Neil MacGregor, il direttore del
British Museum, non sta nella pelle. A lui e alla struttura che
dirige, la mostra su Pompei ed Ercolano ha fruttato 6 milioni di euro
e fatto registrare mezzo milione di ingressi: la terza performance di
sempre dopo i Tesori di Tutankhamen e l'Esercito di terracotta
cinese. Il novanta per cento dei pezzi esposti sono arrivati
direttamente dall'Italia, in prestito, e gli inglesi hanno saputo
farli fruttare nell'unico modo possibile: esponendoli. Ma non basta.
Il 25 e il 26 novembre, uscirà nelle sale cinematografiche di tutto
il mondo un documentario sulla vita nelle due città distrutte dalla
furia del Vesuvio, prodotto direttamente dal British e, a quanto si
dice, già destinato a incassi record, proprio come Checco Zalone da noi. Si possono fare tutte le
considerazioni del mondo, e tutte plausibili. Ma nessuno ci potrà
togliere dalla mente che l'Italia è governata da gente che al
massimo potrebbe sovrintendere alla cura di un pollaio e non nella parte del gallo.
Aveva ragione Tremonti, con la cultura gli italiani non mangiano, ma
con la cultura italiana gli inglesi sì, e anche abbondantemente.
È di questi giorni la notizia
che Silvio di persona personalmente, ha telefonato al professor Paolo
Becchi, teorico/teologo del M5S. Silvio voleva capire
dall'inquietante personaggio che filosofeggia sulle bislacche teorie
di Casaleggio, come fare a monetizzare (in termini di voti) la pancia
degli italiani. Dopo una lunga interlocuzione, interrotta solo dai
latrati di Dudù che si era fracassato le palle, il professore, con
lo sguardo tale e quale a quello di Chucky, la bambola assassina, ha
dettato alle agenzie: “Oh, brava gente, Silvio è forte, lui ha
capito il futuro. Il Pd è morto”. Grande Silvio, gli basta un
telefono e la gente cade ai suoi piedi, e senza le Scapagnini Pills.
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domenica 3 novembre 2013
sabato 2 novembre 2013
venerdì 1 novembre 2013
Caso Ligresti. La differenza fra un ricco e un tossico? I soldi
I
ricchi sono tutti alti, almeno così appaiono. Sono dritti come un
fuso, o il faro di Favignana, l'altissima torre sul mare che fa cucù
ai romanticoni e ai barconi. I ricchi sono ricchi, lo dice la parola
stessa. Frequentano salotti, bevono champagne, fumano Montecristo,
non leggono un libro manco se li torturi, però sono ricchi, lo dice
la parola stessa. Capita, ma solo ai ricchi, di finire in galera.
Succede: incidenti di percorso. E succede anche che pur potendo
godere del fior fiore dei principi del foro (inteso come buco), a
volte i magistrati passano il bianchetto sui cavilli delle memorie
difensive e spiccano mandati d'arresto. Succede, perché no, che il
presidente del consiglio in persona telefoni in questura per far
rilasciare un'amica: altrimenti che amico è! E accade che un
ministro, che è meno del presidente del consiglio, ma conta pur
sempre qualcosa, decida di intervenire, per scopi umanitari, nei
confronti della figlia di un noto e chiacchierato
costruttore-assicuratore-finanziere-banchiere-imprenditore ricco da
far schifo, e intercedere per la sua liberazione. Così, si arriva
alla dimostrazione del teorema che i politici hanno anche loro
un'anima e un cuore, ma che li attivano solo in qualche caso, non in
tutti perché sarebbe un feuilleton.
17 luglio 2013. Sono trascorse
solo poche ore dall'arresto di Salvatore Ligresti e dei suoi tre
figli, che Gabriella Fragni, la compagna del ricco da far schifo,
alza il telefono non per chiamare gli avvocati di famiglia, ma
direttamente il ministro della Giustizia. Anna Maria Cancellieri
risponde: “Comunque guarda, qualsiasi cosa io possa fare conta su
di me, non lo so cosa possa fare però guarda, son veramente
dispiaciuta”. E ha concluso la telefonata con la Fragni affermando:
“Se tu vieni a Roma, proprio qualsiasi cosa adesso serva, non fate
complimenti, guarda, non è giusto, non è giusto”. E la
Cancellieri è intervenuta immediatamente, “sensibilizzando” due
vice capi dell'amministrazione penitenziaria, sulle condizioni di
salute di Giulia Maria Ligresti che soffriva di anoressia. Il 28
agosto la figlia di Ligresti è stata scarcerata. I ricchi sono
ricchi, lo dice la parola stessa. E se un ricco piange, i politici
intervengono perché di Gabriele Cagliari ne è bastato uno. Allora
sono tutti lì, pronti a dimenarsi a scopo umanitario pro-ricchi, ma
non per impedire che i profughi siriani di Lampedusa siano iscritti
nel registro degli indagati per immigrazione clandestina. I ricchi
sono alti, almeno così appaiono. Alle loro altezze l'aria è
rarefatta e anche le foglie degli alberi, come dimostrano le giraffe che le cercano affannosamente perché sono più tenere.
Li
ricordate gli altri ricchi, belli, patrioti e salvatori della patria?
Gli amici miliardari (in euro) del Capataz accorsi al capezzone
dell'Alitalia? Stanno scappando tutti. Ieri nel tardo pomeriggio, ha
mollato anche Colaninno. Che coraggiosi, i capitani ricchi di Silvio!
