Certo
che la decisione di Vuolter Veltroni di non ricandidarsi ha spiazzato un po’
tutti. Maximo D’Alema in primis, che ora si trova nella scomoda posizione di
dover risolvere il dilemma se continuare (e a chiederglielo dovrà essere
il partito) o se decidere di iniziare a fare i conti con la misera pensione di
ex-parlamentare, ex-ministro, ex-presidente del consiglio e presidente del
Copasir. Il fatto è che non vediamo all’orizzonte nessuno che, all’interno del
Pd, possa chiedergli di farsi da parte. Maximo è un personaggio talmente
ingombrante che forse è meglio tenerselo buono piuttosto che iniziare un duello
del quale non si conosce l'esito finale. La fregatura, per chi vorrebbe metterlo su
una barca senza bussola e poche provviste, è che sembra non si ricandidi
neppure il suo amico del cuore, quel Silvio Berluspony che nei momenti più bui,
memore degli antichi favori, lo ha sempre aiutato a sbarcare il lunario. E a
proposito di tromboni, trombette e ammennicoli vari. Il governo ha pubblicato
il “libro bianco” sulla corruzione, un’inchiesta-statistica che rende non più
rinviabile quel provvedimento legislativo che il Pdl sta cercando di bloccare
in ogni modo. La cifra complessiva della corruzione in Italia è pari a 60
miliardi di euro. E questo lo sapevamo, quello che colpisce, però, è il fatto
che gli appalti costano allo Stato un buon 40 per cento in più. Questo
significa anche che le grandi imprese perdono il 25 per cento del loro tasso di
crescita e quelle più piccole arrivano, appunto, al 40. Il libro bianco, che
sarà presentato ufficialmente il 22 ottobre, va oltre la semplice indagine
statistica e prova a disegnare come sarebbe l’Italia senza la corruzione, con
60 miliardi in più nelle casse e imprese in crescita come profitti,
investimenti e quindi occupazione. Il fatto che si potrebbero avere servizi migliori,
una sanità migliore, infrastrutture consone, docenti non costretti a sopportare
il peso di 300 studenti e 24 classi, beni culturali tutelati e quelli
ambientali non devastati, dovrebbe convincere i parlamentari ad approvare di
corsa il ddl Severino, e invece no. Ci chiediamo spesso cosa abbiano
significato questi 25 anni di follia collettiva nei quali il berlusponysmo ha
imperato, prima come modello di vita e di sviluppo e poi come modello politico,
e non esitiamo a dire che, senza tutto questo, ogni cosa sarebbe stata diversa. Anche la dignità.
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martedì 16 ottobre 2012
lunedì 15 ottobre 2012
Se ne andranno in due: Formigoni e Veltroni. E non è un fatto di rima.
Fra
un po’ gli lanceranno le monetine, come a Craxi. Il ciellino-pidiellino più
famoso della Longobardia è alla frutta. Scaricato da tutti, preso per i
fondelli anche da chi avrebbe dovuto difenderlo a spada tratta, sbeffeggiato da
decine di milanesi incazzati che stanno organizzando una manifestazione sotto
il Pirellone, il Celeste Shocking ha deciso di mollare. Le ha provate tutte. Ha
minacciato querele e denunce, pugni e schiaffi, perfino di immolarsi dall’alto
delle guglie del Duomo di Milano come Mishima, ma a nulla è servito. “Cambio la
legge elettorale longobarda – ha detto Roberto – cancello il listino e poi si
vota”. “Ad aprile”, hanno tuonato i leghisti. E tanto sarà. La disperazione di
Formigoni sta raggiungendo il parossismo, ce l’ha con il mondo intero, con la
spazzatura di Repubblica, con le inchieste e le indagini (a suo dire) tarocche,
ce l’ha con i passanti e i clochard, le rifatte e i vagabondi, Daccò e quel
maledetto yacht dove ha trascorso le vacanze più belle della sua vita. Ce l’ha
con gli ex aennini e con i nuovi pidiellini, con i poveri di spirito e con gli
ineleganti, ce l’ha con tutti, insomma, meno che con se stesso. D'altronde
dalla sua ha lo spirito santo, scusate se è poco!
