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mercoledì 3 ottobre 2012

La Severino: “Niente norme salva-Ruby”. Il Pdl però trama nell’ombra mentre Fioroni vuole Casini e niente più.


Per assurdo, come spesso però capita in Italia, perfino l’affaire Batman Sfiorito potrebbe portare qualcosa di buono. Mettendo da parte lo schifo (e la vergogna) per l’ennesimo caso di allegra gestione della cosa pubblica, le acque stagnanti della politica italiota sembrano increspate da una ventata di onesta volontà di darci un taglio. La ministra Severino ha dichiarato, a scanso di equivoci, che nel ddl anticorruzione non c’è posto per una norma pro-Silvio. Però, andando a leggere attentamente le altre parole della responsabile della Giustizia non si possono non notare le aperture fatte al Pdl sulla corruzione fra privati e il tentativo, questa volta del senatore Andrea Pastore, di introdurre ancora una norma in grado di far saltare il processo di Milano. L’impressione è sempre quella che se non si salva Silvio, moriranno anche i Filistei e che la volontà di procedere speditamente verso l’approvazione del ddl, vada a cozzare contro la convinzione di Berluspony che “l’état c’est moi”. Più percorribile ci sembra la strada verso l’incandidabilità. In un Parlamento affollato da cento, diconsi 100, deputati e senatori indagati o condannati in primo grado, il rischio che alle prossime elezioni si ripresentino tutti per godere del privilegio dell’immunità è altissimo, e una norma che ne vieti la candidatura sarebbe un bel segnale nei confronti di un elettorato che ha raggiunto la soglia massima di tolleranza della nausea da politica. Nel frattempo, mentre nelle alte stanze della Repubblica si discute come trovare l’imbroglio una volta fatta la legge, le prime parole di Franco Fiorito dal carcere suonano come il de profundis nei confronti di un partito che più che una formazione politica è sempre stato il regno incontrastato dei quacquaracquà: il Pdl. Anche se qualcuno dovrebbe spiegarci come cazzo si fa a parlare al telefono con l’Ansa mentre la polizia penitenziaria gli sta prendendo le impronte digitali, Fiorito ha dichiarato: “C’è gente migliore qui in carcere che fuori nel Pdl”. E allora ce lo siamo immaginato, Fiorito, mentre gli inchiostrano una mano e con l’altra regge l’IPhone5 che ha appena avuto il tempo di comprare con gli ultimi soldi del gruppo Pdl alla Regione Lazio, e la scena non ci ha fatto né ridere né ci ha commosso. Ma tant’è. Dopo Formigoni e la ex capitale morale d’Italia, sul banco degli imputati c’è finita anche la regione della Capitale vera, segno tangibile che dove governa il Pdl, di trippa per gatti ce n’è anche troppa. Lasciando stare per amor di patria Errani e Penati, quello che sta accadendo nel Pd è purtroppo l’ennesima conferma della fragilità di un partito nato con grandi ambizioni e fermatosi lì: alla nascita. Ora si discute su come fare le primarie, sulle modifiche delle regole, sulla tessera dell’elettore di sinistra, sulle firme da raccogliere per presentarsi candidati. E mentre si sta facendo del tutto per far rimanere il solo Bersani a correre contro se stesso, da Beppe Fioroni, che iddio lo conservi, viene l’ennesima intemerata contro l’alleanza con Sel. La scusa ufficiale è che Nichi Vendola si rifiuta di appoggiare (come Bersani) un Monti-bis, quella vera è che a Fioroni non va proprio giù la proposta di matrimonio che Nichi ha fatto al suo compagno. SS (Sua Santità) ne soffrirebbe troppo e Beppe, di far soffrire i prelati, non ha alcuna intenzione. Per lui c’è il regno dei cieli assicurati e un cilicio appeso in bagno come l’accappatoio.


martedì 2 ottobre 2012

Perché non passa il decreto anticorruzione? Chiedetelo a Ruby.



