Translate

giovedì 21 aprile 2016

Il caso D'Angelis/Raggi. Giornalismo 2.0? No, versione 2016 della macchina del fango

I fatti sono noti. L'Unità, organo d'informazione del PD renziano, pubblica il video di uno spot pubblicitario di Forza Italia (2008). Fra le comparse presenti nel filmato, il giornale crede di individuare Virginia Raggi, candidato 5Stelle alle amministrative romane. La Raggi smentisce con forza e, in effetti, la comparsa non è lei. L'Unità non pubblica la smentita (atto dovuto per i giornali che pubblicano notizie non vere) anzi, raddoppia e si giustifica. Il direttore D'Angelis dice, parafrasando Bogart: "Questo è il giornalismo ai tempi dei social, giornalismo 2.0". Omette per puro spirito caritatevole "bellezza", ma il senso è quello. In nessun modo, la velocità giustifica una falsità. Mai un giornalista dovrebbe pubblicare notizie non verificate, altrimenti non si parla più di giornalismo ma di "passa veline" agli ordini del leader di turno o, se si vuole, di "macchina del fango 2.0". A chiedere scusa alla signora Raggi, ha provveduto il presidente nazionale dell'Ordine, Enzo Iacopino, che ha detto: "Non lo fanno loro, chiedo scusa io alla signora Raggi. Ho esitato, è evidente, ma alla fine, pur consapevole che qualcuno si risentirà (uso un eufemismo), non sono riuscito a farmi una violenza capace di indurmi a tacere. Quanto fatto dall'Unità nei confronti di Virginia Raggi, non è informazione ma una vergogna. Sia chiaro, gli incidenti nel nostro mestiere accadono (un po' troppo spesso in verità).Ma si dimostra di avere la schiena dritta anche scusandosi, e non arrampicandosi sugli specchi contribuendo a pregiudicare la nostra già precaria credibilità".
D'accordo totalmente con il "nostro" presidente. Ci permettiamo solo un piccolo appunto. Qualcuno ha chiesto scusa al giudice Mesiano colpevole di indossare i calzini turchesi e all'ex direttore di Avvenire, Boffo, assatanato viveur omosessuale? Non vorremmo che, anche in questo caso, la colpa fosse del giornalismo 2.0, che spinse Belpietro, Feltri e Sallusti a pubblicare notizie non veritiere, cucinate per l'occasione.


giovedì 7 aprile 2016

L'agghiacciante intervista a Salvo Riina. La Vespa si è definitivamente trasformata in mosca

Alla domanda: "Cosa pensa di questa intervista?" Emanuele Schifani, figlio di Vito Schifani - un agente della scorta di Giovanni Falcone trucidata a Capaci - ha avuto un lungo momento di silenzio. Vespa, il collega Vespa, ne ha rifatta un'altra delle sue. Con la scusa del sacro, anglosassone, ferreo diritto/dovere dell'informazione, ha compiuto una delle più becere manovre di revisionismo mafioso mai fatte in Italia. Ci aveva già provato Canale 5 con "Il capo dei capi" ma, trattandosi di una fiction, la cosa passò allora in secondo piano. Ieri sera, Bruno Vespa ci ha fatto sapere, all'uscita del libro del rampollo della grande famiglia Riina, che Totò 'u curtu' era uno stinco di santo e che, il giorno della strage di Capaci, il mafioso più ricercato d'Italia e del mondo, se ne stava in pantofole a casa, a Palermo, a guardare il telegiornale e a leggere il giornale. Ma non solo, anche che lo Stato ha commesso un grandissimo errore ad arrestarlo, perché Totò, innanzitutto, era un padre. Insomma, la famiglia di quel macellaio che ha fatto sciogliere nell'acido un ragazzino, era un nucleo di brave persone intente a lavorare e andare a messa. Un lavoro pericoloso, perché con il tritolo non si scherza, e cercare di far saltare in aria lo stadio Olimpico zeppo di spettatori, una missione al di là di ogni possibilità umana ma non mafiosa. E meno male che il timer s'incantò, altrimenti staremmo qui a raccontare un'altra storia. Questa non è informazione e del figlio di Riina, che sente tanto la mancanza di un papà buono come il pane, a noi, sinceramente, non interessa una mazza. Quello che ci disturba, e pure tanto, è la colossale opera di disinformazione messa in atto da chi, in lunghi anni di carriera, ha ospitato nel suo salotto buono il fior fiore dei delinquenti, facendogli firmare anche un contratto. Ma Vespa li ha frequentati i corsi di deontologia promossi dall'Ordine?