Un
altro pezzo della politica italiana ha annunciato da Fabio Fazio che lascerà il
Parlamento. Ormai la trasmissione di Fazio è diventata il palcoscenico dove si
fa la storia e si vendono libri, dove se non ci sei o non ci vai non conti un
cazzo. Ma tant’è... Insomma Vuolter Veltroni lascia lo scranno di deputato e
non per andare a fare il senatore, ma per onorare la promessa fatta nel 1996
quando, eletto per la seconda volta sindaco di Roma, annunciò che dopo la fine
di quella esperienza se ne sarebbe andato in Africa. A parte che gli africani
lo stanno ancora aspettando, ma Vuolter ha detto ieri sera che la ragione per
la quale non se andò fu perché lo chiamarono a immolarsi contro Berluspony. E
lo fece, si immolò e perse tanto a poco. Però, nel frattempo, ottenne due
grandissimi risultati: contribuì a far cadere il secondo governo Prodi e
distrusse la sinistra. Encomiabile, Vuolter, un capolavoro!
domenica 14 ottobre 2012
La Lega cambia in corsa: “Lombardia, si vota ad aprile”. Ma che bella questa sinistra senza la sinistra!
sabato 13 ottobre 2012
venerdì 12 ottobre 2012
Berluspony molla Formigoni. Ciao, ciao Celeste...
Mettiamoci
nei panni di Silvio, povero Cristo! A distanza di un paio di settimane si è
ritrovato con la giunta pidiellina regionale del Lazio falcidiata dai maiali
grugnenti, lo scioglimento del comune di Reggio Calabria per mafia, l’arresto di Zambettino, l’assessore alla Casa lombardo del Pdl per i voti pagati alla ‘ndrangheta e
lo smemorato amico e sodale Formigoni che ancora non ha ritrovato né l’agenda né le
pezze d’appoggio delle sue spese pazze. Nel frattempo, la Guardia di Finanza ha
iniziato a mettere becco in tutte le altre regioni governate dal Pdl (anche da
altri in verità) e il rischio che scoppino ancora scandali è molto elevato (in
Abruzzo non si contano le inchieste sulla giunta attuale, quella del pidiellino
Gianni Chiodi, e vedremo come andrà a finire). Iniziare una lunga campagna
elettorale, come quella che si prospetta fino alla primavera del 2013, con
sulle spalle accuse di corruzione, concussione, peculato, contiguità mafiosa,
papponaggio, clientelismo capillare, fatti ordinari di cazzi propri è dura,
anzi durissima. Così, purtroppo per lui, Silvio ha dovuto prendere atto che il
suo partito, quella mirabile accozzaglia di quacquaracquà che risponde al nome
di Pdl non esiste più, che il sogno durato vent'anni è in fase di esaurimento e
che il risveglio rischia di essere la continuazione di un incubo vissuto sulle
note di Mariano Apicella. Da tutte queste considerazioni, che Silvio ha fatto
nel silenzio della sua alcova impegnato in un astairiano tip-tap non sappiamo
con chi, è emersa la convinzione che Roberto ha esaurito la spinta propulsiva
di Governatore Longobardo a vita. “Caro Celeste – gli ha detto Silvio – io continuerò
a pregare per te esattamente come il Papa, però ora togliti dalle palle”. La
spocchia di Formigoni è scomparsa all’improvviso. L’aria di sfida con la quale
ha affrontato quei comunisti della madonna di Repubblica, ha lasciato il posto
a un sereno convincimento che la sua esperienza si è esaurita. E a nulla sono
valse le minacce contro Zaia e Cota di un passo indietro dei pidiellini nelle
giunte del Piemonte e del Veneto, per tutti ha risposto Matteo Salvini che
chiaro e tondo gli ha detto: “Alla Lega ci pensiamo noi, tu vattene che di danni ne
hai fatti anche troppi”. L’idea è quella di mettere prima in sicurezza alcuni aspetti
dai risvolti economici importanti e poi di porre fine all’esperienza di
Formigoni, magari offrendogli un seggio senatoriale per il “dopo”. La
considerazione fatta da Alfano e Maroni è la seguente: “Gestione degli affari
correnti per qualche mese, messa a punto dei contratti miliardari di Expo 2015,
scudo sull’impero della sanità pubblica e convenzionata e poi bye bye”. Come si
può notare il lupo perde il pelo ma non gli affari. Storia vecchia come il cucco
anzi, storia che si ripete da quando Berluspony ha devastato questo povero
Paese con la sua presenza.
giovedì 11 ottobre 2012
Marchionne insulta Firenze. Di Pietro i militanti del suo partito.
