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giovedì 19 settembre 2013

Silvio eversore? No, solo un patetico signore fiaccato dal potere

Bello sapere che l'Italia ha intrapreso giudiziariamente la via al socialismo. Magari! Purtroppo però non è così, perché anche senza Silvio e la sua querula Forza Italia, governerebbero i LettaLetta che col socialismo non c'entrano una mazza. Silvio continua a combattere mediaticamente contro un nemico che non c'è, essendo i comunisti simili ai mulini a vento di donchisciottesca memoria o di dalemiana presenza, praticamente evanescenti (meno che nel segreto dell'urna e quando si deve votare contro Prodi). Che volete che diciamo del video messaggio di Silvio di ieri... Tutto previsto, tutto uguale, tutto scontato location compresa. Le stesse foto di allora, gli stessi libri (finti come quelli dell'Ikea), lo stesso uso ossessivo del plurale majestatis, non giornalistico alla Montanelli ma politico, papale quasi. La “nostra” democrazia, la “nostra” libertà, la “nostra” famiglia, la “nostra” Italia che hanno trasformato un significativo, singolare, “mia” in un collettivo “noi” di dubbia efficacia e di pessima resa. Insomma, “Silvio Rewind” come titola ilManifesto, però venti anni dopo, che è come vedere Mick Jagger sul palcoscenico dimenare come un ossesso il bacino simulando orgasmi impossibili. Appesantito, stranamente con qualche capello in più, una imbarazzante fissità nello sguardo semi-commosso (ha provato per tutta la durata della ripresa del video a farsi scendere una lacrima, ma non c'è riuscito), Silvio, ingrassato e imbolsito, ancora con i peli di Dudù sul Caraceni, ha puntato decisamente sulle pensionate e sui pensionati di Beautifull. Tale a quale a Ronn Moss (ma con la mascella volitiva cascante), Silvio è stato l'immagine stessa della sua politica dopo venti anni. Basterebbe mettere a confronto le due riprese per rendersene conto. E se nella prima, quella del 1994, c'era un guerriero dall'occhio di tigre, nella seconda abbiamo visto solo un vecchio fiaccato dalla decadenza fisica e dalle ripetute, ossessive esibizioni di una virilità artefatta e costruita a suon di Scapagnini Pill's. Silvio è patetico. Un personaggio da romanzo d'appendice, uno stanco e sfatto Casanova nella mirabile versione sutherlandiana di Federico Fellini, il regista che accusò Berlusconi di “interrompere le emozioni”. E quello del video sarebbe il “cielo splendente di Forza Italia” che 'O Schiattamuort ha così magnificamente descritto in quel pollaio che è Porta a Porta? Al massimo, il video di Silvio potrebbe essere paragonato a Rocky VII: un pugile suonato che guarda con rimpianto e malinconia la sua statua al centro del salotto della residenza di Arcore. In Albania gli hanno intitolato una via. In Italia lo si fa con i morti. Il secretaire Epifani ha subito gridato all'eversione. Per la verità sono venti anni che Silvio fa l'eversore. Dov'erano i pidini nel frattempo? A pranzo ad Arcore con famiglia al seguito...

mercoledì 18 settembre 2013

E due. Silvio scippò la Mondadori alla Cir di De Benedetti. Lo ha detto la Cassazione. E i forzaitalioti strepitano

Accanimento, accanimento. Persecuzione. Persecuzione. Giustizia ad personam e chi più ne ha ne Metta (mica è colpa nostra se l'amico di Previti, giudice corrotto, si chiama così!). Dunque. Silvio è un elusore fiscale. Non ci sono dubbi, lo ha certificato con tanto di motivazioni depositate, la Corte di Cassazione, cioè il terzo e ultimo grado di giudizio previsto dal nostro ordinamento. Silvio è un corruttore. Non ci sono dubbi. Anche in questo caso, la Corte di Cassazione ha messo la parola fine a un processo (quello Cir-Mondadori) che dura da venti anni, da quando Berlusconi non era ancora sceso in politica: accanimento giudiziario anche allora? La fregatura, per Silvio vostro, è che la prima sentenza comporta la decadenza da senatore e la perdita dello stipendio di parlamentare. E, anche se per Silvio non è un problema rinunciare a pochi spiccioli e qualche gettone di presenza, dover pagare le farfalline pakistane di tasca sua gli fa girare terribilmente i marroni. La seconda, invece, è un po' più gravosa anche se la Cassazione gli ha fatto uno sconto. Invece dei 562 milioni di euro previsti in sede d'Appello, la Suprema Corte ha stabilito, in un impeto di solidale generosità, che la Mondadori dovrà pagare alla Cir la miseria di 500 milioni di euro, roba da cassa integrazione in deroga a Paolo Del Debbio e Barbara D'Urso e qualche libro di Bruno Vespa non pubblicato. Ovvio, Silvio è un perseguitato. Un uomo di successo odiato e invidiato per la sua enorme fortuna venuta dal nulla. Un self made man inarrivabile che però non ha ancora chiarito da dove gli sono piovuti i miliardi per dare inizio alla sua principesca avventura imprenditoriale. Qualcuno dice che la zia suora abbia fatto la sua parte, dopo continue richieste alla divina provvidenza, manna trasformata in lire sonanti sembra sia scesa dal cielo di Arcore direttamente sul conto corrente di Silvio. Ma di questi maneggi celesti e miracolosi venuti dall'alto, non si hanno prove certe. Quasi certe, invece, sarebbero quelle che farebbero partire (via Ferry Boat) dalla Sicilia tutto quel ben di dio, ma chi sapeva non parla e chi potrebbe parlare non può più farlo. Cosa manca ancora? Ah, sì, il processo Ruby: concussione e favoreggiamento della prostituzione (anche minorile) con pesante condanna penale in primo grado. Ma per questo processo la strada è ancora lunga. E dire che qualcuno accusò Andreotti di aver causato le Guerre Puniche! A fronte di questa sequela di condanne passate in giudicato (prescrizione ad personam, invece, per il processo Cir-Mondadori), i forzaitalioti hanno ripreso la canea di insulti contro la magistratura. Tanti bau, tanti miao, tanti grrr, ma la sensazione è sempre la stessa: disperati allo sbando. Gioisce 'O Schiattamuort che, trombato violentemente da Silvio, dalla Pitonessa e da Denis McVerdins, dal solito, inguaribile Bruno Vespa ha detto del video di Berlusconi di prossima uscita a reti unificate: “Visto il video, devo dire che il cielo azzurro risplenderà di Forza Italia”. Ma che ti venga un bene...

martedì 17 settembre 2013

E Forza Italia. Rinasce oggi il grande imbroglio. Intanto Silvio fa secco Alfano, mentre Occhetto dice di D'Alema...

