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sabato 13 aprile 2013

Lo strano “affaire” delle Quirinarie: nessun attacco hacker. Il dualismo Prodi-D'Alema, quando l'odio obnubila e travolge.


La democrazia in Rete è un rischio. Non è una novità. Non scopriamo l'acqua calda. Lasciamo stare le inveterate e le prediche, i discorsoni e le battute da bar, parliamo di cose più serie: i conti correnti nelle banche, i segreti inconfessabili di stato, gli archivi della Cia e del Mossad, le pianificazioni terroristiche di Al Qaeda, le oscillazioni dei titoli di borsa, la variazione del prezzo del succo d'arancia, le votazioni per scegliere candidati e capi. Ieri è successo un fatto spiacevole. Il M5S ha dovuto annullare le “Quirinarie” per un difetto tecnico: un presunto attacco hacker, ha prontamente scritto Beppe Grillo sul suo blog. Ovviamente l'altra Rete, quella che non ha avuto accesso alle consultazioni on line, si è divertita a sbeffeggiare i grillini, riempiendoli di battutacce e di spernacchiamenti che sono andati dal “Compratevi un antivirus” al “C'è sempre un nerd più nerd di voi” per finire con “Ma che vi ha attaccato la Corea del Nord?” Ora, se non fossimo stati fra gli artefici del successo del M5S alle ultime elezioni, ci saremmo anche noi divertiti a prendere in giro la poderosa macchina informatica della Casaleggio Associati. Però, siccome ci sentiamo responsabili di un mezzo disastro, ci permettiamo una paio di considerazioni che non vogliono essere un atto di accusa nei confronti di nessuno. La prima è che non è vera la storia dell'attacco hacker e, soprattutto, non è vero quanto affermato da Beppe Grillo sul suo portale, e cioè che la società di certificazione olandese chiamata a verificare l'esito del voto virtuale, abbia avallato l'ipotesi dell'attacco. La società olandese, nel suo rapporto, ha parlato infatti di “discrepanze” fra i voti giunti e i votanti, che è cosa ben diversa dal massiccio intervento di rompicoglioni seduti davanti alla tastiera di Hal. Responsabile di tutto l'apparato elettorale è, come abbiamo scritto, la Casaleggio Associati, fatto che un po' ci stupisce, un po' ci rammarica e un po' atterrisce perché, quanto meno, è possibile accusarla di pressappochismo e di impreparazione. L'altra considerazione, invece, ha una chiave di lettura più politica: qualcuno ventila l'ipotesi che i voti arrivati non fossero in linea con i desiderata dello stesso Casaleggio e che, il teorico di Gaia, si sia inventato di sana pianta un attacco in realtà mai avvenuto. Se fosse valida questa seconda ipotesi, le domande che verrebbero fuori sarebbero davvero tante, mentre non nascondiamo che potremmo anche essere colti dalla sindrome di Muzio Scevola. Che senso avrebbe, militare in un partito che trucca i voti dei suoi iscritti e, soprattutto, in un partito che fa della trasparenza (degli altri) il suo massimo credo? Speriamo, insomma, che qualcosa si sia tecnicamente inceppato, perché se così non fosse, ci chiederemmo il motivo dell'esistenza in vita di Vito Crimi e di Roberta Lombardi. E passiamo finalmente a Stanlio&Ollio. Certo che Prodi e D'Alema si odiano in modo inverecondo. La storiella del gatto e del topo o quella del cane e gatto, a loro fa una pippa. Romano e Baffetto si odiano da sempre, questione di incompatibilità di carattere. Il fatto è che Prodi, nel bene e nel male, come ha detto Marco Travaglio riferendosi al primo governo del Professore, ha rappresentato l'unico politico decente degli ultimi venti anni. Ha vinto le elezioni perché ha preso più voti, ha fatto il presidente del consiglio perché è risultato il più votato dalla gente, ha battuto, secco, Berlusconi due volte su due: un record. Quando ha finito il suo percorso di presidente del consiglio (tradito dai suoi), Prodi ha ricevuto offerte di lavoro da tutto il mondo e da parte dei più prestigiosi consessi mondiali (Onu compresa). Alla fine, ha deciso per un impegno diretto per l'Africa sotto le insegne delle Nazioni Unite, insomma, Prodi in Africa c'è andato davvero nonostante non lo avesse dichiarato. D'Alema, poverino, terminato il governo di altissimo profilo con Kossiga e Mastella, le ha tentate tutte credendo di essere diventato uno statista. Gliene fosse andata bene una... Così, da ministro degli esteri europeo in pectore, ha finito per sedersi sulla poltrona di presidente del Copasir, prendendo il posto di un altro grande statista: Francesco Rutelli. Ancora una volta, la storia patria li ha messi uno di fronte all'altro, uno contro l'altro, D'Alema e Prodi. Obiettivo: il Quirinale. Non ci riuscirà nessuno dei due, ma almeno Baffetto non dovrà stringere la mano a un presidente della repubblica che non ha mai amato, anzi... Purtroppo i due non possono essere paragonati neppure a Totò e Peppino ma, al massimo, a Gastone e Paperino. Ovviamente, per l'assegnazione dei ruoli, ci si potrebbe rivolgere alla Casaleggio Associati.

venerdì 12 aprile 2013

In Italia, 6 milioni di inattivi e la situazione peggiorerà. Silvio non cerca benefit: “I miei processi li risolverò in Cassazione”.