Marchionne
è fuori di testa. Dopo che gli hanno scoperto il giochetto dei miliardi da
investire in Italia (che non investirà mai), Sergio si è sentito come
il bambino con le dita sporche di marmellata che insiste pervicacemente a negarne
il furto. Trattandosi però del futuro di operai, impiegati e quindi di famiglie
che corrono il rischio di finire sul lastrico, non ci viene mica tanto da
ridere. E così, fuori di testa per fuori di testa, il Marchionne “dio dell’economia”
secondo il duo Chiamparino-Fassino, non ha trovato di meglio, pur di
difendersi, che attaccare Firenze definendola “una città piccola e povera”. Non
conosciamo Detroit, ma non ci sembra che fra le sue bellezze ci siano Palazzo
Pitti né i Giardini di Boboli né che tenga in bella vista, davanti al municipio,
il David di Donatello. Se Detroit avesse bellezze simili, avrebbe dato un
calcio nel culo a Marchionne invitandolo a restarsene in Italia, dopo aver
investito tutto nel turismo e non nell’industria automobilistica. Comunque, l’americanismo
esasperato di Sergio sta raggiungendo livelli di patologia pura, tanto che
continuiamo a chiederci perché cazzo di motivo continui a lavorare in Italia,
risiedere in Svizzera e prosperare in America. Ma lui le tasse dove le paga?
Lo
sapevamo che il caso di Vincenzo Salvatore Maruccio, capogruppo dell’Idv in
Regione Lazio, reo di aver sottratto 780mila euro dai fondi del gruppo
consiliare, avrebbe scatenato un putiferio. Sapevamo che la base dell’Idv non
ne può più delle scelte cervellotiche di Tonino in tema di candidati. Sapevamo
che Razzi e Scilipoti avrebbero lasciato il segno e sapevamo che se ci fosse
stato ancora un caso di malapolitica, i dipietristi si sarebbero incazzati.
Sapevamo tutto perché abbiamo frequentato l’Idv per un po’, smettendo di
frequentarla quando ci siamo resi conto che Tonino era molto più attento ai
padroni delle tessere e dei voti che non al suo elettorato militante sì ma
senza un soldo. Lo abbiamo sentito noi con le nostre orecchie dire che l’Idv
non sarebbe mai stato il partito delle tessere né dei padroni delle tessere. Lo
abbiamo sentito noi, con le nostre orecchie, affermare che la pulizia della
classe dirigente stava diventando un fatto non rinviabile. Sono passati anni ma
nulla si è mosso anzi, i dirigenti che Di Pietro avrebbe dovuto far fuori sono
ancora tutti lì, ex pidini, ex margheritini, ex mastelliani, ex e basta, tutti
a far da cornice alla fame di voti che solitamente placa la sete di potere.
Tonino ha dato tre ore di tempo a Maruccio per dimettersi e lui lo ha fatto.
Ora dice che vuole ricorrere alla rete per presentare i candidati e farli
giudicare dalla base. Parole...parole...parole e un sano trattore da mettere in
moto. Detto per inciso, nominato fresco fresco commissario dell’Idv del Lazio
un ex della Margherita. Comunque sempre meglio che un ex Udeur.
mercoledì 10 ottobre 2012
Ancora un arresto al Pirellone. Zambetti comprava i voti dalla ’ndrangheta. E alla Regione Lazio scoppia il caso Idv.
