Bello sapere che l'Italia ha intrapreso giudiziariamente la via al
socialismo. Magari! Purtroppo però non è così, perché anche senza
Silvio e la sua querula Forza Italia, governerebbero i LettaLetta che
col socialismo non c'entrano una mazza. Silvio continua a combattere
mediaticamente contro un nemico che non c'è, essendo i comunisti
simili ai mulini a vento di donchisciottesca memoria o di dalemiana
presenza, praticamente evanescenti (meno che nel segreto dell'urna e
quando si deve votare contro Prodi). Che volete che diciamo del video
messaggio di Silvio di ieri... Tutto previsto, tutto uguale, tutto
scontato location compresa. Le stesse foto di allora, gli stessi
libri (finti come quelli dell'Ikea), lo stesso uso ossessivo del
plurale majestatis, non giornalistico alla Montanelli ma politico,
papale quasi. La “nostra” democrazia, la “nostra” libertà,
la “nostra” famiglia, la “nostra” Italia che hanno
trasformato un significativo, singolare, “mia” in un collettivo
“noi” di dubbia efficacia e di pessima resa. Insomma, “Silvio
Rewind” come titola ilManifesto, però venti anni dopo, che è
come vedere Mick Jagger sul palcoscenico dimenare come un ossesso il
bacino simulando orgasmi impossibili. Appesantito, stranamente con
qualche capello in più, una imbarazzante fissità nello sguardo
semi-commosso (ha provato per tutta la durata della ripresa del video
a farsi scendere una lacrima, ma non c'è riuscito), Silvio,
ingrassato e imbolsito, ancora con i peli di Dudù sul Caraceni, ha
puntato decisamente sulle pensionate e sui pensionati di Beautifull.
Tale a quale a Ronn Moss (ma con la mascella volitiva cascante),
Silvio è stato l'immagine stessa della sua politica dopo venti anni.
Basterebbe mettere a confronto le due riprese per rendersene conto. E se nella
prima, quella del 1994, c'era un guerriero dall'occhio di tigre,
nella seconda abbiamo visto solo un vecchio fiaccato dalla decadenza
fisica e dalle ripetute, ossessive esibizioni di una virilità
artefatta e costruita a suon di Scapagnini Pill's. Silvio è
patetico. Un personaggio da romanzo d'appendice, uno stanco e sfatto
Casanova nella mirabile versione sutherlandiana di Federico Fellini, il regista che
accusò Berlusconi di “interrompere le emozioni”. E quello del
video sarebbe il “cielo splendente di Forza Italia” che 'O
Schiattamuort ha così magnificamente descritto in quel pollaio che è
Porta a Porta? Al massimo, il video di Silvio potrebbe essere
paragonato a Rocky VII: un pugile suonato che guarda con rimpianto e
malinconia la sua statua al centro del salotto della residenza di Arcore. In
Albania gli hanno intitolato una via. In Italia lo si fa con i morti.
Il secretaire Epifani ha subito gridato all'eversione. Per la verità
sono venti anni che Silvio fa l'eversore. Dov'erano i pidini nel
frattempo? A pranzo ad Arcore con famiglia al seguito...
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giovedì 19 settembre 2013
mercoledì 18 settembre 2013
E due. Silvio scippò la Mondadori alla Cir di De Benedetti. Lo ha detto la Cassazione. E i forzaitalioti strepitano
Accanimento,
accanimento. Persecuzione. Persecuzione. Giustizia ad personam e chi
più ne ha ne Metta (mica è colpa nostra se l'amico di Previti,
giudice corrotto, si chiama così!). Dunque. Silvio è un elusore
fiscale. Non ci sono dubbi, lo ha certificato con tanto di
motivazioni depositate, la Corte di Cassazione, cioè il terzo e
ultimo grado di giudizio previsto dal nostro ordinamento. Silvio è
un corruttore. Non ci sono dubbi. Anche in questo caso, la Corte di
Cassazione ha messo la parola fine a un processo (quello
Cir-Mondadori) che dura da venti anni, da quando Berlusconi non era
ancora sceso in politica: accanimento giudiziario anche allora? La
fregatura, per Silvio vostro, è che la prima sentenza comporta la
decadenza da senatore e la perdita dello stipendio di parlamentare.
E, anche se per Silvio non è un problema rinunciare a pochi
spiccioli e qualche gettone di presenza, dover pagare le farfalline
pakistane di tasca sua gli fa girare terribilmente i marroni. La
seconda, invece, è un po' più gravosa anche se la Cassazione gli ha
fatto uno sconto. Invece dei 562 milioni di euro previsti in sede
d'Appello, la Suprema Corte ha stabilito, in un impeto di solidale
generosità, che la Mondadori dovrà pagare alla Cir la miseria di
500 milioni di euro, roba da cassa integrazione in deroga a Paolo Del
Debbio e Barbara D'Urso e qualche libro di Bruno Vespa non pubblicato. Ovvio, Silvio è un perseguitato. Un uomo di
successo odiato e invidiato per la sua enorme fortuna venuta dal
nulla. Un self made man inarrivabile che però non ha ancora chiarito
da dove gli sono piovuti i miliardi per dare inizio alla sua
principesca avventura imprenditoriale. Qualcuno dice che la zia suora
abbia fatto la sua parte, dopo continue richieste alla divina
provvidenza, manna trasformata in lire sonanti sembra sia scesa dal
cielo di Arcore direttamente sul conto corrente di Silvio. Ma di
questi maneggi celesti e miracolosi venuti dall'alto, non si hanno prove certe.
Quasi certe, invece, sarebbero quelle che farebbero partire (via Ferry Boat) dalla Sicilia
tutto quel ben di dio, ma chi sapeva non parla e chi potrebbe parlare non può più farlo. Cosa manca ancora? Ah, sì, il processo Ruby: concussione e
favoreggiamento della prostituzione (anche minorile) con pesante
condanna penale in primo grado. Ma per questo processo la strada è
ancora lunga. E dire che qualcuno accusò Andreotti di aver causato
le Guerre Puniche! A fronte di questa sequela di condanne passate in
giudicato (prescrizione ad personam, invece, per il processo Cir-Mondadori), i
forzaitalioti hanno ripreso la canea di insulti contro la
magistratura. Tanti bau, tanti miao, tanti grrr, ma la sensazione è
sempre la stessa: disperati allo sbando. Gioisce 'O Schiattamuort
che, trombato violentemente da Silvio, dalla Pitonessa e da Denis
McVerdins, dal solito, inguaribile Bruno Vespa ha detto del video di Berlusconi di
prossima uscita a reti unificate: “Visto il video, devo dire che il
cielo azzurro risplenderà di Forza Italia”. Ma che ti venga un
bene...
martedì 17 settembre 2013
E Forza Italia. Rinasce oggi il grande imbroglio. Intanto Silvio fa secco Alfano, mentre Occhetto dice di D'Alema...
