsi da parte. Maximo è un personaggio talmente ingombrante che forse è meglio tenerselo buono piuttosto che iniziare un duello del quale non si conosce l'esito finale. La fregatura, per chi vorrebbe metterlo su una barca senza bussola e poche provviste, è che sembra non si ricandidi neppure il suo amico del cuore, quel Silvio Berluspony che nei momenti più bui, memore degli antichi favori, lo ha sempre aiutato a sbarcare il lunario. E a proposito di tromboni, trombette e ammennicoli vari. Il governo ha pubblicato il “libro bianco” sulla corruzione, un’inchiesta-statistica che rende non più rinviabile quel provvedimento legislativo che il Pdl sta cercando di bloccare in ogni modo. La cifra complessiva della corruzione in Italia è pari a 60 miliardi di euro. E questo lo sapevamo, quello che colpisce, però, è il fatto che gli appalti costano allo Stato un buon 40 per cento in più. Questo significa anche che le grandi imprese perdono il 25 per cento del loro tasso di crescita e quelle più piccole arrivano, appunto, al 40. Il libro bianco, che sarà presentato ufficialmente il 22 ottobre, va oltre la semplice indagine statistica e prova a disegnare come sarebbe l’Italia senza la corruzione, con 60 miliardi in più nelle casse e imprese in crescita come profitti, investimenti e quindi occupazione. Il fatto che si potrebbero avere servizi migliori, una sanità migliore, infrastrutture consone, docenti non costretti a sopportare il peso di 300 studenti e 24 classi, beni culturali tutelati e quelli ambientali non devastati, dovrebbe convincere i parlamentari ad approvare di corsa il ddl Severino, e invece no. Ci chiediamo spesso cosa abbiano significato questi 25 anni di follia collettiva nei quali il berlusponysmo ha imperato, prima come modello di vita e di sviluppo e poi come modello politico, e non esitiamo a dire che, senza tutto questo, ogni cosa sarebbe stata diversa. Anche la dignità.

lunedì 15 ottobre 2012

Se ne andranno in due: Formigoni e Veltroni. E non è un fatto di rima.



Fra un po’ gli lanceranno le monetine, come a Craxi. Il ciellino-pidiellino più famoso della Longobardia è alla frutta. Scaricato da tutti, preso per i fondelli anche da chi avrebbe dovuto difenderlo a spada tratta, sbeffeggiato da decine di milanesi incazzati che stanno organizzando una manifestazione sotto il Pirellone, il Celeste Shocking ha deciso di mollare. Le ha provate tutte. Ha minacciato querele e denunce, pugni e schiaffi, perfino di immolarsi dall’alto delle guglie del Duomo di Milano come Mishima, ma a nulla è servito. “Cambio la legge elettorale longobarda – ha detto Roberto – cancello il listino e poi si vota”. “Ad aprile”, hanno tuonato i leghisti. E tanto sarà. La disperazione di Formigoni sta raggiungendo il parossismo, ce l’ha con il mondo intero, con la spazzatura di Repubblica, con le inchieste e le indagini (a suo dire) tarocche, ce l’ha con i passanti e i clochard, le rifatte e i vagabondi, Daccò e quel maledetto yacht dove ha trascorso le vacanze più belle della sua vita. Ce l’ha con gli ex aennini e con i nuovi pidiellini, con i poveri di spirito e con gli ineleganti, ce l’ha con tutti, insomma, meno che con se stesso. D'altronde dalla sua ha lo spirito santo, scusate se è poco!
Un altro pezzo della politica italiana ha annunciato da Fabio Fazio che lascerà il Parlamento. Ormai la trasmissione di Fazio è diventata il palcoscenico dove si fa la storia e si vendono libri, dove se non ci sei o non ci vai non conti un cazzo. Ma tant’è... Insomma Vuolter Veltroni lascia lo scranno di deputato e non per andare a fare il senatore, ma per onorare la promessa fatta nel 1996 quando, eletto per la seconda volta sindaco di Roma, annunciò che dopo la fine di quella esperienza se ne sarebbe andato in Africa. A parte che gli africani lo stanno ancora aspettando, ma Vuolter ha detto ieri sera che la ragione per la quale non se andò fu perché lo chiamarono a immolarsi contro Berluspony. E lo fece, si immolò e perse tanto a poco. Però, nel frattempo, ottenne due grandissimi risultati: contribuì a far cadere il secondo governo Prodi e distrusse la sinistra. Encomiabile, Vuolter, un capolavoro!

domenica 14 ottobre 2012

La Lega cambia in corsa: “Lombardia, si vota ad aprile”. Ma che bella questa sinistra senza la sinistra!