Il Fondo Monetario Internazionale ci dice che ci sono 200 milioni di disoccupati (“cifra intollerabile”, dice il FMI) di cui 3 in Italia. Il fatto è che da noi la cifra raddoppia, perché la sfiducia è diventata una sindrome nazionale e 3 milioni di cittadini ancora produttivi, hanno smesso di cercare lavoro. La contrazione della spesa, quella che mette materialmente i beni di consumo nel carrello, registra in Europa un decremento dello 0,4 per cento di media, mentre in Italia è molto più alta e arriva a toccare il 4 per cento (senza lo zero davanti). In poche parole la gente spende meno, con tutto quello che comporta per la fluidità del mercato, i bilanci delle aziende e via dicendo. Si chiama recessione e ha padri e madri, nomi e cognomi, codici fiscali e indirizzi. Ma sembra che nessuno ci faccia caso. Pur mettendo al centro della loro attività politica il tema del lavoro, i partiti sembrano interessati a tutt'altre faccende. Il Pd è alle prese con l'affaire Renzi al quale Massimo D'Alema, in piena corsa solitaria per il Quirinale, è andato a dare la sua personale solidarietà. Nel Pdl l'affaire sono da sempre les affaires di Berlusconi. Silvio, in una lunga intervista a Repubblica, ha detto che il problema della elezione di un capo dello stato di sinistra lui non se lo pone. Basta che subito dopo prenda vita un governo di larghe intese e che i ministri vengano fuori da rose di nomi condivise. Il problema del Cavaliere è che, ultime le dichiarazioni dell'agente di Noemi Letizia, ha talmente tanti casini che sarà più impegnato a mettere assieme memorie difensive, piuttosto che a pensare di governare. Non deve essere piacevole sentirsi dare del “pedofilo” pubblicamente, perché se una volta, andare con una minorenne procace e disinibita, può essere una svista, due iniziano a rappresentare una tendenza o, meglio, una prova, come direbbe il nostro amico Poirot: maledetto vezzo di non chiedere mai la carta d'identità e di fidarsi solo della taglia dei reggiseni. Comunque, Silvio sembra rassegnato (ma chi lo conosce sa che sta tramando sicuramente qualcosa), al punto che per la prima volta in vita sua, ha deciso di affidarsi alla giustizia: “I miei processi li risolverò in Cassazione”, ha detto Silvio con l'aria da ultima spiaggia. Certo è che Ghedini deve essersi stancato di scrivere sceneggiature per i film del Capo, specie se a interpretare i ruoli che lui traccia con grande abilità, è una guitta sulle scale del Tribunale di Milano: “Almeno datemi Margherita Buy”, sembra abbia detto Niccolò dopo l'ultima interpretazione di Ruby. Ormai ci siamo. Oggi dovremmo sapere “il chi è” il candidato presidente della repubblica dei grillini. Abbiamo provato a votare pure noi ma non ci siamo riusciti. Tabù. La Rete non è poi così democratica, o forse non sapevamo che fosse composta da “eletti” pure lei. I nomi che girano sono sempre gli stessi, ad esclusione di Romano Prodi e di Emma Bonino, i 5S puntato suppergiù su personaggi dalla indubbia fama e dalla trasparenza cristallina, un identikit nel quale ci ritroviamo ovviamente anche noi. Il problema, come Concita De Gregorio scrive ormai da qualche giorno su Repubblica, è vedere cosa ne pensano i grandi manovratori. Chissà perché nel nostro paese oltre ai grandi elettori, ci debbano essere per forza anche i grandi manovratori. E i treni deragliano.

giovedì 11 aprile 2013

Silvio: “Bersani al Quirinale, larghe intese e voto a luglio”. E Grillo li attacca: “Inciuciano silenziosamente. Niente streaming, niente stampa e frequentano luoghi segreti. Vergogna!”


Se Beppe Grillo non fosse un comico, abilitato per mestiere a fare battute, l'uscita di ieri avrebbe dovuto sollevare l'ilarità di tutto il mondo civile e anche, un po', di quello incivile. Ha accusato B&B, che non è il bed&breakfast “D'Alema”, via dell'Inciucio 69, Roma ma semplicemente l'acronimo Berlusconi-Bersani, di tramare nel buio, di mestare nel torbido, di agire in silenzio come due massoni in sonno. Li ha accusati di aver tenuto l'incontro in un luogo segreto, senza giornalisti, senza diretta streaming e, soprattutto, senza la possibilità di piazzare la cimice a forma di tetta inventata da Casaleggio, che gli avrebbe permesso di seguire la conversazione senza essere visto. È stupefacente (letteralmente) il doppiopesismo grillesco e soprattutto meraviglia la sua voglia (legittima) di sapere, applicando il metodo della trasparenza solo agli altri. C'è qualcosa di patologico, in tutto ciò, qualcosa di animalesco e primordiale, qualcosa che suona come il clone di Casaleggio che sta spopolando in questi giorni sul web e che twitta frasi demenziali come: “Fuori la Germania dall'euro, lentamente e con le mani bene in vista” oppure “Riorganizzare Pubblica Amministrazione: orologio atomico per sincronizzare pause caffè”. C'è qualcosa di farsesco in tutto ciò, come lo spirito adolescenziale di rompere i coglioni a ogni costo, pur non avendone più l'età. Oddio, i brufoli ci sono, gli zainetti pure e se ci fossero anche le polluzioni notturne staremmo veramente a posto. Ma passiamo a cose più serie. Silvio ha tirato fuori dal cilindro il suo bianconiglio. “Piergigi – ha detto a quattr'occhi a Bersani – fallo tu il presidente della repubblica. Ti togli dall'imbarazzo di governare con me. Adottiamo un paio di provvedimenti che mi possono essere utili per il futuro e a luglio, con il solleone che spacca il culo ai passeri, torniamo a votare”. La disperazione di Silvio è allo Zenit. Non sa più a che santo votarsi per cercare di non albergare qualche anno a San Vittore. L'unica possibilità è far fuori Bersani proponendogli il Colle, promoveatur ut amoveatur, e via libera al più grande inciucio dopo il week end. Certo, la proposta è allettante anche perché, se non scende a patti con Bersani, il presidente della repubblica agnostico se lo scorda. Silvio è consapevole che intorno a lui tira un'aria brutta e pesante e infatti, al termine della riunione segreta con Piergigi, ha dato ordine ai suoi di rilanciare la proposta di Bersani al Quirinale, dando fiato a tutte le trombe possibili e perfino alle lingue di Menelik che, come tutti sanno, sono molte di più delle trombe ufficiali. In tutto questo casino istituzionale e non, che è poi l'habitat naturale di Silvio, c'è da registrare l'incazzatura, non mascherata anzi ostentata, di Fonzie che non ha digerito l'esclusione dal gruppo dei grandi elettori del prossimo presidente della repubblica. Matteo è fuori dalla grazia diddio. Ha accusato apertamente Piergigi di averlo boicottato, di volerlo isolare, di persecuzione razziale nei confronti dei dislessici, e di violenza cieca contro le minoranze linguistiche. Si è davvero incazzato, Matteo, tanto che gli osservatori politici illuminati danno per certa la scissione del Pd. Una cosa è sicura, se il Partito Democratico avesse fin dalla nascita, accentuato la vocazione di sinistra, Renzi non ne avrebbe mai fatto parte. Se il Pd fosse un partito di sinistra, a personaggi come Renzi non avrebbe dato neppure la tessera, forse quella del Club di Topolino. Se il Pd fosse stato un partito di sinistra, il M5S non avrebbe avuto motivo di nascere, Ingroia non sarebbe stato costretto a trasferirsi in Val D'Aosta, la ferraglia arrugginita vetero-comunista avrebbe continuato a lottare sì per le 35 ore, ma alla fine, sarebbe addivenuta a più miti consigli. Pensate, per un momento, cosa sarebbe l'Italia se il Pd fosse stato un partito di sinistra...

mercoledì 10 aprile 2013

Grillini e renziani, giovani e scapigliati: occupano le Camere e insultano i Rom. La Mascherina e Piergigi si s-parlano, prove d'intesa fra apprendisti statisti.