È
questione di ore e il marchio industriale di Forza Italia tornerà a
brillare nel firmamento del mercato politico italiano. Dell'house
party di Silvio, di come e perché è nato, di quello che ha
significato per questo povero paese di teledipendenti, abbiamo scritto
fiumi di parole. E, tanto per dimostrare quel minimo di coerenza che
non guasta mai, altrettanti fiumi di parole avevamo scritto sul Silvio
imprenditore, sulla sua idea di televisione, sullo scempio che stava
facendo della cultura. Parole, com'è facile dedurre, rimaste lettere
morte. Però, da parte nostra ci abbiamo provato, non ci siamo
riusciti visto che l'interregno è durato venti anni, ma nessuno
potrà mai accusarci di connivenze sospette. Sapete, c'è chi dice
che la coerenza sia una gran puttana, ovviamente con tutto il
rispetto per le puttane, eppure siamo convinti (questione d'età?)
che rappresenti ancora un valore assoluto, oggi più di ieri e così
nei secoli dei secoli. Amen. Finito il pistolotto clerico-politico,
torniamo a noi. Il ritorno di Forza Italia ha già fatto una vittima
illustre. 'O Schiattamuort è stato infatti esautorato dai suoi
incarichi all'interno del Pdl, in poche parole non è più il
segretario di un partito morto. Tutto questo è avvenuto, come nella
migliore tradizione dei partiti padronali, senza uno straccio di
congresso, senza che nessun delegato abbia revocato le deleghe a
Angelino, senza che nessun collegio dei probiviri ne abbia dichiarato
la decadenza. Lo aveva anticipato Danielona, alla quale Angelino sta
simpatico come la fame allo stomaco, lo ha certificato Silvio il
quale, motu proprio, ha assegnato le deleghe che furono dell'ex
segretario, al grande manovratore degli affari sporchi e vero deus ex
machina dell'onorevole-mercato: Denis Verdini. E la stessa fine di
Alfano, tolti dalle palle senza se e senza ma, corrono il rischio di
farla i ministri favorevoli alla continuazione della grosse
koalition, mentre apprendiamo dagli organi stampa che cinque di loro
hanno già rimesso il mandato direttamente nelle mani di Silvio: non
in quelle di LettaLetta che li ha proposti né in quelle
dell'Innominabile che li ha nominati. In sfregio a qualsiasi dettato
costituzionale (continua il silviesco scempio della Carta), i
pidiellini continuano a comportarsi come se il Capo fosse un illibato
educando, il tutto in nome di una fedeltà talmente sospetta da far
nascere il dubbio che sotto sotto ci siano fior di ricatti e
scheletri negli armadi a gogò. Se come ormai tutti prevedono, questa
sera la Giunta per le elezioni voterà a favore della decadenza di
Silvio, si scopriranno le carte del gioco. L'impressione che abbiamo
è quella riportata su questo blog una decina di giorni fa, il
governo LettaLetta non cadrà, Silvio andrà ai servizi sociali e
tornerà fra nove mesi pronto alla pugna. A meno che, la Corte
d'Appello di Milano non decida altrimenti.
Sul
FattoQuotidiano di ieri erano riportati alcuni stralci
dell'autobiografia di Achille Occhetto, uscita da poco. Occhetto
scrive di Massimo D'Alema e, diciamolo, non ne da un giudizio
lusinghiero, anzi. Il fatto è che le storie che racconta l'ex
segretario del Pds sono note, come note sono le conseguenze della
devastante politica del leader maximo, traducibile nello sfascio
totale della sinistra italiana e nell'ammirazione perpetua di Silvio
Berlusconi. Occhetto, a un certo punto, fa riferimento ai 101
traditori del partito, quelli che hanno silurato Prodi. E, pur senza
ammetterlo esplicitamente, fa capire che dietro la manovraccia ci sia
proprio lui (ovviamente non da solo), Massimo D'Alema, il leader che
ha fregato di brutto tutti coloro che a sinistra hanno provato a
contrastarlo, rimediando però legnate clamorose da tutti quelli di
destra che non solo lo hanno contrastato ma anche sonoramente
battuto. Gli arroganti, furbi come volpi ma ignoranti e ciechi come
talpe, combinano disastri. Combinarli però solo contro la propria
parte politica, ha un non so che di perverso. Di diabolico. Insomma,
non ci sorprenderebbe affatto che un giorno, gli spagnoli dedicassero
anche a Massimo D'Alema una statua al Parco del Buen Retiro, magari
sulla stessa diagonale di quella a Lucifero.
lunedì 16 settembre 2013
Sondaggi: Pd al 28, Pdl 26, M5S 21. E Renzi, neo assunto Anas, “asfalta” tutti. Continua la storia del giaguaro. Toh, chi si rivede: l'Idv!
Mentre
con un occhio seguiamo in diretta il raddrizzamento (hihihi) della
Costa Concordia, la nave del comandante più coraggioso della storia
della navigazione mondiale, dallo scoglio dell'Isola del Giglio, con
l'altra scorriamo i sondaggi della Demos che danno il Pd al 28 per
cento, il Pdl al 26 e i 5S al 21. Non è difficile capire che se si
andasse alle elezioni con questa legge, la amata-odiata Porcellum,
non ci sarebbe ancora una maggioranza in grado di guidare il Paese.