martedì 5 aprile 2016

Perditempo, potenti, potentissimi e arroganti

Governare è maledettamente difficile, specie in Italia dove la suddivisione in "arti e mestieri" è la stessa che nel Milledugento. Gli interessi che si portano avanti, sono quelli che riguardano la nostra categoria di appartenenza; in poche parole l'interesse comune non esiste. Il popolo italiano, compreso chi scrive, è parcellizzato, una volta si diceva sclerotizzato, all'interno della propria attività lavorativa e quindi, di una personalissima categoria. Taxisti, farmacisti, notai, idraulici, medici e infermieri, pusher, agenti di pubblica sicurezza, personale ata, custodi di museo, escort, petrolieri, industriali, figli di..., imbianchini, tappezzieri, ceramisti, preti e perditempo (uno dice, che fai? Il perditempo. E già si è iscritto a una categoria), lottano con le unghie e con i denti per mantenere intatto il loro status. Guai a cercare di cambiare perché a tutti sta bene così.
Il governo? E' una porcheria se prova a toccare un privilegio consolidato nel corso di ventenni, trentenni, quarantenni e cinquantenni. Praticamente da quando l'Italia si unì (inno, alzabandiera e mano sul cuore, please).
Ultimamente, alle già mille e più categorie che compongono il nostro contesto sociale, se n'è unita una che esisteva già ma, apparentemente, senza la presunzione di dotarsi di uno statuto, un regolamento e una serie di norme attuative. Parliamo della categoria degli arroganti, quella che Treccani definisce "che tratta gli altri con insolente asprezza e con presunzione".
Direttamente proporzionale all'ignoranza, l'arroganza è immediatamente riconoscibile da chi la pratica, meno da chi si sente travolto da un mare di parole, spesso senza senso, che testimoniano solo una maggiore capacità verbale, solitamente non comprovante altrettanta professionalità e conoscenza.
I politici tutti, senza distinzione di sesso, età, appartenenza, studi primari e secondari, appartengono a questa categoria. Ma la cosa che ci fa impazzire, è quando se la attribuiscono a vicenda. Brunetta che dà dell'arrogante a Renzi è tutto da ridere, meno quando lo fa Cuperlo, perché con la sua aria da serial killer perbene, corre il rischio di sviarci. L'arroganza è quella sindrome psichiatrica che porta ad assiomi. Tutto quello che dicono è vero semplicemente perché lo dicono loro. Che poi si menta a ogni piè sospinto è un fatto che non riguarda i politici perché, domani è un altro giorno e quello che hanno detto oggi vale per oggi e non per domani.
Portatori sani della sindrome di Vercintorige, abbiamo sempre preferito i perdenti con l'onore delle armi, ai vincenti senza merito, quelli che pur di vincere pescano nel torbido, ché tanto quel pesce se lo mangeranno gli altri.
E vincere senza merito, è uno degli alibi possibili per disegnarsi addosso l'atteggiamento dell'arrogante, quell'essere viscido (e tremebondo alla prima folata di vento contro), che ti investe di parole alzando la voce perché la ragione non basta. Purtroppo, colpevole l'informazione soprattutto televisiva, l'arroganza è diventata un fenomeno senza più confini nobili, quelli delle aule parlamentari, ma mobili sì. Basta vincere, che so, le primarie del PD a qualsiasi latitudine, e ci si sente improvvisamente padreterni con il colpo in canna. Ma forse il PD è un caso a parte, perché anche quando si perdono...
Basta essere candidati sindaci, perfino di un paesello di trecento anime, e l'aspetto fisico cambia, cambiano gli atteggiamenti, cambia lo stesso rapporto con moglie o marito e figli, cambia la camicia e la cravatta, le scarpe ma soprattutto il modo di porsi. Il “io sono io e voi...” con quel che segue, diventa il motto di Cetto, buono per guardare dall'alto in basso chi su quella poltrona ti ci ha messo. Il potere logora chi non ce l'ha, ma anche chi ce l'ha (oggi) non è che stia messo tanto bene.