L'occupazione della nostra scuola ci manca. Avremmo tanto voluto farla, ma non si crearono mai le condizioni. Per assurdo, eravamo più barricaderi alle medie che non alle superiori. Una volta che tentammo un abbozzo di sciopero, la preside ci venne a prendere fuori dal plesso (si chiama così, no?) scolastico e, letteralmente, ci riporto in classe per un orecchio: una figura di merda. Occupammo poi la facoltà di Lettere, ma non fu la stessa cosa. L'università non dava gli stessi brividi blu. Così, con una punta di invidia, ci apprestiamo a commentare l'occupazione delle Camere da parte dei militanti 5S, durata fino alla mezzanotte e finita quando, contrattualmente, i commessi hanno dovuto chiudere le porte e tornarsene a casa. Non crediamo che qualcuno abbia trovato il modo di fare sesso né di fumarsi una canna nei sacri bagni delle istituzioni, e poi, passare le ore a leggere la Costituzione, non deve essere stato un passatempo piacevole. Però, considerato che nessuno l'aveva ancora letta, i grillini hanno trovato il modo di fare un rapido corso di aggiornamento a spese del contribuente, che ha pagato l'illuminazione e il riscaldamento di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama extra time e lo straordinario dei commessi. Bella mossa, in tempo di crisi. Ci viene da fare una considerazione e la buttiamo là come fosse un borbottio interiore. Ai grillini è stato detto chiaro e tondo che le commissioni si faranno dopo il governo. Così come il M5S ha detto chiaro e tondo che non voterà la fiducia a nessun governo. Ma fra due soggetti che si parlano in modo così chiaro e così tondo, perché uno dei due insiste a non voler capire? Ma non si può trovare un modo più semplice per comunicare? Magari sillabando, o con i gesti, o facendo uso dei soli duecento termini che compongono il dizionario della lingua italiana di Beppe Brillo? Sarebbe tutto più semplice e non saremmo costretti a pagare la luce, il riscaldamento e gli straordinari dei palazzi della politica. Ma sono giovani, anche i senatori, e ai giovani, si sa, si perdona tutto, inesperienza compresa. E giovani sono anche Cristiana Alicata, renziana del Pd, e Marcello De Vito, candidato sindaco 5S a Roma che, trascinati dai bollori tipici della giovane età, se la sono presa con i rom di Via Candoni, rei (secondo loro) di aver preso 10 euro a testa per andare a votare alle primarie del Pd. È successo un putiferio. La comunità rom di Via Candoni, infatti, è una delle più socialmente e culturalmente attive della Capitale. E, non appena lette le accuse della renziana e del 5S, hanno risposto piccatissimi: “Come comunità rom, presente da 13 anni sul territorio del XV municipio, abbiamo sempre preso parte attivamente alla politica del territorio, come tutti i rappresentanti delle forze politiche, dell'associazionismo e dei movimenti locali possono testimoniare, cosa dimostrata anche dal fatto che in ogni tornata elettorale, i futuri candidati hanno organizzato iniziative politiche ed elettorali in questo campo sui temi dell'immigrazione e dell'inclusione sociale”. E finiscono il loro comunicato dicendo: “Come comunità abbiamo deciso di denunciare alla procura della Repubblica, Cristiana Alicata e Marcello De Vito per diffamazione e istigazione all'odio razziale, e contestualmente di inviare una lettera alla commissione europea per i diritti umani affinché ciò serva di monito”. La renziana Alicata si è immediatamente dimessa da tutte le cariche di partito: “Consegno la mia tessera nelle mani del segretario Bersani”, ha detto la Alicata, minacciando a sua volta querele nei confronti dei rom che l'hanno accusata di essere razzista. Mentre il grillino, dando la dimostrazione di tutta la sua sagacia politica, ha detto: “Faccio un passo indietro, ma mi sono fidato della denuncia fatta dalla Alicata”. Come dire, si è fidato di una terza persona, senza verificare la veridicità delle accuse. Marcello De Vito è il candidato sindaco, non un militante qualsiasi. È proprio vero che dopo Alemanno, a Roma possono candidarsi tutti, basta sperare che non nevichi. Sull'incontro fra Mascherina e Piergigi non abbiamo nulla da dire. È sufficiente l'immagine di apertura. Sono due profili, niente altro che due profili. Segnaletici.

martedì 9 aprile 2013

Larghe intese e dipartita della signora Tatcher. Quando un giornalista noto moderato (io), lo è un po' meno.


Sono due gli argomenti all'ordine del giorno del 9 aprile 2013. Le “larghe intese necessarie”, invocate da Giorgio Napolitano riferendosi a quelle del 1976, e la morte, per spappolamento del cervello, di Iron Lady. Su entrambi avremmo molto da dire, potremmo addirittura correre il rischio di diventare (verbalmente) violenti. Però, considerato il nostro aplomb british, cercheremo di evitare cadute di stile. Partiamo da ca(o)sa nostra (qualcuno potrebbe dire, “az che esordio moderato”! E avrebbe ragione). Il Presidente della Repubblica, rimembrando Gerardo Chiaromonte, ha dettato la sua linea partendo da lontano. Dopo aver preso atto che i 10 saggi da lui nominati passano le giornate giocando a Ruzzle e Burraco, Napolitano ha deciso di scendere in campo in prima persona e di dare l'ultimo saggio consiglio del suo settennato. Con le lacrime agli occhi e la voce tremante, di fronte a una platea attenta come non mai, ha detto: “Occorre dar vita a un governo figlio di larghe intese, come quelle del 1976, quando due forze da sempre contrapposte, si unirono per il bene supremo della nazione”. Il Presidente parlava del governo di minoranza di Giulio Andreotti, nato grazie all'astensione del PCI, che gli diede una sorta di appoggio esterno indispensabile, in termini numerici e di contenuti. In quel periodo muovevano i primi passi i cosiddetti “cattocomunisti”, gente che, nonostante tutto, era mossa da grandi ideali, compresi quelli del Vaticano II. A parte la crisi economica profonda in cui versava l'Italia, comunque non paragonabile assolutamente a quella attuale, c'era un altro pericolo che spingeva la DC e il PCI al “compromesso storico”, si chiamava terrorismo e mieteva vittime come e peggio della “spagnola”. Potremmo chiudere questo argomento, ricordando ai distratti, e a quelli che non hanno studiato, chi furono i fautori, gli ideatori, gli strateghi di quel governo di larghe intese. Per la DC le trattative furono condotte da Aldo Moro mentre, per il PCI, c'era un certo Enrico Berlinguer. Definire “statisti” i due non dovrebbe essere uno sforzo sovrumano né lo studio della Teoria dei Quanti. Oggi, da una parte c'è Silvio Berlusconi e dall'altra Pierluigi Bersani. D'accordo, la politica si è imbarbarita, però c'è un limite a tutto, e, a prescindere, dovrebbe esserci quel senso del pudore indispensabile (almeno) per le alte cariche dello stato. Ecco, il ragionamento sulle “larghe intese” si potrebbe chiudere qui, se Flores d'Arcais, oggi, su quello che fu il Corriere della Sera, non avesse tirato fuori un arzigogolo dei suoi. Scrive d'Arcais: “La giunta per le elezioni, una volta insediata, potrebbe dichiarare 'ineleggibile' Silvio Berlusconi, togliendo al Parlamento un imbarazzo che dura da 20 anni, perpetrato nel tempo anche da Massimo D'Alema”. Capito perché Silvio vuole la larga intesa, maledetta e subito? E capito perché Piergigi ciurla nel manico e gli risponde: “Ci penserà il prossimo presidente della repubblica”? Onestamente, Silvio e Piergigi sono due statisti?
“Oggi è un grande giorno”, ha detto David Hopper, settantanne, all'epoca leader sindacale del movimento dei minatori, commentando la notizia della dipartita della signora Tatcher. Ed è la stessa frase che abbiamo pensato noi quando le agenzie di stampa hanno battuto la notizia. Ci sono morti che, non si sa perché, fanno tirare un sospiro di sollievo, come se la scomparsa dalla faccia della terra di una signora malata di Alzheimer fosse motivo di danze e non di cordoglio. Ma la signora Tatcher, cari berluschini del menga, ne ha combinate talmente tante che ieri ci siamo ritrovati a dire, come 38 anni fa, il 20 novembre 1975, “viva la muerte tua”. Allora se n'era andato Francisco Franco, oggi Margaret Tatcher. Qualche tempo fa, durante la presentazione del libro di un nostro collega molto famoso, all'ennesima lode in onore di Iron Lady sbroccammo. Non ci capita mai, solo di fronte alle idiozie, e quella sera, di idiozie sulla Tatcher, ne furono dette tante, troppe. La Lady, che come nessuno odiava gli operai, si è resa responsabile di genocidio sociale e culturale di tre generazioni di inglesi. È stata la leader indiscussa, insieme al suo sodale americano Ronald Reagan, del liberismo più sfrenato e della conversione totale al “dio mercato”. Fomentatrice dell'odio sociale, ha distrutto il welfare, la scuola pubblica, l'assistenza sanitaria, il sistema-lavoro basato sulla produzione di cose, la dignità degli operai e ha fatto scomparire, nei suoi 11 anni di potere assoluto, la middle-class. Vi ricorda qualcuno? Ma va là! Come insegna quello statista che risponde al nome di Luciano Violante, il rispetto che si deve ai morti, e alla morte, deve essere uguale per tutti. Non siamo d'accordo, non lo siamo mai stati, non lo saremo mai, perché la morte di Bobby Sands non è uguale a quella di Margaret Tatcher. Quindi vale, per la signora Tatcher, quello che, con gli amici e compagni del Movimento, dicemmo del 1975. Punto.