È questione di ore e il marchio industriale di Forza Italia tornerà a brillare nel firmamento del mercato politico italiano. Dell'house party di Silvio, di come e perché è nato, di quello che ha significato per questo povero paese di teledipendenti, abbiamo scritto fiumi di parole. E, tanto per dimostrare quel minimo di coerenza che non guasta mai, altrettanti fiumi di parole avevamo scritto sul Silvio imprenditore, sulla sua idea di televisione, sullo scempio che stava facendo della cultura. Parole, com'è facile dedurre, rimaste lettere morte. Però, da parte nostra ci abbiamo provato, non ci siamo riusciti visto che l'interregno è durato venti anni, ma nessuno potrà mai accusarci di connivenze sospette. Sapete, c'è chi dice che la coerenza sia una gran puttana, ovviamente con tutto il rispetto per le puttane, eppure siamo convinti (questione d'età?) che rappresenti ancora un valore assoluto, oggi più di ieri e così nei secoli dei secoli. Amen. Finito il pistolotto clerico-politico, torniamo a noi. Il ritorno di Forza Italia ha già fatto una vittima illustre. 'O Schiattamuort è stato infatti esautorato dai suoi incarichi all'interno del Pdl, in poche parole non è più il segretario di un partito morto. Tutto questo è avvenuto, come nella migliore tradizione dei partiti padronali, senza uno straccio di congresso, senza che nessun delegato abbia revocato le deleghe a Angelino, senza che nessun collegio dei probiviri ne abbia dichiarato la decadenza. Lo aveva anticipato Danielona, alla quale Angelino sta simpatico come la fame allo stomaco, lo ha certificato Silvio il quale, motu proprio, ha assegnato le deleghe che furono dell'ex segretario, al grande manovratore degli affari sporchi e vero deus ex machina dell'onorevole-mercato: Denis Verdini. E la stessa fine di Alfano, tolti dalle palle senza se e senza ma, corrono il rischio di farla i ministri favorevoli alla continuazione della grosse koalition, mentre apprendiamo dagli organi stampa che cinque di loro hanno già rimesso il mandato direttamente nelle mani di Silvio: non in quelle di LettaLetta che li ha proposti né in quelle dell'Innominabile che li ha nominati. In sfregio a qualsiasi dettato costituzionale (continua il silviesco scempio della Carta), i pidiellini continuano a comportarsi come se il Capo fosse un illibato educando, il tutto in nome di una fedeltà talmente sospetta da far nascere il dubbio che sotto sotto ci siano fior di ricatti e scheletri negli armadi a gogò. Se come ormai tutti prevedono, questa sera la Giunta per le elezioni voterà a favore della decadenza di Silvio, si scopriranno le carte del gioco. L'impressione che abbiamo è quella riportata su questo blog una decina di giorni fa, il governo LettaLetta non cadrà, Silvio andrà ai servizi sociali e tornerà fra nove mesi pronto alla pugna. A meno che, la Corte d'Appello di Milano non decida altrimenti.
Sul FattoQuotidiano di ieri erano riportati alcuni stralci dell'autobiografia di Achille Occhetto, uscita da poco. Occhetto scrive di Massimo D'Alema e, diciamolo, non ne da un giudizio lusinghiero, anzi. Il fatto è che le storie che racconta l'ex segretario del Pds sono note, come note sono le conseguenze della devastante politica del leader maximo, traducibile nello sfascio totale della sinistra italiana e nell'ammirazione perpetua di Silvio Berlusconi. Occhetto, a un certo punto, fa riferimento ai 101 traditori del partito, quelli che hanno silurato Prodi. E, pur senza ammetterlo esplicitamente, fa capire che dietro la manovraccia ci sia proprio lui (ovviamente non da solo), Massimo D'Alema, il leader che ha fregato di brutto tutti coloro che a sinistra hanno provato a contrastarlo, rimediando però legnate clamorose da tutti quelli di destra che non solo lo hanno contrastato ma anche sonoramente battuto. Gli arroganti, furbi come volpi ma ignoranti e ciechi come talpe, combinano disastri. Combinarli però solo contro la propria parte politica, ha un non so che di perverso. Di diabolico. Insomma, non ci sorprenderebbe affatto che un giorno, gli spagnoli dedicassero anche a Massimo D'Alema una statua al Parco del Buen Retiro, magari sulla stessa diagonale di quella a Lucifero

lunedì 16 settembre 2013

Sondaggi: Pd al 28, Pdl 26, M5S 21. E Renzi, neo assunto Anas, “asfalta” tutti. Continua la storia del giaguaro. Toh, chi si rivede: l'Idv!