I
carabinieri l'hanno definita “una operazione senza precedenti”. E, anche se
ormai di quello che succede al Pirellone nulla può più sconvolgere, apprendere
che Domenico Zambetti (ovviamente del Pdl), ha pagato 50 euro cash ogni voto che la
'ndrangheta gli ha procurato, lascia una sensazione di stordimento difficile da
somatizzare. Questo sessantenne galantuomo da 11.217 voti, pur di essere eletto
e di diventare assessore alla Casa della Regione Lombardia, non ha esitato a
ricorrere ai voti della criminalità organizzata arrivando a investire la bella
cifra di 200mila euro che equivalgono comunque a una partita media di coca
tagliata male. Essendo un po' morto di fame, l'assessore Zambetti ha pagato la
somma a rate e i carabinieri, ai quali quando vogliono non sfugge nulla, hanno
rintracciato perfino i movimenti di denaro che sono stati i seguenti: prima
rata di 80mila euro versata il 31 gennaio 2011; ultima rata, di 30mila euro, il
15 marzo sempre del 2011. Le "donazioni" sono state fatte all'associazione
culturale “Centro e libertà” e chi le ha materialmente incassate è un tal
Giuseppe D’Agostino, noto titolare di locali notturni ma anche noto trafficante
di droga e affiliato alla cosca calabrese Morabito-Bruzzaniti. Domenico
Zambetti è il quinto assessore della giunta Formigoni a essere arrestato. Ilda
Boccassini ha detto: “La democrazia è stata violata”. Roberto Formigoni ha
detto: “E io che cazzo c’entro? Non mi dimetto”.
Nei
casini (per una volta lasciamo stare Pierfy) è finito anche il signor Vincenzo
Salvatore Maruccio, capogruppo dell’Idv in consiglio regionale del Lazio e
segretario, sempre regionale, del partito. Il signor Maruccio ha tenuto per sé
700mila euro dei fondi destinati al gruppo e, dopo un ultimatum di Di Pietro in
persona personalmente, ha rassegnato le dimissioni (ma i consiglieri dell’Idv
non si erano già dimessi? Boh!). Brutto colpo per l’Idv e per Tonino Di Pietro
al quale vorremmo sommessamente consigliare di tenersi stretti i militanti seri
e appassionati e di mandare affanculo i vecchi rottami mastelliani di cui il
suo partito (affamato di tessere e di voti) è strapieno. E tanto per finire in gloria,
la Guardia di Finanza ha effettuato un blitz anche nei gruppi consiliari della
Regione Marche (la cosa ci riguarda da vicino). L’intenzione è quella di
controllare le spese dei gruppi e dei singoli componenti dal 2008 al 2012.
Finora non sono emersi riscontri a carico ma, a meno che il procuratore della
repubblica di Ancona, Elisabetta Melotti, non sia impazzito, ci aspettiamo
risultati a breve. E poi qualcuno si lamenta che Monti vuole mettere mano al
titolo V della Costituzione.
martedì 9 ottobre 2012
Mannaia sulle regioni. Il federalismo non ha funzionato, si torna al “centralismo democratico”.
Onestamente
questa “palla” del federalismo made in Lega, ci ha sempre fatto, come dire,
sorridere (eufemismo). Dato il presupposto iniziale, una sorta di
autodeterminazione di popoli, situazioni e territori (giusto nel principio,
sbagliatissimo nella sostanza e nell’attuazione), quello che è venuto fuori dal
federalismo pecoreccio di una nazione che ha bisogno evidentemente di capi-bastone
per funzionare, è solo il moltiplicarsi all’infinito di ruoli e privilegi,
incarichi e clientele, arricchimenti turbinosi e corruzioni capillari. Le
regioni hanno duplicato uffici, funzioni e stipendi che per definizione, e per
anni, sono stati dello stato centralista. E insieme ai ruoli e alle funzioni
hanno ovviamente raddoppiato incarichi e sottoincarichi, appalti e gare d’asta,
enti sub e norm, cda e gestione di condomini e bocciofile, associazioni profit
e non profit, circoli ricreativi e circoli e basta. Ci sono interi settori,
dipartimenti e assessorati che sprecano milioni di euro come fossero semi di
zucca tostati e che non programmano un amato cazzo se non sontuosi viaggi all’estero
di politici e funzionari con famiglie e amanti al seguito. Non stupisce,
quindi, che alcuni organismi governativi, come la Corte dei Conti, dopo gli
ultimi accadimenti abbiano deciso di vederci chiaro su delibere e concessioni,
spese e rimborsi spese, acquisti e regalie, rappresentanze e pié di lista,
matrimoni e funerali, battesimi, cresime e prime comunioni. Ma per mettere mano
organicamente a un assetto delle regioni più consono all’aria che tira
(austerity e risparmi paperoneschi), il governo deve riaggiustare il tiro della
Carta Costituzionale e, più precisamente, quello che riguarda il Titolo Quinto.