lunedì 8 aprile 2013

Toh, la Lega! Ignazio Marino vince a Roma e un milione di licenziati ringraziano il duo Monti-Fornero.

Oh, signur!
Ragassi, Pontida porco boia! All'inizio del raduno dei mao-mao, è sembrato che la “festa verde” si dovesse trasformare in una sfida all'ok corral. I bossiani sono arrivati con le foto di Maroni-Pinocchio, mentre i maroniani hanno preso a insultarli malamente e a spintonarli con fare più che minaccioso. Baci e abbracci, fra il presidente e il suo delfino, non sono serviti però a nascondere la voglia che avevano di prendersi a mazzate sulla fronte. Dagli occhi dei due galli, uscivano lame di fuoco che il fair-play doveroso, non è riuscito a mascherare. Maroni è arrivato sul palco con un sacchetto pieno dei diamanti di Belsito, promettendo di regalarne uno a testa alle sezioni del partito più meritevoli, non rendendosi però conto di commettere l'ennesimo reato, visto che si tratta di fondi pubblici erogati a titolo di rimborsi spese elettorali e non un argent de poche per i più bravi. Non glielo ha fatto notare nessuno, ma va bene lo stesso: in questo paese, delinquere è diventato un fatto di ordinaria quotidianità. Quella di Pontida di ieri, è stata una delle mattinate più tese nella storia della Lega. Non si è arrivati alle mani per un puro caso. Nervosismo alle stelle e faide interne (Saia-Tosi una delle più sanguinose), stavano per far precipitare una situazione al limite del comico, in un grand guignol che avrebbe causato morti e feriti e pure qualche occhio nero. La distanza fra Bossi e Maroni è siderale. Non vanno d'accordo su nulla. Maroni si è asserragliato fra le quattro mura delle regioni del Nord, mentre Bossi ha detto chiaro e tondo che la parte più importante della battaglia leghista è ancora a Roma. Richiami all'unità e alla pugna, ma la Lega di una volta non esiste più e questo ci intristisce. Non abbiamo visto manco un vichingo con le corna e sembra perfino che Maroni non voglia andare a bere l'acqua della sorgente del dio Po; lui, con le bistecche d'orso, preferisce la birra. Ridotta a prefisso telefonico, assorbita da quella slot-machine che è il Pdl, la Lega non conta più una mazza. Infatti, ieri è andato in onda un funerale, nonostante le urla, gli insulti e le invettive di un popolo di nostalgici in balia della nemesi della storia. Stavolta, Odino non ci metterà una pezza.
Avviso per il popolo distratto del Pd. Ignazio Marino ha vinto le primarie di Roma. L'unico dei candidati che ha detto in modo inequivocabile, “Con Silvio mai”, ha staccato di diverse lunghezze gli avversari “possibilisti” Sassoli e Gentiloni. Marino ci sta simpatico. La sua commissione, quella incaricata di dare un'occhiata ai manicomi criminali ancora aperti, ha redatto un rapporto che è l'ennesimo atto di denuncia della terribile situazione detentiva italiana, quella che la UE ci sputa addosso a ogni piè sospinto. Marino è una persona seria, un medico serio, un signore che gira in bicicletta e che di Silvio ha detto: “Come si può pensare di stringere un accordo con una persona che, in questi anni di potere, ha minato le fondamenta di una nazione, asservendone la democrazia a scopi personali?” Ecco, a noi basta questo per considerarlo un galantuomo degno di sedere al Campidoglio dove, tra l'altro, prenderebbe il posto di Rocky-Alemanno, quello che se piglia il capo della Protezione Civile che prevede neve, gli fa un culo così. Il messaggio che la vittoria di Marino lancia, è chiarissimo. Il popolo del Pd non vuole nessuna alleanza con quello del Pdl, specie dopo aver visto Matteo Renzi, travestito da Fonzie, rincorrere Maria De Filippi lungo la strada della scempiaggine. Ma Matteuccio è talmente giovane che non crediamo abbia visto la serie originale di Happy Days. Arthur Fonzarelli è, a modo suo, un personaggio troppo serio per andare a cazzeggiare da “Amici”.
Dopo più di un anno è possibile tirare qualche conclusione sul lavoro del governo dei tecnici. Quello che hanno combinato Monti&his Friends è ormai sotto lo sguardo attonito di tutti gli italiani. Più debito pubblico, più interessi sul debito pubblico, meno Pil, investimenti bloccati, suicidi imprenditoriali (e non solo) di massa, fuga di cervelli all'estero, disoccupazione giovanile ai massimi storici, recessione perniciosa, carrello della spesa depauperato, nessuna riforma seria se non quella, invisa a tutti, del lavoro. Il risultato della cosiddetta “riforma della Sora Elsa”, che non è il piano per la migliore distribuzione delle trattorie di Trastevere, è riassumibile in un milione di licenziamenti ai quali non hanno fatto seguito due milioni di assunzioni, ma il vuoto assoluto. Se fossimo allievi della professoressa Fornero, ne chiederemmo l'immediata rimozione dalla cattedra di economia, ma siccome non lo siamo, ci accontenteremmo di segnalarla agli storici come il peggior ministro del Welfare degli ultimi 150 anni, roba che Maurizio Sacconi se la sta ridendo alla grande, perché finalmente qualcuno è riuscito a fare peggio di lui. Questo è stato il risultato della lotta senza quartiere contro l'articolo 18, questo è stato il risultato di una politica che avrebbe dovuto portare in Italia (grazie a una maggiore facilità di licenziare) un fiume di investimenti dall'estero. Nulla di tutto ciò: solo una grande, smisurata, lancinante disperazione. Quella di Mario Monti, alla fine, è stata solo un'operazione di restyling, la faccia nuova (e pulita) che occorreva all'Italia dopo il massacro berlusconiano. Il resto, invece, è stato un'immensa tragedia riassumibile in nessun indice positivo della nostra economia. Certo, se i professori-salvatori sono questi, perfino “testa di minchia a mammà” Scilipoti ha una chance. Per non parlare di Totonno Razzi, che almeno i conti (in tasca sua) li sa fare. Ecco la soluzione: Scilipoti ministro dell'economia, Razzi allo Sviluppo. Ormai non ci resta che delirare. Nessun accenno ai grillini? Stavolta no. Sapete che c'è? Le sette, le congreghe e le confraternite ci sono sempre state sulle palle.