mercoledì 24 febbraio 2016

L'Italia dell'apparenza. Il diavolo veste sempre Prada

Se ti dicessi, “Non votiamo le tue cose perché non sono leggi ma malefatte”, e lo dicessi partendo da un principio inderogabile fatto di mani e cuori puliti, ti daremmo ragione. Anzi. Ti seguiremmo dovunque, perché sul concetto di onestà non si transige. Dicendo no a tutto e a tutti, dimostreresti in modo chiaro, alla Lapalisse, che con questa classe politica non hai e non avrai mai nulla a che spartire. Non ci crederai, ma ti daremmo ancora ragione. Non si dice sì a chi distrugge per decreto la dignità del lavoro. Non si dice sì a chi tratta i voti di Denis Verdini come una benedizione e non invece per quello che sono, escremento maleodorante. Non si appoggiano le leggi di un governo messo in piedi con chi, in questi anni, si è dato da fare con leggi e decreti per salvare il Lenone, e di qualsiasi provvedimento venga approvato se ne prende il merito restando miseramente al 2 per cento. Non ci si confonde con gentaglia e il problema non è sporcarsi le mani, ma dimostrare semplicemente coerenza.  Di tutto ciò, però, se n'è persa traccia. E allora, la simpatia che nasce spontanea con il tuo modo di voler essere duro e puro, si trasforma in rabbia e ci rendiamo conto che sei solo “chiacchiere e distintivo”. Prima te la prendi con i migranti, poi occhieggi alla mafia, poi lasci soli i tuoi adepti, poi dici che i rom ti fanno un po' schifo, poi dici di essere d'accordo con i diritti civili ma fai del tutto per segarli, dando la responsabilità, come sempre, agli altri. C'è un provvedimento da votare, si tratta di rispetto non di un subappalto dell'Anas. 
Ci sono decine di migliaia di persone in attesa che qualcuno le faccia sentire cittadini e non sottospecie umana. C'è il desiderio in questo Paese, di rompere finalmente la subalternità storica con la Chiesa. Lo dice il Papa “Non mi interessano i fatti della politica italiana” ma Giovanardi no, anche perché lui un po' Papa si sente. Anzi, un baluardo. C'è una legge, la cosiddetta Cirinnà, che è già il risultato di una mediazione a oltranza. Affermi che la voterai nella sua interezza, perché se si dovesse cambiare una virgola, tu non la voterai più. Il testo lo hai recepito in toto, nessun passo indietro quindi, e diventiamo finalmente un Paese normale. Poi, accade che il tuo programmatore preferito lasci libertà di coscienza proprio sul punto parificante della legge, quello sulle adozioni. E si comincia a sentire aria di bufala. Troppe volte hai detto sì che nel giro di una manciata di ore sono diventati no. È giusto non fidarsi, tu lo faresti? Di più. Se hai detto di voler votare la legge così com'è, perché non approvi il canguro che permetterebbe di mantenerla intatta e, successivamente, votarla come hai detto di fare? C'è qualcosa che non torna. Basta sentire il trio Lescano per rendersene conto. Dopo aver mentito spudoratamente sull'affaire Quarto, cercano di intorbidire le acque con giri di parole che non hanno senso. Fisiognomicamente glielo si legge in faccia che mentono, perché sanno di mentire, perché sono un partito normale di un Paese anormale in cui, per dirla tutta, ha vinto Alfano che ora dice di voler cambiare ancora. Eppure da vecchio democristiano dovrebbe sapere che in politica voler stravincere equivale all'inizio della sconfitta. Pensate, perfino i DC erano consapevoli che non potevano vincere su tutto. Se n'era accorto anche De Gasperi con la legge truffa, ma Alfano no. Volete sapere perché? Perché fa parte di un governo il cui leader dice che i voti sono come il denaro, non puzzano. La legge sulle unioni civili torna a essere, arrivati a questo punto, un altro esercizio di stile democristiano, quando i “titoli” dei provvedimenti erano roboanti ma dentro non c'era nulla. E, sull'apparenza, l'Italia ha costruito il suo destino. È proprio vero che il diavolo veste Prada.