"Nuova Sinistra" con gnocca

Ultime ore di resistenza ad oltranza per il governatorato a vita di Roberto Formigoni. Alla fine del consiglio federale della Lega il verdetto è stato questo: “Dopo 15 anni Formigoni può anche lasciare. Election day ad aprile: politiche e regionali”. Il Pdl non l’ha presa bene e, nonostante lo stesso Berluspony lo avesse di fatto scaricato, Formigoni ha detto: “Non si fa così, però! Prima mi dicono di resistere fino al termine del mandato e poi si ritirano lasciandomi solo. Qualcosa deve essere successo”. Ancora più caustico Gnazio La Russa: “Bei tempi quelli della Lega affidabile che votava tutte le leggi per Silvio e dichiarava solennemente che Ruby era la nipote di Mubarak. Questa di Maroni non si capisce che cazzo vuole”. Si capisce invece, e bene. La base è in rivolta, i simpatizzanti scalpitano, i militanti hanno una gran voglia di emigrare altrove. La Lega “contro” vuole tornare a esserlo e gli scandali, gli arresti, le indagini sui malaffari dei giussanini sono ormai talmente tanti che o Maroni decide di cambiare rotta (e vita) o la Lega farà splash. Pontida è uno sbiadito ricordo e le bistecche d’orso non tirano più, almeno sugli ex fedelissimi di un Carroccio che gira la Bassa con le ruote sgonfie.
Dall’altra parte, Pd, Sel e il Psi di Nencini firmano il patto di alleanza per le prossime elezioni. Fioroni si scatena e tuona: “Ci vogliono i moderati”, dove per “moderati” lui intende solo ed esclusivamente Pierfy Casini. Così, fra burocrati dell’ex centralismo democratico, dirigenti dell’apparatnik, allievi delle scuole alla politica moscovite, poeti esistenzialisti e figli di un garofano che non esiste più, se non nelle serre dei floricoltori hippy, il Pd ha deciso che la sua idea di sinistra è buona solo se manca la sinistra, altrimenti che gusto c’è? Nessun accordo con i comunisti italiani, con i rifondaioli, con gli ambientalisti, con i protettori degli estremisti della Fiom, con i rappresentati degli operai cassintegrati, vessati, svillaneggiati, vilipesi dai governi-banchieri. Nessun accordo con quelli che “l’articolo 18 non si tocca”, con quelli che “vogliamo solo la scuola pubblica”, con quelli che “ma per che cazzo di motivo la Chiesa non paga l’Imu”, con quelli che “il diritto allo studio è unico e universale, per tutti”. Il Pd vira decisamente verso il centro e Nichi Vendola lo segue mentre Nencini li stava aspettando tutti da quelle parti dove una volta si aggiravano Nenni e Pertini, Lombardi e Turati e fino a ieri albergava, padrone indisturbato, un certo Valter Lavitola. L’idea di sinistra di Piergigi, di Maximo e di Vuolter è quella di una sinistra senza sinistra perché altrimenti, che sinistra italiana sarebbe? Noi non lo diciamo per chi voteremo alle prossime elezioni ma, a scanso di equivoci, volendo andare per esclusione, fuori il Pdl, fuori Fini, Casini, Montezemolo, Passera, Monti, il Pd dei rottamatori, i poeti persi nell’istanza del “mi voglio sposare”, resta poco anzi, pochissimo. Praticamente nulla.

venerdì 12 ottobre 2012

Berluspony molla Formigoni. Ciao, ciao Celeste...