Nonostante gli strepiti, le urla e gli anatemi di Beppe Grillo (e le
gite fuori porta di Casaleggio fra banchieri e industriali), gli
italiani non hanno nessuna intenzione di dare ai Five Stars i voti
necessari per governare da soli, ergo, da qualche parte si deve
andare. La soluzione più semplice, per qualsiasi altra nazione che
non avesse dato i natali a Machiavelli (e a Giulio Andreotti), sarebbe
quella di riformare la legge elettorale e ridare ai cittadini la
libertà di scegliere i propri rappresentanti. Ma chissà come,
chissà perché, una legge che nessuno vuole sta ancora lì, da anni,
a combinare sconquassi. A volte ci sembra di trovarci di fronte allo
studio, e alla analisi, della teoria dei Quanti e invece non c'è
ragionamento più semplice e deduttivo di quello che porta a una
elementare equivalenza: Porcellum = ingovernabilità. Però in Italia
non si può. Da noi la linearità nei ragionamenti e nei
comportamenti non esiste, è un optional. Se non ci complichiamo la
vita non siamo soddisfatti. Siamo cervellotici e un po' pazzi al
tempo stesso, e questa è la ragione per la quale gli studi degli
avvocati e degli analisti sono sempre sold out e il salvacoda è
diventato uno strumento indispensabile, perché altrimenti la gente
si prenderebbe a randellate a ogni piè sospinto. Ci rendiamo
difficile la vita con la stessa facilità con la quale gli americani
bombardano mezzo mondo in nome della libertà. La nostra complessità
ci piace da matti perché è segno di intelligenza e di un'autostima
sì, ma da manuale psichiatrico. Vi siete mai chiesti per quale
motivo non esiste più la sinistra storica? Perché era composta da
persone che si reputavano intelligenti e in possesso di un'autostima
tale da prendersi a randellate a ogni piè sospinto. Così, la classe
operaia e i ceti deboli, orfani dei rappresentanti di sempre, quelli con la Bandiera Rossa che trionferà, a un
certo punto si sono visti rappresentati da Tonino Di Pietro il quale,
con la sinistra italiana, non c'entra (né c'è mai entrato) una
mazza. L'Idv, per chi non seguisse le cronache marginali di questo
paese impegnato a parlare di Matteo Renzi-Asfaltatore appena
assunto dall'Anas, è tornato in scena. A San Sepolcro, città che
vide la nascita del partito, Ignazio Messina, il primo segretario (Di
Pietro era il presidente) dell'Idv eletto con tanto di voti
congressuali e non per acclamazione, ha dettato le prossime linee
guida di un partito che oggi viene dato all'1 per cento. Come si fa a
dilapidare un patrimonio di voti (8 per cento) che l'Italia del
Valori aveva non si sa, o meglio, bisognerebbe chiederlo al Tonino
intervistato da Report. Ma oggi questa potrebbe sembrare una
osservazione retorica. I più maligni potrebbero dire che l'Idv è
rinato per non gettare alle ortiche il patrimonio che ha, ma a
Ignazio Messina, sindaco antimafia, qualcuno disposto a dare credito
c'è. Tolti di mezzo gli ex Udeur, i Margheritini baciapile e molto
furbi, i democristiani di antica data, i destrorsi giustizialisti
fino al plotone di esecuzione, i sindacalisti trombati e gli
intellettuali in avanzato stato di decomposizione cerebrale, qualcuno
un po' onesto e altrettanto idealista potrebbe anche esserci.
L'importante, secondo noi, sarebbe che Messina prendesse una lente
d'ingrandimento e iniziasse a studiare uno per uno i 1350
amministratori locali e i duemila dirigenti che l'Idv ha ancora
sparsi nel territorio. Pigliasse molto sul serio i duecentomila
iscritti alla community del partito che non sembrano voler gettare la
spugna, e qualche idealista un po' perso che, con Di Pietro, non ha
mai avuto spazio o, se lo ha avuto, lo ha sfruttato solo per i cazzi
suoi. Particolare non marginale, l'Idv dispone ancora di 12 milioni
di euro di rimborsi spese elettorali: 12 milioni di buone ragioni per
non mollare. Da parte nostra, quello con l'Idv è un discorso chiuso
da tempo. Una delusione così cocente difficilmente ci potrà
ricapitare, delusione che ne ha portate appresso altre e molto più stordenti. Mannaggia a te, Tonino...
domenica 15 settembre 2013
PD. Una squadra di fotografi per rendere palese il voto segreto
Sembra
veramente un film russo (con sottotitoli in giapponese) dei primi
anni '60 o, se preferite, lo Tsai Ming-Liang di Stray Dogs, una
storia talmente pallosa (per altro senza l'assunto artistico) che
alla fine della proiezione tirare su le palle è un'impresa da ottava
fatica erculea. Che i problemi di Silvio si riverberassero per intero
nel Pd era cosa risaputa, ma che i democrat rischiassero addirittura
di implodere sull'agibilità politica di Berlusconi rasenta la farsa,
e una di quelle peggiori. Perché vedete, la prima domanda che ci
poniamo, a prescindere da tutto e da ogni possibile considerazione di
natura politico-strategica, è che cazzo di opposizione abbiamo avuto
per venti anni. Eh sì, perché se il Partito Democratico rischia di
spaccarsi sulla fine del principale nemico, vuol dire che al suo
interno una buona parte dei dirigenti, sotto sotto, ha sempre fatto
il doppio gioco. Insomma, 101 antiberlusconiani per finta. Girando le
feste del partito però, gli stessi dirigenti hanno capito l'aria che
tira e soprattutto si sono resi conto che qualora nel segreto
dell'urna i loro capi dovessero ancora una volta salvare Silvio, i
forconi sarebbero l'unica soluzione. E di finire infilzati da un
popolo incazzato nero loro, i dirigenti, non ne hanno affatto voglia.
I militanti, gli iscritti e i simpatizzanti del Pd stanno aspettando
il giorno del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi, come il
momento del redde rationem, dell'atto finale, della catarsi e della
nemesi. I pidini vogliono vedere le carte del gioco dei personaggi
che hanno eletto, perché brucia ancora più di una ferita aperta
cosparsa di sale, quello che hanno combinato nella elezione di Prodi
alla presidenza della repubblica. È un assurdo in termini ma le cose
stanno proprio così. Milioni di votanti del Pd sono andati alle urne
convinti che il loro partito non avrebbe mai governato con Silvio, questo fatto non sta proprio nel dna del Partito Democratico
che non è nato per allearsi con i razzisti e i fascisti. Invece... e
allora resta una sola occasione, il voto dell'aula di Palazzo Madama. I dirigenti pidini lo hanno talmente capito che perfino un moderato
come Nicola Latorre ha iniziato a fare il fedayn mentre Miguel Gotor,
senatore ed ex spin doctor di Piergigi Bersani è andato oltre. “Il
clima nelle feste – ha detto il senatore – è brutto, davvero
brutto. Non possiamo permetterci passi falsi per cui, al momento del
voto su Berlusconi, dobbiamo mostrare l'indice sul pulsante a una
squadra di fotografi compiacenti e poi pubblicare le foto sul web”.
