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domenica 3 novembre 2013

Gli italiani con la cultura non mangiano. Con Pompei ed Ercolano gli inglesi sì. Becchi e Silvio: amore a prima vista

Neil MacGregor, il direttore del British Museum, non sta nella pelle. A lui e alla struttura che dirige, la mostra su Pompei ed Ercolano ha fruttato 6 milioni di euro e fatto registrare mezzo milione di ingressi: la terza performance di sempre dopo i Tesori di Tutankhamen e l'Esercito di terracotta cinese. Il novanta per cento dei pezzi esposti sono arrivati direttamente dall'Italia, in prestito, e gli inglesi hanno saputo farli fruttare nell'unico modo possibile: esponendoli. Ma non basta. Il 25 e il 26 novembre, uscirà nelle sale cinematografiche di tutto il mondo un documentario sulla vita nelle due città distrutte dalla furia del Vesuvio, prodotto direttamente dal British e, a quanto si dice, già destinato a incassi record, proprio come Checco Zalone da noi. Si possono fare tutte le considerazioni del mondo, e tutte plausibili. Ma nessuno ci potrà togliere dalla mente che l'Italia è governata da gente che al massimo potrebbe sovrintendere alla cura di un pollaio e non nella parte del gallo. Aveva ragione Tremonti, con la cultura gli italiani non mangiano, ma con la cultura italiana gli inglesi sì, e anche abbondantemente.
È di questi giorni la notizia che Silvio di persona personalmente, ha telefonato al professor Paolo Becchi, teorico/teologo del M5S. Silvio voleva capire dall'inquietante personaggio che filosofeggia sulle bislacche teorie di Casaleggio, come fare a monetizzare (in termini di voti) la pancia degli italiani. Dopo una lunga interlocuzione, interrotta solo dai latrati di Dudù che si era fracassato le palle, il professore, con lo sguardo tale e quale a quello di Chucky, la bambola assassina, ha dettato alle agenzie: “Oh, brava gente, Silvio è forte, lui ha capito il futuro. Il Pd è morto”. Grande Silvio, gli basta un telefono e la gente cade ai suoi piedi, e senza le Scapagnini Pills.

venerdì 1 novembre 2013

Caso Ligresti. La differenza fra un ricco e un tossico? I soldi

I ricchi sono tutti alti, almeno così appaiono. Sono dritti come un fuso, o il faro di Favignana, l'altissima torre sul mare che fa cucù ai romanticoni e ai barconi. I ricchi sono ricchi, lo dice la parola stessa. Frequentano salotti, bevono champagne, fumano Montecristo, non leggono un libro manco se li torturi, però sono ricchi, lo dice la parola stessa. Capita, ma solo ai ricchi, di finire in galera. Succede: incidenti di percorso. E succede anche che pur potendo godere del fior fiore dei principi del foro (inteso come buco), a volte i magistrati passano il bianchetto sui cavilli delle memorie difensive e spiccano mandati d'arresto. Succede, perché no, che il presidente del consiglio in persona telefoni in questura per far rilasciare un'amica: altrimenti che amico è! E accade che un ministro, che è meno del presidente del consiglio, ma conta pur sempre qualcosa, decida di intervenire, per scopi umanitari, nei confronti della figlia di un noto e chiacchierato costruttore-assicuratore-finanziere-banchiere-imprenditore ricco da far schifo, e intercedere per la sua liberazione. Così, si arriva alla dimostrazione del teorema che i politici hanno anche loro un'anima e un cuore, ma che li attivano solo in qualche caso, non in tutti perché sarebbe un feuilleton. 
17 luglio 2013. Sono trascorse solo poche ore dall'arresto di Salvatore Ligresti e dei suoi tre figli, che Gabriella Fragni, la compagna del ricco da far schifo, alza il telefono non per chiamare gli avvocati di famiglia, ma direttamente il ministro della Giustizia. Anna Maria Cancellieri risponde: “Comunque guarda, qualsiasi cosa io possa fare conta su di me, non lo so cosa possa fare però guarda, son veramente dispiaciuta”. E ha concluso la telefonata con la Fragni affermando: “Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate complimenti, guarda, non è giusto, non è giusto”. E la Cancellieri è intervenuta immediatamente, “sensibilizzando” due vice capi dell'amministrazione penitenziaria, sulle condizioni di salute di Giulia Maria Ligresti che soffriva di anoressia. Il 28 agosto la figlia di Ligresti è stata scarcerata. I ricchi sono ricchi, lo dice la parola stessa. E se un ricco piange, i politici intervengono perché di Gabriele Cagliari ne è bastato uno. Allora sono tutti lì, pronti a dimenarsi a scopo umanitario pro-ricchi, ma non per impedire che i profughi siriani di Lampedusa siano iscritti nel registro degli indagati per immigrazione clandestina. I ricchi sono alti, almeno così appaiono. Alle loro altezze l'aria è rarefatta e anche le foglie degli alberi, come dimostrano le giraffe che le cercano affannosamente perché sono più tenere.
Li ricordate gli altri ricchi, belli, patrioti e salvatori della patria? Gli amici miliardari (in euro) del Capataz accorsi al capezzone dell'Alitalia? Stanno scappando tutti. Ieri nel tardo pomeriggio, ha mollato anche Colaninno. Che coraggiosi, i capitani ricchi di Silvio! In pochi anni di gestione hanno accumulato un altro miliardo di euro di passivo. Ma loro sono belli, ricchi, coraggiosi, alti come giraffe (quelle davanti) e mangiano foglie tenere.  