Mettiamoci nei panni di Silvio, povero Cristo! A distanza di un paio di settimane si è ritrovato con la giunta pidiellina regionale del Lazio falcidiata dai maiali grugnenti, lo scioglimento del comune di Reggio Calabria per mafia, l’arresto di Zambettino, l’assessore alla Casa lombardo del Pdl per i voti pagati alla ‘ndrangheta e lo smemorato amico e sodale Formigoni che ancora non ha ritrovato né l’agenda né le pezze d’appoggio delle sue spese pazze. Nel frattempo, la Guardia di Finanza ha iniziato a mettere becco in tutte le altre regioni governate dal Pdl (anche da altri in verità) e il rischio che scoppino ancora scandali è molto elevato (in Abruzzo non si contano le inchieste sulla giunta attuale, quella del pidiellino Gianni Chiodi, e vedremo come andrà a finire). Iniziare una lunga campagna elettorale, come quella che si prospetta fino alla primavera del 2013, con sulle spalle accuse di corruzione, concussione, peculato, contiguità mafiosa, papponaggio, clientelismo capillare, fatti ordinari di cazzi propri è dura, anzi durissima. Così, purtroppo per lui, Silvio ha dovuto prendere atto che il suo partito, quella mirabile accozzaglia di quacquaracquà che risponde al nome di Pdl non esiste più, che il sogno durato vent'anni è in fase di esaurimento e che il risveglio rischia di essere la continuazione di un incubo vissuto sulle note di Mariano Apicella. Da tutte queste considerazioni, che Silvio ha fatto nel silenzio della sua alcova impegnato in un astairiano tip-tap non sappiamo con chi, è emersa la convinzione che Roberto ha esaurito la spinta propulsiva di Governatore Longobardo a vita. “Caro Celeste – gli ha detto Silvio – io continuerò a pregare per te esattamente come il Papa, però ora togliti dalle palle”. La spocchia di Formigoni è scomparsa all’improvviso. L’aria di sfida con la quale ha affrontato quei comunisti della madonna di Repubblica, ha lasciato il posto a un sereno convincimento che la sua esperienza si è esaurita. E a nulla sono valse le minacce contro Zaia e Cota di un passo indietro dei pidiellini nelle giunte del Piemonte e del Veneto, per tutti ha risposto Matteo Salvini che chiaro e tondo gli ha detto: “Alla Lega ci pensiamo noi, tu vattene che di danni ne hai fatti anche troppi”. L’idea è quella di mettere prima in sicurezza alcuni aspetti dai risvolti economici importanti e poi di porre fine all’esperienza di Formigoni, magari offrendogli un seggio senatoriale per il “dopo”. La considerazione fatta da Alfano e Maroni è la seguente: “Gestione degli affari correnti per qualche mese, messa a punto dei contratti miliardari di Expo 2015, scudo sull’impero della sanità pubblica e convenzionata e poi bye bye”. Come si può notare il lupo perde il pelo ma non gli affari. Storia vecchia come il cucco anzi, storia che si ripete da quando Berluspony ha devastato questo povero Paese con la sua presenza.

giovedì 11 ottobre 2012

Marchionne insulta Firenze. Di Pietro i militanti del suo partito.



Marchionne è fuori di testa. Dopo che gli hanno scoperto il giochetto dei miliardi da investire in Italia (che non investirà mai), Sergio si è sentito come il bambino con le dita sporche di marmellata che insiste pervicacemente a negarne il furto. Trattandosi però del futuro di operai, impiegati e quindi di famiglie che corrono il rischio di finire sul lastrico, non ci viene mica tanto da ridere. E così, fuori di testa per fuori di testa, il Marchionne “dio dell’economia” secondo il duo Chiamparino-Fassino, non ha trovato di meglio, pur di difendersi, che attaccare Firenze definendola “una città piccola e povera”. Non conosciamo Detroit, ma non ci sembra che fra le sue bellezze ci siano Palazzo Pitti né i Giardini di Boboli né che tenga in bella vista, davanti al municipio, il David di Donatello. Se Detroit avesse bellezze simili, avrebbe dato un calcio nel culo a Marchionne invitandolo a restarsene in Italia, dopo aver investito tutto nel turismo e non nell’industria automobilistica. Comunque, l’americanismo esasperato di Sergio sta raggiungendo livelli di patologia pura, tanto che continuiamo a chiederci perché cazzo di motivo continui a lavorare in Italia, risiedere in Svizzera e prosperare in America. Ma lui le tasse dove le paga?
Lo sapevamo che il caso di Vincenzo Salvatore Maruccio, capogruppo dell’Idv in Regione Lazio, reo di aver sottratto 780mila euro dai fondi del gruppo consiliare, avrebbe scatenato un putiferio. Sapevamo che la base dell’Idv non ne può più delle scelte cervellotiche di Tonino in tema di candidati. Sapevamo che Razzi e Scilipoti avrebbero lasciato il segno e sapevamo che se ci fosse stato ancora un caso di malapolitica, i dipietristi si sarebbero incazzati. Sapevamo tutto perché abbiamo frequentato l’Idv per un po’, smettendo di frequentarla quando ci siamo resi conto che Tonino era molto più attento ai padroni delle tessere e dei voti che non al suo elettorato militante sì ma senza un soldo. Lo abbiamo sentito noi con le nostre orecchie dire che l’Idv non sarebbe mai stato il partito delle tessere né dei padroni delle tessere. Lo abbiamo sentito noi, con le nostre orecchie, affermare che la pulizia della classe dirigente stava diventando un fatto non rinviabile. Sono passati anni ma nulla si è mosso anzi, i dirigenti che Di Pietro avrebbe dovuto far fuori sono ancora tutti lì, ex pidini, ex margheritini, ex mastelliani, ex e basta, tutti a far da cornice alla fame di voti che solitamente placa la sete di potere. Tonino ha dato tre ore di tempo a Maruccio per dimettersi e lui lo ha fatto. Ora dice che vuole ricorrere alla rete per presentare i candidati e farli giudicare dalla base. Parole...parole...parole e un sano trattore da mettere in moto. Detto per inciso, nominato fresco fresco commissario dell’Idv del Lazio un ex della Margherita. Comunque sempre meglio che un ex Udeur.