A questo punto il film cambia e si trasforma nei Tre giorni del
condor, la spy-story di Sydney Pollack. Dopo la promessa mai
mantenuta di Beppe Fioroni di mostrare ai giornalisti la foto fatta
al suo voto a favore di Romano Prodi, il popolo del Pd non crede più
a una sola parola dei dirigenti, così questa volta, ha pensato
Gotor, bisogna mostrare le prove, far vedere a tutti che il Pd,
almeno sulla cacciata di Berlusconi, è unito e compatto. E i
militanti, a maggior ragione, hanno capito l'aria che tira, da quando
il “gerente” Epifani ha avanzato dubbi sui 5S colpevoli, secondo
lui, di stare tramando di votare a favore di Silvio pur di far
ricadere la colpa sui senatori del suo partito. Ha messo, come si usa
dire, le mani avanti per proteggersi il culo. Se Silvio si dovesse
salvare la colpa sarebbe di Grillo che vuole spaccare il Pd. Tutti,
allora, meno il Pdl (che nei franchi tiratori ci sguazza come una
papera scema nel pantano di casa credendolo un laghetto), si
dichiarano a favore del voto palese quando il regolamento del Senato
non lo consente. Ma stiamo parlando di un fatto in itinere. Mercoledì
la Giunta voterà e da quel momento si apriranno le danze. Musica
maestro Verdini.
sabato 14 settembre 2013
Maria Stella Gelmini: “Una bimba di sei anni mi ha chiesto di dire a Silvio che gli vuole bene”. Pronto l'intervento di Telefono Azzurro
Sembra
che sia andata così. Maria Stella Gelmini si trovava all'aeroporto
di Fiumicino quando è stata avvicinata da una signora e dalla figlia
di sei anni, Benedetta. Convinta che le volessero sputare in faccia
per come ha ridotto la scuola pubblica, l'unica viaggiatrice del
tunnel L'Aquila-Cern di Ginevra, è rimasta sorpresa quando mamma e
figlia le hanno chiesto di esprimere al presidente Berlusconi,
“stima, affetto e solidarietà”. “L'altraItalia”, quella che
piace a lei e ai disperati del Pdl, ha prontamente twittato la ex
ministra. In questi tempi bui, i pidiellini si attaccano a
tutto pur di venir fuori dal pantano nel quale li ha fatti
precipitare il loro capo. Sono disposti a inventare balle spaziali
(cosa che fanno impunemente da venti anni) e vedere complotti
dovunque allo scopo di dimostrare al popolo bue che esiste una
sola vittima: si chiama Silvio di nome e Berlusconi di cognome. Il
giornale del ballista principe, ad esempio, quello che per un po' di
visibilità s'è inventato un attentatuni alla sua persona personalmente, oggi se n'è uscito con il
complottuni europeo contro Silvio: “Cacciato perché contro la
moneta unica”, è il titolo di apertura di Libero, e giù un
articolo farneticante che manco il peggior mockumentary. Altro che
farsa, questa è una tragedia in piena regola. Da Bruxelles ci fanno
sapere che il Vecchio Continente sta uscendo dalla crisi e che in
“quasi” tutti gli stati è iniziata la ripresa. “Meno che in un
pugno di Paesi”, dicono i portavoce della UE. Indovinate un po' chi
c'è in quel pugno? Domanda retorica, lo sappiamo. Stiamo vivendo un
delirio che non è solo mediatico ma di sostanza. La Gelmini
s'inventa berluschine di sei anni (le colpe dei genitori ricadranno
sempre sui figli, povera bambina che invece di giocare con le bambole
è costretta a difendersi già da piccola dal cacciatore di
Cappuccetto Rosso); Sandro Bondi prega tutto il giorno e s'immagina
in una cella intento a scrivere in rima le memorie del Capo, manco
fosse il Marco Polo del Milione; Renato Schifani continua a lanciare
avvertimenti che ormai non fanno più manco i capicosca della sua
terra d'origine; Angelino Alfano non sa più cosa dire per tenersi
stretto il posto di vicepremier da una parte e non scontentare il suo
mentore dall'altra. E poi c'è Gianfranco Rotondi che ha fatto la
proposta più lacrimevole e strappacore di tutti: “Se Silvio
dovesse andare ai servizi sociali, nel settore che sceglierà e per
l'intera durata del servizio io sarò con lui”, dimostrando
finalmente che con una fava si posso prendere due pregiud... ehm,
piccioni. E poi ci sono le berluschine maggiorenni, quelle che
invadono gli studi televisivi senza pudore e senza vergogna, mentono
sapendo di mentire. E fra loro la più berluschina di tutte, la
pitonessa, la regina della selva oscura del Pdl: Daniela Santanchè.
Probabilmente Danielona è riuscita a carpire a Padre Pio il dono
della bilocazione perché altrimenti spiegateci come diavolo fa a
essere contemporaneamente in tre studi televisivi. Uno dice “ma
sono trasmissioni registrate”. Eh no, diciamo noi, perché le
parole che dice e le offese che riserva a chiunque si metta sulla
strada di Silvio sono sempre le stesse, scandite allo stesso modo e
con gli stessi tempi. Sincronia? No, bilocazione. Però questi del
Pdl vincono facile. Abituati a fare “buh!” e vedere i pidini
darsela a gambe, oramai hanno capito che basta urlare un po' per
zittire un nemico che in fondo in fondo, un nemico vero non lo è mai
stato, tutt'al più un comprimario nel gioco delle parti. Le anime
del Pd sono troppe per tentare di convivere, di fare fronte comune
contro la vergogna, di essere finalmente un partito unito per il bene
supremo della nazione. È piuttosto la riedizione della peggiore
Democrazia Cristiana, ne abbiamo preso atto dopo che per anni lo
abbiamo detto prima di Forza Italia e poi del Pdl. Ci sentiamo, in
questa unica occasione, di convenire con Matteo Renzi il quale ha
detto: “Se Martin Luther King fosse iscritto al Pd direbbe 'io ho
un incubo'”. A fronte di mille puttanate giornaliere, alla fine
quella buona scappa anche a lui.