Alla fine ci siamo decisi e lo abbiamo fatto. Abbiamo firmato l’appello di Repubblica per accelerare l’iter dell’approvazione del decreto anticorruzione che, come si può facilmente immaginare, è uno degli aspetti che frena gli investimenti stranieri in Italia oltre che essere una vergogna che manco il Burundi. Ieri, lo stesso presidente del Senato, Renato Schifani, ha solennemente annunciato che: “Farò di tutto per abbreviare i tempi del lavoro della commissione e portare il decreto in aula per l’approvazione”. Non aveva finito di dirlo che alcuni senatori, nella fattispecie il duo pidiellino Montagna-Galloni, un po’ come Mogol-Battisti, ha presentato tre emendamenti per far saltare il processo Ruby. Si deve sapere che,pur essendo entrato nel cono d’ombra della disinformatio, presumibilmente a dicembre ci sarà la sentenza di primo grado che dovrebbe condannare Berluspony per concussione e induzione alla prostituzione, anche minorile. Ora, presentarsi alle elezioni con un marchio simile e vincere sarebbe davvero un’infamia, ma per gli italiani tutti, mica solo per la giurisprudenza e l’etica. In poche parole, cosa stanno tentando di fare i maggiordomi del Cavaliere? È presto detto, allo stato attuale (articolo 317 del codice penale), la concussione c’è nel momento in cui “il pubblico ufficiale o l’incaricato di servizio pubblico, abusa delle sue qualità o dei suoi poteri per costringere o indurre a dare o promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità”. Scopo degli emendamenti è quello di ridurre la concussione a un mero fatto patrimoniale, il che significa che siccome Ruby non ha pagato Silvio per andarci a letto, vuol dire che tutto si riduce a un fatto di donazione di topa e tutti sanno che la topa non è paragonabile a una mazzetta di euro, anche se...Riassumendo, se Silvio avesse preso soldi, allora il processo avrebbe avuto ragione di esistere, ma siccome si è preso solo una parte anatomica, il tribunale non è abilitato a decidere un’amata minchia (è il caso di dirlo). Pare che questo incubo non debba finire. A volte ci sembra di vivere sempre in un paese dove gli interessi di uno contano infinitamente più di quelli della collettività. E se questo fatto si è verificato per vent’anni, non si capisce la ragione per cui debba continuare a perpetrarsi in eterno. La fregatura è che se si dovesse andare al voto di fiducia, siamo convinti che l’Udc e la Lega voterebbero contro, perché per loro anche la corruzione è un fatto di coscienza. Vero Trota? Vero Totò (Cuffaro)?

sabato 29 settembre 2012

Chiuso per 48 ore.

Ci sono giorni che non dovrebbero nascere mai. Sono quelli della fine di un pezzo della nostra vita. Eppure nascono e quando succede c'è bisogno di un po' di tempo perché venga la notte e ne risorga uno nuovo. 48 ore basteranno. Ci sentiamo martedì. Nel frattempo, pensate a come raggiungere Ascoli Piceno per "Due passi".

Cosa fanno 1000 persone che alle 24.00 comprano 1000 IPhone5 a 1000 euro l’uno? 1 milione di co...oni.