giovedì 31 ottobre 2013

Halloween: la notte dei Silvi viventi

Li avete sentiti ieri i pidiellin-forzaitalioti dire che mai, in sessant'anni di storia della Repubblica, il Senato ha adottato il voto palese per autorizzare provvedimenti contro i senatori? Come sempre, quando parlano i pidiellini trattasi di balla colossale. 13 maggio 1993. Il Senato viene chiamato a decidere sull'autorizzazione a procedere per il senatore Giulio Andreotti, richiesta dalla Procura di Palermo per mafia. Il Senato vota più che palesemente, lo fa per alzata di mano, tutti i senatori alzano la manina, o la tengono abbassata, per deliberare sulla sorte di Belzebù. 20 giugno 2012, poco più di un anno fa, la stessa sorte toccherà al senatore Luigi Lusi, l'ex tesoriere della Margherita, per il quale i magistrati avevano chiesto addirittura l'arresto (eseguito). Sapete chi era il presidente del Senato in quella occasione? Renatino Schifani, che oggi tuona contro la violazione del regolamento. Per Lusi non ci fu l'alzata di mano ma il voto per appello nominale. Berlusconi non è, quindi, né un eroe né un martire. Né, in tutta evidenza, può continuare a invocare l'eccezionalità della persecuzione giudiziaria nei suoi confronti, l'unica eccezionalità vera è che in Senato ci sieda e non che ne venga espulso. Dicono che sia furioso anzi, di più, furiosissimo. Ieri si sarebbe dovuto incontrare a pranzo con i ministri del Pdl ma, dopo il voto della Giunta per il regolamento, ha disdetto tutto e si è rifugiato nella dependance di Dudù per un piatto di Cesar selvaggina e tartufo. Il Cavaliere vorrebbe tornare immediatamente alle urne, senza modificare di una virgola la Porcellum, in modo da potersi scegliere uno per uno i deputati e i senatori di Forza Italia. Non sa, il Silvio vivente, che se andasse oggi alle urne verrebbe travolto da Matteo Renzi (gliel'ha detto 2232) e, anche se lo sanno i suoi, ormai colto dal raptus muoia Silvio con tutti gli italiani, Berlusconi ha deciso di andare fino in fondo, come disse Edward J. Smith, il comandante del Titanic (o Francesco Schettino della Concordia, fate voi). Bello il titolo di Libero questa mattina: “Lo vogliono in galera”. Uno potrebbe anche rispondere “perché, in quale altro posto lo vedresti?” Ma siamo in piena pacificazione, non si può.
Giunge notizia che il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, nell'agosto scorso, sia intervenuta per far uscire dal carcere Giulia Maria Ligresti. La ministra ha confessato al procuratore aggiunto di Milano, Vittorio Nessi, che lo ha fatto sì, ma per ragioni umanitarie. Giulia Ligresti, che già soffriva di anoressia, non mangiava più e rischiava di morire. Il procuratore aggiunto ha chiuso la faccenda con un “non luogo a procedere” perché “ non c'è nesso provato fra l'attivarsi della ministra e il rilascio della Ligresti”. Nulla da eccepire, ci mancherebbe, solo un piccolo elenco, questa volta di morti veri:
Cucchi
Aldrovandi
Uva
Gugliotta
Nahri
Fuad
De Marco
Midilli
Marsala
Smeragliuolo
e altri 990 detenuti morti di botte o per malattia o per suicidi in carcere. Che fregatura non chiamarsi Ligresti

martedì 29 ottobre 2013

Il ricattatuni di Berlusconi. Tranquillo Silvio, lo scriveranno anche i libri di Storia