domenica 7 aprile 2013

80mila giovani emigrati nel 2012. E l'Italia è all'ultimo posto per scuola e cultura. Tutto coincide, fallimenti compresi.


Quando escono dati macroeconomici, una persona normale, e per “normale” si intende un povero cristo che non ha studiato né alla Bocconi né alla Luiss, li incrocia, soprattutto se provengono da fonti diverse. Il nostro maestro di comunicazione ci diceva che, per farsi un'idea di quanto stava accadendo, era sufficiente aprire tutti i quotidiani su un tavolo, leggere le diverse versioni della stessa notizia e fare la media: il risultato finale era una visione molto vicina alla realtà. In questo caso, però, non occorre neppure fare la media perché, i dati di cui sopra, bastano per chiarire un trend italiano che dura da una vita, forse meno, venti anni. L'Aire (l'anagrafe degli italiani all'estero), scrive che nel 2012, 80mila concittadini sono espatriati per lavoro. La fascia di età è compresa fra i 20 e i 40 anni, sono più uomini (trentenni) che donne e le regioni di provenienza sono la Lombardia, il Veneto e la Sicilia, con una netta prevalenza dei lombardi. La destinazione preferita è la Germania, seguono la Svizzera e la Gran Bretagna. Non tutti gli 80mila giovani sono cervelli in fuga, “solo” il 78 per cento. Prendiamo questi dati statistici, che sono numeri e quindi difficilmente confutabili (Silvio ci provò a taroccarli, con l'Istat, gli andò male, fece secco il presidente dell'Istat) e teniamoli per un momento da parte. Contemporaneamente l'Eurostat (l'istituto europeo di statistica, l'equivalente dell'Istat a Bruxelles), certifica che l'Italia è all'ultimo posto per le spese “in cultura” e al penultimo per quelle relative all'istruzione. L'Italia spende l'1,1 per cento del Pil, a fronte della media del 2,2 degli altri paesi, sorpassati perfino dalla Grecia che ci sopravanza dello 0,1 per cento, fermandosi all'1,2. Sul fronte dell'istruzione ci possiamo consolare, siamo penultimi. All'ultimo posto c'è la Grecia con l'8 per cento. Noi brilliamo per un 8,5 per cento che cozza terribilmente contro il 10,9 della media europea. Ma il dato allucinante di tutta questa sporca faccenda, è che l'Italia spende materialmente quasi più di tutti (ma nella spesa sono compresi anche gli interessi sul debito pubblico). Questo significa che spendiamo sì, ma male, non ci vuole un genio per capirlo. Cosa significano queste due statistiche messe a confronto? Dato per assodato (sono i numeri a dirlo) che il 78 per cento dei giovani che se ne vanno, rientrano nella categoria dei “cervelli in fuga”, l'Italia si sta colpevolmente privando di risorse umane che nessun altro paese europeo possiede. In più, non sta affatto tutelando né investendo, sulle uniche ricchezze che questo paese possiede (non per merito suo) e che si chiamano paesaggio, beni artistici, beni culturali. Uno scemo qualsiasi, quindi non laureato né alla Bocconi né alla Luiss, riuscirebbe perfettamente a capire che la vera risorsa dell'Italia (poche eccellenze industriali a parte) è il turismo, ma non quello passivo, teso solo a “ospitare”, ma quello attivo, comprensivo cioè di un pacchetto che consenta agli stranieri che vengono in Italia di comprenderne il senso profondo e affascinarli, fidelizzarli, direbbero i geni delle geniali università italiote. Così pensiamo ai giovani artisti, ai musicisti, ai letterati, agli storici (non solo dell'arte), e a una imprenditoria giovane che riesca a catalizzare l'attenzione dei giovani di tutto il mondo con proposte innovative, originali, fantasiose, creative. Ce ne sono migliaia di questi giovani, solo che trovano il loro spazio in Francia, in Germania, in Spagna, in Inghilterra. A volte ci cadono le braccia. Ma poi pensiamo che per anni abbiamo scimmiottato gli altri e che, provinciali come siamo, uno sguardo fuori dalle mura di casa non è possibile. C'è l'uvite in agguato. 

sabato 6 aprile 2013

Morire d'abbandono. Morire di vergogna. Morire di disperazione. Morire... La tragedia di Civitanova Marche specchio di un'Italia che non esiste più.