Oggi usiamo una vignetta presa da Facebook. Basterebbe questa per commentare ciò che è accaduto la scorsa notte davanti agli Apple Store d’Italia. Motivo di tanta frenesia, l’immissione sul mercato del fallico IPhone5, il must del Terzo Millennio. Servizio all’ora di pranzo del Tg2. Il giornalista lo lancia così: “Vediamo ora cos’è accaduto questa notte a mezzanotte all’apertura degli Apple Store. In vendita l’IPhone5”. Parte il servizio. La giornalista si avvicina ai ragazzi in fila e inizia la lunga serie di domande, sempre una, sempre la stessa: “Tu da quanto sei qui?”. Risposta di un ragazzotto mezzo addormentato: “Dalle sette e mezza di ieri sera”. Altra domanda: “Tu da quanto sei qui?”. Risposta: “Da mezzanotte di ieri”. La giornalista: “Hai dormito qui davanti?”. Risposta: “Ner sacco a pelo”. Domanda: “Tu da quanto sei qui?”. Risposta: “Dall’altro ieri, vengo da Catania”. Ancora: “E dove hai dormito?”. Risposta: “Non me lo ricordo”. Incredibili i siciliani! Cambia la domanda: “Cos’è l’IPhone5 per te?”. Risposta: “La vita”...e la madonna! Altra domanda: “Non ti sembra che costi un po’ troppo?”. Risposta: “Aho, ma che me frega a me, ho vinto alla Snai. Ho intascato i soldi e me so’ messo ‘n fila”. All’apertura dello Store, i commessi abbracciano tutti insieme, tutti commossi, il primo della fila, quello che probabilmente ha sostato davanti alla vetrina tre giorni e tre notti. Il ragazzo è emozionato, abbraccia a sua volta tutti, li bacia e poi, carta American Express Gold in mano, si avvicina al bancone e la scatoletta magica con l’IPhone5 si apre per mostrargli il gioiello dei suoi sogni proibiti. Ora, e non per fare i moralisti. Ci chiediamo che cazzo stanno a fare i minatori del Sulcis asserragliati nelle gallerie pronti a farsi esplodere. Ci chiediamo cosa cazzo sono saliti a fare sulla balconata del gasometro gli operai dell’Ilva di Taranto. Ci chiediamo cosa cazzo sono scesi a fare in piazza gli operai della Cgil e della Uil ieri a Roma, quando quelli della Cisl stavano a lavorare (“Non si proclama uno sciopero con un tavolo di trattativa aperta”, si è giustificato il casiniano Bonanni dai microfoni del Tg3), o in fila per l'IPhone5. Ci chiediamo, infine, se non avesse ragione Over the Topa quando tempo fa affermò solenne: “Ma quale crisi, in Italia ogni persona ha almeno due cellulari”. Ci piacerebbe riflettere su cosa abbiano nella testa i ragazzi italiani mentre i loro coetanei greci e spagnoli sfasciano vetrine e incendiano auto in attesa di quelli francesi che, considerato il piano economico di Hollande, li raggiungeranno a breve. Ci piacerebbe sapere dove cazzo hanno trovato 1000 euro i ragazzotti del servizio del Tg2 per comprarsi (cash) quello che ormai, evidentemente, non è più, o solo, un telefonino, ma la propaggine ideale del loro misero uccello, un transfert sessual-erotico-fallico che non lascia presagire nulla di buono, soprattutto rispetto al contenuto del cervello. Noi abbiamo un vecchio, mitico Nokia N70, un attrezzo che ai suoi tempi furoreggiò come pochi altri e costava davvero una manciata di euro. Il nostro cellulare per anni ha solo ricevuto, mai chiamato (problemi di ricarica) ed è arrivato a un punto tale che solo ultimamente, a causa di telefonate più frequenti, sta dando qualche problema di tenuta di batteria. Il nostro cellulare ci sveglia tutte le mattine alla solita ora, la sveglia è suadente, quasi tenera. Poi, se potesse, ci offrirebbe pure il caffè ma, siccome non può, si accontenta di starci vicino mentre lo beviamo. Svolge egregiamente il suo compito, che è quello di fare e ricevere telefonate. A volte fotografa, male ma fotografa, ogni tanto s’inceppa ma, considerata l’età e il tempo, ci sta. Il nostro cellulare è un telefono. L’IPhone5 che diavolo è, un self godeur da 1000 euro? Ha ragione Silvio: spende un fottio di affitti e di bollette ma almeno tromba con le donne, al contrario del vincitore Snai che probabilmente si masturba guardando il suo IPhone5 comprato notte fonda all’Apple Store.


venerdì 28 settembre 2012

Cervelli in pappa. La lotta a chi spara più minchiate fra chi governa e chi vorrebbe farlo procede serrata.



Fra chi ci governa, e quelli che vorrebbero farlo con tutte le loro forze, c’è una confusione totale. Un impoverimento di idee, di proposte, di etica e di morale che ormai ci rende un paese degno di essere ascritto nel pur nobilissimo Quarto Mondo. Solo ieri, fra il premier in corso e coloro che ne inseguono il ruolo e i privilegi, è stato un florilegio di scemenze che manco a “La sai l’ultima”, tutto lavoro per Blob che ovviamente non si perde una perla e ringrazia. Mario Monti. Parlando a New York il premier ha detto: “Se me lo chiedono, in circostanze speciali valuterò. Però non mi candido”. Il Professore parlava della possibilità di essere ancora lui a guidare il governo che uscirà dalle elezioni del 2013, dando a tutti l’impressione che gli piace vincere facile, diciamo un 3 a 0 a tavolino senza scendere in campo, una partita persa per abbandono dell’avversario. Insomma, Professore, se vuole governare perché non si candida alle prossime politiche sottoponendosi, come perfino la Polverini ha fatto, al giudizio popolare? Da questo orecchio Mario Monti sembra essere sordo come una campana, resta il fatto che comunque ci sta provando. È proprio vero che il potere logora chi non ce l’ha (o non ce l’ha più). Al premier hanno risposto a stretto giro di take sia Bersani che Berluspony. Il primo dallo chalet di Cesenatico dove stava sorseggiando una birra da solo, il secondo dalla presentazione del Grande imbroglio, l’ultimo best seller di Renato Brunetta. A questo proposito c’è da dire che Silvio ne ha dette di tutti i colori. Ha iniziato attaccando ancora l’euro definendolo “un imbroglio” e ha finito dicendo “Se la Germania dovesse decidere di uscire dalla moneta unica non sarebbe un dramma”. Nel mezzo ha avuto il tempo per svillaneggiare Brunetta sulla sua altezza (lui, il Nano Bifronte!), e di prendere una topica colossale sul Ferrara direttore del Foglio, che ha chiamato Giovanni invece di Giuliano. Insomma, un Berluspony completamente fuso al quale o qualcuno decide di cambiargli le bronzine o correremo il rischio di ritrovarcelo a presentare Sanremo al posto di Fazio con Nicole a far da valletta sfilando in lingerie. Intanto non passa la legge anticorruzione. Il fronte del no è larghissimo e ne fanno parte esponenti di quasi tutti i partiti politici. In questo paese non c’è modo di colpire in maniera esemplare chi corrompe e chi si lascia corrompere. E meno male che la Severino, appena insediata, aveva dichiarato a tutto il mondo che avrebbe inserito fra i reati penali anche la corruzione fra privati. Perla delle perle. Bocciata la proposta di legge che intendeva introdurre anche in Italia il reato di “tortura”. Sapete chi si è opposto? Il Pdl, la Lega e il partito del Moscone Verde, Pierfy Casini, l’Udc. Ma la chiesa, onorevole eminenza Bagnasco, che ne pensa?