Mentre con un occhio seguiamo in diretta il raddrizzamento (hihihi) della Costa Concordia, la nave del comandante più coraggioso della storia della navigazione mondiale, dallo scoglio dell'Isola del Giglio, con l'altra scorriamo i sondaggi della Demos che danno il Pd al 28 per cento, il Pdl al 26 e i 5S al 21. Non è difficile capire che se si andasse alle elezioni con questa legge, la amata-odiata Porcellum, non ci sarebbe ancora una maggioranza in grado di guidare il Paese. Nonostante gli strepiti, le urla e gli anatemi di Beppe Grillo (e le gite fuori porta di Casaleggio fra banchieri e industriali), gli italiani non hanno nessuna intenzione di dare ai Five Stars i voti necessari per governare da soli, ergo, da qualche parte si deve andare. La soluzione più semplice, per qualsiasi altra nazione che non avesse dato i natali a Machiavelli (e a Giulio Andreotti), sarebbe quella di riformare la legge elettorale e ridare ai cittadini la libertà di scegliere i propri rappresentanti. Ma chissà come, chissà perché, una legge che nessuno vuole sta ancora lì, da anni, a combinare sconquassi. A volte ci sembra di trovarci di fronte allo studio, e alla analisi, della teoria dei Quanti e invece non c'è ragionamento più semplice e deduttivo di quello che porta a una elementare equivalenza: Porcellum = ingovernabilità. Però in Italia non si può. Da noi la linearità nei ragionamenti e nei comportamenti non esiste, è un optional. Se non ci complichiamo la vita non siamo soddisfatti. Siamo cervellotici e un po' pazzi al tempo stesso, e questa è la ragione per la quale gli studi degli avvocati e degli analisti sono sempre sold out e il salvacoda è diventato uno strumento indispensabile, perché altrimenti la gente si prenderebbe a randellate a ogni piè sospinto. Ci rendiamo difficile la vita con la stessa facilità con la quale gli americani bombardano mezzo mondo in nome della libertà. La nostra complessità ci piace da matti perché è segno di intelligenza e di un'autostima sì, ma da manuale psichiatrico. Vi siete mai chiesti per quale motivo non esiste più la sinistra storica? Perché era composta da persone che si reputavano intelligenti e in possesso di un'autostima tale da prendersi a randellate a ogni piè sospinto. Così, la classe operaia e i ceti deboli, orfani dei rappresentanti di sempre, quelli con la Bandiera Rossa che trionferà, a un certo punto si sono visti rappresentati da Tonino Di Pietro il quale, con la sinistra italiana, non c'entra (né c'è mai entrato) una mazza. L'Idv, per chi non seguisse le cronache marginali di questo paese impegnato a parlare di Matteo Renzi-Asfaltatore appena assunto dall'Anas, è tornato in scena. A San Sepolcro, città che vide la nascita del partito, Ignazio Messina, il primo segretario (Di Pietro era il presidente) dell'Idv eletto con tanto di voti congressuali e non per acclamazione, ha dettato le prossime linee guida di un partito che oggi viene dato all'1 per cento. Come si fa a dilapidare un patrimonio di voti (8 per cento) che l'Italia del Valori aveva non si sa, o meglio, bisognerebbe chiederlo al Tonino intervistato da Report. Ma oggi questa potrebbe sembrare una osservazione retorica. I più maligni potrebbero dire che l'Idv è rinato per non gettare alle ortiche il patrimonio che ha, ma a Ignazio Messina, sindaco antimafia, qualcuno disposto a dare credito c'è. Tolti di mezzo gli ex Udeur, i Margheritini baciapile e molto furbi, i democristiani di antica data, i destrorsi giustizialisti fino al plotone di esecuzione, i sindacalisti trombati e gli intellettuali in avanzato stato di decomposizione cerebrale, qualcuno un po' onesto e altrettanto idealista potrebbe anche esserci. L'importante, secondo noi, sarebbe che Messina prendesse una lente d'ingrandimento e iniziasse a studiare uno per uno i 1350 amministratori locali e i duemila dirigenti che l'Idv ha ancora sparsi nel territorio. Pigliasse molto sul serio i duecentomila iscritti alla community del partito che non sembrano voler gettare la spugna, e qualche idealista un po' perso che, con Di Pietro, non ha mai avuto spazio o, se lo ha avuto, lo ha sfruttato solo per i cazzi suoi. Particolare non marginale, l'Idv dispone ancora di 12 milioni di euro di rimborsi spese elettorali: 12 milioni di buone ragioni per non mollare. Da parte nostra, quello con l'Idv è un discorso chiuso da tempo. Una delusione così cocente difficilmente ci potrà ricapitare, delusione che ne ha portate appresso altre e molto più stordenti. Mannaggia a te, Tonino...