lunedì 22 febbraio 2016

Noi siamo nati liberi

La questione è semplice e complessa nello stesso momento: non posso vietare a nessuno di essere se stesso. Non si tratta di giustificare gli omicidi di un serial killer o, addirittura, il genocidio. Stiamo parlando solo ed esclusivamente, della possibilità data a noi stessi e agli altri di poter vedere la luce del sole senza ostacoli artificiali. Viviamo in un paese che ha dato i natali a Niccolò Machiavelli e che, nel corso della sua storia, ha dato la possibilità alla Balena Bianca di governare 20 anni rappresentando tutti: l'ex, vero e unico Partito della Nazione, la DC. Non dobbiamo sorprenderci, quindi, se da noi si utilizzano tutte le occasioni per imporre il nostro modo di vedere le cose anche a chi delle nostre cose non frega una mazza. Chi tenta di fare ciò si definisce integralista, che è poi quello che utilizza tutti i mezzi possibili per imporre (anche con la forza), la propria visione della vita. Fin quando l'integralismo in politica si definisce con le figure spente e insignificanti di Stefano Fassina, di Carlo Giovanardi, di Angiolino Alfano detto Jolie, nessun problema. Il guaio si verifica quando si chiudono gli occhi di fronte all'ineluttabile, al rispetto dei bisogni di tutti, che poi si trasforma in rispetto e basta. "Rispetto" è un termine difficile, significa tutto e niente e perfino i mafiosi lo usano per definire gli uomini-uomini e non i quaqquaracquà. Per noi il rispetto è invece la forma primaria di convivenza, quella che si attua quando coscientemente camminiamo sotto la pioggia e tu per forza vuoi darci l'ombrello. Ma chi lo vuole il tuo ombrello, perdindirindina, rispettami, o no? Secondo qualcuno, in Italia non dovrebbe essere legge il divorzio, con buona pace delle mogli maltrattate e dei rapporti miseramente finiti: cazzo, mi sono sposato, mica sono stato condannato all'ergastolo! L'aborto: sono stata violentata ma che fa? Il figlio che sta crescendo in me è il frutto di un atto d'amore, salvo essere una suora e allora la pillola del giorno dopo va bene. L'eutanasia, che poi significa autodeterminazione: non voglio vivere come un vegetale, mi consenti di fare un viaggio di sola andata? La cremazione: se le mie ceneri non inquinano e non originano diossina, perché devo riempire centinaia di moduli e pagare fior di euro per essere disperso e togliermi dalle palle una volta per tutte? Viviamo, insomma, in un momento storico in cui nulla è ammesso semplicemente perché qualcuno si mette di traverso. Il tema delle unioni civili, ad esempio, è uno di quelli che non ci affascina. Preferiremmo discutere di Jobs Act, ma visto che non è possibile perché l'argomento è vecchio, tralasciamo. Ma ci chiediamo, e lo chiediamo ai ragionieri della politica, perché non si può vivere liberamente un amore, e perché viverlo deve significare per forza rinunciare a diritti che agli altri vengono riconosciuti? Il mondo ha fatto passi avanti da Polifemo ed è un assurdo in termini stare a limitare la libertà degli altri in nome di principi che sono solo nostri. Ma gentile Giovanardi, se lei non potrà mai amare un altro uomo a noi che ce ne importa? Stia con sua moglie e permetta a noi di vivere come meglio crediamo. In poche parole, ci rispetti. Quello che sta accadendo in questi giorni nell'aula di Palazzo Madama, è degno della Libia ma senza pistole. Due concezioni di Stato che si annullano mentre continua a vincere e a regnare il terrore dell'Isis. Ma si sa, fra i due litiganti di solito gode il terzo. Vuoi vedere che il terzo si chiama Bagnasco?