giovedì 27 settembre 2012

La presunta estorsione di Dell’Utri a Berlusconi passa da Palermo a Milano. Delusi i giudici siciliani ma...



Ci sono momenti in cui occorrerebbe che la storia facesse il proprio corso senza intralciarne la volontà. La Storia, si sa, è maestra di vita e come tale in grado di assumere il ruolo anche della nemesi, anche del riscatto, anche della catarsi. I giudici di Palermo scoprono il flusso ininterrotto di milioni di euro che, dai conti di Berluspony finiscono direttamente in quelli di Marcello Dell’Utri. Questo fiume di denaro cash (si dice quaranta milioni di euro), diventa inarrestabile pochi giorni prima che la Corte di Cassazione emetta la sentenza che avrebbe potuto mandare Marcellino in galera, qualora gli fosse stata confermata l’accusa di “mafiosità”. Quel denaro, come poi scopriranno i giudici palermitani, servì a comprare una villa sul lago di Como pagata molto al di sopra del suo valore commerciale, una pezza d’appoggio utilizzata da Dell’Utri per acquistare anche una casa a Santo Domingo, dove poi attese la sentenza della Corte. In poche parole, se Dell’Utri fosse stato condannato, la giustizia italiana non avrebbe mai potuto mandarlo in galera perché nel frattempo, armi e bagagli, si era trasferito nella repubblica dominicana. Con il braccio sinistro di Silvio, era finita nel registro degli indagati anche la di lui consorte responsabile, a quanto sembra, del movimento di denaro dalle casse del Capo a quelle del maritino. Tutti quei soldi, sempre secondo i giudici palermitani, erano il pagamento di una estorsione che Dell’Utri avrebbe fatto al suo padrone per tacere sui rapporti economici che Silvio aveva intrattenuto, negli anni ’70, con noti esponenti della mafia siciliana. Come tutti sanno, fra Marcellino e i giudici di Palermo non corre buon sangue. Lo hanno tirato dentro a quasi tutte le inchieste che riguardano i rapporti fra mafia e politica e perfino nel “trattatuni” intercorso fra i colletti bianchi di Totò Riina e alcuni grand commis dello Stato. Un rapporto sfociato poi nella pesantissima accusa di essere un collettore di rapporti mafiosi al Nord, una specie di ambasciatore plenipotenziario o, se si preferisce, considerato il potere che ha, un nunzio apostolico. Inevitabile che gli avvocati di Dell’Utri tentassero di ricusare i magistrati ed altrettanto inevitabile, visto che i fatti imputati si erano svolti a Milano, che i fascicoli passassero dalla procura di Palermo a quella del capoluogo lombardo. Nei giorni scorsi si era espresso a favore del trasferimento lo stesso procuratore nazionale antimafia Aldo Grasso, e la cosa aveva causato non pochi malumori. Il fatto è che, nonostante la disperata resistenza dei giudici siciliani, tutto l’incartamento è stato trasferito a Milano. Sapete dove? Nell’ufficio di Ilda Boccassini. Quando si dice il culo...

mercoledì 26 settembre 2012

Monti non si candida. La Polverini non si ricandida. Forse è la volta buona che vince il Pd. Intanto è stato rinviato a giudizio Laudati, il procuratore insabbiatore delle escort.