domenica 15 settembre 2013

PD. Una squadra di fotografi per rendere palese il voto segreto

Sembra veramente un film russo (con sottotitoli in giapponese) dei primi anni '60 o, se preferite, lo Tsai Ming-Liang di Stray Dogs, una storia talmente pallosa (per altro senza l'assunto artistico) che alla fine della proiezione tirare su le palle è un'impresa da ottava fatica erculea. Che i problemi di Silvio si riverberassero per intero nel Pd era cosa risaputa, ma che i democrat rischiassero addirittura di implodere sull'agibilità politica di Berlusconi rasenta la farsa, e una di quelle peggiori. Perché vedete, la prima domanda che ci poniamo, a prescindere da tutto e da ogni possibile considerazione di natura politico-strategica, è che cazzo di opposizione abbiamo avuto per venti anni. Eh sì, perché se il Partito Democratico rischia di spaccarsi sulla fine del principale nemico, vuol dire che al suo interno una buona parte dei dirigenti, sotto sotto, ha sempre fatto il doppio gioco. Insomma, 101 antiberlusconiani per finta. Girando le feste del partito però, gli stessi dirigenti hanno capito l'aria che tira e soprattutto si sono resi conto che qualora nel segreto dell'urna i loro capi dovessero ancora una volta salvare Silvio, i forconi sarebbero l'unica soluzione. E di finire infilzati da un popolo incazzato nero loro, i dirigenti, non ne hanno affatto voglia. I militanti, gli iscritti e i simpatizzanti del Pd stanno aspettando il giorno del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi, come il momento del redde rationem, dell'atto finale, della catarsi e della nemesi. I pidini vogliono vedere le carte del gioco dei personaggi che hanno eletto, perché brucia ancora più di una ferita aperta cosparsa di sale, quello che hanno combinato nella elezione di Prodi alla presidenza della repubblica. È un assurdo in termini ma le cose stanno proprio così. Milioni di votanti del Pd sono andati alle urne convinti che il loro partito non avrebbe mai governato con Silvio, questo fatto non sta proprio nel dna del Partito Democratico che non è nato per allearsi con i razzisti e i fascisti. Invece... e allora resta una sola occasione, il voto dell'aula di Palazzo Madama. I dirigenti pidini lo hanno talmente capito che perfino un moderato come Nicola Latorre ha iniziato a fare il fedayn mentre Miguel Gotor, senatore ed ex spin doctor di Piergigi Bersani è andato oltre. “Il clima nelle feste – ha detto il senatore – è brutto, davvero brutto. Non possiamo permetterci passi falsi per cui, al momento del voto su Berlusconi, dobbiamo mostrare l'indice sul pulsante a una squadra di fotografi compiacenti e poi pubblicare le foto sul web”. A questo punto il film cambia e si trasforma nei Tre giorni del condor, la spy-story di Sydney Pollack. Dopo la promessa mai mantenuta di Beppe Fioroni di mostrare ai giornalisti la foto fatta al suo voto a favore di Romano Prodi, il popolo del Pd non crede più a una sola parola dei dirigenti, così questa volta, ha pensato Gotor, bisogna mostrare le prove, far vedere a tutti che il Pd, almeno sulla cacciata di Berlusconi, è unito e compatto. E i militanti, a maggior ragione, hanno capito l'aria che tira, da quando il “gerente” Epifani ha avanzato dubbi sui 5S colpevoli, secondo lui, di stare tramando di votare a favore di Silvio pur di far ricadere la colpa sui senatori del suo partito. Ha messo, come si usa dire, le mani avanti per proteggersi il culo. Se Silvio si dovesse salvare la colpa sarebbe di Grillo che vuole spaccare il Pd. Tutti, allora, meno il Pdl (che nei franchi tiratori ci sguazza come una papera scema nel pantano di casa credendolo un laghetto), si dichiarano a favore del voto palese quando il regolamento del Senato non lo consente. Ma stiamo parlando di un fatto in itinere. Mercoledì la Giunta voterà e da quel momento si apriranno le danze. Musica maestro Verdini.

sabato 14 settembre 2013

Maria Stella Gelmini: “Una bimba di sei anni mi ha chiesto di dire a Silvio che gli vuole bene”. Pronto l'intervento di Telefono Azzurro

Sembra che sia andata così. Maria Stella Gelmini si trovava all'aeroporto di Fiumicino quando è stata avvicinata da una signora e dalla figlia di sei anni, Benedetta. Convinta che le volessero sputare in faccia per come ha ridotto la scuola pubblica, l'unica viaggiatrice del tunnel L'Aquila-Cern di Ginevra, è rimasta sorpresa quando mamma e figlia le hanno chiesto di esprimere al presidente Berlusconi, “stima, affetto e solidarietà”. “L'altraItalia”, quella che piace a lei e ai disperati del Pdl, ha prontamente twittato la ex ministra. In questi tempi bui, i pidiellini si attaccano a tutto pur di venir fuori dal pantano nel quale li ha fatti precipitare il loro capo. Sono disposti a inventare balle spaziali (cosa che fanno impunemente da venti anni) e vedere complotti dovunque allo scopo di dimostrare al popolo bue che esiste una sola vittima: si chiama Silvio di nome e Berlusconi di cognome. Il giornale del ballista principe, ad esempio, quello che per un po' di visibilità s'è inventato un attentatuni alla sua persona personalmente, oggi se n'è uscito con il complottuni europeo contro Silvio: “Cacciato perché contro la moneta unica”, è il titolo di apertura di Libero, e giù un articolo farneticante che manco il peggior mockumentary. Altro che farsa, questa è una tragedia in piena regola. Da Bruxelles ci fanno sapere che il Vecchio Continente sta uscendo dalla crisi e che in “quasi” tutti gli stati è iniziata la ripresa. “Meno che in un pugno di Paesi”, dicono i portavoce della UE. Indovinate un po' chi c'è in quel pugno? Domanda retorica, lo sappiamo. Stiamo vivendo un delirio che non è solo mediatico ma di sostanza. La Gelmini s'inventa berluschine di sei anni (le colpe dei genitori ricadranno sempre sui figli, povera bambina che invece di giocare con le bambole è costretta a difendersi già da piccola dal cacciatore di Cappuccetto Rosso); Sandro Bondi prega tutto il giorno e s'immagina in una cella intento a scrivere in rima le memorie del Capo, manco fosse il Marco Polo del Milione; Renato Schifani continua a lanciare avvertimenti che ormai non fanno più manco i capicosca della sua terra d'origine; Angelino Alfano non sa più cosa dire per tenersi stretto il posto di vicepremier da una parte e non scontentare il suo mentore dall'altra. E poi c'è Gianfranco Rotondi che ha fatto la proposta più lacrimevole e strappacore di tutti: “Se Silvio dovesse andare ai servizi sociali, nel settore che sceglierà e per l'intera durata del servizio io sarò con lui”, dimostrando finalmente che con una fava si posso prendere due pregiud... ehm, piccioni. E poi ci sono le berluschine maggiorenni, quelle che invadono gli studi televisivi senza pudore e senza vergogna, mentono sapendo di mentire. E fra loro la più berluschina di tutte, la pitonessa, la regina della selva oscura del Pdl: Daniela Santanchè. Probabilmente Danielona è riuscita a carpire a Padre Pio il dono della bilocazione perché altrimenti spiegateci come diavolo fa a essere contemporaneamente in tre studi televisivi. Uno dice “ma sono trasmissioni registrate”. Eh no, diciamo noi, perché le parole che dice e le offese che riserva a chiunque si metta sulla strada di Silvio sono sempre le stesse, scandite allo stesso modo e con gli stessi tempi. Sincronia? No, bilocazione. Però questi del Pdl vincono facile. Abituati a fare “buh!” e vedere i pidini darsela a gambe, oramai hanno capito che basta urlare un po' per zittire un nemico che in fondo in fondo, un nemico vero non lo è mai stato, tutt'al più un comprimario nel gioco delle parti. Le anime del Pd sono troppe per tentare di convivere, di fare fronte comune contro la vergogna, di essere finalmente un partito unito per il bene supremo della nazione. È piuttosto la riedizione della peggiore Democrazia Cristiana, ne abbiamo preso atto dopo che per anni lo abbiamo detto prima di Forza Italia e poi del Pdl. Ci sentiamo, in questa unica occasione, di convenire con Matteo Renzi il quale ha detto: “Se Martin Luther King fosse iscritto al Pd direbbe 'io ho un incubo'”. A fronte di mille puttanate giornaliere, alla fine quella buona scappa anche a lui.