venerdì 13 settembre 2013
Silvio: caccia ai franchi tiratori. Servono 43 senatori per salvarsi, non è detto che non li trovi
In
questo momento, il voto segreto è l'incubo di Guglielmo Epifani e di
molti pidini. Il rischio che Silvio trovi in aula i fan che gli
permettano di restare a Palazzo Madama è altissimo. E non è solo
una questione di numeri ma di mal di pancia, di frustrazioni, di
patti segreti e segretissimi, di una consorteria innominabile (questa
sì) che tira i fili di questo paese di burattini da un ventennio
abbondante. Il ragionamento è semplice. Chi voleva il governo delle
grandi coalizioni ha fottuto Romano Prodi il quale, una volta eletto
Presidente della Repubblica a tutto avrebbe pensato meno che a un
governo con Silvio dentro, a costo di allearsi con Belzebù in
persona evidentemente ritenuto meno pericoloso. In 101 silurarono
nel segreto dell'urna il Professore, stavolta ne basterebbero meno
della metà per salvare Silvio. E Denis Verdini, il grande
manovratore degli affari più sporchi di Silvio, ne è convinto. Con
questo clima, mercoledì prossimo la Giunta per le elezioni si
riunirà per votare (o meno) la decadenza del pluripregiudicato
Silvio Berlusconi dalla carica di Senatore. Potrebbe anche votare a
favore ma poi, il passaggio successivo sarà quello dell'Aula e qui i
numeri conteranno davvero. E iniziano puntualmente i veleni. Di certo si sa che le manovre di Mario Mauro e di Pierfy Casini all'interno di
Scelta Civica sono già iniziate. Dalla loro potrebbero portare una
decina di senatori che comincerebbero a far scendere l'apparente
monolite di quelli che vogliono Silvio fuori dal Senato. Poi ci sono
i 5Stelle che, pur di dimostrare che viviamo in un Paese in cui
contano gli interessi di pochi e invocare il ritorno alle urne (si
dice), potrebbero dare una mano a Silvio, buttando così il bambino
insieme all'acqua sporca. Non tutti i 5Stelle, ovviamente, ma lo
zoccolo duro sì, quello dei fedelissimi di Beppe Grillo. D'altronde
sarebbe un film già visto: i Five Stars farebbero la parte che fu
della Lega e del Msi nell'affaire Craxi. Per finire, i 101 zozzoni
del Pd che né Bersani né Epifani né Rosy Bindi né Massimo D'Alema
né Vuolter Veltroni si sono mai sognati di smascherare e punire con
una sacrosanta espulsione dal partito. Matteo Renzi ci ha provato, ma è stata una finta. A questo punto la stabilità è un
alibi, una scusa, un deterrente, proprio come le bombe atomiche prima
di essere usate o i gas nervini che ammazzano bambini perché tanto
un po' di vittime innocenti fanno sempre scalpore. Con la scusa della
stabilità, un po' come avvenuto per il terrorismo, in questo paese
si sono compiute vere e proprie efferatezze giuridiche e
costituzionali, forzature mai viste, addirittura un cambio silenzioso
del ruolo del presidente della repubblica senza che nessuno abbia
mosso un dito. Non sorprenderebbe quindi più di tanto se Silvio
dovesse essere salvato dal voto dell'aula del Senato per quella che
si preannuncia come una solenne vittoria di Pirro: a ottobre scatta
l'interdizione dai pubblici uffici. E allora o un anno o tre,
affanculo, il Capataz se ne andrà.
giovedì 12 settembre 2013
Silvio: “Non mi dimetto. Sono il più grande. Siete solo invidiosi”. Tiè!
Eppure
potrebbe essere tutto molto semplice. Seguite questo ragionamento. I
pidini nella Giunta per le elezioni bocciano la relazione di Andrea
Augello. Prima del voto di decadenza, a questo punto scontato perché
il Pdl lo ha inserito nella stessa relazione introduttiva, Silvio si
dimette, se ne va da Palazzo Madama e sconta la pena restante di un
anno ai servizi sociali (dove, fra parentesi, potrebbe rifarsi, fra
dentiere e pannoloni, una verginità mediatica immensa). Nel
frattempo i figli chiedono la grazia all'Innominabile il quale, preso
atto della “buona volontà” del reo certificata dalle dimissioni, gliela concede senza colpo ferire e a stretto giro di decreto.
Scontata la pena e ricreatasi una reputazione (come le mignotte che
entrano nella Croce Rossa), Silvio potrebbe tornare a presentarsi
illibato alle prossime elezioni, dopo aver atteso il tempo necessario
che la Corte d'appello di Milano avrà stabilito con la nuova
sentenza sull'interdizione. Non è affatto scontato, viste le
condizioni venutesi a creare, che la Corte decida per l'interdizione
lunga, quella che la Cassazione ha previsto in tre anni. Potrebbe
essere “mite”: un anno. A questo punto resterebbero da verificare
solo le condizioni di salute del Capataz che, a quanto dicono, sono
ottime e simili a quelle di un ventenne fiaccato solo dall'eccessivo
uso del testosterone. Tutto cambierebbe, niente cambierebbe, come
avviene dall'unità d'Italia senza che nessuno abbia mai provato a
porre un argine al gattopardismo viscerale delle nostre genti. Così
sarebbero tutti contenti, un happy end memorabile: il Pd coerente; il
Pdl non perdente; Silvio preoccupato solo delle avance della nostra
amica casalinga pensionata di Abbiategrasso; l'Innominabile che ci ha
messo l'ennesima pezza; i mercati che non fibrillerebbero più, e
perfino Dudù che si è rotto le palle di portare ogni giorno il
Giornale al fidanzato attempato e un po' fuori di testa della
padrona. Il più felice di tutti? LettaLetta che potrebbe continuare
a sedersi su una poltrona che ha iniziato ad amare più della moglie.