giovedì 18 febbraio 2016

I totem della destra italiota

Ed eccoli, tutti ordinatamente in fila dietro il sacro totem della destra. Che non è quella storica ma un ammasso indefinito di fasci, pseudo fasci, inter fasci, cattodem, cattopool, cattocatto e tutti accattoni.
Si stanno schierando, riacquistando forza e vigoria come se la storia non li avesse condannati, e la politica non si fosse geneticamente modificata. Sono tutti lì, alla stessa tavola elettorale, nella speranza di conquistare un punto decimale in più. Ma per far cosa? Governare un paese in piena autodistruzione, in attesa, come sempre, del Messia? No, solo per farsi i cosiddetti affari loro. Altrimenti non si capirebbe perché tutti puntano alla pancia dell'Italia e nessuno alla testa. Il cervello non c'è più, sostituito da una rete definita (questa sì) di microchip da comandare a distanza, perché un viaggio a Roma non vale più manco una messa. E anche se la messa la valeva Parigi, dopo il Bataclan neppure quello. Tante speranze deluse, dal primo Grillo al Renzi rottamatore di D'Alema (che continua a scalpitare come un incensiere imbolsito all'alba di un vecchio villaggio), e di tutta la politica che lo aveva segnato con un distintivo di Vittorio Veneto, quello dato ai reduci della Prima Guerra Mondiale. Tangentopoli ha avuto il grande demerito di affinare la corruzione e Fabio Rizzi non è che l'ultimo di una serie infinita di ladri. Insieme alla sua degna compare, Maria Paola Canegrati, taroccava perfino le dentiere. Non vorremmo che una di queste fosse capitata all'anziana signora aquilana vittima del terremoto e dentierata da Silvio. Sarebbe una beffa. E poi hai voglia di parlare di diritti civili in un paese comandato a distanza ravvicinata da Bagnasco. La velocità di comunicazione è oggi talmente elevata che il messaggio è arrivato dritto e chiaro perfino alla Casaleggio Associati, quell'azienducola che cura blog e sottoblog come fosse una clinica veterinaria e loro (i blog), animali schizofrenici. Casaleggio (sembra) ha detto ai suoi che votando la Cirinnà si sarebbe aperto un crepaccio con l'elettorato di destra. Lo scriviamo da un po' che dentro i FiveStars i fasci erano vivi e vegeti, solo un po' defilati. Ora la verità è venuta fuori e tutto il teatrino che ne è seguito, è la dimostrazione che della politica qualcuno ha imparato solo il peggio. Vecchie manovre democristiane che, in questo caso, puzzano di vecchio, di rancido, di stantio, di paraculesco, di machiavellico ma con tutto il rispetto per Niccolò. Di Monti, e della sua perorazione Merkelcentrica, parleremo un'altra volta, perché secondo il senatore a vita non-a-caso, con l'Europa non si discute, si eseguono ordini e basta. Napolitano è uno di questi esecutori a oltranza. Forse è per questo che non ne sentiamo affatto la mancanza. 

venerdì 16 ottobre 2015

Io, me e Un posto al sole. Perché cambio canale

Ebbene sì, lo confesso. Anch'io ho le mie piccole debolezze televisive, anche se, alla fine, non mi picco di vantarmi di seguire Rai Storia o Focus mentre, nella solitudine della mia stanza, mi sparo ogni mercoledì Squadra Antimafia o, il sabato, Tu sì que vales! Il rapporto che ho con la televisione è quello dello zappingman compulsivo che poi ora, con il digitale, è diventato ancora più frenetico. Osservo, guardo immagini, capto pensieri senza senso, ascolto commenti politici da quinta elementare, evito come la peste Bruno Vespa e Nicola Porro, stanco delle macchine del fango; non ho mai visto una puntata di Paolo Del Debbio né della cronaca a pagamento di Barbara D'Urso, però, per affetto-solo-per-affetto, seguo da anni “Un posto al sole”, soap che ho smesso di guardare da due settimane. Non creando dipendenza, la visione di Un posto al sole può essere interrotta in qualsiasi momento, e non perché come in Beautiful non succede mai niente e se perdi una puntata non ti sei perso nulla, semplicemente perché la trovo una soap diseducativa: in poche parole non paga mai nessuno per le colpe commesse. Vantandosi di essere una serie televisiva a sfondo sociale, allo stato attuale delle cose Un posto al sole si sta dimostrando invece una macchina da ascolti in grado di fagocitare tematiche apparentemente complesse. Ligia alla pubblicizzazione delle campagne contro domineddio (la sclerosi multipla, telethon, i pirati della strada, la camorra e piaghe sociali in genere), si dimostra meno sensibile per ciò che concerne la vita di tutti i giorni, i delitti spietati che avvengono all'interno delle diverse trame degli sceneggiatori, i colpi bassi che contraddistinguono alcune storie, le cattiverie a gogò che restano tutte, e dico tutte, impunite. Due casi su tutti, tralasciando per amor di patria quelli di contorno: Marina Giordano e Roberto Ferri. La prima ha ammazzato il marito, facendolo cremare per eliminare le prove del delitto. Oggi è una affermata imprenditrice, incensurata, straricca grazie all'eredità del marito defunto. Il secondo, cinico imprenditore al quale è impossibile dire di no altrimenti ti fa fuori, ha tentato addirittura di ammazzare la suocera grazie all'aiuto di un figlio che non vuole riconoscere. Il risultato? Indagini? Sospetti? Niente di niente, continua a mettere tutti nel sacco con mezzi e artifici da gangster della Magliana. E che dire di Elena, figlia di Marina, che tenta di appropriarsi delle imprese della madre avvelenandola, ma non ci riesce? Insomma, nessuno, in Un posto al sole, si è fatto mai un giorno di galera. Forse uno, Franco Boschi, giustiziere della notte 14 la vendetta. Allora, due settimane fa mi sono chiesto: ma è mai possibile che in una società civile nessuno paga mai per le colpe commesse? Questo che cos'è, un escamotage narrativo o lo specchio fedele dell'attuale contesto? In attesa che qualcuno mi spieghi perché pagano solo e sempre gli sfigati, Un posto al sole non lo guarderò più. 