mercoledì 10 ottobre 2012

Ancora un arresto al Pirellone. Zambetti comprava i voti dalla ’ndrangheta. E alla Regione Lazio scoppia il caso Idv.



I carabinieri l'hanno definita “una operazione senza precedenti”. E, anche se ormai di quello che succede al Pirellone nulla può più sconvolgere, apprendere che Domenico Zambetti (ovviamente del Pdl), ha pagato 50 euro cash ogni voto che la 'ndrangheta gli ha procurato, lascia una sensazione di stordimento difficile da somatizzare. Questo sessantenne galantuomo da 11.217 voti, pur di essere eletto e di diventare assessore alla Casa della Regione Lombardia, non ha esitato a ricorrere ai voti della criminalità organizzata arrivando a investire la bella cifra di 200mila euro che equivalgono comunque a una partita media di coca tagliata male. Essendo un po' morto di fame, l'assessore Zambetti ha pagato la somma a rate e i carabinieri, ai quali quando vogliono non sfugge nulla, hanno rintracciato perfino i movimenti di denaro che sono stati i seguenti: prima rata di 80mila euro versata il 31 gennaio 2011; ultima rata, di 30mila euro, il 15 marzo sempre del 2011. Le "donazioni" sono state fatte all'associazione culturale “Centro e libertà” e chi le ha materialmente incassate è un tal Giuseppe D’Agostino, noto titolare di locali notturni ma anche noto trafficante di droga e affiliato alla cosca calabrese Morabito-Bruzzaniti. Domenico Zambetti è il quinto assessore della giunta Formigoni a essere arrestato. Ilda Boccassini ha detto: “La democrazia è stata violata”. Roberto Formigoni ha detto: “E io che cazzo c’entro? Non mi dimetto”.
Nei casini (per una volta lasciamo stare Pierfy) è finito anche il signor Vincenzo Salvatore Maruccio, capogruppo dell’Idv in consiglio regionale del Lazio e segretario, sempre regionale, del partito. Il signor Maruccio ha tenuto per sé 700mila euro dei fondi destinati al gruppo e, dopo un ultimatum di Di Pietro in persona personalmente, ha rassegnato le dimissioni (ma i consiglieri dell’Idv non si erano già dimessi? Boh!). Brutto colpo per l’Idv e per Tonino Di Pietro al quale vorremmo sommessamente consigliare di tenersi stretti i militanti seri e appassionati e di mandare affanculo i vecchi rottami mastelliani di cui il suo partito (affamato di tessere e di voti) è strapieno. E tanto per finire in gloria, la Guardia di Finanza ha effettuato un blitz anche nei gruppi consiliari della Regione Marche (la cosa ci riguarda da vicino). L’intenzione è quella di controllare le spese dei gruppi e dei singoli componenti dal 2008 al 2012. Finora non sono emersi riscontri a carico ma, a meno che il procuratore della repubblica di Ancona, Elisabetta Melotti, non sia impazzito, ci aspettiamo risultati a breve. E poi qualcuno si lamenta che Monti vuole mettere mano al titolo V della Costituzione. 


martedì 9 ottobre 2012

Mannaia sulle regioni. Il federalismo non ha funzionato, si torna al “centralismo democratico”.