In pochi anni di gestione hanno accumulato un altro miliardo di euro
di passivo. Ma loro sono belli, ricchi, coraggiosi, alti come giraffe (quelle davanti) e mangiano foglie tenere.
giovedì 31 ottobre 2013
Halloween: la notte dei Silvi viventi
Li
avete sentiti ieri i pidiellin-forzaitalioti dire che mai, in sessant'anni di
storia della Repubblica, il Senato ha adottato il voto palese per
autorizzare provvedimenti contro i senatori? Come sempre, quando
parlano i pidiellini trattasi di balla colossale. 13 maggio 1993. Il
Senato viene chiamato a decidere sull'autorizzazione a procedere per
il senatore Giulio Andreotti, richiesta dalla Procura di Palermo per
mafia. Il Senato vota più che palesemente, lo fa per alzata di mano,
tutti i senatori alzano la manina, o la tengono abbassata, per
deliberare sulla sorte di Belzebù. 20 giugno 2012, poco più di un
anno fa, la stessa sorte toccherà al senatore Luigi Lusi, l'ex
tesoriere della Margherita, per il quale i magistrati avevano chiesto addirittura l'arresto (eseguito). Sapete chi era il presidente del Senato in
quella occasione? Renatino Schifani, che oggi tuona contro la
violazione del regolamento. Per Lusi non ci fu l'alzata di mano ma il
voto per appello nominale. Berlusconi non è, quindi, né un eroe né
un martire. Né, in tutta evidenza, può continuare a invocare
l'eccezionalità della persecuzione giudiziaria nei suoi confronti,
l'unica eccezionalità vera è che in Senato ci sieda e non che ne
venga espulso. Dicono che sia furioso anzi, di più, furiosissimo.
Ieri si sarebbe dovuto incontrare a pranzo con i ministri del Pdl ma,
dopo il voto della Giunta per il regolamento, ha disdetto tutto e si è
rifugiato nella dependance di Dudù per un piatto di Cesar selvaggina
e tartufo. Il Cavaliere vorrebbe tornare immediatamente alle urne,
senza modificare di una virgola la Porcellum, in modo da potersi
scegliere uno per uno i deputati e i senatori di Forza Italia. Non
sa, il Silvio vivente, che se andasse oggi alle urne verrebbe
travolto da Matteo Renzi (gliel'ha detto 2232) e, anche se lo sanno i suoi, ormai colto dal
raptus muoia Silvio con tutti gli italiani, Berlusconi ha deciso di
andare fino in fondo, come disse Edward J. Smith, il comandante del Titanic (o Francesco Schettino della
Concordia, fate voi). Bello il titolo di Libero questa mattina: “Lo
vogliono in galera”. Uno potrebbe anche rispondere “perché, in
quale altro posto lo vedresti?” Ma siamo in piena pacificazione,
non si può.
Giunge
notizia che il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri,
nell'agosto scorso, sia intervenuta per far uscire dal carcere Giulia
Maria Ligresti. La ministra ha confessato al procuratore aggiunto di
Milano, Vittorio Nessi, che lo ha fatto sì, ma per ragioni
umanitarie. Giulia Ligresti, che già soffriva di anoressia, non
mangiava più e rischiava di morire. Il procuratore aggiunto ha
chiuso la faccenda con un “non luogo a procedere” perché “ non
c'è nesso provato fra l'attivarsi della ministra e il rilascio della
Ligresti”. Nulla da eccepire, ci mancherebbe, solo un piccolo
elenco, questa volta di morti veri:
Cucchi
Aldrovandi
Uva
Gugliotta
Nahri
Fuad
De
Marco
Midilli
Marsala
Smeragliuolo
e
altri 990 detenuti morti di botte o per malattia o per suicidi in
carcere. Che fregatura non chiamarsi Ligresti.
martedì 29 ottobre 2013
Il ricattatuni di Berlusconi. Tranquillo Silvio, lo scriveranno anche i libri di Storia
![]() |
| Silvio "Stevie" Berlusconi |
"Il
voto sulla mia decadenza sarebbe una macchia sulla democrazia
italiana destinata a restare nei libri di storia: il leader di
centrodestra escluso così, con una sentenza politica che è il
contrario della realtà, perché non si riesce a batterlo nelle
urne...” . Il concetto di realtà per Silvio è sempre stato un
optional. Lui non è vissuto sulla terra, percorso i nostri sentieri,
respirato la stessa aria, bevuto la stessa acqua. Berlusconi ha sempre navigato in un mondo tutto suo, un macrocosmo che si è
costruito e inventato di sana pianta durante l'intero corso della sua
permanenza su questo pianeta. Profeta del tutto e del suo contrario,
ha avuto con la gente un feeling che gli ha consentito di
spadroneggiare per un ventennio, quintuplicando il suo capitale
personale ma impoverendo mezza nazione. Invece di un balcone ha
utilizzato la televisione; invece delle gracchianti radio dell'Eiar
le voci dei suoi innumerevoli servi, maggiordomi, nani e ballerine.