Ma, come in quasi tutti i lieto-fine, una nuvola s'addensa
all'orizzonte. È un cirro con tanto di nome, cognome e incarico:
Matteo Renzi, sindaco di Firenze. Matteo sta mordendo il freno. Non
ne può più di stare in panchina e, da quando il suo amico
Enrichetto ha fatto intendere che correrà anche lui per la
segreteria del Pd, non vede l'ora di sparigliare le carte. È
irrequieto, un po' nervoso, tende a stare sopra le righe e ha aperto,
di fatto, la corsa per la leadership del Pd. Iera sera, in quel
salotto che più bianco non si può di Bruno Vespa, ne ha avute per
tutti ad iniziare proprio dal Presidente del Consiglio, che ha
accusato senza mezzi termini di essere un amante delle poltrone,
peraltro immobile. Apparentemente critico sui contenuti dei
provvedimenti del governo, Matteo sta recitando la parte che fu di Valter Veltroni nella caduta del governo di Romano Prodi; eletto
segretario dell'appena nato Partito Democratico, Vuolter fece sapere
a Mastella e a Dini che alle elezioni avrebbe corso senza di
loro. Mastella, che ne sa una più del diavolo, gli rispose: “E
'sti cazzi?”, trasferendosi il giorno appresso tra le calde braccia
di Silvio che lo stava aspettando con ansia. Ma Vuolter fece di
peggio, distrusse con un colpo solo di Magnum 44 quello che rimaneva
della sinistra storica. Matteo a questo non potrebbe mai arrivare,
ma solo perché la Sinistra (non solo quella storica) non esiste più.
Intanto
è iniziata a girare una voce maligna, talmente maligna da rasentare
la perversione. Sembra che Silvio non voglia dimettersi perché
propenderebbe a far votare all'aula di Palazzo Madama la sua
decadenza. Mica fesso, il Capataz. Sà perfettamente che se il voto
dovesse essere segreto, ci sarebbero 101 zozzoni del Pd disposti a
salvargli il culo. Le vere mine vaganti di tutta questa sporca
storia, sono ancora gli “anonimi” 101 zozzoni che hanno affossato
Prodi per tutelare gli interessi dell'Italia dando vita alle larghe
intese. Una vergogna per un partito che ambisce a guidare la nazione
ma che, al massimo, potrebbe salire a bordo di una Topolino del 1936 e solo con la strada asciutta.
mercoledì 11 settembre 2013
L'Innominabile ordina i Bravi eseguono. Slitta il voto in Giunta. “Il matrimonio Pd-Pdl ha da continuare”
“...
altrimenti andremo tutti nella Valle di Giosafat, e sarà il giudizio universale”. Lo ha detto
chiaro e tondo, ieri, l'Innominabile, mentre i componenti della
Giunta per le elezioni andavano a riunirsi per l'ultimo saluto, dal
sapore dell'addio, a Silvio. Siamo in piena repubblica presidenziale
anche se la nostra Costituzione non la prevede come forma di regime
possibile, anche se fino all'altro ieri il Presidente della
Repubblica rappresentava poco più di un ufficiale dell'anagrafe. E
per tutto il suo primo mandato, l'Innominabile questo ha fatto,
limitandosi a mettere la firma sotto decreti che gridano ancora
vendetta al cospetto di dio e dell'umanità dolente. Lanciato il
monito, i guaglioni del Pd hanno ritenuto buono e giusto assecondare
il desiderio del nonno e, d'accordo con i pidiellini che avevano
completamente sbagliato l'approccio alla linea difensiva del Capataz,
hanno corretto le richieste in corsa e ottenuto un altro, salutare
rinvio (a giovedì). Il fatto è che in questa repubblica scalcinata
e scalcagnata (lo spread spagnolo intanto è tornato sopra a quello
italiano), tutto ciò che si discute pubblicamente non ha valore.
Dopo venti anni di berlusconismo (che hanno praticamente svuotato e
fiaccato l'essenza stessa della rappresentatività parlamentare) in
cui le decisioni si prendevano ad Arcore o a Villa Certosa alla
presenza di un Topolanek perennemente infoiato, l'abitudine di
discutere le leggi e i provvedimenti nei luoghi deputati è diventata
un optional stanco. “In Parlamento si perde solo tempo”, amava
dire il più grande statista dell'epoca repubblicana, così, con i
soliti quattro, decideva le sorti della nazione standosene con i
piedi in ammollo nella piscina. Poi Fini lo ha lasciato e Silvio si è
reso conto che o in quel Parlamento c'erano i numeri che gli
permettevano i pediluvi o correva il rischio di tornarsene a casetta.
In quel momento ha capito che, nonostante i fan pidini, non poteva
sempre farsi i cazzi suoi. Purtroppo però, il “metodo Silvio”
era già entrato di forza nel cuore dello Stato e allora, all'alba di
un vecchio Quirinale, si è iniziato a seguirne gli esempi. Ecco
Monti. Ecco LettaLetta. Ecco le moral suation. Ecco i moniti e i
cazziatoni. Ecco il desiderio che si trasforma in volere. Ecco il
popolo dei Bravi pronto a seguire il Capo fino alla fine perché,
qualora non lo si fosse capito, questo matrimonio ha da continuare.
Il lavoro sottotraccia dei diplomatici, quasi si dovessero trovare
gli arsenali delle armi chimiche siriane, consiste nel convincere (con
l'aiuto dei figli) Berlusconi Silvio a dare le dimissioni. Il passo
successivo sarà quello della grazia che cancellerà la pena
definitiva ma non quella accessoria. Per cui, niente più elezioni
per il Capataz ma piena e totale agibilità politica. Insomma, Silvio sarà il
Beppe Grillo di Forza Italia. Ci riesce semplice capire come i
rinvii, che probabilmente si susseguiranno a oltranza, servono solo a
far capire a Silvio che è meglio percorrere la strada delle
dimissioni, perché un'altra maggioranza è pronta e non è detto
che, come quella attuale, voglia continuare a tutelare i suoi
interessi. La posta in gioco a questo punto, è solo la salvaguardia
delle sue imprese. Silvio dovrà prendere atto (i suoi figli lo hanno
fatto da un pezzo), che una crisi manderebbe a ramengo il suo impero
già fortemente penalizzato in borsa dopo i rumors del “muoia
Sansone...”. E poi diciamolo, al di là delle belle parole, i
pidini non hanno nessuna voglia di tornare a votare. Dopo venti anni
di totale asservimento, il fatto stesso di avere un democristiano di
sinistra (sic!) Capo del governo, li ha ringalluzziti. LettaLetta lo
ha detto: “Viviamo in un paese in cui la straordinarietà
solitamente diventa ordinarietà”. Il fatto è che non vogliono
pacificarci, solo normalizzarci. Buongiorno Italia...
martedì 10 settembre 2013
Caro Silvio, adda passa' 'a cuccagna...