Non si candida o ricandida nessuno. E questa è una buona notizia. Se non fosse che lo stesso desiderio non è stato purtroppo espresso da Berluspony, da D’Alema, da Casini, da Rutelli, da Veltroni e da Violante, potremmo dire che il sol dell’avvenire lascerebbe a ben sperare e invece... Sono tutti lì, pronti sulla linea di partenza, per intraprendere un altro mandato che, sebbene più “povero” dei precedenti, a lor signori non frega una mazza visto che i privilegi ormai se li sono portati tutti a casa. Renatina in tutta questa storia, continua a fare la parte della vittima designata, ha recitato il ruolo anche ieri sera a Ballarò. Nonostante Fiorito: “La governatora sapeva tutto”, madame Polverinì ha indossato gli abiti di Giovanna D’Arco (buone le battute di Bersani quando imita Crozza) e non ha alcuna intenzione di dismetterli anzi, sembra all’improvviso essere diventata la paladina dell’anticorruzione, un po’ come Totò Cuffaro dell’antimafia. Chiusa la parentesi Lazio, (si torna a votare e vedremo come la butterà), la notizia del giorno è quella del rinvio a giudizio per abuso d’ufficio di Antonio Laudati e del suo sostituto Giuseppe Scelsi, i giudici baresi che indagavano sull’allegro giro delle escort di Berluspony. I fatti sono noti e si riferiscono al 2011. L’allora procuratore capo Laudati avrebbe “aiutato Gianpaolo Tarantini e gli altri indagati nel medesimo procedimento a eludere le indagini avviate dal sostituto procuratore Giuseppe Scelsi nel procedimento in corso sulle escort portate da Tarantino a Palazzo Grazioli, nel quale era coinvolto quale fruitore delle loro prestazioni sessuali il presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Silvio Berlusconi, al fine di favorire indirettamente quest’ultimo preservandone l’immagine istituzionale”. Con Laudati e Scelsi, sono stati rinviati a giudizio anche quattro giornalisti pugliesi accusati di diffamazione. Adoperando i parametri berlusponeschi, Laudati e Scelsi sono buoni giudici, seri, onesti, competenti ed equilibrati. Quelli di Milano invece...

martedì 25 settembre 2012

Azzerata la Regione Lazio. Si rivota. Il pesce di nome Pierfy scarica la Polverini.



Il complimento più bello glielo ha fatto quel gran pezzo di galantuomo fascista che si chiama Francesco “Er Dux” Storace: “Cacasotto”, ha detto in perfetto francese all’ex sindacalista nera. Perché secondo lui, Renatina doveva resistere a tutti i costi, all’insegna e per rispetto del vecchio motto dei Figli della Lupa: “Boia chi molla”. I fascisti sono fatti così, gran pezzi d’uomini con il mito delle palle, qualunque esse siano, fisiche o di un moschetto fanno sempre il fascista perfetto. Stavolta però le palle non sono bastate alla Spolverini che, in una affollata e commovente conferenza stampa ha detto: “Ce ne andiamo da persone pulite e i farabutti a casa ce li mando io”, mostrando la mascella volitiva che fa tanto balcone di Piazza Venezia. Meno aplomb hanno dimostrato gli uomini (si fa per dire) del suo staff che, come spesso accade, se la sono presa con una telecamera notoriamente meno pericolosa di Fiorito-Batman, e soprattutto dotata di un fisico decisamente più sfilato dell’ex capogruppo del Pdl. “Che te pensi che nun c’ho er coraggio de spaccatte la faccia?”, ha detto il fascista in fasce Pietro Giovanni Zoroddu (capo di gabinetto di Renatina) al povero giornalista Dario Prestigiacomo dell’agenzia Vista. Che volete farci, i fascisti spintonano, sputano, insultano, tirano calci, schiaffi, pugni, minacciano con lo sguardo assatanato e le mani sudate chi non la pensa come loro, ma solo dopo aver appurato che fisicamente sono inferiori perché i neri, per chi non lo sa, si reputano anche intelligenti, poverini! Finisce così, con il pesce Pierfy che da democristiano di ferro ha pensato fino alla fine come comportarsi, il regno di Renatina in Regione Lazio, un regno voluto fortemente da Santa Madre Chiesa Cattolica d’Oltretevere e da una pseudo coalizione di sinistra che nel regno Vaticano presenta una mangiapreti e a sindaco di Roma l’inguardabile Cicciobello Rutelli, per la serie “a noi vincere non piace, governare costa troppa fatica”. Non poteva non farsi sentire la voce suadente e molto ingentilita del cardinale Bagnasco, capo dei vescovi italiani. Ha approfittato dello scandalo della Regione Lazio per dire tre cose. La prima: “Scandali inaccettabili. Via dalle liste politici chiacchierati”, a meno che le chiacchiere non si possano contestualizzare. La seconda: “Avanti con il governo Monti”, come se gli italiani ordinassero al Papa di eleggere Paperon de’ Paperoni presidente della Cei. E la terza, decisamente più incisiva delle altre due: “Il registro delle coppie di fatto avrà conseguenze nefaste”, che non c’entrava una mazza con quanto accaduto. A meno che, Fiorito e la Polverini...

lunedì 24 settembre 2012

Un pesce di nome Pierfy. Wanda, scusaci.