venerdì 13 settembre 2013

Silvio: caccia ai franchi tiratori. Servono 43 senatori per salvarsi, non è detto che non li trovi

In questo momento, il voto segreto è l'incubo di Guglielmo Epifani e di molti pidini. Il rischio che Silvio trovi in aula i fan che gli permettano di restare a Palazzo Madama è altissimo. E non è solo una questione di numeri ma di mal di pancia, di frustrazioni, di patti segreti e segretissimi, di una consorteria innominabile (questa sì) che tira i fili di questo paese di burattini da un ventennio abbondante. Il ragionamento è semplice. Chi voleva il governo delle grandi coalizioni ha fottuto Romano Prodi il quale, una volta eletto Presidente della Repubblica a tutto avrebbe pensato meno che a un governo con Silvio dentro, a costo di allearsi con Belzebù in persona evidentemente ritenuto meno pericoloso. In 101 silurarono nel segreto dell'urna il Professore, stavolta ne basterebbero meno della metà per salvare Silvio. E Denis Verdini, il grande manovratore degli affari più sporchi di Silvio, ne è convinto. Con questo clima, mercoledì prossimo la Giunta per le elezioni si riunirà per votare (o meno) la decadenza del pluripregiudicato Silvio Berlusconi dalla carica di Senatore. Potrebbe anche votare a favore ma poi, il passaggio successivo sarà quello dell'Aula e qui i numeri conteranno davvero. E iniziano puntualmente i veleni. Di certo si sa che le manovre di Mario Mauro e di Pierfy Casini all'interno di Scelta Civica sono già iniziate. Dalla loro potrebbero portare una decina di senatori che comincerebbero a far scendere l'apparente monolite di quelli che vogliono Silvio fuori dal Senato. Poi ci sono i 5Stelle che, pur di dimostrare che viviamo in un Paese in cui contano gli interessi di pochi e invocare il ritorno alle urne (si dice), potrebbero dare una mano a Silvio, buttando così il bambino insieme all'acqua sporca. Non tutti i 5Stelle, ovviamente, ma lo zoccolo duro sì, quello dei fedelissimi di Beppe Grillo. D'altronde sarebbe un film già visto: i Five Stars farebbero la parte che fu della Lega e del Msi nell'affaire Craxi. Per finire, i 101 zozzoni del Pd che né BersaniEpifani Rosy BindiMassimo D'Alema Vuolter Veltroni si sono mai sognati di smascherare e punire con una sacrosanta espulsione dal partito. Matteo Renzi ci ha provato, ma è stata una finta. A questo punto la stabilità è un alibi, una scusa, un deterrente, proprio come le bombe atomiche prima di essere usate o i gas nervini che ammazzano bambini perché tanto un po' di vittime innocenti fanno sempre scalpore. Con la scusa della stabilità, un po' come avvenuto per il terrorismo, in questo paese si sono compiute vere e proprie efferatezze giuridiche e costituzionali, forzature mai viste, addirittura un cambio silenzioso del ruolo del presidente della repubblica senza che nessuno abbia mosso un dito. Non sorprenderebbe quindi più di tanto se Silvio dovesse essere salvato dal voto dell'aula del Senato per quella che si preannuncia come una solenne vittoria di Pirro: a ottobre scatta l'interdizione dai pubblici uffici. E allora o un anno o tre, affanculo, il Capataz se ne andrà. 

giovedì 12 settembre 2013

Silvio: “Non mi dimetto. Sono il più grande. Siete solo invidiosi”. Tiè!