mercoledì 14 ottobre 2015

Stampa e informazione. Italia: 73esimo posto nella classifica di Reporters sans frontieres, i più analfabeti funzionali del mondo per l'Ocse. Tutta colpa di Ignazio Marino

Mi piacerebbe trattare l'argomento “stampa”, ma occorrerebbe un saggio di almeno 836 pagine. Non ne ho né voglia né tempo anche se, quanto accaduto nei confronti del sindaco Ignazio Marino, merita almeno una riflessione. Parto da lontano. La situazione in Italia, stando ai numeri di RSF, ci pone al 73° posto nella statistica sulla libertà di stampa. Reporter sans frontieres sottolinea però come, in questo ulteriore crollo della stampa libera nel nostro Paese, le figure della criminalità organizzata da una parte, e le querele temerarie dei politici dall'altra facciano la loro porca parte. Le querele temerarie, come sicuramente si sa, sono quelle intimidatorie. Insomma, se dai una notizia suffragata dai fatti, il politico o l'industriale di turno ti querelano non perché smentiscono la prova, ma il giornalista che se ne è servito per compiere il sacrosanto diritto di informare. Nessun giudice darà mai ragione al politico o all'industriale, ma intanto la faccia è salva solo pronunciando la parola miracolosa, “querela”, che fa tanto figo davanti all'opinione pubblica. Tutto ciò nel momento in cui l'Ocse ci pone al primo posto della classifica sugli analfabeti funzionali (47 per cento), additandoci al pubblico, mondiale ludibrio, fra coloro che non capiscono il senso di un articolo di giornale e si fermano al titolo. Facile immaginare come un buon titolista (oggi si chiama copywriter) faccia la differenza. Infatti, assistiamo sempre più spesso all'assunzione del ruolo di titolatore da parte del direttore del giornale (Travaglio ha fatto un corso full immersion prima di assumere la direzione del Fatto), unico vero depositario della linea dettata da un editore che ha mille interessi meno che quello di fare un giornale veramente indipendente. L'Ordine dei Giornalisti ci chiama alla frequenza dei percorsi formativi, obbligatori per legge, e ci impartiscono sacrosantemente lezioni di deontologia. Ma, diciamolo, a me? E Ezio Mauro, Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti e Luciano Fontana, tanto per fare i nomi dei big, sanno cosa c'è scritto all'articolo 2 della legge istitutiva dell'Ordine? Prendiamo dunque atto che, se da una parte esistono i giornalisti-bersaglio della camorra, della mafia e della ndrangheta, dall'altra esistono giornalisti che lavorano con l'unico scopo di distruggere il competitore politico del loro editore. Due più due fa 73, il posto che ci meritiamo nella classifica mondiale sulla libertà di stampa. E veniamo a Ignazio Marino, il sindaco eletto democraticamente dai romani, che ha iniziato a togliere appalti, ruotato dirigenti, tolto piccoli e grandi privilegi ai vigili urbani, tentato di mettere in riga i tassisti, licenziato alcuni parenti di Alemanno, celebrato nozze gay quando era in corso il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, e chi più ne ha ne metta. Marino è stato eletto a dispetto del PD che non lo voleva, e vincere le primarie a volte porta sfiga. Ebbene, l'accanimento nei suoi confronti degli organi di informazione, rispondenti alle logiche più diverse, è stato devastante. Nessuno avrebbe potuto seraficamente sopportare gli attacchi ripetuti dei Cinque Stelle, ansiosi di governare una grande città, dei fascisti orfani del nullatenente Alemanno, dei forzaitalioti ormai ridotti al ruolo di cornacchie, di Sel che, in attesa di Pippo Civati, non sa più che pesci prendere (o forse sì) e infine dello stesso Oltretevere al quale Marino, che pure è cattolico, sta cordialmente sulle stole. Risibile la posizione del commissario del PD romano, Matteo Orfini, il quale, cinicamente, ha fatto sempre finta di difenderlo mentre lo stava democristianamente segando. Marino qualche cazzata l'ha fatta, ma parliamo di cazzate, stile quella di starsene in ferie mentre si svolgevano i funerali di Casamonica, ma nessuno potrà mai accusarlo di concussione o di peculato. Le persone libere danno fastidio e, questa volta uso il plurale, noi ne sappiamo qualcosa. 

martedì 11 agosto 2015

Ognuno ha chi si merita...