Silvio "Stevie" Berlusconi
"Il voto sulla mia decadenza sarebbe una macchia sulla democrazia italiana destinata a restare nei libri di storia: il leader di centrodestra escluso così, con una sentenza politica che è il contrario della realtà, perché non si riesce a batterlo nelle urne...” . Il concetto di realtà per Silvio è sempre stato un optional. Lui non è vissuto sulla terra, percorso i nostri sentieri, respirato la stessa aria, bevuto la stessa acqua. Berlusconi ha sempre navigato in un mondo tutto suo, un macrocosmo che si è costruito e inventato di sana pianta durante l'intero corso della sua permanenza su questo pianeta. Profeta del tutto e del suo contrario, ha avuto con la gente un feeling che gli ha consentito di spadroneggiare per un ventennio, quintuplicando il suo capitale personale ma impoverendo mezza nazione. Invece di un balcone ha utilizzato la televisione; invece delle gracchianti radio dell'Eiar le voci dei suoi innumerevoli servi, maggiordomi, nani e ballerine. Silvio è stato l'uomo del pensiero fugace, dei sempreverdi in autunno, dei gabbiani affamati, delle falene impazzite, delle autobiografie di Mino Reitano e di Mike Buongiorno. Dicono che a tempo perso abbia letto Elogio della Follia del suo compare Erasmo, ma soprattutto i Diari di Benito Mussolini, anche se nell'edizione tarocca di Marcello Dell'Utri. I giudici di Milano, quelli della Corte d'Appello che hanno sancito la sua interdizione biennale dai pubblici uffici, lo hanno scritto chiaro e tondo: “Il ruolo pubblicamente assunto dall’imputato, non più e non solo come uno dei principali imprenditori incidenti sull’economia italiana, ma anche e soprattutto come uomo politico, aggrava la valutazione della sua condotta”. Il fatto è che del suo ruolo di “uomo politico” Silvio ha fatto scempio, un precedente unico in Europa perché nel resto del mondo ne abbiamo viste di peggiori. E ora, a conclusione di una vicenda che si sarebbe dovuta chiudere nel momento stesso in cui la Cassazione ha pronunciato il verdetto di condanna nei suoi confronti, Silvio ricatta impunemente e stavolta senza alibi né circonlocuzioni. È stato chiarissimo: “O resto in Senato o cade il Governo”. Punto. Senza possibilità d'appello. Il Pd, invee di reagire mandandolo dove dovrebbe andare perché sa benissimo dove dovrebbe andare, sta cercando di fare del tutto per trovargli un'altra sponda, e a cominciare da Renzi che: “Berlusconi? Abbiamo parlato per vent'anni di Berlusconi, ora basta”. Il Sindaco sa che se vuole acchiappare qualche voto dalla destra non può sparare contro Silvio, altrimenti corre il rischio di restare impallinato dalle sue stesse parole. Che personaggio il Renzi! Più lo sentiamo parlare e meno capiamo di quale partito stia ragionando ma soprattutto di quale paese vaneggia, visto che parla di sogni e di “mentalyst” come nell'imitazione straordinaria di Maurizio Crozza. Oggi l'ufficio di presidenza del Senato avrebbe dovuto decidere se adottare il voto palese o quello segreto per la decadenza di Silvio. Non si sa come, non si sa perché, tutto è rimandato a domani, quando finalmente il senatore del Trentino, Zeller potrà raggiungere Roma, magari in autostop. Sta andando in onda, nemici del Pdl, il più grande ricatto, lo potremmo definire “ricattatuni”, della repubblica, e state tranquilli i libri di Storia lo scriveranno a caratteri cubitali, dando in aggiunta e gratis, il suo giudizio definitivo sul significato di "pezzenti".

Angelino s'inchina al Padre. 46 milioni di comunicazioni italiane intercettate: mancano quelle di LettaLetta (che l'ha presa male)

Ci sono momenti nella vita di un uomo, nei quali è giusto rivoltarsi contro il padre. Soprattutto se in ballo c'è l'amore della madre/partito. Edipo ne sapeva qualcosa, 'O Shiattamuort è arrivato dopo ma si sta attrezzando. Per ora muovendo timidi passi, fra un po', chissà. Angelino Alfano ha innestato la retromarcia, ha interrotto “aspettatamente” il suo coito preferito, quello con il potere di risulta non avendo le palle per correre in proprio. Sapete, c'è chi, arrivato a cinquant'anni, continua a nutrire nei confronti del “padre” un sacro timore. Nonostante una vita autonoma, una famiglia, magari l'amante e il pied-a-terre, vive il rapporto con il padre in stato di totale asservimento, sviluppando una personalità schizoide da essere umano pensante incompiuto. Angelino rientra in questa casistica che comprende, ancora oggi, qualche milione di malati cronici che neppure la morte del competitor porterebbe a guarigione. Per chi ha il dono di interpretare le immagini e le movenze del corpo umano in una condizione data, che Alfano non aspettasse altro che una carezza di Silvio, per tornare a casetta scodinzolando onde tener compagnia a Dudù, lo si era capito il giorno del voto di fiducia al LettaLetta nel momento in cui Silvio disse solennemente: “Voteremo sì”. Poco ci mancava che gli scappasse una lacrima. E, avendo avuto in regalo dalla natura due occhi che più espressivi di quelli che ha non si può, la luce che apparve all'improvviso sul suo volto la diceva tutta su come sarebbe finita la storia. È bastato che il “padre” dicesse in consiglio di presidenza del Pdl che “Angelino sempre figlio mio è”, che il figlio, quasi prodigo, decidesse di non chiedere la parte della sua eredità e di restare in famiglia. Più che di calcolo politico, nel caso dell'ex segretario del Pdl si può, e si deve, parlare di totale mancanza di coraggio. Il padre morirà di morte naturale e lui lo piangerà al 'capezzone' fino alla fine.
Il Nipote (ce n'è solo uno non occorre specificare), l'ha presa veramente male. Lo ha considerato uno sgarbo e una scortesia che lo spingerà alla prossima riunione del G20, a mostrare la faccia corrucciata e la bocca a culo di gallina. Come a chi? A Barack Obama che ha, secondo il Nipote, una grave colpa: non averlo intercettato. Mettiamoci nei suoi panni. Snowden dice che in Italia la Nsa ha intercettato oltre 46 milioni di comunicazioni. Fra telefonate ed email, una massa incredibile di dati è entrata nel database dell'agenzia di spionaggio americana. Ebbene, non una telefonata né una email di LettaLetta sono state intercettate. Quasi un delitto di lesa maestà ma soprattutto l'esempio più facilmente e scientificamente dimostrabile che il nostro premier non conta una mazza. Proprio ieri sera, parlando con un nostro amico, abbiamo deciso di verificare se siamo ancora spiati. Da domani inizieremo a scriverci email piene di parole come “bombe”, “tritolo”, “C2”, “C3”, C4” e “Semtex” e di frasi senza senso. Poi descriveremo un piano d'attacco al cuore dell'economia mondiale e, giacché ci siamo, come mettere del bourbon nella lattina di Coca Light di George W. Bush per verificare se è davvero astemio o racconta balle. Ancora, abbiamo deciso di inserire (grazie a Google traduttore) termini arabi come “gnocca” e “pilu”. Se dovessimo veder girare intorno a casa nostra i furgoni della Fedex con un'antenna sul tetto, ebbene vorrà dire che siamo ancora spiati. Ma il massimo sarebbe se in piena notte fossimo svegliati da Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger e Bruce Willis che, oltre a massacrarci psicologicamente con la visione dei loro film, ci torturassero per sapere tutto dei nostri rapporti con Al Qaeda. Volete vedere che dopo questo post entreremo di corsa nel database della Nsa che manco il presidente del consiglio?