Alla fine, volente o nolente, vuole sempre essere l’ago della bilancia. Il suo collega di partito, onorevole Buttiglione, aveva appena detto che l’Udc avrebbe lasciato le sue poltrone nel consiglio regionale del Lazio, che Pierfy ha fatto sapere che lui ci deve pensare, ci deve ragionare, deve soppesare, analizzare, sintetizzare e poi decidere. Il maledetto vezzo democristiano di non prendere mai nessuna decisione, ma lasciare che il tempo decanti le situazioni, resta e resterà impresso per sempre nella mente del Cocorito di Forlani, altrimenti che Cocorito sarebbe? Lo stato dei fatti è questo. Oggi i consiglieri regionali del Pd si sono dimessi in blocco. Nel pomeriggio, a stretto giro di lanci d’agenzia, si sono dimessi quelli dell’Idv, di Sel e dei Verdi. Chi resta per il momento l’unico baluardo a difesa di Renatina? Ma l’Udc, of course, e che c’erano dubbi? Casini è Casini e se ripetessimo ancora una volta che nel nome sta il destino delle persone, non faremmo un cent di danno. Lui, sempre il Pierfy, è pronto a salire sull’ennesimo carro del vincitore, cosa che gli riesce abbastanza bene visto il fiuto affinato in anni di doroteismo d’accatto. Solo che stavolta ci si sono messi di mezzo i vescovi e, a meno che sua eminenza Camillo Ruini non gli abbia consigliato anche lui di staccare la spina agli encefalici dei pidiellini, la parola di Bagnasco e quella di Villani non bastano, soprattutto tenendo in considerazione che il cardinale Carrozziere non si è ancora pronunciato. Questa volta Casini non potrà neppure tirar fuori l’alibi della governabilità perché cosa è rimasto da governare in una regione come il Lazio, stentiamo a decifrarlo, men che meno a capirlo. Ha ragione Di Pietro quando dice che il controsenso esistenziale del centrosinistra non è l’Idv ma l’Udc. E ha ancora ragione il bucolico presidente dell’Italia dei Valori quando paragona il Pierfy al moscone verde attaccato al culo dei somari. La fregatura per Casini vostro è che qualche volta, da quel culo, non sempre esce acqua di colonia.

domenica 23 settembre 2012

I Pidini della Regione Lazio verso le dimissioni di massa. Inizia l’assalto al fortilizio Polverini.



“Il Pd è come il pidocchio della frutta. Ha capito che fa meno fatica a farsi ammazzare piuttosto che a impegnarsi per difendersi”. Non è nostra ma di Ascanio Celestini. Ci è tanto piaciuta la storia del pidocchio della frutta che abbiamo deciso di riportarla paro paro all’esperienza del Pd nella politica italiana. Voi direte “Ma che c’entra il Pd se Fiorin Fiorello Fiorito si è fregato una barca di milioni?”. C’entra eccome perché in Regione Lazio, in due anni, sono transitati 30 milioni di euro senza che nessuno dell’opposizione, e quindi anche Idv, Sel e i Verdi, abbiano mosso un dito per “scoperchiare il pentolone” (vecchia battuta di un marito cornuto qualche anno fa). Ora, tutti insieme appassionatamente, codesti partiti hanno deciso di far dimettere i loro consiglieri. Dice Esterino Montino, capogruppo pidino in regione: “Abbiamo avviato la raccolta di firme per le dimissioni dei consiglieri del Pd”. La speranza è che le firme che Esterino sta raccogliendo siano appunto quelle dei consiglieri e non degli iscritti al partito che potrebbero addirittura prendere a calci nel culo i loro rappresentanti distratti ma soprattutto inetti. Renatina Polverini, dal grido di dolore è arrivata alla difesa più arcigna delle posizioni sue e dei suoi colleghi mentre da Oltretevere ha tuonato il cardinale Bagnasco, presidente della Cei: “Si sentono cose vergognose”, al quale ha fatto eco il vicario di Roma cardinale Vallini che ha detto: “Abusi intollerabili”. Ci piacerebbe tanto sapere che indicazioni di voto ha dato la Chiesa ai suoi fedeli quando si è trovata a scegliere fra l’arcidiavola Emma Bonino e la nera non per caso Renata Polverini, vogliamo scommettere che i prelati hanno puntato tutto sulla nera? E ora, dopo che di sprechi ne hanno approfittato a iosa durante l’interregno di Berluspony, si dimostrano tutti innocenti come angeli e sorpresi come fichi secchi caduti dal pero (metafora surreale di un concetto concreto). In questo paese, prendiamone atto, c’è qualcosa che non va. Ieri Grillo ha dato degli infamoni ai giornalisti, proprio come Silvio, proprio come Maximo. Marchionne ha detto, dopo cinque ore di colloquio con il Professore, che la Fiat resterà in Italia, ha taciuto però sugli sgravi e sugli incentivi che l’azienda ha preteso dallo Stato. In questo paese, insomma, nessuno fa niente per niente. Perché dovrebbe farlo Fiorito? 

sabato 22 settembre 2012

A Milano arrestato un pensionato spacciatore. Voleva un po’ di soldi per andare ai Caraibi senza passare per Daccò.