Silvio è stato l'uomo del pensiero fugace, dei sempreverdi in
autunno, dei gabbiani affamati, delle falene impazzite, delle
autobiografie di Mino Reitano e di Mike Buongiorno. Dicono che a
tempo perso abbia letto Elogio della Follia del suo compare Erasmo, ma
soprattutto i Diari di Benito Mussolini, anche se nell'edizione
tarocca di Marcello Dell'Utri. I giudici di Milano, quelli della
Corte d'Appello che hanno sancito la sua interdizione biennale dai
pubblici uffici, lo hanno scritto chiaro e tondo: “Il
ruolo pubblicamente assunto dall’imputato, non più e non solo come
uno dei principali imprenditori incidenti sull’economia italiana,
ma anche e soprattutto come uomo politico, aggrava la valutazione
della sua condotta”. Il fatto è che del suo ruolo di “uomo
politico” Silvio ha fatto scempio, un precedente unico in Europa
perché nel resto del mondo ne abbiamo viste di peggiori. E ora, a conclusione
di una vicenda che si sarebbe dovuta chiudere nel momento stesso in
cui la Cassazione ha pronunciato il verdetto di condanna nei suoi
confronti, Silvio ricatta impunemente e stavolta senza alibi né
circonlocuzioni. È stato chiarissimo: “O resto in Senato o cade il
Governo”. Punto. Senza possibilità d'appello. Il Pd, invee di
reagire mandandolo dove dovrebbe andare perché sa benissimo dove
dovrebbe andare, sta cercando di fare del tutto per trovargli
un'altra sponda, e a cominciare da Renzi che: “Berlusconi? Abbiamo
parlato per vent'anni di Berlusconi, ora basta”. Il Sindaco sa che
se vuole acchiappare qualche voto dalla destra non può sparare
contro Silvio, altrimenti corre il rischio di restare impallinato
dalle sue stesse parole. Che personaggio il Renzi! Più lo sentiamo
parlare e meno capiamo di quale partito stia ragionando ma soprattutto
di quale paese vaneggia, visto che parla di sogni e di “mentalyst”
come nell'imitazione straordinaria di Maurizio Crozza. Oggi l'ufficio
di presidenza del Senato avrebbe dovuto decidere se adottare il voto
palese o quello segreto per la decadenza di Silvio. Non si sa come,
non si sa perché, tutto è rimandato a domani, quando finalmente il
senatore del Trentino, Zeller potrà raggiungere Roma, magari in
autostop. Sta andando in onda, nemici del Pdl, il più grande ricatto,
lo potremmo definire “ricattatuni”, della repubblica, e state tranquilli i libri di Storia lo scriveranno a caratteri cubitali, dando in aggiunta e gratis, il suo giudizio definitivo sul significato di "pezzenti".
Angelino s'inchina al Padre. 46 milioni di comunicazioni italiane intercettate: mancano quelle di LettaLetta (che l'ha presa male)
Ci
sono momenti nella vita di un uomo, nei quali è giusto rivoltarsi
contro il padre. Soprattutto se in ballo c'è l'amore della
madre/partito. Edipo ne sapeva qualcosa, 'O Shiattamuort è arrivato
dopo ma si sta attrezzando. Per ora muovendo timidi passi, fra un
po', chissà. Angelino Alfano ha innestato la retromarcia, ha
interrotto “aspettatamente” il suo coito preferito, quello con il
potere di risulta non avendo le palle per correre in proprio. Sapete,
c'è chi, arrivato a cinquant'anni, continua a nutrire nei confronti
del “padre” un sacro timore. Nonostante una vita autonoma, una
famiglia, magari l'amante e il pied-a-terre, vive il
rapporto con il padre in stato di totale asservimento, sviluppando una
personalità schizoide da essere umano pensante incompiuto. Angelino rientra in
questa casistica che comprende, ancora oggi, qualche milione di
malati cronici che neppure la morte del competitor porterebbe a
guarigione. Per chi ha il dono di interpretare le immagini e le
movenze del corpo umano in una condizione data, che Alfano non
aspettasse altro che una carezza di Silvio, per tornare a casetta
scodinzolando onde tener compagnia a Dudù, lo si era capito il
giorno del voto di fiducia al LettaLetta nel momento in cui Silvio
disse solennemente: “Voteremo sì”. Poco ci mancava che gli
scappasse una lacrima. E, avendo avuto in regalo dalla natura due
occhi che più espressivi di quelli che ha non si può, la luce che
apparve all'improvviso sul suo volto la diceva tutta su come sarebbe
finita la storia. È bastato che il “padre” dicesse in consiglio
di presidenza del Pdl che “Angelino sempre figlio mio è”, che il
figlio, quasi prodigo, decidesse di non chiedere la parte della sua
eredità e di restare in famiglia. Più che di calcolo politico, nel
caso dell'ex segretario del Pdl si può, e si deve, parlare di totale
mancanza di coraggio. Il padre morirà di morte naturale e lui lo
piangerà al 'capezzone' fino alla fine.
Il
Nipote (ce n'è solo uno non occorre specificare), l'ha presa
veramente male. Lo ha considerato uno sgarbo e una scortesia che lo
spingerà alla prossima riunione del G20, a mostrare la faccia
corrucciata e la bocca a culo di gallina. Come a chi? A Barack Obama
che ha, secondo il Nipote, una grave colpa: non averlo intercettato.