Remo aveva 62 anni. Faceva parte di quella categoria inventata di sana pianta da chi doveva salvarci dal tracollo: gli esodati. Prima piccolo imprenditore, poi, strozzato dalle tasse, lavoratore in proprio, poi, non potendo pagarsi i contributi dell'Inps, lavoratore in nero, a cottimo, a giornata. Nonostante Remo lavorasse, non veniva pagato, neppure in nero. Annamaria Sopranzi, la moglie, aveva 68 anni. Pensionata, tirava su un reddito mensile di 500 euro. Insieme la coppia ne pagava 650 di affitto; superata di gran lunga la soglia di povertà. Giuseppe Sopranzi, fratello di Annamaria, di anni ne aveva 72 anni e fino allo scorso anno era vissuto con la sorella e il cognato. Poi i soldi non bastavano e Giuseppe era andato a vivere da solo. Remo e Annamaria si sono impiccati insieme, come insieme avevano vissuto, in uno stanzino vicino al garage di casa. Una decisione maturata da tempo se è vero che il giorno di Pasqua, a pranzo a casa di parenti, non avevano detto una parola. Giuseppe non ha retto il colpo e, saputo dei suicidi del cognato e della sorella, è andato in cima al molo del porto della sua città e si è buttato. Remo si era rifiutato, fino alla fine, di andare in comune a chiedere un aiuto. Troppa la vergogna, troppo il disonore per non riuscire a mantenere la famiglia. I vicini di casa e i parenti glielo stavano consigliando da un anno, ma Remo e Annamaria, per quel senso del pudore molto forte nelle persone di quella generazione, si erano sempre rifiutati di prenderla perfino in considerazione, quella proposta. Una storia tragica, quella di Remo e Annamaria, terminata in modo ancora più tragico con il suicidio di Giuseppe. Tutto questo è avvenuto a Civitanova Marche, ex regno della calzatura, dell'amianto, di un assetto industriale che con il tempo, è andato scemando sempre di più, fino alla riscoperta della vocazione turistica e culturale. È accaduto a quattro passi da casa nostra e in una regione, le Marche, il cui modello di sviluppo basato sulla micro-piccola impresa, è stato studiato dagli economisti di tutto il mondo. È accaduto nell'indifferenza di uno stato, e di un governo, che è riuscito a creare quell'aberrazione che ha assunto il nome di esodati, così come, per un'altra colpevole indifferenza, ha preso sempre maggiore consistenza la categoria dei giovani “né né”, una vergogna tutta italiana. E Sora Elsa piange. Lo fa ancora sulle colonne dei giornali e dice che è addolorata e sconvolta, non pentita, mai. Ormai i suicidi sono all'ordine del giorno anzi, delle ore. E mentre tutto questo avviene, c'è chi tenta di fare le scarpe al suo rivale politico, chi tenta di guadagnare l'impunità fino alla fine della sua vita terrena, chi se ne va al mare (ancora più vergognoso) per mettere una pezza ai malumori dei suoi. Iniziamo a vergognarci di vivere in un paese che lascia morire i suoi cittadini nell'indifferenza e nell'abbandono, che specula sulle pandemie presunte e sui terremoti, che decide scientemente di non curare più la gente né di tutelare l'istruzione e i regali che la natura, e il genio dell'uomo, hanno fatto a questo paese. Ci vergogniamo di vivere in una nazione che ha al centro dei suoi interessi i gratta e vinci e i videopoker, che poi non sono altro che l'altra faccia della disperazione. Di Remo, di Annamaria e di Giuseppe saranno sempre di più piene le pagine di cronaca, come sempre più piene di insulsaggini e di colpevoli ignoranze, saranno quelle della politica. E nessuno che dica: basta!

venerdì 5 aprile 2013

La prof all'allieva: “Ad Auschwitz saresti stata più attenta”. Peccato che la ragazza sia ebrea. Gli strani razzismi di un paese smemorato.


La professoressa di un liceo romano, rivolgendosi a una ragazza ebrea della sua classe, le ha detto: “Se fossi stata ad Auschwitz, saresti stata più attenta”. È scoppiato un putiferio, e non poteva essere altrimenti. Sentita dagli organi dirigenti scolastici, la professoressa si è giustificata affermando: “Ho solo voluto indicare alla ragazza un luogo dove c'era l'ordine. Non sono razzista”. Ora, sperando che insegni matematica, che non abbia mai letto un libro di storia in vita sua, che non abbia mai visto un film, che scambi, come molti, l'olocausto per la Shoa, la giustificazione della prof è stata peggiore del guaio combinato pronunciando una frase idiota. L'ordine di Auschwitz, come tutti sanno, era quello dei forni crematoi, e l'attenzione e il silenzio che regnava, era dovuto al fatto che il fumo nei camini non fa rumore. L'ignoranza, l'approssimazione e la malafede che circonda ancora oggi la lettura di alcuni fatti storicamente accertati, è una delle ragioni per le quali questa nazione ha perso la trebisonda, avendo dimenticato le radici storiche, politiche e sociali dalle quali ha preso linfa e vita per trasformarsi in una democrazia imperfetta, ma sempre di democrazia si tratta. La faciloneria e il pressappochismo con cui si affrontano alcuni argomenti legati anche al nostro recente passato, sono sbalorditivi. La signorina Roberta Lombardi, capogruppo dei 5S alla Camera, ha recentemente affermato che il fascismo degli inizi aveva un forte senso dello stato. Quale lo si è visto, considerato che più che senso dello stato, il fascismo aveva il senso dell'impero. E in Africa ancora ricordano le prodezze di quello sterminatore noto con il nome di Rodolfo Graziani, in arte Generale dell'esercito. Se c'è una donna che stimiamo senza se e senza ma, questa è Margherita Hack. Ma il giudizio che ha dato la scienziata sul fascismo, resterà impresso nella nostra memoria come una delle pagine più nere della sua storia, confermando la nostra convinzione che non esistono né miti né eroi. Parlando di fascismo, non ci sono né “ma” né “però”, e non vogliamo più dilungarci a fare la lista dei personaggi della politica e della cultura che il fascismo ha torturato, imprigionato, ucciso né le leggi razziali né l'entrata in guerra con i nazisti. Giustificare i morti di Salò, come fece Luciano Violante, uno dei saggi di Napolitano, può procurare le lacrime e l'abbraccio di Mirko Tremaglia, ma un moto di terrore in tutti coloro che con i repubblichini ebbero a che fare. Se questo paese avesse mantenuto la barra dritta su pochi, essenziali presupporti del nostro passato, probabilmente la storia attuale sarebbe diversa. Morti i padri della patria però, sono rimasti personaggi dal dubbio passato e dall'incerto futuro, che non hanno capito cosa diavolo significhi “democrazia”. Avete sentito la Santanchè, ieri sera da Santoro? Volete un'altra prova o è sufficiente questa? Ebbene, in un periodo in cui avere senso dello stato significherebbe tentare di risolvere problemi incancreniti da 20 anni di berlusconismo, i politici dimostrano ancora una volta di tenere in considerazione solo i cazzi loro, anche se tutti si affannano a dimostrare il contrario. Da Matteo Renzi a Berlusconi, ognuno parla a nome e per conto dell'interesse superiore della nazione, mentre uno vuol fare le scarpe al segretario del suo partito, e l'altro ottenere l'impunità a vita, anche costringendo la povera Ruby a leggere un comunicato stampa scritto di proprio pugno da Niccolò Ghedini, sotto i ritratti di Falcone e Borsellino. Sui 5S ormai non c'è nulla da dire se non che, evidentemente, una trentina di loro si è rotto le palle di premere un bottone telecomandato a distanza da Casaleggio. Che Roberto Currò, e molti dei suoi colleghi, si stia stancando ormai è un dato di fatto e non di cronaca. Che oggi, imbarcati di peso su un pullman, i grillini vadano a parlare con il capo in una località segreta (sempre grazie al principio della trasparenza degli altri), è un dato di fatto e non di cronaca. Che Grillo lanci fatwe e non proposte politiche, è un dato di fatto e non di cronaca. Che ci siamo rotti le palle di star della politica e di razzisti tanto al chilo, è un dato di fatto e non di cronaca.

giovedì 4 aprile 2013

Finita la tregua nel Pd. Matteo torna nella pugna e Bersani gli propone una missione internazionale... a Guam.