Eppure potrebbe essere tutto molto semplice. Seguite questo ragionamento. I pidini nella Giunta per le elezioni bocciano la relazione di Andrea Augello. Prima del voto di decadenza, a questo punto scontato perché il Pdl lo ha inserito nella stessa relazione introduttiva, Silvio si dimette, se ne va da Palazzo Madama e sconta la pena restante di un anno ai servizi sociali (dove, fra parentesi, potrebbe rifarsi, fra dentiere e pannoloni, una verginità mediatica immensa). Nel frattempo i figli chiedono la grazia all'Innominabile il quale, preso atto della “buona volontà” del reo certificata dalle dimissioni, gliela concede senza colpo ferire e a stretto giro di decreto. Scontata la pena e ricreatasi una reputazione (come le mignotte che entrano nella Croce Rossa), Silvio potrebbe tornare a presentarsi illibato alle prossime elezioni, dopo aver atteso il tempo necessario che la Corte d'appello di Milano avrà stabilito con la nuova sentenza sull'interdizione. Non è affatto scontato, viste le condizioni venutesi a creare, che la Corte decida per l'interdizione lunga, quella che la Cassazione ha previsto in tre anni. Potrebbe essere “mite”: un anno. A questo punto resterebbero da verificare solo le condizioni di salute del Capataz che, a quanto dicono, sono ottime e simili a quelle di un ventenne fiaccato solo dall'eccessivo uso del testosterone. Tutto cambierebbe, niente cambierebbe, come avviene dall'unità d'Italia senza che nessuno abbia mai provato a porre un argine al gattopardismo viscerale delle nostre genti. Così sarebbero tutti contenti, un happy end memorabile: il Pd coerente; il Pdl non perdente; Silvio preoccupato solo delle avance della nostra amica casalinga pensionata di Abbiategrasso; l'Innominabile che ci ha messo l'ennesima pezza; i mercati che non fibrillerebbero più, e perfino Dudù che si è rotto le palle di portare ogni giorno il Giornale al fidanzato attempato e un po' fuori di testa della padrona. Il più felice di tutti? LettaLetta che potrebbe continuare a sedersi su una poltrona che ha iniziato ad amare più della moglie. Ma, come in quasi tutti i lieto-fine, una nuvola s'addensa all'orizzonte. È un cirro con tanto di nome, cognome e incarico: Matteo Renzi, sindaco di Firenze. Matteo sta mordendo il freno. Non ne può più di stare in panchina e, da quando il suo amico Enrichetto ha fatto intendere che correrà anche lui per la segreteria del Pd, non vede l'ora di sparigliare le carte. È irrequieto, un po' nervoso, tende a stare sopra le righe e ha aperto, di fatto, la corsa per la leadership del Pd. Iera sera, in quel salotto che più bianco non si può di Bruno Vespa, ne ha avute per tutti ad iniziare proprio dal Presidente del Consiglio, che ha accusato senza mezzi termini di essere un amante delle poltrone, peraltro immobile. Apparentemente critico sui contenuti dei provvedimenti del governo, Matteo sta recitando la parte che fu di Valter Veltroni nella caduta del governo di Romano Prodi; eletto segretario dell'appena nato Partito Democratico, Vuolter fece sapere a Mastella e a Dini che alle elezioni avrebbe corso senza di loro. Mastella, che ne sa una più del diavolo, gli rispose: “E 'sti cazzi?”, trasferendosi il giorno appresso tra le calde braccia di Silvio che lo stava aspettando con ansia. Ma Vuolter fece di peggio, distrusse con un colpo solo di Magnum 44 quello che rimaneva della sinistra storica. Matteo a questo non potrebbe mai arrivare, ma solo perché la Sinistra (non solo quella storica) non esiste più.
Intanto è iniziata a girare una voce maligna, talmente maligna da rasentare la perversione. Sembra che Silvio non voglia dimettersi perché propenderebbe a far votare all'aula di Palazzo Madama la sua decadenza. Mica fesso, il Capataz. Sà perfettamente che se il voto dovesse essere segreto, ci sarebbero 101 zozzoni del Pd disposti a salvargli il culo. Le vere mine vaganti di tutta questa sporca storia, sono ancora gli “anonimi” 101 zozzoni che hanno affossato Prodi per tutelare gli interessi dell'Italia dando vita alle larghe intese. Una vergogna per un partito che ambisce a guidare la nazione ma che, al massimo, potrebbe salire a bordo di una Topolino del 1936 e solo con la strada asciutta.

mercoledì 11 settembre 2013

L'Innominabile ordina i Bravi eseguono. Slitta il voto in Giunta. “Il matrimonio Pd-Pdl ha da continuare”

... altrimenti andremo tutti nella Valle di Giosafat, e sarà il giudizio universale”. Lo ha detto chiaro e tondo, ieri, l'Innominabile, mentre i componenti della Giunta per le elezioni andavano a riunirsi per l'ultimo saluto, dal sapore dell'addio, a Silvio. Siamo in piena repubblica presidenziale anche se la nostra Costituzione non la prevede come forma di regime possibile, anche se fino all'altro ieri il Presidente della Repubblica rappresentava poco più di un ufficiale dell'anagrafe. E per tutto il suo primo mandato, l'Innominabile questo ha fatto, limitandosi a mettere la firma sotto decreti che gridano ancora vendetta al cospetto di dio e dell'umanità dolente. Lanciato il monito, i guaglioni del Pd hanno ritenuto buono e giusto assecondare il desiderio del nonno e, d'accordo con i pidiellini che avevano completamente sbagliato l'approccio alla linea difensiva del Capataz, hanno corretto le richieste in corsa e ottenuto un altro, salutare rinvio (a giovedì). Il fatto è che in questa repubblica scalcinata e scalcagnata (lo spread spagnolo intanto è tornato sopra a quello italiano), tutto ciò che si discute pubblicamente non ha valore. Dopo venti anni di berlusconismo (che hanno praticamente svuotato e fiaccato l'essenza stessa della rappresentatività parlamentare) in cui le decisioni si prendevano ad Arcore o a Villa Certosa alla presenza di un Topolanek perennemente infoiato, l'abitudine di discutere le leggi e i provvedimenti nei luoghi deputati è diventata un optional stanco. “In Parlamento si perde solo tempo”, amava dire il più grande statista dell'epoca repubblicana, così, con i soliti quattro, decideva le sorti della nazione standosene con i piedi in ammollo nella piscina. Poi Fini lo ha lasciato e Silvio si è reso conto che o in quel Parlamento c'erano i numeri che gli permettevano i pediluvi o correva il rischio di tornarsene a casetta. In quel momento ha capito che, nonostante i fan pidini, non poteva sempre farsi i cazzi suoi. Purtroppo però, il “metodo Silvio” era già entrato di forza nel cuore dello Stato e allora, all'alba di un vecchio Quirinale, si è iniziato a seguirne gli esempi. Ecco Monti. Ecco LettaLetta. Ecco le moral suation. Ecco i moniti e i cazziatoni. Ecco il desiderio che si trasforma in volere. Ecco il popolo dei Bravi pronto a seguire il Capo fino alla fine perché, qualora non lo si fosse capito, questo matrimonio ha da continuare. Il lavoro sottotraccia dei diplomatici, quasi si dovessero trovare gli arsenali delle armi chimiche siriane, consiste nel convincere (con l'aiuto dei figli) Berlusconi Silvio a dare le dimissioni. Il passo successivo sarà quello della grazia che cancellerà la pena definitiva ma non quella accessoria. Per cui, niente più elezioni per il Capataz ma piena e totale agibilità politica. Insomma, Silvio sarà il Beppe Grillo di Forza Italia. Ci riesce semplice capire come i rinvii, che probabilmente si susseguiranno a oltranza, servono solo a far capire a Silvio che è meglio percorrere la strada delle dimissioni, perché un'altra maggioranza è pronta e non è detto che, come quella attuale, voglia continuare a tutelare i suoi interessi. La posta in gioco a questo punto, è solo la salvaguardia delle sue imprese. Silvio dovrà prendere atto (i suoi figli lo hanno fatto da un pezzo), che una crisi manderebbe a ramengo il suo impero già fortemente penalizzato in borsa dopo i rumors del “muoia Sansone...”. E poi diciamolo, al di là delle belle parole, i pidini non hanno nessuna voglia di tornare a votare. Dopo venti anni di totale asservimento, il fatto stesso di avere un democristiano di sinistra (sic!) Capo del governo, li ha ringalluzziti. LettaLetta lo ha detto: “Viviamo in un paese in cui la straordinarietà solitamente diventa ordinarietà”. Il fatto è che non vogliono pacificarci, solo normalizzarci. Buongiorno Italia...

martedì 10 settembre 2013

Caro Silvio, adda passa' 'a cuccagna...