Si tratta, in poche parole, di un ritorno al centralismo statalista che ha
rappresentato il potere vero della Democrazia Cristiana e della Prima
Repubblica più in generale, quello stesso centralismo che, ad esempio,
Berluspony aveva sbandierato di voler cancellare in campagna elettorale, salvo
riconfermarlo in toto una volta preso saldamente in mano il potere; non c’è
infatti un partito più centralista e statalista del Pdl, tanto liberista per
definizione e per convenienza, quanto
centralista per esigenze private e cazzi propri (di uno solo, in verità). Così,
per non avere più rotture di cabasisi degli enti locali sui tagli e sui
balzelli da riscuotere, il governo Monti ha deciso di tornare all’antico:
ridurre l’autonomia delle regioni, diminuirne il potere legislativo, accentrare
le riscossioni, reintrodurre i dazi e i dazieri onore e vanto del Regno
Pontificio. Diciamola tutta, è dura per uno Stato delegare, se poi lo stesso
Stato è retto da un banchiere l’argomento si fa tabù. Fra un po’, amici e
nemici, simpatizzanti e semplici conoscenti, verranno reintrodotte le divise
(almeno il sabato per le esercitazioni ginniche), l’alzabandiera nelle scuole e
negli uffici e Fratelli d’Italia prima della scopatina del sabato sera (ma solo
per chi ha una moglie o un’amante disponibile e senza mal di testa).
lunedì 8 ottobre 2012
Fatti e strafatti. Napolitano dice che la new town dell’Aquila è una sciocchezza e Tarantini racconta “il mondo di Silvio”. Non ne usciamo affatto bene...
Ne sono
accaduti di fatti, ieri. Il presidente Napolitano va all’Aquila per inaugurare
l’auditorium nuovo di zecca di Renzo Piano, e dice: “Dimentichiamo i progetti
di città satellite fuori dal centro. Costruire dentro è la strada giusta”. Le
pigli un bene, Presidente. Quando Silvio mostrava i plastici della new town e
la definiva il “futuro”, lei dov’era? Quando le uniche case abitabili di una
città distrutta erano quelle consegnate dalla provincia di Trento e dalla Croce
Rossa, e dallo Stato niente, lei dov’era? Quando invece di tentare di
ricostruirla, L’Aquila veniva invasa dai ponteggi milionari in un vorticoso
giro di milioni di euro, lei dov’era? Quando gli aquilani venivano “deportati”
in crociera o negli alberghi della costa abruzzese, il Quirinale che faceva,
dormiva? Ma tant’è. In questo paese meglio tardi che mai, anche se siamo
convinti che spesso è meglio mai che tardi.
Nichi Vendola
ha qualcosa da dire a Matteuccio Renzi e non parla mica a nuora perché suocera
intenda... lui glielo dice e basta. “Caro Matteo, qui l’unica cosa da rottamare
sono le tue idee”. Al che lo spin doctor del sindaco di Firenze, Giorgio Gori,
è dovuto correre ai ripari cercando di dimostrare che non sono le idee di Renzi
da rottamare (in fondo sono le sue) ma Matteuccio in persona personalmente. E
così, mentre Hugo Chavez si prepara ad affrontare il quarto mandato presidenziale
della sua vita, dai verbali degli interrogatori di Gianpi Tarantini, emerge in
tutto il suo splendore la figura di un personaggio che di mandati ne avrebbe
voluti avere per tutti i secoli dei secoli, e con un “amen” solennemente
pronunciato da monsignor Fisichella detto "il Contestualizzatore".
Secondo il pappone barese, ex re Mida
della sanità del Tavoliere, Silvio Berlusconi è: “Malato di
sesso...sfatto...distrutto”. E descrive un mondo, quello che ruota attorno al
Cavaliere, al cui confronto le maialate di Fiorito sembrano serate benefiche
dei Lions. Il mondo di Silvio è il mondo delle puttane a domicilio, delle camminate
per Villa Certosa con tanto di sosta davanti al finto vulcano che erutta, delle
donnine a disposizione 24hours, le canzoni di Mariano Apicella e di Simon Le
Bon. È il mondo delle raccomandazioni e degli affari milionari, degli appalti
vs topa, della volgarità di un contesto nel quale la donna è merce e i soldi
la carta d’identità. Pesantissimi, i verbali di Gianpi, ed epigono di quella
che resta l’icona della caduta dell’impero romano, quando il vino, il sesso e
ogni tipo di sfrenatezza rappresentavano l’agonia di uno splendore che fu.