Onestamente questa “palla” del federalismo made in Lega, ci ha sempre fatto, come dire, sorridere (eufemismo). Dato il presupposto iniziale, una sorta di autodeterminazione di popoli, situazioni e territori (giusto nel principio, sbagliatissimo nella sostanza e nell’attuazione), quello che è venuto fuori dal federalismo pecoreccio di una nazione che ha bisogno evidentemente di capi-bastone per funzionare, è solo il moltiplicarsi all’infinito di ruoli e privilegi, incarichi e clientele, arricchimenti turbinosi e corruzioni capillari. Le regioni hanno duplicato uffici, funzioni e stipendi che per definizione, e per anni, sono stati dello stato centralista. E insieme ai ruoli e alle funzioni hanno ovviamente raddoppiato incarichi e sottoincarichi, appalti e gare d’asta, enti sub e norm, cda e gestione di condomini e bocciofile, associazioni profit e non profit, circoli ricreativi e circoli e basta. Ci sono interi settori, dipartimenti e assessorati che sprecano milioni di euro come fossero semi di zucca tostati e che non programmano un amato cazzo se non sontuosi viaggi all’estero di politici e funzionari con famiglie e amanti al seguito. Non stupisce, quindi, che alcuni organismi governativi, come la Corte dei Conti, dopo gli ultimi accadimenti abbiano deciso di vederci chiaro su delibere e concessioni, spese e rimborsi spese, acquisti e regalie, rappresentanze e pié di lista, matrimoni e funerali, battesimi, cresime e prime comunioni. Ma per mettere mano organicamente a un assetto delle regioni più consono all’aria che tira (austerity e risparmi paperoneschi), il governo deve riaggiustare il tiro della Carta Costituzionale e, più precisamente, quello che riguarda il Titolo Quinto. Si tratta, in poche parole, di un ritorno al centralismo statalista che ha rappresentato il potere vero della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica più in generale, quello stesso centralismo che, ad esempio, Berluspony aveva sbandierato di voler cancellare in campagna elettorale, salvo riconfermarlo in toto una volta preso saldamente in mano il potere; non c’è infatti un partito più centralista e statalista del Pdl, tanto liberista per definizione e per convenienza, quanto centralista per esigenze private e cazzi propri (di uno solo, in verità). Così, per non avere più rotture di cabasisi degli enti locali sui tagli e sui balzelli da riscuotere, il governo Monti ha deciso di tornare all’antico: ridurre l’autonomia delle regioni, diminuirne il potere legislativo, accentrare le riscossioni, reintrodurre i dazi e i dazieri onore e vanto del Regno Pontificio. Diciamola tutta, è dura per uno Stato delegare, se poi lo stesso Stato è retto da un banchiere l’argomento si fa tabù. Fra un po’, amici e nemici, simpatizzanti e semplici conoscenti, verranno reintrodotte le divise (almeno il sabato per le esercitazioni ginniche), l’alzabandiera nelle scuole e negli uffici e Fratelli d’Italia prima della scopatina del sabato sera (ma solo per chi ha una moglie o un’amante disponibile e senza mal di testa).

lunedì 8 ottobre 2012

Fatti e strafatti. Napolitano dice che la new town dell’Aquila è una sciocchezza e Tarantini racconta “il mondo di Silvio”. Non ne usciamo affatto bene...