Il fatto è che per vent'anni ha tenuto tutti per le palle. Strizzandole personalmente o facendole carezzare da altre come e quando gli pareva, Silvio è stato il padrone assoluto della politica made in Italy, disponendone da dittatore e ricorrendo a ricatti (e “Montecitorio-compravendita”) quando si è trovato in difficoltà. Non a caso, “l'ideatore della truffa allo Stato” (lo ha detto la Corte di Cassazione, mica noi), è incazzato come un toro andaluso in perenne astinenza sessuale con le nacchere che gli fracassano i cabasisi pure di notte, perché sembra che non funzionino più né i ricatti né la compravendita. Se è vero (purtroppo la nostra stima nei confronti degli uomini e delle donne del Pd è in una fase di forte discesa) che la Giunta per le Elezioni già stasera potrebbe votare sulle pregiudiziali di costituzionalità della “Severino” e sottoscrivere che no, non è una legge anticostituzionale, di fatto Silvio decadrebbe. Date le premesse, dobbiamo assolutamente attendere il tg della notte per sapere come andrà a finire, i 101 zozzoni qualcosa ce l'hanno insegnata e poi, non dire quattro se non ce l'hai nel sacco. Nonostante tutto, gli ultimi sondaggi danno ancora il Pdl in testa, la dimostrazione più evidente che qualche milione di italiani ritiene davvero Silvio un perseguitato politico come e più del Pellico ormai perso nei libri di storia. La frase pronunciata ieri a botta calda, dopo la decisione della Giunta di ritrovarsi stasera per votare sulle “pregiudiziali”, rappresenta in qualche modo la sintesi del berlusconismo traducibile in un solo verbo: mentire (transitivo e intransitivo, ausiliare “avere”, III coniugazione, modo infinito, tempo presente). Rileggiamola: “Sta andando in scena un omicidio politico (tutt'al più un suicidio visto che a eludere il fisco è stato lui). È una cosa vergognosa che questi del Pd mi trattino come un delinquente comune (non è il Pd che lo tratta da delinquente comune, lo ha semplicemente sentenziato la Corte di Cassazione). Se mi fanno fuori è un atto eversivo (l'unico vero atto eversivo compiuto in questo Paesea parte Gladio, la kossighiana strategia della tensione, la compravendita di parlamentari, il negazionismo e chi più ne ha ne 'Metta'), è stata l'elezione contra legem di Silvio Berlusconi che, da titolare di licenze pubbliche, non avrebbe potuto neppure presentarsi alle elezioni, figuriamoci diventare presidente del consiglio)”. E se qualcuno prova a dire che per venti anni è andato in scena il più grande conflitto d'interessi che la storia patria ricordi, sapete cosa rispondono i berluscones? “La colpa è del Pd che quando è stato al governo non ha fatto la legge”. Con chi avrebbe dovuto farla la legge, il Pd, con Violante, D'Alema e Veltroni? Di riffa o di raffa (come si dice in tutta Italia), Silvio Berlusconi ha terminato il suo percorso politico. Lo statista Berlusconi è finito e l'unico a non prenderne atto, purtroppo, è lui (la Santanchè non fa testo). E tanto per tenere viva la leggenda dei 101 zozzoni, RaiNews24 ha appena detto che il voto sulle pregiudiziali “forse slitterà a domani”. Fioroni sta festeggiando con un cappuccino doppia schiuma.

lunedì 9 settembre 2013

Silvio in ansia, oggi la Giunta. Attentatuni a Violante, quattro gocce d'acqua scambiate per Sarin