Leggendoli c’è da vergognarsi di essere italiani e se non fosse un sentimento
che ormai proviamo da tempo, ci sarebbe perfino da sorprendersi. Ma se a tre
anni dal terremoto dell’Aquila, il Presidente della Repubblica ci viene a dire
che il piano di ricostruzione previsto per la città fa cagare, uno che dovrebbe
fare, sventolare il tricolore e cantare l’inno nazionale?
domenica 7 ottobre 2012
Renzi si può candidare. Dall’Assemblea del Pd il via libera al sindaco di Firenze. Legge anticorruzione, pronto il blitz del Pdl.
Si
torna alla prescrizione breve anzi, brevissima. Praticamente un lampo.
Berluspony e Penati sotto inchiesta? Prima ancora che scatti il rinvio a
giudizio, zac: prescrizione. Più veloce della luce, di Spiderman e di Superman
messi insieme, l’impunibilità dei corrotti e dei corruttori, dei peculanti e
dei peculati, dei concussi e dei concessori avviene prima ancora che la legge
possa essere applicata e i colpevoli financo indagati. In Italia, si sa,
soprattutto dal punto di vista giudiziario è meglio prevenire piuttosto che
combattere e Silvio, in tutti questi anni, ci ha insegnato che le regole del gioco
si possono cambiare in corso d’opera. Ora. Resta la domanda che ci facciamo
sempre più spesso e alla quale nessuno è riuscito ancora a dare una risposta: chi non vuole che i corrotti e i corruttori vengano puniti cos’è?
Un garantista matricolato e immarcescibile o un corruttore o un corrotto?
Questo è il quesito che ci poniamo quando qualcuno si oppone alla legge contro
l’omofobia, la pedofilia, la tortura. Per comparazione diteci voi chi sono e
come possono definirsi.
Finalmente nel Pd si comincia a ragionare. L’assemblea
dell’Ergife, quella che secondo i renziani avrebbe dovuto rappresentare la diga
contro il dilagare prepotente dell’uomo di sinistra più amato dalla destra, si
è risolta secondo la democristiana regola del buonsenso. Sospensione dell’articolo
18 dello statuto del partito, quello che sancisce che il segretario è l’unico
candidato premier dei democrat, e via libera alla candidatura di Matteuccio il
quale, in barba anche alla buona educazione, invece di andare all’Ergife a
difendere la sua posizione, se n’è rimasto in Puglia in camper, a raccogliere
le olive di Bitonto. E dire che in parecchi hanno provato a inserire nel
regolamento delle primarie ostacoli di vario genere e natura ma, alla fine, è
prevalso l’acume politico di Piergigi Bersani che sa perfettamente che le
falangi del vecchio Pci saranno come sempre determinanti. Come una doccia
scozzese, è piovuta invece sull’Ergife l’ennesima dichiarazione del Pierfy
Casini furioso: “Nessuna alleanza è possibile con chi in Regione Lazio sta
stringendo patti con Sel e l’Idv”. Si reitera il refrain di un personaggio solitamente
avvezzo ad alzare il prezzo della sua prestazione d’opera politica, un
co.co.co. che, assolutamente fuori dalla storia e dai contesti sociali ed
economici, continua a fare il democristiano doroteo come se nulla fosse
successo e la Balena Bianca esistesse ancora. Altro che Terza Repubblica appena
accennata dal Professore, qui siamo ancora ai giuramenti nelle sagrestie delle chiese
romane agli inizi degli Anni ’60.
sabato 6 ottobre 2012
La voglia matta di Silvio: “Lascio la politica ma voglio precise garanzie”. Gli studenti in piazza e son botte da orbi.