Se uno è morto ha bisogno necessariamente delle esequie. Non abbiamo mai visto un morto che si infila nella bara da solo, si fa la cerimonia funebre e si tumula. Probabilmente, un morto simile non avrebbe potuto inventarlo neppure Edgar Allan Poe, perché il Parlamento italiano non è la bostoniana Casa Usher. Perfino agli ergastolani defunti si fanno i funerali, perfino ai clochard a spese del comune, perfino al peggior violentatore dell'universo. I funerali dei dittatori assumono, spesso, la solennità del fatto storico, e ai torturatori, anche se in tono dimesso, una degna sepoltura viene comunque concessa. Tutto questo preambolo per dire che riconosciamo a Beppe Grillo la paternità della frase “I politici sono tutti morti” e che, proprio per questa ragione, umanamente, una mano a entrare nella fossa avrebbe potuto dargliela ai politici defunti, piuttosto che lasciarli all'aria aperta a finire spolpati dagli avvoltoi e dalle iene. Cosa sarebbero state, se non dolci accompagnamenti nell'aldilà, le leggi sull'ineleggibilità, sul limite dei mandati, sulla riduzione delle prebende, sull'eliminazione totale dei privilegi, sulla fine dei vitalizi, sul falso in bilancio, sulla corruzione, sulla malversazione, sul falso ideologico, sull'inquinamento, sull'omofobia, sul diritto di cittadinanza se non la pietra tombale di una politica che ha stancato (eufemismo) tutti? Invece no, Beppe preferisce le carogne al pascolo e il colpo di grazia alla nuca, un po' violento come scenario, ma efficace. Però, siccome non tutti i grillini sono affetti dalla sindrome di Charles Bronson, iniziano a manifestarsi le prime crepe e spunta, come il sol dell'avvenire, la parolina magica “legalità” che sembra avere quasi un effetto collante. Resta il fatto che non si è mai visto un capogruppo (o portavoce) che, nel giro di pochi minuti, sia stato smentito dal capo del suo partito (questo è il M5S nonostante le norme del non-statuto) e non si sia dimesso. L'impressione è che la capacità decisionale dei grillini, la loro autonomia, anche di pensiero, sia pari a zero, e che non ci sia solo un capo unico e riconosciuto, ma anche un pensiero unico il che, se permettete, è quanto di più pericoloso possa esistere. Fuori dai denti. Silvio, nonostante i voti riportati alle ultime elezioni, era un politico morto. Abbiamo visto cadaveri in forma migliore, nonostante i sorrisi, gli occhiali da sole, l'uvite. Grillo è riuscito a compiere l'ennesimo miracolo nei confronti di un uomo che non si sa più cosa occorre fargli per toglierlo di mezzo dalla scena politica. Lo ha riesumato, come hanno fatto tutti quelli (di sinistra) che in questi anni hanno giocato al gatto con il topo, non capendo di essere i topi. E lo ha detto anche Matteo Renzi, pronto a sacrificarsi, poverino, per il bene della patria, liquidando Tentenna-Bersani e alleandosi da qui all'eternità con Silvio. Lo ha cantato, con voce da Cappella Sistina, chiaro e tondo a casa della Cgil, ieri, a Firenze. “Stiamo perdendo tempo. Fanculo Grillo. Torniamo a votare. Io sono pronto. Non mi faccio dettare l'agenda da un comico. Preferisco allearmi per il bene del paese e del lavoro, con quelli del Pdl che, almeno, mi hanno ospitato a pranzo ad Arcore”. Matteo ha rotto la tregua e, per molti versi, ha ragione. Bersani si è trasformato in una spirale, nella speranza di avviluppare in qualche modo Grillo e i suoi, e forse c'era anche riuscito, per capirlo sarebbe stato sufficiente mandarlo in Parlamento. Ma poi è arrivato il Re che ha deciso di nominare la sua personalissima corte. Il presidente Napolitano non può meravigliarsi della reazione insofferente dei partiti, i tecnici bastano una volta, una seconda non ci cascherebbero più neanche gli asini, pure se con la tessera del Pdl in tasca. Così, ascoltate le variazioni sul tema del giovin signore fiorentino, la segreteria del Partito Democratico ha deciso, all'unanimità, di proporgli una missione internazionale, con biglietto di sola andata, che lo accrediti agli occhi del mondo come prossimo premier italiano. Lo spediscono a Guam, località sulla quale ha messo gli occhi anche Kim Jong Un, deciso a sperimentarla come isola dove verificare la gittata dei suoi missili nucleari. 

mercoledì 3 aprile 2013

Ancora guai fiscali per Silvio che minaccia: “Venerdì ritiro Quagliarello e Giorgetti”. I grillini approvano il Def dopo l'ultimatum degli imprenditori della Marca.