In un'altra nazione, la riunione della Giunta delle Elezioni del Senato si concluderebbe nel giro di pochi minuti. Dopo avergli ritirato il passaporto, a Silvio verrebbe anche annullata la tessera di Parlamentare della repubblica e amen, föra (versione corretta del termine secondo la Treccani) di ball. Invece no! Fra ricorsi alla Corte di Giustizia, revisioni del processo e, in subordine, domanda di grazia al Presidente della Repubblica, appello motu proprio a Papa Francesco, protesta al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, supplica alla Presidenza Mondiale di Amnesty International e istanza al WWF in qualità di unico sopravvissuto di una razza in via di estinzione, Silvio è ancora sulla breccia. Lo ha detto anche 'O Schiattamuort: “I giochi non finiscono qui” e ha prontamente candidato Roma alle Olimpiadi del 2024. Prima della decadenza effettiva del Cavaliere da senatore della repubblica, occorrerà attendere la metà di ottobre, questo il calcolo molto verosimile del FattoQuotidiano di ieri. Nel frattempo LettaLetta tirerà avanti annunciando riprese a ogni piè sospinto (Saccomanni ha parlato ieri di fine 2014 per un segno “più” pieno), mentre tutto il resto o non si muoverà perché, fateci caso, a fronte di annunci roboanti nulla si muove o, se accadrà, l'andamento sarà quello della Ferrari di Alonso di questi tempi: lento. Per saperne di più o, meglio, per capire come andranno le cose da qui in avanti, basterà attendere la fine della riunione di oggi pomeriggio della Giunta del Senato. L'aspetta Silvio, l'aspetta LettaLetta, la aspettano in tanti meno che gli italiani, i quali, a fronte dell'ennesimo attacco verso una giustizia giusta, fanno spallucce, non si muovono, non protestano, ancora rincoglioniti dal sole agostano di una estate da dimenticare. E proprio per alleviare le calure di Luciano Violante, ieri alla festa del Pd di Genova, un militante ha pensato di aspergerlo con un po' d'acqua minerale. Saputa la notizia, ci siamo immaginati un gavettone di proporzioni najesche, invece è stato solo un quarto di bottiglietta rovesciato sulla testa del più grande giurista degli ultimi 150 anni. E dire che, dopo aver sognato Palmiro che tentava di falciargli le gambe e di dargli qualche martellata sulle palle, il presidente Violante aveva fatto un parziale passo indietro affermando: “Inutile perdere tempo, per il caso Berlusconi non c'è niente da fare, deve mollare”. Evidentemente, la retromarcia è stata tardiva e quello che doveva essere un gavettone, si è trasformato in un semplice getto d'acqua under control. A proposito, come saprete, sempre ieri, a Cernobbio c'è stato lo show di Gianroberto Casaleggio. Fra un mare di ovvietà e una platea di politici che prendevano appunti, Gianroberto ha preteso che l'incontro avvenisse a porte chiuse (alla stampa naturalmente) per illustrare ancora una volta il suo ideale di mondo gaiano. Se non ci fosse stato l'americano Michael Slaby, “guru” della campagna elettorale di Barack Obama a rispondergli colpo su colpo, ci mancava poco che a Casaleggio il gruppo dei politici e dei banchieri in gita domenicale, non tributasse una standing ovation. Ma non perché condividessero il progetto casaleggiano di un mondo diverso, perché sanno che con i “radicali” loro vanno a nozze. Lo stesso trattamento lo avevano riservato a Bertinotti qualche anno fa, e tutti sanno che fine ha fatto il 35ore-Fausto. Con i radicali l'impresa è facile: basta lasciarli parlare, loro si riempiono di parole fino a soffocare. 

sabato 7 settembre 2013

La storia di Silvio e della “Lucertola di Gesù Cristo” dell'Amazzonia

Ci piacerebbe tanto commentare la vittoria di Gianfranco Rosi (Sacro GRA, un documentario, Leone d'oro) e il Gran Premio della Giuria a Tsai Ming-Liang alla Mostra del Cinema di Venezia, la 70ª in ordine di tempo, un risultato che premia il coraggio di Alberto Barbera (e su questo non c'erano dubbi), e dà un timido segnale di rinsavimento post-hollywoodiano, ma ci tocca parlare d'altro, riservandoci di approfondire il verdetto veneziano da un'altra parte, su altre pagine. E di chi deve parlare un soggetto reduce da quattro giorni di stacco (però non totale) dalle vicende italiote se non di Silvio? Altro che tormentone. Il fatto è che il Nostro, paragonato ai due “mostri” di cui sopra, si riduce drasticamente a livello di microrganismo: un insignificante figurante trasformato in protagonista da una pletora di accattoni che manco Pier Paolo (Pasolini). Silvio è antitetico alle idee stesse di cultura, di sensibilità, di emotività, del piacere unico che si prova guardando un bel film. Lui è una sorta di continuatore delle farse di Fatty Arbuckle (i lettori di Hollywood Babilonia avranno sicuramente capito il perché di tale accostamento), un personaggio che sullo schermo faceva ridere a crepapelle, ma che nel privato era un capo Unno di quelli che dove passava non cresceva più l'erba. Eppure siamo qui a parlarne ancora, senza ritegno, dopo una sentenza di terzo grado passata in giudicato, dopo le risate irrefrenabili di tutto il mondo civile e perfino della Lucertola di Gesù Cristo della Foresta pluviale dell'Amazzonia, quella che cammina sull'acqua, come dopo ogni aggiornamento delle vicissitudini del redivivo Pellico che, non a caso, si chiamava anche lui Silvio. Se non avessimo continuato a seguire le notizie della politica, avremmo pensato di vivere in uno di quei filmacci da cabaret di quart'ordine che piacciono tanto a Silvio (quello pregiudicato) e alle sue industrie e invece, purtroppo, la realtà supera di gran lunga perfino le battute più intelligenti di Checco Zalone. Tutto ciò è un delirio, con Domineddio che ricatta pure la perpetua di Don Abbondio, perché con il curato non c'è partita. E allora via con le minacce a LettaLetta, al di lui secretaire 6 Gennaio, al Birraio di Bettola che vorrebbe tanto imitare quello di Preston ma non ce la fa, e a tutto il Pd che, poverino, se fosse un soggetto vivente e non la sigla di un partito, starebbe tutto il giorno a farsi canne invece che occupare la scena politica di un paese alla frutta. Pensate, dopo aver ciurlato nel manico con la storia del ricorso alla Corte per i Diritti dell'Uomo, i geni del Pdl si sono inventati la revisione del processo, addirittura un nuovo processo che cancelli di fatto le tre sentenze già emesse (e passate in giudicato) e ridia una verginità da fedina penale illibata al più grande statista che la storia repubblicana ricordi. C'è da dire che la revisione del processo può essere richiesta. Spesso è accaduto con sentenze passate in giudicato ma di mezzo c'era una condanna all'ergastolo, mica a un anno di servizi sociali nel collegio delle Orsoline. La revisione è possibile, dicevamo, nel momento in cui intervengano fatti nuovi, emergano insomma novità o vengano sottolineati particolari ritenuti irrilevanti nelle prime fasi di giudizio. Ora, sapete qual è il fatto nuovo? Frank Agrama, che già dal nome è tutto un programma, non sarebbe l'occulto manovratore dei diritti televisivi alle stelle per creare fondi neri, ma uno stimato e rispettato mediatore cinematografico conosciuto in tutta Europa per la sua indiscussa e indiscutibile professionalità. Sembra che questo fatto, di per sé, possa comportare la revisione del processo a carico del Capataz. Nessuno ci crede ma sapete com'è... a casa di Pinocchio le menzogne non sorprendono più nessuno. Domani riunione della Giunta per le elezioni. Scommettiamo in un rinvio da record? No? In effetti...