Mettiamoci nei suoi panni. Snowden dice che in Italia la Nsa ha
intercettato oltre 46 milioni di comunicazioni. Fra telefonate ed
email, una massa incredibile di dati è entrata nel database
dell'agenzia di spionaggio americana. Ebbene, non una telefonata né
una email di LettaLetta sono state intercettate. Quasi un delitto di
lesa maestà ma soprattutto l'esempio più facilmente e
scientificamente dimostrabile che il nostro premier non conta una
mazza. Proprio ieri sera, parlando con un nostro amico, abbiamo
deciso di verificare se siamo ancora spiati. Da domani
inizieremo a scriverci email piene di parole come “bombe”,
“tritolo”, “C2”, “C3”, C4” e “Semtex” e di frasi
senza senso. Poi descriveremo un piano d'attacco al cuore
dell'economia mondiale e, giacché ci siamo, come mettere del bourbon
nella lattina di Coca Light di George W. Bush per verificare se è
davvero astemio o racconta balle. Ancora, abbiamo deciso di inserire
(grazie a Google traduttore) termini arabi come “gnocca” e
“pilu”. Se dovessimo veder girare intorno a casa nostra i furgoni
della Fedex con un'antenna sul tetto, ebbene vorrà dire che siamo
ancora spiati. Ma il massimo sarebbe se in piena notte fossimo
svegliati da Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger e Bruce Willis
che, oltre a massacrarci psicologicamente con la visione dei loro
film, ci torturassero per sapere tutto dei nostri rapporti con Al
Qaeda. Volete vedere che dopo questo post entreremo di corsa nel
database della Nsa che manco il presidente del consiglio?
lunedì 28 ottobre 2013
Aung San Suu Kyi a Roma. Meno male che in Campidoglio non c'era Calderoli
“Essere
cittadina di Roma mi fa sentire cittadina del mondo”. Queste sono
le parole che Aung San Suu Kyi ha detto ieri in Campidoglio,
ricevendo la cittadinanza onoraria della Capitale dal sindaco Ignazio
Marino. A Bossi e ai terun della Padania devono essere fischiate le
orecchie, ma una bistecca d'orso e un fantozziano rutto libero, dovrebbero aver risolto il problema. Il capo dell'opposizione birmana, è
reduce da un tour europeo durante il quale ha potuto ricevere
personalmente i premi che in questi lunghi anni di arresti
domiciliari (quindici) non aveva potuto ritirare. La San Suu Kyi è
una di quelle donne che in questi anni hanno dimostrato che il
coraggio, la coerenza, la fermezza, il sacrificio personale, sono
doti che appartengono ormai all'ex sesso debole, visto che gli uomini
hanno alzato bandiera bianca da un pezzo, e che tanto per riaffermare
il loro ruolo di padroni del nulla, si sono dati allo stalkeraggio,
spesso con femminicidi finali. Sono le donne che hanno dentro la
forza delle idee, donne alle quali le rughe intorno agli occhi danno
un fascino che nessun botulino potrà conquistare... a pagamento.
Donne come Aung San Suu Kyi che non hanno bisogno del chirurgo
estetico per tirarsi le pieghe dell'età stampate in faccia né di
ricorrere a diete cervellotiche per infilarsi una 42. Sono
semplicemente donne che fanno del coraggio, e di un ideale di libertà
senza compromessi, l'unica ragione di vita. Quando le dissero che
Michael Aris, un marito amato più di se stessa, stava morendo di
cancro, le autorità birmane tentarono di convincerla a partire
sapendo che non l'avrebbero mai fatta tornare in patria, dove era
diventata un simbolo. Lei rifiutò di lasciare la sua terra consapevole che il lavoro che stava portando avanti a rischio della vita, non
poteva essere interrotto, era l'unica speranza di un popolo
oppresso da una dittatura sanguinaria. Luc Besson, che sulla vita di
Aung ha girato un film, The Lady, ha detto: “Se riuscivo a capire
anche solo un po' come una persona che pesava 50 chili era riuscita a
tenere testa, da sola, a un esercito di 300mila uomini, ai generali
della giunta militare, be' allora questo segreto avrebbe cambiato
anche la mia vita”. Sorpresa, quasi intimorita da tutti quei figuri
in giacca e cravatta, Aung San Suu Kyi nel momento in cui ha iniziato
a parlare, ha dimostrato di che pasta è fatta. La voce ferma, gli
occhi puntati negli occhi di chi la stava ascoltando, ha dichiarato
ancora una volta, senza tentennamenti, tutto il suo amore per la
giustizia e per la libertà, un messaggio che fra quelle mura, alla
fine, è risultato anche stonato. Chissà perché parlare di Aung San
Suu Kyi ci fa sempre venire in mente Anna Politkovskaja. Forse perché
sono due donne che amiamo profondamente, forse perché hanno molto da
insegnare, forse perché, se non fosse stato per le pressioni
internazionali e il Premio Nobel, anche Aung sarebbe stata sparata in
faccia da sicari governativi spacciati per delinquenti comuni e mai
processati. Fortunatamente la leader birmana è ancora viva e il suo
soggiorno italiano sarà brevissimo, chissà cosa avrebbe pensato
ascoltando Calderoli dare del gorilla alla Kyenge.
domenica 27 ottobre 2013
sabato 26 ottobre 2013
I cazzeggi del sabato. Il Pdl è morto, rinasce Forza Italia e i governativi berluschini disertano la presidenza. Ma qual è l'Italia di Renzi? E soprattutto, cos'è il Pd?