Ne sono accaduti di fatti, ieri. Il presidente Napolitano va all’Aquila per inaugurare l’auditorium nuovo di zecca di Renzo Piano, e dice: “Dimentichiamo i progetti di città satellite fuori dal centro. Costruire dentro è la strada giusta”. Le pigli un bene, Presidente. Quando Silvio mostrava i plastici della new town e la definiva il “futuro”, lei dov’era? Quando le uniche case abitabili di una città distrutta erano quelle consegnate dalla provincia di Trento e dalla Croce Rossa, e dallo Stato niente, lei dov’era? Quando invece di tentare di ricostruirla, L’Aquila veniva invasa dai ponteggi milionari in un vorticoso giro di milioni di euro, lei dov’era? Quando gli aquilani venivano “deportati” in crociera o negli alberghi della costa abruzzese, il Quirinale che faceva, dormiva? Ma tant’è. In questo paese meglio tardi che mai, anche se siamo convinti che spesso è meglio mai che tardi.
Nichi Vendola ha qualcosa da dire a Matteuccio Renzi e non parla mica a nuora perché suocera intenda... lui glielo dice e basta. “Caro Matteo, qui l’unica cosa da rottamare sono le tue idee”. Al che lo spin doctor del sindaco di Firenze, Giorgio Gori, è dovuto correre ai ripari cercando di dimostrare che non sono le idee di Renzi da rottamare (in fondo sono le sue) ma Matteuccio in persona personalmente. E così, mentre Hugo Chavez si prepara ad affrontare il quarto mandato presidenziale della sua vita, dai verbali degli interrogatori di Gianpi Tarantini, emerge in tutto il suo splendore la figura di un personaggio che di mandati ne avrebbe voluti avere per tutti i secoli dei secoli, e con un “amen” solennemente pronunciato da monsignor Fisichella detto "il Contestualizzatore". 
Secondo il pappone barese, ex re Mida della sanità del Tavoliere, Silvio Berlusconi è: “Malato di sesso...sfatto...distrutto”. E descrive un mondo, quello che ruota attorno al Cavaliere, al cui confronto le maialate di Fiorito sembrano serate benefiche dei Lions. Il mondo di Silvio è il mondo delle puttane a domicilio, delle camminate per Villa Certosa con tanto di sosta davanti al finto vulcano che erutta, delle donnine a disposizione 24hours, le canzoni di Mariano Apicella e di Simon Le Bon. È il mondo delle raccomandazioni e degli affari milionari, degli appalti vs topa, della volgarità di un contesto nel quale la donna è merce e i soldi la carta d’identità. Pesantissimi, i verbali di Gianpi, ed epigono di quella che resta l’icona della caduta dell’impero romano, quando il vino, il sesso e ogni tipo di sfrenatezza rappresentavano l’agonia di uno splendore che fu. Leggendoli c’è da vergognarsi di essere italiani e se non fosse un sentimento che ormai proviamo da tempo, ci sarebbe perfino da sorprendersi. Ma se a tre anni dal terremoto dell’Aquila, il Presidente della Repubblica ci viene a dire che il piano di ricostruzione previsto per la città fa cagare, uno che dovrebbe fare, sventolare il tricolore e cantare l’inno nazionale?

domenica 7 ottobre 2012

Renzi si può candidare. Dall’Assemblea del Pd il via libera al sindaco di Firenze. Legge anticorruzione, pronto il blitz del Pdl.



Si torna alla prescrizione breve anzi, brevissima. Praticamente un lampo. Berluspony e Penati sotto inchiesta? Prima ancora che scatti il rinvio a giudizio, zac: prescrizione. Più veloce della luce, di Spiderman e di Superman messi insieme, l’impunibilità dei corrotti e dei corruttori, dei peculanti e dei peculati, dei concussi e dei concessori avviene prima ancora che la legge possa essere applicata e i colpevoli financo indagati. In Italia, si sa, soprattutto dal punto di vista giudiziario è meglio prevenire piuttosto che combattere e Silvio, in tutti questi anni, ci ha insegnato che le regole del gioco si possono cambiare in corso d’opera. Ora. Resta la domanda che ci facciamo sempre più spesso e alla quale nessuno è riuscito ancora a dare una risposta: chi non vuole che i corrotti e i corruttori vengano puniti cos’è? Un garantista matricolato e immarcescibile o un corruttore o un corrotto? Questo è il quesito che ci poniamo quando qualcuno si oppone alla legge contro l’omofobia, la pedofilia, la tortura. Per comparazione diteci voi chi sono e come possono definirsi. 
Finalmente nel Pd si comincia a ragionare. L’assemblea dell’Ergife, quella che secondo i renziani avrebbe dovuto rappresentare la diga contro il dilagare prepotente dell’uomo di sinistra più amato dalla destra, si è risolta secondo la democristiana regola del buonsenso. Sospensione dell’articolo 18 dello statuto del partito, quello che sancisce che il segretario è l’unico candidato premier dei democrat, e via libera alla candidatura di Matteuccio il quale, in barba anche alla buona educazione, invece di andare all’Ergife a difendere la sua posizione, se n’è rimasto in Puglia in camper, a raccogliere le olive di Bitonto. E dire che in parecchi hanno provato a inserire nel regolamento delle primarie ostacoli di vario genere e natura ma, alla fine, è prevalso l’acume politico di Piergigi Bersani che sa perfettamente che le falangi del vecchio Pci saranno come sempre determinanti. Come una doccia scozzese, è piovuta invece sull’Ergife l’ennesima dichiarazione del Pierfy Casini furioso: “Nessuna alleanza è possibile con chi in Regione Lazio sta stringendo patti con Sel e l’Idv”. Si reitera il refrain di un personaggio solitamente avvezzo ad alzare il prezzo della sua prestazione d’opera politica, un co.co.co. che, assolutamente fuori dalla storia e dai contesti sociali ed economici, continua a fare il democristiano doroteo come se nulla fosse successo e la Balena Bianca esistesse ancora. Altro che Terza Repubblica appena accennata dal Professore, qui siamo ancora ai giuramenti nelle sagrestie delle chiese romane agli inizi degli Anni ’60.