lunedì 28 ottobre 2013

Aung San Suu Kyi a Roma. Meno male che in Campidoglio non c'era Calderoli

Essere cittadina di Roma mi fa sentire cittadina del mondo”. Queste sono le parole che Aung San Suu Kyi ha detto ieri in Campidoglio, ricevendo la cittadinanza onoraria della Capitale dal sindaco Ignazio Marino. A Bossi e ai terun della Padania devono essere fischiate le orecchie, ma una bistecca d'orso e un fantozziano rutto libero, dovrebbero aver risolto il problema. Il capo dell'opposizione birmana, è reduce da un tour europeo durante il quale ha potuto ricevere personalmente i premi che in questi lunghi anni di arresti domiciliari (quindici) non aveva potuto ritirare. La San Suu Kyi è una di quelle donne che in questi anni hanno dimostrato che il coraggio, la coerenza, la fermezza, il sacrificio personale, sono doti che appartengono ormai all'ex sesso debole, visto che gli uomini hanno alzato bandiera bianca da un pezzo, e che tanto per riaffermare il loro ruolo di padroni del nulla, si sono dati allo stalkeraggio, spesso con femminicidi finali. Sono le donne che hanno dentro la forza delle idee, donne alle quali le rughe intorno agli occhi danno un fascino che nessun botulino potrà conquistare... a pagamento. Donne come Aung San Suu Kyi che non hanno bisogno del chirurgo estetico per tirarsi le pieghe dell'età stampate in faccia né di ricorrere a diete cervellotiche per infilarsi una 42. Sono semplicemente donne che fanno del coraggio, e di un ideale di libertà senza compromessi, l'unica ragione di vita. Quando le dissero che Michael Aris, un marito amato più di se stessa, stava morendo di cancro, le autorità birmane tentarono di convincerla a partire sapendo che non l'avrebbero mai fatta tornare in patria, dove era diventata un simbolo. Lei rifiutò di lasciare la sua terra consapevole che il lavoro che stava portando avanti a rischio della vita, non poteva essere interrotto, era l'unica speranza di un popolo oppresso da una dittatura sanguinaria. Luc Besson, che sulla vita di Aung ha girato un film, The Lady, ha detto: “Se riuscivo a capire anche solo un po' come una persona che pesava 50 chili era riuscita a tenere testa, da sola, a un esercito di 300mila uomini, ai generali della giunta militare, be' allora questo segreto avrebbe cambiato anche la mia vita”. Sorpresa, quasi intimorita da tutti quei figuri in giacca e cravatta, Aung San Suu Kyi nel momento in cui ha iniziato a parlare, ha dimostrato di che pasta è fatta. La voce ferma, gli occhi puntati negli occhi di chi la stava ascoltando, ha dichiarato ancora una volta, senza tentennamenti, tutto il suo amore per la giustizia e per la libertà, un messaggio che fra quelle mura, alla fine, è risultato anche stonato. Chissà perché parlare di Aung San Suu Kyi ci fa sempre venire in mente Anna Politkovskaja. Forse perché sono due donne che amiamo profondamente, forse perché hanno molto da insegnare, forse perché, se non fosse stato per le pressioni internazionali e il Premio Nobel, anche Aung sarebbe stata sparata in faccia da sicari governativi spacciati per delinquenti comuni e mai processati. Fortunatamente la leader birmana è ancora viva e il suo soggiorno italiano sarà brevissimo, chissà cosa avrebbe pensato ascoltando Calderoli dare del gorilla alla Kyenge

sabato 26 ottobre 2013

I cazzeggi del sabato. Il Pdl è morto, rinasce Forza Italia e i governativi berluschini disertano la presidenza. Ma qual è l'Italia di Renzi? E soprattutto, cos'è il Pd?