Doveva
essere il giorno degli stracci e invece è stato il pomeriggio delle
fughe. Con 19 lealisti su 25 componenti, i filo-governativi non
avevano chance quindi, piuttosto che farsi tritare dai falchi,
allupati come tigri del Bengala dopo una sniffata di curry, hanno
preferito disertare la riunione-imboscata che Silvio aveva preparato
dopo una notte insonne passata a far giocare Dudù con la pecora di
pezza che il cagnetto si tromba in mancanza d'altro. Adottando le
giustificazioni più assurde (Alfano aveva un appuntamento con
l'oculista; Cicchitto, alias 2232, con il restauratore di cazzuole e con il
sarto per il nuovo grembiulino; Formigoni era messa da monsignor
Fisichella; Schifani alle prese con una pericolosa crisi di rigetto
da parrucchino e Maurizio Lupi al cda della Compagnia delle Opere), i
filogovernativi se la sono data a gambe coperti nientepopodimenoché dallo stesso Berlusconi che ha detto: “Ho dato io il permesso di
assentarsi”, perché, per chi non lo sapesse, se Silvio non vuole
che tu vada in bagno, o hai una prostata a prova di bomba, o sei
destinato a inzupparti i calzoni e le scarpe e a rimediare una
figura di merda. La prima battaglia l'hanno vinta i lealisti. Era
facile prevederlo, ma non altrettanto facile era immaginare la loro
assenza alla riunione della presidenza del partito. Azzerate tutte le
cariche, i poteri assoluti in mano al Capataz (che non li ha mai
mollati neppure ad Alfano che ha fatto sempre il Rockfeller), il via
senza se e senza ma alla ricostituzione di Forza Italia, la riunione
è andata come doveva andare. A nulla sono serviti gli appelli dei
dissidenti per non arrivare allo scioglimento del Pdl. Non c'è stato
nulla da fare, il Pdl è morto, abbasso il Pdl e via alla nuova Forza
Italia. Dicono che dopo un lungo periodo di meditazione zen, la
Santanchè abbia squarciato il silenzio delle stanze di Palazzo
Grazioli con un urlo che ha fatto fuggire Dudù sotto il tavolo. Alla
domanda “cosa diavolo ti è successo?” la pitonessa ha risposto:
“Appena avete nominato Forza Italia ho raggiunto un orgasmo
irrefrenabile”. Che è poi come la barzelletta di quello che era
andato dal medico per farci curare l'eiaculazione precoce insomma, a
non far accendere anzitempo il fiammifero. Giorni duri per il governo
LettaLetta anche perché 'O Schiattamuort, che notoriamente non è una volpe,
non sa più che pesci pigliare dopo aver sentito per l'ennesima volta
Silvio dire che sarà lui a prendere il suo posto dopo la dipartita.
Dove e
da chi abbia imparato Matteo Renzi a comunicare così tanto
democristianamente da far girare le palle allo stesso Letta (il
nipote) non si sa. Non risponde mai a nessuna domanda che non gli
vada a genio. “Matteo che ne pensi dell'Imu?” Risposta: “Ancora
sto cazzo d'Imu, parliamo dell'Italia”. “Matteo che ne pensi
dell'Iva?” “Ancora sta cazzo d'Iva, ma parliamo dell'Italia”.
“Matteo che ne pensi della decadenza di Berlusconi?” “Ancora
'sto cazzo di Berlusconi, parliamo dell'Italia”. Ma se non parli
dell'Italia quando affronti l'Imu, l'Iva e Berlusconi, ma niente niente preferisci
parlare della Francia? E facciamolo, basta che ci dai una risposta,
una qualsiasi, anche tre parole in fila che però abbiano un senso.
E
veniamo al Pd. Non sappiamo se qualcuno di voi si sia divertito a
leggere “Chiedilo a Mike!”, che non è Mike Buongiorno, ma Moore
il documentarista. Ebbene, leggendo Michael Moore sembra di stare in
Italia e di trovarci di fronte al Partito Democratico di Bersani,
D'Alema, Veltroni e compagnia cantando. Scrive Moore: “In questo
momento mi sto ponendo le domande che si pone la gente. 'È vero che
i democratici vanno a letto con l'orsacchiotto e tengono la luce
accesa?' 'Posso far parte del collegio elettorale delle primarie
anche se ho solo la seconda elementare?' e poi, 'Quanti democratici
ci vogliono per perdere le elezioni più facili della storia
italiana?'”. È proprio vero, tutto il mondo è paese. Democratico,
ma paese.
venerdì 25 ottobre 2013
Roi Georges, il Pdl, Forza Italia e MarinaMarina. L'Italia guerrigliera di Brunetta studia le tattiche d'assalto
Diciamolo.
Per quanto uno possa sentirsi e vedersi allo specchio un Re, c'è un
limite a tutto. E siccome non viviamo in una monarchia assoluta ma in
una repubblica parlamentare, il limite è prima di buon senso e poi
costituzionale. Con l'aria che tira e gli stracci che volano in
continuazione, spiegateci voi il senso di una convocazione notturna
dei leader del Pd e del Pdl per discutere della riforma elettorale.