In Italia mettersi contro la chiesa non ha mai portato bene a nessuno. Ma non glielo ha spiegato Bossi?

venerdì 31 luglio 2015

Questi sono pazzi... La disinformazione al potere per qualche voto in più


I leghisti, lo sappiamo, sono pazzi. Ma la pazzia, quella vera, quella creativa e arricchente, si chiama follia, termine sconosciuto dalle parti di Orzinuovi, in provincia di Brescia (ma non avevano cancellato le province?). La demenzialità di questo annuncio è da denuncia penale per incitamento all'odio razziale e per delinquenza congenita. A ciò si aggiungano la spiata, la delazione, e, peggio che peggio, la disinformazione premeditata. E tutti, cervelli smerigliati al massacro, fanno sì con la testa senza considerare la fonte di simili bestialità. Quello che emerge, soprattutto da Facebook, in questo periodo, è la schizofrenia di chi difende (sacrosantemente) gli animali salvo poi accanirsi sugli uomini. Adolf Hitler era uno di questi. Complimenti, bastardi!

giovedì 26 marzo 2015

I 66 bisboccioni della Regione

Uno dice che vuole essere buono, tollerante, comprensivo, garantista, insomma umano. Poi legge un giornale qualsiasi e si rende conto che alcuni politici abusano del loro ruolo, potremmo dire status, per compiere nefandezze. Allora si incazza. Mai abituati a fare di tutta l'erba un fascio (i fasci ci stanno cordialmente sulle palle), cerchiamo di capire i fatti della vita e della politica adottando il nostro personalissimo metro di giudizio che ci porta spesso a un'unica considerazione: “I politici non sono tutti uguali”, fatto ormai assodato ma che ci induce a delineare una sorta di raptus da shopping compulsivo appena uno viene eletto. Quella del politico è una vera e propria sindrome da curare con lunghi periodi di recupero terapeutico, se non, in qualche caso, detentivo. Perché qualcuno dovrà spiegarci il maledetto motivo per il quale, una volta eletto, il politico di turno sente il bisogno irrefrenabile di acquistare lo yogurt a spese di noi contribuenti. E le sigarette? E il formaggio Philadelphia che non mangeremmo mai neppure sotto tortura? E che cazzo c'entrano i pranzi e le cene domenicali fatte con trenta persone al ristorante? Spese di rappresentanza familiare? Elettorale? Dimostrazione di potere con la carta di credito dell'Ente in cui siedi perché qualcuno ti ha votato? Caso ultimo, quello della Regione Marche con 66, diconsi sessantasei (manca un 6 per demonizzare il tutto) consiglieri indagati dalla Procura della Repubblica. Le accuse vanno da peculato al concorso in peculato, mentre spicca fra tutti il caso della consigliera dell'Italia dei Valori, Paola Giorgi. Accusata di truffa, la Vice Presidente dell'Assemblea Legislativa delle Marche, si è fatta rimborsare fino a 5500 euro per rimborsi chilometrici non dovuti. Ma il meglio di sé lo ha dato Marco Ricci, capogruppo del PD, che si è visto mettere sotto accusa per uno scontrino di 21,71 euro. Il Capogruppo avrebbe acquistato beni alimentari con la carta della regione perché sprovvisto momentaneamente di spiccioli: yogurt, vino San Crispino, Philadelphia e limoni sfusi. A difesa di Marco Ricci la considerazione che si nutre male, con poco e beve ancora peggio. 