Doveva essere il giorno degli stracci e invece è stato il pomeriggio delle fughe. Con 19 lealisti su 25 componenti, i filo-governativi non avevano chance quindi, piuttosto che farsi tritare dai falchi, allupati come tigri del Bengala dopo una sniffata di curry, hanno preferito disertare la riunione-imboscata che Silvio aveva preparato dopo una notte insonne passata a far giocare Dudù con la pecora di pezza che il cagnetto si tromba in mancanza d'altro. Adottando le giustificazioni più assurde (Alfano aveva un appuntamento con l'oculista; Cicchitto, alias 2232, con il restauratore di cazzuole e con il sarto per il nuovo grembiulino; Formigoni era messa da monsignor Fisichella; Schifani alle prese con una pericolosa crisi di rigetto da parrucchino e Maurizio Lupi al cda della Compagnia delle Opere), i filogovernativi se la sono data a gambe coperti nientepopodimenoché dallo stesso Berlusconi che ha detto: “Ho dato io il permesso di assentarsi”, perché, per chi non lo sapesse, se Silvio non vuole che tu vada in bagno, o hai una prostata a prova di bomba, o sei destinato a inzupparti i calzoni e le scarpe e a rimediare una figura di merda. La prima battaglia l'hanno vinta i lealisti. Era facile prevederlo, ma non altrettanto facile era immaginare la loro assenza alla riunione della presidenza del partito. Azzerate tutte le cariche, i poteri assoluti in mano al Capataz (che non li ha mai mollati neppure ad Alfano che ha fatto sempre il Rockfeller), il via senza se e senza ma alla ricostituzione di Forza Italia, la riunione è andata come doveva andare. A nulla sono serviti gli appelli dei dissidenti per non arrivare allo scioglimento del Pdl. Non c'è stato nulla da fare, il Pdl è morto, abbasso il Pdl e via alla nuova Forza Italia. Dicono che dopo un lungo periodo di meditazione zen, la Santanchè abbia squarciato il silenzio delle stanze di Palazzo Grazioli con un urlo che ha fatto fuggire Dudù sotto il tavolo. Alla domanda “cosa diavolo ti è successo?” la pitonessa ha risposto: “Appena avete nominato Forza Italia ho raggiunto un orgasmo irrefrenabile”. Che è poi come la barzelletta di quello che era andato dal medico per farci curare l'eiaculazione precoce insomma, a non far accendere anzitempo il fiammifero. Giorni duri per il governo LettaLetta anche perché 'O Schiattamuort, che notoriamente non è una volpe, non sa più che pesci pigliare dopo aver sentito per l'ennesima volta Silvio dire che sarà lui a prendere il suo posto dopo la dipartita.
Dove e da chi abbia imparato Matteo Renzi a comunicare così tanto democristianamente da far girare le palle allo stesso Letta (il nipote) non si sa. Non risponde mai a nessuna domanda che non gli vada a genio. “Matteo che ne pensi dell'Imu?” Risposta: “Ancora sto cazzo d'Imu, parliamo dell'Italia”. “Matteo che ne pensi dell'Iva?” “Ancora sta cazzo d'Iva, ma parliamo dell'Italia”. “Matteo che ne pensi della decadenza di Berlusconi?” “Ancora 'sto cazzo di Berlusconi, parliamo dell'Italia”. Ma se non parli dell'Italia quando affronti l'Imu, l'Iva e Berlusconi, ma niente niente preferisci parlare della Francia? E facciamolo, basta che ci dai una risposta, una qualsiasi, anche tre parole in fila che però abbiano un senso.
E veniamo al Pd. Non sappiamo se qualcuno di voi si sia divertito a leggere “Chiedilo a Mike!”, che non è Mike Buongiorno, ma Moore il documentarista. Ebbene, leggendo Michael Moore sembra di stare in Italia e di trovarci di fronte al Partito Democratico di Bersani, D'Alema, Veltroni e compagnia cantando. Scrive Moore: “In questo momento mi sto ponendo le domande che si pone la gente. 'È vero che i democratici vanno a letto con l'orsacchiotto e tengono la luce accesa?' 'Posso far parte del collegio elettorale delle primarie anche se ho solo la seconda elementare?' e poi, 'Quanti democratici ci vogliono per perdere le elezioni più facili della storia italiana?'”. È proprio vero, tutto il mondo è paese. Democratico, ma paese.

venerdì 25 ottobre 2013

Roi Georges, il Pdl, Forza Italia e MarinaMarina. L'Italia guerrigliera di Brunetta studia le tattiche d'assalto