Non bastavano i “saggi” né le riforme votate senza il voto
richiesto dei due terzi del Parlamento, l'Innominabile ha voluto
verificare di persona personalmente la volontà della maggioranzucola
che compone il governo del paesicchio, per assicurarsi che qualche
passo avanti, rispetto alla Porcellum, si farà. Il fatto è
che il Pd e il Pdl, sulla legge elettorale sono praticamente
d'accordo su niente. Se a Silvio si toglie l'esercito dei nominati,
come diavolo farà a tenere per le palle deputati e senatori proni a
ogni suo desiderio ma fino a un certo punto? Qualcuno potrebbe dire
che Le Roi è intervenuto per impedire una pericolosa vacatio
legislativa nel caso in cui la Corte Costituzionale dovesse ritenere
(a dicembre) fuorilegge la Porcellum. In effetti il problema si
potrebbe porre, ma non perché c'è il rischio che si torni alle urne
il giorno dopo il pronunciamento della Corte, ma per il fatto che gli
italiani si potrebbero incazzare sul serio rendendosi conto di aver
dato il via a due legislature con una legge anticostituzionale,
l'ennesima presa per il culo a una nazione che vede sfilare
continuamente in televisione i più grandi evasori fiscali della
storia repubblicana, un monito virtuale per la brava gente. Ieri sera
a Trento, Beppe Grillo ha urlato che ha dato mandato agli avvocati
del M5S di iniziare la pratica per l'impeachment dell'Innominabile.
Speriamo che nessuno si sconvolga se diciamo, a chiare lettere, di
essere d'accordo con il comico.
Guerra
e guerriglia. Ma siamo seri, chi diavolo ce lo vede Brunetta nella
giungla delle vie di Roma mentre applica la teoria del “colpisci e
ritirati”, così mirabilmente descritta nel manuale del Che? Ma
siamo seri, chi diavolo crede che MarinaMarina (un omaggio alla
canzone di Rocco Granata composta nel 1959 e ricelebrata dai Gipsy
King), non scendesse in politica dopo le sue continue presenze
romane? Silvio non si fida di nessuno, figuriamoci d'O Schiattamuort
o del condannato in primo grado Fitto che quando arriverà in
Cassazione non potrà neppure dire di avere dieci milioni di italiani
che lo votano. Oggi pomeriggio Silvio deciderà (a meno di repentini
dietrofront ai quali ci ha abituato), di ripartire da Forza Italia.
Questo significa l'azzeramento degli incarichi del Pdl, il
defenestramento di Alfano, l'assunzione piena e totale, in prima
persona, di tutto il potere all'interno del partito. Questo
significherà che Silvio sarà il presidente unico e intoccabile e
che il ruolo di candidato premier alle prossime elezioni, toccherà
alla figlia prediletta. Silvio si è rotto le palle sia di Alfano che
di Fitto, è stanco di farsi tirare per la giacchetta (Caraceni)
dalla Santanchè e da Brunetta e non ne può più delle laudi di
Bondi. Parte la Berlusconi Dinasty, e sarà un altro bellissimo incubo.
giovedì 24 ottobre 2013
Ma come si fa a non essere faziosamente antiberlusconiani? Ennesimo rinvio a giudizio per Silvio. A Napoli. L'11 febbraio 2014 la prima udienza
![]() |
| "Senza titolo" di Giuseppe Piscopo |
Siamo
faziosi, lo siamo sempre stati. Lo siamo per lo sport, la vita, il
lavoro, la politica, le donne, gli amici, i compagni di strada, gli
sfigati e i clochard. La faziosità prevede la passione non
l'ottusità. Lo si diventa quando si costruiscono certezze e ci si
convince di stare dalla parte giusta: ovviamente parliamo di ideali,
non di marchette. Così, nel tempo, siamo diventati faziosi nei
confronti dei grandi voli di pensiero, di qualche sogno, di idealità
mai speciose né costruite ad arte pro domo nostra. Siamo
anti-berlusconiani da quando il Cavaliere “interrompeva le
emozioni” con la pubblicità, da quando Silvio ha iniziato a fare
l'imprenditore dell'inarrivabile e vendeva prodotti facendo
sottoscrivere cambiali. Se poi Pietro Maso ammazzava i suoi per
ereditare e comprarsi una Porsche, nessuno poteva stupirsi, come dice
Giovanardi quando il branco violenta sedicenni. E la faziosità
antiberlusconiana aumenta di giorno in giorno, e diventa
irrefrenabile quando, come accaduto ieri, arriva l'ennesimo rinvio a
giudizio per la compravendita del senatore Sergio Di Gregorio, alias
l'impallinatore di Romano Prodi. La compravendita politica, il voto
di scambio, è un reato gravissimo che Silvio aveva già messo in
atto con i finanziamenti a gogò della chiesa cattolica ergo, nel
caso del “pallone” napoletano, si tratta di reiterazione. E noi
siamo faziosi. Abituato a pagare 80 euro un chilo di fagiolini,
spendere 3 milioni per comprarsi un Idv, peraltro di un certo peso, a
Silvio deve essere sembrato un prezzo di realizzo e così se l'è
portato a casa insieme alla poltrona più alta di Palazzo Chigi,
arrivata subito dopo con un trasporto speciale dell'UPS. L'inchiesta
dei pm Alessandro Milita, Vincenzo Piscitelli, Fabrizio Vanorio e
Henry John Woodcock, si è così chiusa con il patteggiamento di Di
Gregorio a 20 mesi e con il rinvio a giudizio di Silvio: prima