Il
fatto è che per vent'anni ha tenuto tutti per le palle. Strizzandole
personalmente o facendole carezzare da altre come e quando gli
pareva, Silvio è stato il padrone assoluto della politica made in
Italy, disponendone da dittatore e ricorrendo a ricatti (e
“Montecitorio-compravendita”) quando si è trovato in difficoltà.
Non a caso, “l'ideatore della truffa allo Stato” (lo ha detto la
Corte di Cassazione, mica noi), è incazzato come un toro andaluso in
perenne astinenza sessuale con le nacchere che gli fracassano i
cabasisi pure di notte, perché sembra che non funzionino più né i ricatti né la
compravendita. Se è vero (purtroppo la nostra stima nei confronti
degli uomini e delle donne del Pd è in una fase di forte discesa)
che la Giunta per le Elezioni già stasera potrebbe votare sulle
pregiudiziali di costituzionalità della “Severino” e
sottoscrivere che no, non è una legge anticostituzionale, di fatto
Silvio decadrebbe. Date le premesse, dobbiamo assolutamente attendere
il tg della notte per sapere come andrà a finire, i 101 zozzoni
qualcosa ce l'hanno insegnata e poi, non dire quattro se non ce l'hai
nel sacco. Nonostante tutto, gli ultimi sondaggi danno ancora il Pdl
in testa, la dimostrazione più evidente che qualche milione di
italiani ritiene davvero Silvio un perseguitato politico come e più
del Pellico ormai perso nei libri di storia. La frase pronunciata
ieri a botta calda, dopo la decisione della Giunta di ritrovarsi
stasera per votare sulle “pregiudiziali”, rappresenta in qualche
modo la sintesi del berlusconismo traducibile in un solo verbo:
mentire (transitivo e intransitivo, ausiliare “avere”, III
coniugazione, modo infinito, tempo presente). Rileggiamola: “Sta
andando in scena un omicidio politico (tutt'al più un suicidio
visto che a eludere il fisco è stato lui). È una cosa
vergognosa che questi del Pd mi trattino come un delinquente comune
(non è il Pd che lo tratta da delinquente comune, lo ha
semplicemente sentenziato la Corte di Cassazione). Se mi fanno
fuori è un atto eversivo (l'unico vero atto eversivo compiuto in
questo Paese – a parte Gladio, la kossighiana strategia
della tensione, la compravendita di parlamentari, il negazionismo e
chi più ne ha ne 'Metta'), è stata l'elezione contra legem di
Silvio Berlusconi che, da titolare di licenze pubbliche, non avrebbe
potuto neppure presentarsi alle elezioni, figuriamoci diventare
presidente del consiglio)”. E se qualcuno prova a dire che per
venti anni è andato in scena il più grande conflitto d'interessi
che la storia patria ricordi, sapete cosa rispondono i berluscones?
“La colpa è del Pd che quando è stato al governo non ha fatto la
legge”. Con chi avrebbe dovuto farla la legge, il Pd, con Violante,
D'Alema e Veltroni? Di riffa o di raffa (come si dice in tutta
Italia), Silvio Berlusconi ha terminato il suo percorso politico. Lo
statista Berlusconi è finito e l'unico a non prenderne atto,
purtroppo, è lui (la Santanchè non fa testo). E tanto per tenere
viva la leggenda dei 101 zozzoni, RaiNews24 ha appena detto che il
voto sulle pregiudiziali “forse slitterà a domani”. Fioroni sta
festeggiando con un cappuccino doppia schiuma.
lunedì 9 settembre 2013
Silvio in ansia, oggi la Giunta. Attentatuni a Violante, quattro gocce d'acqua scambiate per Sarin
In
un'altra nazione, la riunione della Giunta delle Elezioni del Senato
si concluderebbe nel giro di pochi minuti. Dopo avergli ritirato il
passaporto, a Silvio verrebbe anche annullata la tessera di Parlamentare della repubblica e amen, föra
(versione corretta del termine secondo la Treccani) di ball. Invece
no! Fra ricorsi alla Corte di Giustizia, revisioni del processo e, in
subordine, domanda di grazia al Presidente della Repubblica, appello
motu proprio a Papa Francesco, protesta al Consiglio di Sicurezza
dell'Onu, supplica alla Presidenza Mondiale di Amnesty International
e istanza al WWF in qualità di unico sopravvissuto di una razza in
via di estinzione, Silvio è ancora sulla breccia. Lo ha detto anche
'O Schiattamuort: “I giochi non finiscono qui” e ha prontamente
candidato Roma alle Olimpiadi del 2024. Prima della decadenza
effettiva del Cavaliere da senatore della repubblica, occorrerà
attendere la metà di ottobre, questo il calcolo molto verosimile del
FattoQuotidiano di ieri. Nel frattempo LettaLetta tirerà avanti
annunciando riprese a ogni piè sospinto (Saccomanni ha parlato ieri
di fine 2014 per un segno “più” pieno), mentre tutto il resto o
non si muoverà perché, fateci caso, a fronte di annunci roboanti
nulla si muove o, se accadrà, l'andamento sarà quello della Ferrari
di Alonso di questi tempi: lento. Per saperne di più o, meglio, per
capire come andranno le cose da qui in avanti, basterà attendere la
fine della riunione di oggi pomeriggio della Giunta del Senato.
L'aspetta Silvio, l'aspetta LettaLetta, la aspettano in tanti meno
che gli italiani, i quali, a fronte dell'ennesimo attacco verso una
giustizia giusta, fanno spallucce, non si muovono, non protestano,
ancora rincoglioniti dal sole agostano di una estate da dimenticare.