Diciamolo. Per quanto uno possa sentirsi e vedersi allo specchio un Re, c'è un limite a tutto. E siccome non viviamo in una monarchia assoluta ma in una repubblica parlamentare, il limite è prima di buon senso e poi costituzionale. Con l'aria che tira e gli stracci che volano in continuazione, spiegateci voi il senso di una convocazione notturna dei leader del Pd e del Pdl per discutere della riforma elettorale. Non bastavano i “saggi” né le riforme votate senza il voto richiesto dei due terzi del Parlamento, l'Innominabile ha voluto verificare di persona personalmente la volontà della maggioranzucola che compone il governo del paesicchio, per assicurarsi che qualche passo avanti, rispetto alla Porcellum, si farà. Il fatto è che il Pd e il Pdl, sulla legge elettorale sono praticamente d'accordo su niente. Se a Silvio si toglie l'esercito dei nominati, come diavolo farà a tenere per le palle deputati e senatori proni a ogni suo desiderio ma fino a un certo punto? Qualcuno potrebbe dire che Le Roi è intervenuto per impedire una pericolosa vacatio legislativa nel caso in cui la Corte Costituzionale dovesse ritenere (a dicembre) fuorilegge la Porcellum. In effetti il problema si potrebbe porre, ma non perché c'è il rischio che si torni alle urne il giorno dopo il pronunciamento della Corte, ma per il fatto che gli italiani si potrebbero incazzare sul serio rendendosi conto di aver dato il via a due legislature con una legge anticostituzionale, l'ennesima presa per il culo a una nazione che vede sfilare continuamente in televisione i più grandi evasori fiscali della storia repubblicana, un monito virtuale per la brava gente. Ieri sera a Trento, Beppe Grillo ha urlato che ha dato mandato agli avvocati del M5S di iniziare la pratica per l'impeachment dell'Innominabile. Speriamo che nessuno si sconvolga se diciamo, a chiare lettere, di essere d'accordo con il comico.
Guerra e guerriglia. Ma siamo seri, chi diavolo ce lo vede Brunetta nella giungla delle vie di Roma mentre applica la teoria del “colpisci e ritirati”, così mirabilmente descritta nel manuale del Che? Ma siamo seri, chi diavolo crede che MarinaMarina (un omaggio alla canzone di Rocco Granata composta nel 1959 e ricelebrata dai Gipsy King), non scendesse in politica dopo le sue continue presenze romane? Silvio non si fida di nessuno, figuriamoci d'O Schiattamuort o del condannato in primo grado Fitto che quando arriverà in Cassazione non potrà neppure dire di avere dieci milioni di italiani che lo votano. Oggi pomeriggio Silvio deciderà (a meno di repentini dietrofront ai quali ci ha abituato), di ripartire da Forza Italia. Questo significa l'azzeramento degli incarichi del Pdl, il defenestramento di Alfano, l'assunzione piena e totale, in prima persona, di tutto il potere all'interno del partito. Questo significherà che Silvio sarà il presidente unico e intoccabile e che il ruolo di candidato premier alle prossime elezioni, toccherà alla figlia prediletta. Silvio si è rotto le palle sia di Alfano che di Fitto, è stanco di farsi tirare per la giacchetta (Caraceni) dalla Santanchè e da Brunetta e non ne può più delle laudi di Bondi. Parte la Berlusconi Dinasty, e sarà un altro bellissimo incubo.

giovedì 24 ottobre 2013

Ma come si fa a non essere faziosamente antiberlusconiani? Ennesimo rinvio a giudizio per Silvio. A Napoli. L'11 febbraio 2014 la prima udienza

"Senza titolo" di Giuseppe Piscopo
Siamo faziosi, lo siamo sempre stati. Lo siamo per lo sport, la vita, il lavoro, la politica, le donne, gli amici, i compagni di strada, gli sfigati e i clochard. La faziosità prevede la passione non l'ottusità. Lo si diventa quando si costruiscono certezze e ci si convince di stare dalla parte giusta: ovviamente parliamo di ideali, non di marchette. Così, nel tempo, siamo diventati faziosi nei confronti dei grandi voli di pensiero, di qualche sogno, di idealità mai speciose né costruite ad arte pro domo nostra. Siamo anti-berlusconiani da quando il Cavaliere “interrompeva le emozioni” con la pubblicità, da quando Silvio ha iniziato a fare l'imprenditore dell'inarrivabile e vendeva prodotti facendo sottoscrivere cambiali. Se poi Pietro Maso ammazzava i suoi per ereditare e comprarsi una Porsche, nessuno poteva stupirsi, come dice Giovanardi quando il branco violenta sedicenni. E la faziosità antiberlusconiana aumenta di giorno in giorno, e diventa irrefrenabile quando, come accaduto ieri, arriva l'ennesimo rinvio a giudizio per la compravendita del senatore Sergio Di Gregorio, alias l'impallinatore di Romano Prodi. La compravendita politica, il voto di scambio, è un reato gravissimo che Silvio aveva già messo in atto con i finanziamenti a gogò della chiesa cattolica ergo, nel caso del “pallone” napoletano, si tratta di reiterazione. E noi siamo faziosi. Abituato a pagare 80 euro un chilo di fagiolini, spendere 3 milioni per comprarsi un Idv, peraltro di un certo peso, a Silvio deve essere sembrato un prezzo di realizzo e così se l'è portato a casa insieme alla poltrona più alta di Palazzo Chigi, arrivata subito dopo con un trasporto speciale dell'UPS. L'inchiesta dei pm Alessandro Milita, Vincenzo Piscitelli, Fabrizio Vanorio e Henry John Woodcock, si è così chiusa con il patteggiamento di Di Gregorio a 20 mesi e con il rinvio a giudizio di Silvio: prima udienza a Napoli, l'11 febbraio 2014. Ovviamente si sono scatenati gli altri faziosi, quelli favorevoli al vecchio lenone che hanno riacceso la tiritera della persecuzione giudiziaria e della magistratura vestita di rosso, armata contro un solo obiettivo, l'Innocente a prescindere di Arcore. L'ex senatore Di Gregorio, ha avuto ieri parole di comprensione nei confronti del suo fu acquirente tanto al chilo. Gli ha mandato a dire: “Credo che questa vicenda acceleri il tramonto di un percorso politico ormai arrivato al redde rationem. Consiglio a Berlusconi di ritirarsi dalla scena politica, liberando l'Italia
e la sua persona da tante infamie. Ho avuto un comportamento che oggi ritengo assolutamente disdicevole, finalizzato a ribaltare il governo Prodi in una sorta di guerra santa denominata dallo stesso Berlusconi 'operazione libertà'. Mi sento sollevato da un peso, ho detto la verità. Oggi non rimetterei la mia intelligenza, la mia capacità operativa, le mie conoscenze internazionali al servizio di Berlusconi: quell'uomo non meritava il mio aiuto”. La nostra faziosità ci spinge al punto di chiederci: ma se perfino un corrotto che pagherà l'essersi fatto corrompere con 20 mesi di galera, dice che non aiuterà mai più un uomo come Berlusconi, come può il PD continuare a tenere a galla il “killer” (come lo definisce l'Huffington Post) di Prodi? Giriamo la domanda al segretario Epifani e, in subordine, a Massimo D'Alema e Matteo Renzi anche se la risposta la conosciamo già: “responsabilità”. Che poi è il nome nuovo della correità. 