domenica 15 febbraio 2015

Eugenio, me e l'anarchia

Leggo, sgomento, l'articolo di Eugenio Scalfari sull'ultimo numero dell'Espresso (pag. 138). Una delle menti più fertili della seconda metà del Novecento, riparte da un suo romanzo, Il Labirinto, uscito nel 1998, per affermare e dimostrare che "la verità non esiste perché ciascuno di noi ha una sua verità e crede che quella sia la verità assoluta, ma sbaglia perché è soltanto la sua". Da questo assunto, Scalfari inizia un ragionamento che lo porta a dire: "se ciascuno ha una sua verità, allora il falso non esiste. Ciò che è falso per te può essere vero per me". Su questa teoria dell'assenza della verità e della falsità si è basata l'intera ideologia del pret-a-portér berlusconiano, teorie da boutique insomma, non certo da agone politico. Per molti versi condivisibile, l'analisi di Scalfari crolla miseramente nel momento in cui tira in ballo l'anarchia affermando: "Qui nasce il pensiero dell'anarchia: gli anarchici proclamano appunto che la mia verità è soltanto mia e non tua e riescono a stare insieme proprio perché sono accomunati dalla stessa convinzione. Ma questa aggregazione - prosegue Scalfari - di diversi potrebbe governare una città, una regione, una nazione o addirittura l'intero mondo? No, non potrebbe se nessuno può decidere per tutti". Questo è il punto di maggiore disaccordo con il fondatore di Repubblica perché, come spesso sono i ragionamenti tanto al chilo dei cosiddetti intellettuali liberal, Scalfari dimentica, o fa finta di farlo, che esistono le verità condivise come esistono le falsità condivise (e in questo i berlusconiani sono dei veri e propri campioni). Le verità condivise degli uomini di Buenaventura Durruti o di Nestor Ivanovic Machno, ad esempio, erano infatti basate sulla comune visione della giustizia sociale, della libertà, del libero commercio, dell'alfabetizzazione, della pace e della mutualità. Che poi un militante anarchico potesse ritenere il verde solo il verde e un altro lo stesso colore come un derivato dell'unione del blu con il giallo, faceva poca differenza. Ciò che univa Bartolomeo Sacco e Nicola Vanzetti, uomini di cultura e sensibilità diverse, erano l'amore per la giustizia e il rispetto per tutti gli uomini, nonché un'avversione totale nei confronti di un potere violento che impiccava negri e immigrati con la stessa facilità con cui ballava il charleston. Scambiare uno spunto rivoluzionario per una semplice mancanza di idee, o per un difetto di comprensione dei concetti di verità e di falsità, mi sembra un ragionamento figlio dell'epoca in cui viviamo, che se scrivi un romanzo di più di 300 pagine l'editore non ti pubblica perché la gente vuole storie brevi e soprattutto semplici. Si tende, ma questo da sempre, a liquidare la questione anarchica vestendola del concetto di utopica e quindi inconcludente, irreale, irrealizzabile, quando fatti e momenti (pur brevi) della storia, stanno a dimostrare l'esatto contrario. E per finire una "verità scomoda condivisa". Cosa pensa Scalfari che unisca le popolazioni della Val di Susa se non la verità condivisa che la Tav (l'alta velocità) rappresenti un danno letale per le popolazioni oltre a uno spreco immane di denaro pubblico utilizzabile per altri settori della vita sociale? Pensa ancora, Scalfari, che le casalinghe dei No-Tav siano uguali per gusti e storia, ai ragazzotti che fanno saltare i cancelli dei cantieri? Quante presunte verità e altrettante falsità li porterebbero a posizionarsi su fronti diversi e contrapposti se non avessero una sola, unica, condivisa, verità? Il fatto è che la questione anarchica, da quel che mi è dato di capire, si risolve solo e sempre con un volo dalla finestra di una questura di una qualsiasi città italiana.

martedì 13 gennaio 2015

Non c'erano i russi né gli americani. I cinesi non pervenuti

Non c'erano i russi, non c'erano gli americani, non c'erano i cinesi. La più grande manifestazione per la libertà organizzata dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha “pianto” le assenze dei potenti. Gli altri c'erano tutti o quasi, mancavano gli emiri però giustificati perché sono loro i principali finanziatori del terrore islamico. Mancavano i russi perché marciare per la libertà, e per quella di informazione soprattutto, a loro prende male. I giornali dissidenti li fanno chiudere, i giornalisti dissidenti li tacitano con un colpo di pistola in faccia. Mancavano i russi perché se pronunci “Crimea” loro si indispettiscono e guai a molestare l'orso. Mancavano gli americani perché da un po' si sentono tutti sniper come se il mondo fosse un immenso bersaglio e loro i tiratori scelti in grado di far secca una mosca a cento chilometri. Mancavano i cinesi perché per loro la libertà di informazione semplicemente non esiste e se provi a scrivere freedom su un blog ti arrestano nel giro di tre minuti, il tempo di rintracciarti. C'era Netanyahu ma solo perché erano stati colpiti cittadini ebrei, altrimenti se ne sarebbe rimasto a rimirare il suo muro preferito, dimenticando che tutto questo casino ha un'origine e si chiama “questione palestinese”. C'erano tanti leader a Parigi ma a brillare perché non c'erano sono state loro, le grandi potenze mondiali.