Siccome ci siamo rotti abbondantemente i cabasisi di Renatina e di Franchino, di Massimino e di Piergigi, di Matteuccio e di Berluspony, almeno oggi che è sabato parliamo d’altro, anche se alla fine sempre loro c’entrano.
A Milano i carabinieri hanno arrestato un sessantenne che aveva addosso un sacchetto di plastica con dentro 50 grammi di cocaina. Sapete come l’hanno individuato? Il signor Umberto L., ex muratore, attualmente in pensione, si aggirava in via dei Missaglia, zona capolinea della metropolitana, visibilmente agitato. Si guardava intorno muovendosi a scatti e dando l’impressione di avere qualcosa da nascondere. I militi lo hanno adocchiato, si sono avvicinati, gli hanno chiesto i documenti e il signor Umberto è crollato: ha tirato fuori dalla tasca il sacchetto con la coca e lo ha consegnato ai carabinieri allibiti. La prima cosa che ha detto il pensionato spacciatore è stata: “Io con 400 euro di al mese non campo, ho trovato questa cosa facile facile e mi sono offerto di farla”. Interrogato sul perché avesse deciso di consegnare la droga ai carabinieri, il signor Umberto ha risposto: “Pensavo foste voi le persone alle quali dare il sacchetto”. Ovviamente è stato arrestato, ovviamente lo condanneranno per spaccio, ovviamente questo “favore” retribuito all’ex muratore costerà una cifra. Ci sono tornate il mente le storie assurde dei reduci del Vietnam, le condizioni penose (dal punto di vista umano e lavorativo) che si sono trovati a vivere in patria, il tentare di sbarcare il lunario accontentandosi di una qualsiasi opportunità gli venisse offerta, spaccio di droga compresa. Perché la disperazione può spingere, oltre che a fare gli homeless e vivere grazie alle suffragette, anche a spacciare droga o a vendere alcolici ai minorenni. Di queste storie, di anziani che spacciano, ormai se ne sentono sempre di più. Un po’ di tempo fa ne arrestarono uno che smerciava direttamente in ospizio, poco prima avevano arrestato una vecchietta che teneva in casa l’hashish del nipote, la fregatura fu che la signora non aveva nipoti e i finanzieri non si impietosirono. Ci sarebbe da riflettere lungamente sul signor Fiorito ma anche sul governatore lombardo che ama i Caraibi come fossero casa sua, per il momento ci accontentiamo di segnalare un fatto: si chiama disperazione e somiglia molto a metastasi che prima o poi invadono tutto il corpo, comprese le parti sane.

venerdì 21 settembre 2012

Fiorito non è un ladro. La colpa è del sistema che gli ha dato i soldi da fregarsi.