udienza a Napoli, l'11 febbraio 2014. Ovviamente si sono scatenati
gli altri faziosi, quelli favorevoli al vecchio lenone che hanno
riacceso la tiritera della persecuzione giudiziaria e della
magistratura vestita di rosso, armata contro un solo obiettivo,
l'Innocente a prescindere di Arcore. L'ex senatore Di Gregorio, ha
avuto ieri parole di comprensione nei confronti del suo fu acquirente
tanto al chilo. Gli ha mandato a dire: “Credo che questa vicenda
acceleri il tramonto di un percorso politico ormai arrivato al redde
rationem. Consiglio a Berlusconi di ritirarsi dalla scena politica,
liberando l'Italia
e la
sua persona da tante infamie. Ho avuto un comportamento che oggi
ritengo assolutamente disdicevole, finalizzato a ribaltare il governo
Prodi in una sorta di guerra santa denominata dallo stesso Berlusconi
'operazione libertà'. Mi sento sollevato da un peso, ho detto la
verità. Oggi non rimetterei la mia intelligenza, la mia capacità
operativa, le mie conoscenze internazionali al servizio di
Berlusconi: quell'uomo non meritava il mio aiuto”. La nostra
faziosità ci spinge al punto di chiederci: ma se perfino un corrotto
che pagherà l'essersi fatto corrompere con 20 mesi di galera, dice
che non aiuterà mai più un uomo come Berlusconi, come può il PD
continuare a tenere a galla il “killer” (come lo definisce
l'Huffington Post) di Prodi? Giriamo la domanda al segretario Epifani
e, in subordine, a Massimo D'Alema e Matteo Renzi anche se la
risposta la conosciamo già: “responsabilità”. Che poi è il
nome nuovo della correità.
mercoledì 23 ottobre 2013
Rosy Bindi presidente dell'antimafia. E l'effetto serra colpisce la politica, un surriscaldamento da tonnellate di Pasta di Fissan
![]() |
| Gatto siamese uzbeko |
Tutto
si può dire meno che la politica italiana sia soporifera. Se perfino
la più alta carica dello stato, quella che non si può nominare,
impazzisce e si mette a inveire non contro chi l'ha chiamata
“traditore” ma contro chi lo ha scritto per informare, significa
che non siamo messi tanto bene e che l'orlo della crisi di nervi è
stato superato da un pezzo. Tra l'Innominabile e il Fatto Quotidiano
è scoppiata una guerra senza esclusione di colpi tanto che, per la
prima volta nella storia della repubblica, un capo dello stato, in un
comunicato stampa ufficiale, di un giornale fa nome e cognome. Non
c'è dubbio che il pronunciamento della Corte d'Appello di Palermo, che vuole ascoltare l'Uomo del Quirinale nel processo sul
“trattatuni”, ha scoperto nervi sensibili, talmente sensibili che
se un bambino provasse a chiamare “nonno” il Presidente, si
prenderebbe un vaffanculo colossale. Ma la giustizia non è uguale
per tutti? O l'unico più uguale degli altri è solo Berlusconi?
Volano stracci, quando voleranno anche bestemmie non contestualizzate
e paesi vari dove far svernare le natiche, avremo raggiunto il top della coglionaggine. Perché
vedete, i pidiellini sono stati abituati male. Comandando sempre e
solo loro da una vita, non sopportano che qualcuno possa nominare
presidente di commissione uno che non sia passato attraverso i raggi ics del loro apparatnik o, in subordine, non abbia almeno ricevuto il certificato
di incapacità. Così, contravvenendo a un patto che si sta dimostrando
contronatura sotto tutti gli aspetti, il Pd nomina Rosy Bindi
presidente della Commissione Antimafia, un personaggio, la Rosy, che
per chi è abituato a infarcire la commissione antimafia di mafiosi,
suona più come una provocazione che come uno sgarbo politico. E c'è
da sottolineare che nel momento in cui i pidiellini hanno
abbandonato, offesi e incazzati come gatti siamesi dell'Uzbekistan
evirati la commissione antimafia, pensavano che qualcun altro li
seguisse. Ad esempio i leghisti i quali, facendo gli gnorri e
fischiando motivetti padani facendo finta di nulla, non solo sono
rimasti al loro posto ma si sono portati a casa anche due segretari.
Scelta Civica si è astenuta (ma ormai gli ex montiani sanno fare
solo quello, incapaci come sono di assumere una qualsiasi decisione), Sel ha
votato a favore mentre i 5S hanno votato sì contro, ma sono rimasti
in aula assicurando il numero legale rendendo così valida l'elezione. Alla
Bindi, invece dei complimenti da gentleman, Brunetta ha urlato:
“Dimettiti”. La stessa frase le è stata rivolta dall'altro
Renato, Schifani, mentre la Santanchè ha preferito tacere godendosi
i 740 mila euro incassati dalla vendita del 5,5 per cento delle
azioni di Bioera. Rosy, invece di dimettersi subito dopo essere stata
eletta, ha detto: “Sarò la presidente di tutti perché la mafia la
si combatte tutti insieme”. A noi, questo ottimismo viscerale dei
cattolici qualche volta fa una tenerezza della madonna.
Terminiamo
con una notizia attesa dal 27 giugno del 1980. La Corte di Cassazione
ha definitivamente sancito che il DC 9 dell'Itavia caduto nel mare di
Ustica, non è precipitato per un cedimento strutturale ma a causa di un missile.