mercoledì 23 ottobre 2013

Rosy Bindi presidente dell'antimafia. E l'effetto serra colpisce la politica, un surriscaldamento da tonnellate di Pasta di Fissan

Gatto siamese uzbeko
Tutto si può dire meno che la politica italiana sia soporifera. Se perfino la più alta carica dello stato, quella che non si può nominare, impazzisce e si mette a inveire non contro chi l'ha chiamata “traditore” ma contro chi lo ha scritto per informare, significa che non siamo messi tanto bene e che l'orlo della crisi di nervi è stato superato da un pezzo. Tra l'Innominabile e il Fatto Quotidiano è scoppiata una guerra senza esclusione di colpi tanto che, per la prima volta nella storia della repubblica, un capo dello stato, in un comunicato stampa ufficiale, di un giornale fa nome e cognome. Non c'è dubbio che il pronunciamento della Corte d'Appello di Palermo, che vuole ascoltare l'Uomo del Quirinale nel processo sul “trattatuni”, ha scoperto nervi sensibili, talmente sensibili che se un bambino provasse a chiamare “nonno” il Presidente, si prenderebbe un vaffanculo colossale. Ma la giustizia non è uguale per tutti? O l'unico più uguale degli altri è solo Berlusconi? Volano stracci, quando voleranno anche bestemmie non contestualizzate e paesi vari dove far svernare le natiche, avremo raggiunto il top della coglionaggine. Perché vedete, i pidiellini sono stati abituati male. Comandando sempre e solo loro da una vita, non sopportano che qualcuno possa nominare presidente di commissione uno che non sia passato attraverso i raggi ics del loro apparatnik o, in subordine, non abbia almeno ricevuto il certificato di incapacità. Così, contravvenendo a un patto che si sta dimostrando contronatura sotto tutti gli aspetti, il Pd nomina Rosy Bindi presidente della Commissione Antimafia, un personaggio, la Rosy, che per chi è abituato a infarcire la commissione antimafia di mafiosi, suona più come una provocazione che come uno sgarbo politico. E c'è da sottolineare che nel momento in cui i pidiellini hanno abbandonato, offesi e incazzati come gatti siamesi dell'Uzbekistan evirati la commissione antimafia, pensavano che qualcun altro li seguisse. Ad esempio i leghisti i quali, facendo gli gnorri e fischiando motivetti padani facendo finta di nulla, non solo sono rimasti al loro posto ma si sono portati a casa anche due segretari. Scelta Civica si è astenuta (ma ormai gli ex montiani sanno fare solo quello, incapaci come sono di assumere una qualsiasi decisione), Sel ha votato a favore mentre i 5S hanno votato sì contro, ma sono rimasti in aula assicurando il numero legale rendendo così valida l'elezione. Alla Bindi, invece dei complimenti da gentleman, Brunetta ha urlato: “Dimettiti”. La stessa frase le è stata rivolta dall'altro Renato, Schifani, mentre la Santanchè ha preferito tacere godendosi i 740 mila euro incassati dalla vendita del 5,5 per cento delle azioni di Bioera. Rosy, invece di dimettersi subito dopo essere stata eletta, ha detto: “Sarò la presidente di tutti perché la mafia la si combatte tutti insieme”. A noi, questo ottimismo viscerale dei cattolici qualche volta fa una tenerezza della madonna.
Terminiamo con una notizia attesa dal 27 giugno del 1980. La Corte di Cassazione ha definitivamente sancito che il DC 9 dell'Itavia caduto nel mare di Ustica, non è precipitato per un cedimento strutturale ma a causa di un missile. Ora mancano i nomi dei depistatori, la nazionalità del missile, e il perché il caccia che lo trasportava e che lo ha lanciato, si trovasse proprio lì in quel momento. Nel paese delle menzogne e dei segreti, a volte ci si può accontentare anche di una mezza verità.


martedì 22 ottobre 2013

Pdl verso la scissione e Giovanardi fa 'il Carlo': “La ragazza violentata a Modena? Perché vi meravigliate?”