In poche parole Franco Fiorito ha detto: “È vero, ho gestito somme enormi. Rispetto agli incarichi ricoperti avrei dovuto avere 900mila euro, ne ho presi solo 800mila. Non ho rubato nulla, tutto è stato giustificato comprese le ostriche e lo champagne. Tutto rendicontato. Lo scandalo non sono io, la vergogna vera sta nel fatto che ho avuto tutti quei soldi a disposizione”. Insomma, come ha poi riconfermato la Renatina, la colpa è del sistema che mette a disposizione tali somme, non dei politici che le usano per comprarsi la Smart. È una versione anzi, una visione di un fatto ormai assodato. Non è vero che la politica costa, è vero che a costare sono i politici. Il che si desume proprio dall’affaire Fiorito il quale, se avesse avuto una coscienza civica, avrebbe dovuto rifiutare le somme messe a disposizione che lui pensava fossero eccedenti al fabbisogno e non sputtanarle, è il caso di dirlo, a tarallucci e vino. Conosciamo ex politici regionali che godono di vitalizi dal giorno dopo che sono decaduti dall’incarico, che hanno usufruito sfacciatamente di aspettative per anni, che per fare politica non ci hanno rimesso un centesimo né sprecato un attimo del loro preziosissimo tempo. La sapete una cosa? Qualora Barack Obama dovesse perdere le elezioni, non prenderebbe un dollaro di buonuscita manco se si ritrovasse nel centro di Manhattan a chiedere l’elemosina. Tony Blair, dimessosi da primo ministro, campa tenendo conferenze a pagamento e scrivendo saggi di politica e di economia. Jimmy Carter, finito il mandato di presidente è tornato a coltivare le noccioline. Helmut Kohl, terminato il cancellierato, si è messo addirittura a fare il nonno a tempo pieno. Margareth Thatcher è diventata consulente di imprese multinazionali, Bill Clinton ha scritto un libro, ha creato la sua fondazione e gestisce i soldi che gli arrivano dai diritti d’autore facendo beneficienza. Qualcuno sa che fine ha fatto Sarkozy? Ouì, litiga tutti i giorni con Carlà che si è rotta le palle di avere fra i piedi un pensionato nullatenente e un po' rinco. L’Italia è l’unico paese al mondo che ha i senatori a vita, che ogni presidente della repubblica che termina il mandato diventa “emerito” e siede, fino a che la morte non arriva a compiere il suo dovere, in senato. L’Italia è il paese che se un politico viene trombato alle elezioni, corre per le amministrative e un ruolo di assessore o addirittura di presidente di regione o di provincia non glielo nega nessuno. L’Italia è il paese in cui se un politico non riesce ad accaparrarsi almeno uno degli incarichi di cui sopra, viene sistemato nelle partecipate, nelle municipalizzate, nei consigli di amministrazione di qualsiasi entità purché ci sia un gettone di presenza. L’Italia è il paese in cui si resta in Parlamento vita natural durante e se qualcuno prova a dire “ e mo’ basta” si becca del fascista o del grillino, ché tanto per D’Alema e Bersani fa lo stesso. L’Italia è un gradissimo paese e questo non ce lo toglierà mai nessuno dalla testa, il problema è che purtroppo è pieno di teste...di minchia.

giovedì 20 settembre 2012

La classe di Obama da Lettermann e le lacrime della Polverini in consiglio regionale: “Abbiamo superato la soglia del ridicolo”. E meno male...



Abbiamo visto Barack Obama da David Letterman. Nonostante le domande puntute dell’anchorman più famoso degli Usa, il Presidente non si è scomposto, non ha dato dei coglioni agli americani che non votano per lui, non ha dimenticato agende alla Casa Bianca, non ha ruttato, offeso, alzato il dito medio, scorreggiato, dato del frocio a Romney e soprattutto non ha detto che le repubblicane puzzano perché non si lavano. Ha detto che il presidente di un grande paese come gli Stati Uniti è un buon presidente se si occupa di tutti i cittadini non solo di una parte, ha detto che dalla recessione si esce insieme, contribuendo ciascuno secondo le proprie possibilità, ha difeso l’istruzione e la sanità e esaltato il ruolo del ceto medio. Ha detto che gli americani sono dei gran lavoratori, che non sono sfaccendati, rubagalline, mangiapane a tradimento, bamboccioni, perditempo matricolati. Ha difeso la sua politica che tende a mettere sullo stesso piano tutti i cittadini, criticando elegantemente quella repubblicana che invece vuole tutelare solo i ricchi. Mentre ascoltavamo Barack Obama, un presidente che abbiamo continuato ad ammirare anche dopo le critiche che gli sono piovute addosso dopo la sua elezione, come in un flash ci sono comparsi davanti agli occhi Formigoni e la Polverini, Gasparri e Bossi, Scajola e Brunetta e ci siamo detti: “Ma ‘sti cazzi!”. Eppure è così, eppure in Italia accade che Fioroni non vuole che Vendola partecipi alle primarie della coalizione perché ha provato a dire che Sora Elsa, sull’articolo 18, ha fatto un sacco di cazzate. Ma possibile che nel 2012, dopo venti anni di Berluspony forever dobbiamo ancora fare i conti con teste di cazzo simili? Eppure è così, la nostra dannazione continua nonostante Matteo Renzi de’ Medici, nonostante la bonomia di Bersani, nonostante D’Alema stia ancora brigando per far pagare a Mediaset lo 0,50 per cento di concessioni invece dell’1 per cento del suo bilancio, roba da far tremare i polsi al conte Dracula. A proposito della Polverini. Sembra che la governatora del Lazio si sia incontrata con la ministra dell’Interno per parlare di dimissioni e di elezioni anticipate. Apriti cielo. Sono insorti nell’ordine Gasparri, la Meloni e Gnazio che si sono precipitati dal Nano Bifronte in crociera per dirgli di convincere Renatina a non dimettersi. A perdere anche il Lazio loro non ci stanno proprio, chi gliele paga altrimenti le ostriche annaffiate con lo champagne e la Smart a mezzo servizio?