Si
sono svegliati gli studenti italiani. Certo, è dura tornare a ragionare dopo un’estate
a mojito e rhum e pera, però sembra che la partita sia ricominciata, stavolta
con regole d’ingaggio diverse. Le immagini degli scontri fra gli studenti e le
forze dell’ordine ci rimandano a quelle che girano sul web da giorni, da Atene
e Madrid. C’è poca tolleranza e una gran voglia di menare le mani, da parte di
tutti. Quello che ci appare tuttavia intollerabile, è vedere ancora l’uso
spregiudicato del manganello e degli scudi da parte dei reparti di poliziotti e
carabinieri ai quali la sentenza “Diaz” evidentemente non ha insegnato
una solenne mazza. Povero lo Stato che per controbattere alle sacrosante
ragioni degli studenti, scesi in piazza per dire “no” alla riforma Profumo,
adopera lacrimogeni e manganelli, pugni e calci e, se potesse, perfino i morsi.
Notizie
dal fronte Berluspony. Non passa giorno che Silvio non se ne inventi una nuova.
L’ultima è un beau geste: lascia la politica per favorire la riunione dei
moderati, come se lui lo fosse mai stato, un moderato. L’idea è quella di
rifondare il fronte che parte da Fini e termina con Casini, l’ampia area di ex
missini, ex democristiani, ex socialisti craxiani, ex socialdemocratici, ex
liberali, ex repubblicani di Giorgio La Malfa che, portatrice del nuovo che
avanza potrebbe raccogliere, secondo Silvio, la stragrande maggioranza degli
italiani. Però, perché un però c’è, Silvio vuole garanzie precise, poi potrebbe
lasciare la guida del centrodestra a Montezemolo o, addirittura, alla Passera
solitaria. Possiamo immaginare quali siano le garanzie che Nano Bifronte
chiede: impunità totale, niente processo Ruby, niente legge anticorruzione,
Mediaset regina del mercato pubblicitario, evasione fiscale totale, riapertura
dei bordelli di lusso, frittata di cipolle, Peroni da 75cc. ghiacciata e rutto
libero... il tutto per “far piacere a dio e non per piacer mio”.
venerdì 5 ottobre 2012
Io e mio padre. La storia infinita di chi non può.
Mio
padre si faceva le sigarette da solo. I filtri erano roba da ricchi, il
Trinciato Forte no. Le sigarette quindi non potevano avere il filtro e mio
padre le fumava fino alla fine, infilzandole con un ago rubato alla zia sarta
per non bruciacchiarsi le dita. Io mi faccio le sigarette da solo, con il
filtro che costa 1 centesimo e mi fa risparmiare 3 centesimi di tabacco. Fumo
Blues Verde che è peggio del Trinciato Forte, imbratta le dita di catrame e fa
venire una tosse della madonna.
Mio
padre si era comprato una Vespa 125 con le cambiali. Io mi comprai la Renault
con un finanziamento a tasso zero che alla fine m’è costato più degli interessi
sulle cambiali di mio padre. Quando stava per finire la benzina, mio padre
scendeva dalla Vespa e la smuoveva un paio di volte a destra e a sinistra per
far scendere le ultime gocce nel carburatore. Io, quando incontravo una discesa,
andavo a folle e fanculo se i freni non frenavano. Mio padre non andava mai dal
barbiere, i capelli glieli tagliava mia madre. Io non vado mai dal barbiere, i
capelli me li taglio da solo. Quando mio padre pagava le tasse e i contributi,
bestemmiava come un turco del Bosforo. Quando dovevo pagare l’Iva, ero
incazzato nero. Quando andava all’ospedale o dal dottore, mio padre non pagava
nulla, né la visita né le medicine né i ricoveri. Se io vado dal dottore poi il
farmacista mi fa pagare il ticket, al pronto soccorso pago il ticket, le
analisi me le danno solo se pago il ticket e ogni volta mi auguro di non morire
perché la cremazione costa un fottio. Quando mio padre andava al cinema, con
500 lire, oltre al biglietto, gli ci venivano anche le sigarette, i lupini, un
Peroncino, e gli svedesi. Se io vado al cinema pago il biglietto... punto. Mio
padre comprava il Messaggero, Topolino, qualche volta L’Espresso. Io i giornali
li leggo sul web, non posso permettermeli. Per lavorare mio padre si iscrisse
alla Democrazia Cristiana. Io col cazzo che mi iscriverò al Pdl, al Pd, all’Idv,
all’Udc, a Sel, a... e infatti sono disoccupato.
giovedì 4 ottobre 2012
Pdl addio? Dirigenti da manicomio criminale, simpatizzanti da carcere duro, festaioli da patibolo. Quello che resta del Partito delle Libertà (loro).
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