Il piano di battaglia era stato messo a punto in ogni particolare: la cavalleria, agli ordini del Generale Bondì, avrebbe attaccato il governo LettaLetta a destra; le amazzoni, con a capo la Santanchè a sinistra e, al centro, la mitica fanteria comandata (come solo lui sa fare), dal Generale Verdini, incaricato di sfondare la prima linea nemica. Alle spalle dell'esercito, Raffaele Fitto con l'artiglieria. Silvio l'Imperatore si sarebbe goduto la “campale” sulle spalle di Capezzone con in braccio Dudù, mentre Francesca avrebbe preparato con le sue mani i babà per festeggiare la madre di tutte le vittorie. La battaglia era iniziata. Sandro Bondì aveva iniziato a far muovere la cavalleria con lo scopo di disturbare la Legge di Stabilità. Le amazzoni stavano minando le certezze dello schieramento nemico, attaccando frontalmente lo stratega del Quirinale. Verdini aveva iniziato a saggiare la consistenza delle file del nemico cercando di comprenderne la solidità e la coerenza. E proprio sul fronte del bancarottiere fiorentino (dopo l'intervista a Report, Di Pietro si dimise, Verdini col cazzo che lo farà), iniziavano a vedersi le prime crepe. Il Magnifico redivivo, grazie al suo fiuto proverbiale per i maramaldi, aveva iniziato a capire che stavolta la compravendita non avrebbe funzionato e che le truppe mercenarie avevano trovato un “soldo” migliore. E infatti, proprio mentre stava dando l'ordine di attaccare subito dopo il voto di decadenza dell'Imperatore dal Senato, Denis aveva sfogliato i giornali rendendosi conto che non ce l'avrebbe mai fatta. 24 (diconsi 24) senatori del Pdl avevano infatti deciso di sostenere il governo che la battaglia campale avrebbe dovuto affondare. A nulla sono serviti gli appelli all'unità dell'Imperatore il quale, non sapendo più cosa offrire, era arrivato a proporre un giro sull'Otto volante con Dudù. In queste ore, un Imperatore deluso e amareggiato, tradito anziché no, sta prendendo atto che una scissione non è più evitabile. Che le sirene casiniane sono più forti dei dané, e che l'anima nera della peggiore Democrazia Cristiana, sta tornando alla luce dopo una rapida emersione dalle tenebre e una spolverata alle fasce (come le mummie). E se qualcuno dei transfughi avesse avuto ancora qualche dubbio, le dichiarazioni della Pitonessa e del condannato Fitto di domenica scorsa, li hanno definitivamente convinti ad abbandonare la nave che affonda. Non essendo cuori di leone, hanno una paura fottuta che Silvio non li ripresenti se si dovesse tornare alle urne e, quindi, meglio tirare a campare fino al vitalizio.
A riecco Carletto Giovanardi, l'uomo che non sa tacere e che quando parla combina disastri. Com'è avvezzo fare, il capo del tea-party italiota non si lascia scappare mezza occasione per fustigare i costumi e dare addosso ai gay. Sostenitore del boicottaggio della legge contro l'omofobia, Giovanardi, a proposito della ragazza di Modena stuprata dal branco, ha detto: “Non voglio entrare nel merito della vicenda che l'Autorità giudiziaria dovrà chiarire in tutti i suoi controversi aspetti. Quello che ritengo insopportabile sono certe dichiarazioni, tra l'indignato e il meravigliato, come se fosse possibile, 364 giorni all'anno, dileggiare ogni regola ed ogni principio educativo, presentando la sessualità come uno dei tanti beni di consumo, e poi scandalizzarsi se i ragazzi non si rendono neppure conto dell'inaudita gravità di certi comportamenti”. Fino a qui potremmo anche essere d'accordo con il senatore ultraconservatore, quello che ci stupisce è che Giovanardi non si renda conto che chi ha introdotto in Italia il concetto di “sesso = bene di consumo”, chi ha dileggiato le donne riducendole a puro oggetto del desiderio, chi ha frantumato il concetto di famiglia costruendosene tre, chi ha privilegiato da sempre il ruolo del maschio padrone fino a diventare simbolo esso stesso del machismo d'accatto, è proprio il suo capo, l'Imperatore di cui sopra, teorico e realizzatore della tivvù tette e ombelichi del “posso tastarle il culo?”, del “ma lei quante volte viene?” E Giovanardi parla di valori quando milita dalla parte di chi i valori li ha distrutti per un etto di prosciutto cotto Rovagnati e una doccia con Bilba di Cadey al gelsomino. Carletto vergognati e tornatene in convento a mangiare il pappone con le bertucce.