Ora mancano i nomi dei depistatori, la nazionalità del missile, e il
perché il caccia che lo trasportava e che lo ha lanciato, si
trovasse proprio lì in quel momento. Nel paese delle menzogne e dei
segreti, a volte ci si può accontentare anche di una mezza verità.
martedì 22 ottobre 2013
Pdl verso la scissione e Giovanardi fa 'il Carlo': “La ragazza violentata a Modena? Perché vi meravigliate?”
Il
piano di battaglia era stato messo a punto in ogni particolare: la
cavalleria, agli ordini del Generale Bondì, avrebbe attaccato il
governo LettaLetta a destra; le amazzoni, con a capo la Santanchè a
sinistra e, al centro, la mitica fanteria comandata (come solo lui sa
fare), dal Generale Verdini, incaricato di sfondare la prima linea nemica. Alle spalle dell'esercito, Raffaele
Fitto con l'artiglieria. Silvio l'Imperatore si sarebbe goduto la
“campale” sulle spalle di Capezzone con in braccio Dudù, mentre
Francesca avrebbe preparato con le sue mani i babà per festeggiare
la madre di tutte le vittorie. La battaglia era iniziata. Sandro
Bondì aveva iniziato a far muovere la cavalleria con lo scopo
di disturbare la Legge di Stabilità. Le amazzoni stavano minando le
certezze dello schieramento nemico, attaccando frontalmente lo
stratega del Quirinale. Verdini aveva iniziato a saggiare la
consistenza delle file del nemico cercando di comprenderne la
solidità e la coerenza. E proprio sul fronte del bancarottiere
fiorentino (dopo l'intervista a Report, Di Pietro si dimise, Verdini
col cazzo che lo farà), iniziavano a vedersi le prime crepe. Il
Magnifico redivivo, grazie al suo fiuto proverbiale per i maramaldi,
aveva iniziato a capire che stavolta la compravendita non avrebbe
funzionato e che le truppe mercenarie avevano trovato un “soldo”
migliore. E infatti, proprio mentre stava dando l'ordine di attaccare
subito dopo il voto di decadenza dell'Imperatore dal Senato, Denis
aveva sfogliato i giornali rendendosi conto che non ce l'avrebbe mai
fatta. 24 (diconsi 24) senatori del Pdl avevano infatti deciso di
sostenere il governo che la battaglia campale avrebbe dovuto
affondare. A nulla sono serviti gli appelli all'unità
dell'Imperatore il quale, non sapendo più cosa offrire, era arrivato
a proporre un giro sull'Otto volante con Dudù. In queste ore, un
Imperatore deluso e amareggiato, tradito anziché no, sta prendendo
atto che una scissione non è più evitabile. Che le sirene casiniane
sono più forti dei dané, e che l'anima nera della peggiore
Democrazia Cristiana, sta tornando alla luce dopo una rapida
emersione dalle tenebre e una spolverata alle fasce (come le mummie).
E se qualcuno dei transfughi avesse avuto ancora qualche dubbio, le
dichiarazioni della Pitonessa e del condannato Fitto di domenica
scorsa, li hanno definitivamente convinti ad abbandonare la nave che
affonda. Non essendo cuori di leone, hanno una paura fottuta che
Silvio non li ripresenti se si dovesse tornare alle urne e, quindi,
meglio tirare a campare fino al vitalizio.
A
riecco Carletto Giovanardi, l'uomo che non sa tacere e che quando
parla combina disastri. Com'è avvezzo fare, il capo del tea-party
italiota non si lascia scappare mezza occasione per fustigare i
costumi e dare addosso ai gay. Sostenitore del boicottaggio della
legge contro l'omofobia, Giovanardi, a proposito della ragazza di
Modena stuprata dal branco, ha detto: “Non voglio entrare nel
merito della vicenda che l'Autorità giudiziaria dovrà chiarire in
tutti i suoi controversi aspetti. Quello che ritengo insopportabile
sono certe dichiarazioni, tra l'indignato e il meravigliato, come se
fosse possibile, 364 giorni all'anno, dileggiare ogni regola ed ogni
principio educativo, presentando la sessualità come uno dei tanti
beni di consumo, e poi scandalizzarsi se i ragazzi non si rendono
neppure conto dell'inaudita gravità di certi comportamenti”. Fino
a qui potremmo anche essere d'accordo con il senatore
ultraconservatore, quello che ci stupisce è che Giovanardi non si
renda conto che chi ha introdotto in Italia il concetto di “sesso =
bene di consumo”, chi ha dileggiato le donne riducendole a puro
oggetto del desiderio, chi ha frantumato il concetto di famiglia
costruendosene tre, chi ha privilegiato da sempre il ruolo del
maschio padrone fino a diventare simbolo esso stesso del machismo
d'accatto, è proprio il suo capo, l'Imperatore di cui sopra, teorico
e realizzatore della tivvù tette e ombelichi del “posso tastarle
il culo?”, del “ma lei quante volte viene?” E Giovanardi parla
di valori quando milita dalla parte di chi i valori li ha distrutti
per un etto di prosciutto cotto Rovagnati e una doccia con Bilba di
Cadey al gelsomino. Carletto vergognati e tornatene in convento a mangiare il pappone con le bertucce.
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