sabato 6 ottobre 2012

La voglia matta di Silvio: “Lascio la politica ma voglio precise garanzie”. Gli studenti in piazza e son botte da orbi.



Si sono svegliati gli studenti italiani. Certo, è dura tornare a ragionare dopo un’estate a mojito e rhum e pera, però sembra che la partita sia ricominciata, stavolta con regole d’ingaggio diverse. Le immagini degli scontri fra gli studenti e le forze dell’ordine ci rimandano a quelle che girano sul web da giorni, da Atene e Madrid. C’è poca tolleranza e una gran voglia di menare le mani, da parte di tutti. Quello che ci appare tuttavia intollerabile, è vedere ancora l’uso spregiudicato del manganello e degli scudi da parte dei reparti di poliziotti e carabinieri ai quali la sentenza “Diaz” evidentemente non ha insegnato una solenne mazza. Povero lo Stato che per controbattere alle sacrosante ragioni degli studenti, scesi in piazza per dire “no” alla riforma Profumo, adopera lacrimogeni e manganelli, pugni e calci e, se potesse, perfino i morsi.
Notizie dal fronte Berluspony. Non passa giorno che Silvio non se ne inventi una nuova. L’ultima è un beau geste: lascia la politica per favorire la riunione dei moderati, come se lui lo fosse mai stato, un moderato. L’idea è quella di rifondare il fronte che parte da Fini e termina con Casini, l’ampia area di ex missini, ex democristiani, ex socialisti craxiani, ex socialdemocratici, ex liberali, ex repubblicani di Giorgio La Malfa che, portatrice del nuovo che avanza potrebbe raccogliere, secondo Silvio, la stragrande maggioranza degli italiani. Però, perché un però c’è, Silvio vuole garanzie precise, poi potrebbe lasciare la guida del centrodestra a Montezemolo o, addirittura, alla Passera solitaria. Possiamo immaginare quali siano le garanzie che Nano Bifronte chiede: impunità totale, niente processo Ruby, niente legge anticorruzione, Mediaset regina del mercato pubblicitario, evasione fiscale totale, riapertura dei bordelli di lusso, frittata di cipolle, Peroni da 75cc. ghiacciata e rutto libero... il tutto per “far piacere a dio e non per piacer mio”.

venerdì 5 ottobre 2012

Io e mio padre. La storia infinita di chi non può.


Mio padre si faceva le sigarette da solo. I filtri erano roba da ricchi, il Trinciato Forte no. Le sigarette quindi non potevano avere il filtro e mio padre le fumava fino alla fine, infilzandole con un ago rubato alla zia sarta per non bruciacchiarsi le dita. Io mi faccio le sigarette da solo, con il filtro che costa 1 centesimo e mi fa risparmiare 3 centesimi di tabacco. Fumo Blues Verde che è peggio del Trinciato Forte, imbratta le dita di catrame e fa venire una tosse della madonna.
Mio padre si era comprato una Vespa 125 con le cambiali. Io mi comprai la Renault con un finanziamento a tasso zero che alla fine m’è costato più degli interessi sulle cambiali di mio padre. Quando stava per finire la benzina, mio padre scendeva dalla Vespa e la smuoveva un paio di volte a destra e a sinistra per far scendere le ultime gocce nel carburatore. Io, quando incontravo una discesa, andavo a folle e fanculo se i freni non frenavano. Mio padre non andava mai dal barbiere, i capelli glieli tagliava mia madre. Io non vado mai dal barbiere, i capelli me li taglio da solo. Quando mio padre pagava le tasse e i contributi, bestemmiava come un turco del Bosforo. Quando dovevo pagare l’Iva, ero incazzato nero. Quando andava all’ospedale o dal dottore, mio padre non pagava nulla, né la visita né le medicine né i ricoveri. Se io vado dal dottore poi il farmacista mi fa pagare il ticket, al pronto soccorso pago il ticket, le analisi me le danno solo se pago il ticket e ogni volta mi auguro di non morire perché la cremazione costa un fottio. Quando mio padre andava al cinema, con 500 lire, oltre al biglietto, gli ci venivano anche le sigarette, i lupini, un Peroncino, e gli svedesi. Se io vado al cinema pago il biglietto... punto. Mio padre comprava il Messaggero, Topolino, qualche volta L’Espresso. Io i giornali li leggo sul web, non posso permettermeli. Per lavorare mio padre si iscrisse alla Democrazia Cristiana. Io col cazzo che mi iscriverò al Pdl, al Pd, all’Idv, all’Udc, a Sel, a... e infatti sono disoccupato.