E proprio per alleviare le calure di Luciano Violante, ieri alla
festa del Pd di Genova, un militante ha pensato di aspergerlo con un
po' d'acqua minerale. Saputa la notizia, ci siamo immaginati un
gavettone di proporzioni najesche, invece è stato solo un quarto di
bottiglietta rovesciato sulla testa del più grande giurista degli
ultimi 150 anni. E dire che, dopo aver sognato Palmiro che tentava di
falciargli le gambe e di dargli qualche martellata sulle palle, il
presidente Violante aveva fatto un parziale passo indietro
affermando: “Inutile perdere tempo, per il caso Berlusconi non c'è
niente da fare, deve mollare”. Evidentemente, la retromarcia è
stata tardiva e quello che doveva essere un gavettone, si è
trasformato in un semplice getto d'acqua under control. A proposito,
come saprete, sempre ieri, a Cernobbio c'è stato lo show di
Gianroberto Casaleggio. Fra un mare di ovvietà e una platea di
politici che prendevano appunti, Gianroberto ha preteso che
l'incontro avvenisse a porte chiuse (alla stampa naturalmente) per
illustrare ancora una volta il suo ideale di mondo gaiano. Se non ci
fosse stato l'americano Michael Slaby, “guru” della campagna
elettorale di Barack Obama a rispondergli colpo su colpo, ci mancava
poco che a Casaleggio il gruppo dei politici e dei banchieri in gita
domenicale, non tributasse una standing ovation. Ma non perché
condividessero il progetto casaleggiano di un mondo diverso, perché
sanno che con i “radicali” loro vanno a nozze. Lo stesso
trattamento lo avevano riservato a Bertinotti qualche anno fa, e
tutti sanno che fine ha fatto il 35ore-Fausto. Con i radicali
l'impresa è facile: basta lasciarli parlare, loro si riempiono di
parole fino a soffocare.
sabato 7 settembre 2013
La storia di Silvio e della “Lucertola di Gesù Cristo” dell'Amazzonia
Ci piacerebbe tanto commentare la
vittoria di Gianfranco Rosi (Sacro GRA, un documentario, Leone d'oro) e il Gran
Premio della Giuria a Tsai Ming-Liang alla Mostra del Cinema di
Venezia, la 70ª in ordine
di tempo, un risultato che premia il coraggio di Alberto Barbera (e
su questo non c'erano dubbi), e dà un timido segnale di rinsavimento
post-hollywoodiano, ma ci tocca parlare d'altro, riservandoci di
approfondire il verdetto veneziano da un'altra parte, su altre
pagine. E di chi deve parlare un soggetto reduce da quattro giorni di
stacco (però non totale) dalle vicende italiote se non di Silvio?
Altro che tormentone. Il fatto è che il Nostro, paragonato ai due
“mostri” di cui sopra, si riduce drasticamente a livello di
microrganismo: un insignificante figurante trasformato in
protagonista da una pletora di accattoni che manco Pier Paolo
(Pasolini). Silvio è antitetico alle idee stesse di cultura, di sensibilità,
di emotività, del piacere unico che si prova guardando un bel
film. Lui è una sorta di continuatore delle farse di Fatty Arbuckle
(i lettori di Hollywood Babilonia avranno sicuramente capito il
perché di tale accostamento), un personaggio che sullo schermo
faceva ridere a crepapelle, ma che nel privato era un capo Unno di
quelli che dove passava non cresceva più l'erba. Eppure siamo qui a
parlarne ancora, senza ritegno, dopo una sentenza di terzo grado
passata in giudicato, dopo le risate irrefrenabili di tutto il mondo
civile e perfino della Lucertola di Gesù Cristo della Foresta
pluviale dell'Amazzonia, quella che cammina sull'acqua, come dopo
ogni aggiornamento delle vicissitudini del redivivo Pellico che, non
a caso, si chiamava anche lui Silvio. Se non avessimo continuato a
seguire le notizie della politica, avremmo pensato di vivere in uno
di quei filmacci da cabaret di quart'ordine che piacciono tanto a
Silvio (quello pregiudicato) e alle sue industrie e invece,
purtroppo, la realtà supera di gran lunga perfino le battute più
intelligenti di Checco Zalone. Tutto ciò è un delirio, con
Domineddio che ricatta pure la perpetua di Don Abbondio, perché con
il curato non c'è partita. E allora via con le minacce a LettaLetta,
al di lui secretaire 6 Gennaio, al Birraio di Bettola che vorrebbe
tanto imitare quello di Preston ma non ce la fa, e a tutto il Pd che,
poverino, se fosse un soggetto vivente e non la sigla di un
partito, starebbe tutto il giorno a farsi canne invece che occupare
la scena politica di un paese alla frutta. Pensate, dopo aver
ciurlato nel manico con la storia del ricorso alla Corte per i
Diritti dell'Uomo, i geni del Pdl si sono inventati la revisione del
processo, addirittura un nuovo processo che cancelli di fatto le tre
sentenze già emesse (e passate in giudicato) e ridia una verginità
da fedina penale illibata al più grande statista che la storia
repubblicana ricordi. C'è da dire che la revisione del processo può
essere richiesta. Spesso è accaduto con sentenze passate in
giudicato ma di mezzo c'era una condanna all'ergastolo, mica a un
anno di servizi sociali nel collegio delle Orsoline. La revisione è
possibile, dicevamo, nel momento in cui intervengano fatti nuovi,
emergano insomma novità o vengano sottolineati particolari ritenuti
irrilevanti nelle prime fasi di giudizio. Ora, sapete qual è il
fatto nuovo? Frank Agrama, che già dal nome è tutto un programma,
non sarebbe l'occulto manovratore dei diritti televisivi alle stelle
per creare fondi neri, ma uno stimato e rispettato mediatore
cinematografico conosciuto in tutta Europa per la sua indiscussa e
indiscutibile professionalità. Sembra che questo fatto, di per sé,
possa comportare la revisione del processo a carico del Capataz.
Nessuno ci crede ma sapete com'è... a casa di Pinocchio le menzogne
non sorprendono più nessuno. Domani riunione della Giunta per le
elezioni. Scommettiamo in un rinvio da record? No? In effetti...
domenica 1 settembre 2013
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