giovedì 4 ottobre 2012

Pdl addio? Dirigenti da manicomio criminale, simpatizzanti da carcere duro, festaioli da patibolo. Quello che resta del Partito delle Libertà (loro).

Antonio Piazza

L’ultima in ordine di tempo è di oggi, anche se il fatto in questione è accaduto parecchi giorni fa. Dunque. Antonio Piazza, pidiellino di spicco e presidente dell’Aler di Lecco, una mattina si reca al lavoro a bordo della sua Jaguar. Davanti all’ufficio l’unico posto libero per parcheggiare è quello riservato ai portatori di handicap. Sapete quei posti auto che perfino un cieco vedrebbe così tinti di giallo e pieni di indicazioni orizzontali, verticali, a strapiombo, luminescenti, a volte perfino sonore? Proprio uno di quelli. Il nostro Piazza però ha fretta, deve andare al lavoro, e cercare un posto anche solo qualche metro più in là, non si confà al suo rango. Allora guida la Jaguar fino a fermarsi nel parcheggio riservato. Sfiga vuole che il solo autorizzato a parcheggiare in quel posto, l’automobilista disabile, vede la scena e s’incazza come una iena marocchina in calore. Chiama i vigili urbani che non possono fare altro che spiccare contravvenzione. Apriti cielo. Piazza da fuori di testa. Prima inveisce pesantemente contro i tutori della viabilità cittadina poi, appena i vigili si allontanano, prende un coltello e taglia le gomme dell’auto del disabile. Sfiga delle sfighe, a riprendere la scena del Piazza furioso c’è una videocamera di sorveglianza e non solo, ci sono anche alcuni impiegati dell’Aler che confermano quanto accaduto sotto i loro occhi. Nessuno dice nulla. Tutto tace fino a quando la storia non viene fuori. Antonio O' Spaccatutto si dimette e il Pdl, in un rigurgito di giustizialismo, lo espelle dal partito temendo insurrezioni di piazza, questa volta della piazza vera. Ma voi ce lo vedete Bersani tagliare le gomme a un’auto? Forse una piadina in due da dividere con D’Alema ma pneumatici di un’automobile proprio no. Il nostro amico Frank ci ha detto, sorpreso e schifato, di aver visto al Tg3 le scene delle festicciole suine di Fiorito, quelle con i water in evidenza, defecatio e dissanguamenti (speriamo finti) a gogò. Daccò è stato condannato a dieci anni di galera. Il consiglio regionale della Lombardia ormai è composto da una masnada di inquisiti, quello del Lazio se n’è andato a casa e fra un po’ se ne andrà anche il sindaco Gianni Fascio Alemanno, quello famoso per il remake di “Nevicava a Roma” ma, nonostante tutto, il decreto anticorruzione non passa, la nuova legge elettorale neppure e mezzo governo Monti è tenuto ancora per le palle da noti esponenti dell’ex Popolo delle Libertà (loro). Non vorremmo essere costretti a privarci del nostro dono più caro, ma volete scommettere anche voi i cabasisi che questi truffaldini alle prossime elezioni prenderanno ancora qualche milione di voti? In questo Paese tutto è possibile, magari con l’aiuto della Provvidenza che, a quanto sembra, mantiene ancora una mano sulla testa del Celeste che di dimettersi non ci pensa proprio: prima la pensione.