Ci fosse una delle enne imprese di Silvio, che non abbia guai con il fisco. Evadere le tasse sembra essere diventato il gioco di ruolo preferito del Capataz. Altro che Farmville, altro che Ruzzle. Silvio gioca a Monopoli e, grazie al culo che ha, non becca mai un “imprevisto”, solo e sempre “probabilità”. L'ultima è di ieri. Il fisco ha accertato che Banca Mediolanum deve all'erario la modica cifra di 344 milioni di euro. E non per operazioni fatte in Italia, ma per gli affari della controllata irlandese. Gira che ti rigira, quando si parla di Berlusconi, vengono sempre fuori problemi di soldi, che fanno il paio con quelli di sesso; per la terza esse dei film americani di successo, il sangue, Silvio si sta attrezzando. Infatti, se dovesse essere eletto un presidente della repubblica di sinistra (la quarta esse), potrebbe scapparci pure quello. La fibrillazione dell'ex presidente del consiglio “piu” migliore degli ultimi 150 anni, sta raggiungendo livelli parossistici. La preoccupazione di vedersi sfilare il Quirinale sotto gli occhi è massima, e si sta trasformando in terrore per tutto quello che potrebbe accadere, compresi, ovviamente, gli esiti dei processi in corso, con le sentenze che stanno per arrivare. E allora, come sempre, Silvio ricatta. Accortosi che la scadenza del lavoro dei due gruppi di saggi è prevista alla vigilia della prima riunione delle Camere per l'elezione del Presidente, Silvio minaccia di mandare all'aria i tavoli di concertazione. Ha fatto sapere, con gran clamore di trombe e di urla degli house organ, che entro venerdì, comunque vadano le cose, lui ritirerà gli esponenti-saggi (una palese contraddizione in termini) del Pdl. Quagliarello e Giorgetti rischiano, quindi, di terminare il loro lavoro con largo anticipo perché, come questi anni di berlusconismo ci hanno insegnato, quando il padrone fischia, i cani corrono; pena la riduzione della porzione di pappone. Buone notizie, invece, dal fronte dello sblocco degli euro per i pagamenti arretrati alle imprese. Da giugno saranno disponibili 20 miliardi freschi da immettere sul mercato, per gli altri 20 occorrerà attendere il 2014. Il provvedimento (Def), più volte invocato dagli imprenditori, è passato con la firma autorevole e favorevole degli esponenti del M5S, i quali hanno dato il via al decreto dopo essersi accertati che il dané non sarebbe finito nelle casse delle banche. Ora. Non ci vuole mica molto a capire che una buona parte di quei 20 miliardi finiranno alle banche. Chi volete che abbia finanziato le imprese creditrici dello Stato, Paperon de' Paperoni e Rockerduck? A questo proposito, ci piace ricordare quanto il duo Grillo-Casaleggio sia sensibile ai richiami degli imprenditori, e come la firma dei 5S di ieri, risenta evidentemente, di questa fascinazione. Subito dopo le elezioni, Corrado Formigli, a Piazza Pulita, analizzò il risultato del voto degli italiani come tutti gli altri talk-show politici. L'allievo di Santoro, ebbe però l'idea di andare a intervistare un gruppo di industriali della Marca Trevigiana che aveva votato sempre per Berlusconi ma che, alle ultime consultazioni, in blocco, aveva dato la sua preferenza al M5S dopo un incontro personale con Grillo e con il suo teorico. Ricordiamo di aver vissuto quella puntata, e la vista di quei ceffi, come una sorta di incubo. Allineati nel salone di un castello, ci diedero l'impressione di rappresentare un potentissimo gruppo di pressione. Quegli imprenditori parlarono di tutto quello che avevano discusso con i capi del 5S, e dei provvedimenti utili per la ripresa dell'Italia, ma glissarono, neppure troppo elegantemente, su uno solo dei temi tirati fuori da Formigli: la lotta all'evasione fiscale. Un dato di fatto certo: se avessimo visto prima quella parte della base elettorale del M5S, il nostro voto in cabina sarebbe stato diverso. Ci sono personaggi, dentro a un movimento che parla a nome del web ma che non rappresenta il web, che definire inquietanti potrebbe apparire come uno strampalato eufemismo. Pensare, solo per un attimo, che dietro le prese di posizione bizzarre dei grillini, ci possano essere loro, ci piglia di un male... Ultima perla. Lo stato salderà 20 miliardi di euro agli imprenditori, e va bene. Ma, contemporaneamente, aumenterà l'aliquota Irpef per le persone fisiche. Ogni italiano tirerà fuori dalle tasche 138 euro di più all'anno. Capito da dove arriveranno quei 20 miliardi?

martedì 2 aprile 2013

Silvio da di matto, mentre parte la più grande fiera delle banalità dopo il week end: si riuniscono i 10 Saggi. E Marine Le Pen vuole fidanzarsi con Grillo.


Com'è un saggio? Ve lo siete mai chiesto voi lettori della Rowling e di Hesse, di Gibran e di Tagore? Cos'ha nella testa un saggio, come veste, di cosa si ciba, da quali esperienze di vita deriva la sua saggezza? Poi, cos'è per un saggio l'amore, la morte, l'arte, la cultura, l'economia, la politica? Abbiamo iniziato a porci queste domande dopo che il presidente Napolitano ha dato la sua personale definizione di “saggio”. Oddio, non è andato davanti alle telecamere e detto: “Per me il saggio è...”. Ha fatto di più, li ha personalizzati. Non li ha descritti genericamente, ha fatto nomi e cognomi ai quali corrispondono ovviamente, tratti somatici e storie private. Inutile dire che la nostra definizione di “saggio” non corrisponde a quella del Presidente della Repubblica, ma ormai sono tante, troppe, le cose che ci differenziano dal primo degli italiani, il condomino del Quirinale. Fra queste, l'idea che Luciano Violante e Gaetano Quagliarello possano far parte della categoria. Il dubbio che qualcuno nelle alte sfere avesse letto i nostri ultimi due post, si è dissolto questa mattina con le dichiarazioni che Silvio Berlusconi ha, personalmente, rilasciato alla stampa. “Qua – ha detto Silvio – si vuole solo prendere tempo”. Lo ha capito perfino lui, figuriamoci gli altri. Ma il ragionamento di Silvio, quello che si nasconde fra le righe di una affermazione che, di fatto, brucia le due commissioni di saggi, è: “Tutti d'accordo, dal Pd ai 5Stelle, vogliono arrivare al 15 aprile per eleggere un presidente della repubblica di sinistra o, almeno, appartenente a quell'area. Io sarò fatto fuori miseramente e allora addio impunità ad libitum”. Cari amici e confratelli in italianità del centrodestra, ma vi rendete conto che, ancora una volta, il vostro leader punta decisamente a farsi i cazzi suoi e fanculo l'Italia? Vi rendete conto che a lui di risolvere il problema della disoccupazione non frega una mazza? Ma non vi chiedete perché si sia dichiarato disponibile a governare perfino con Bersani leader? L'unica strada che Berlusconi ha per salvarsi dalla galera, è la Grosse Koalition basata sul ricatto della governabilità. “Volete governare? - dice Silvio – bene, ci sto, però datemi il Quirinale”. Sta vivendo ore di terrore, il Capataz sovrano. Ha trascorso la peggiore Pasqua della sua vita, e senza uno straccio di amico che gli regalasse, dentro l'uovo, l'ennesima intercettazione telefonica in grado di tirarlo fuori dai guai. Per la prima volta, da venti anni a questa parte, Silvio sente odore di “pacco” e non sa, se non con il ricatto, come predisporre il “contropacco”, temendo un “contropaccotto” (grande Nanni Loy). L'impressione è che The Great Sages Band, abbia le ore contate. Che Silvio abbia sgamato tutto e che la sorpresa espressa dal Quirinale, per la presa di posizione netta del centrodestra, sia la conseguenza di un unico pensiero: “Cazzo, ha capito!” Intanto, dal versante M5S si viene a sapere che il nome che i Five Stars proporranno per il prossimo presidente della repubblica, sarà scelto dal popolo del web, da quella ristrettissima cerchia di internettomani, scelti personalmente dal Capo in anni di appassionato blogeraggio. Non c'è verso di sapere come entrare a farne parte, quali credenziali occorrano, chi decide l'accoglimento o meno della domanda di iscrizione (ce ne sarà una o no?) al club più esclusivo del mondo. Il M5S più che il popolo della Rete, ci sembra un popolo di eletti, categoria che da sempre ci sta cordialmente sulle palle (la sindrome grillesca, purtroppo, ha colpito anche noi). Però Beppe ha fatto colpo. È riuscito a far innamorare perdutamente di sé la signorina Marine Le Pen, che lo sta bombardando di sms per fissare un appuntamento con lui. La “noire” di Francia ha fatto outing, dichiarando apertamente il suo folle amore per il comico italiano. Al primo incontro parleranno di uscita dall'Euro, di Petain, di quel film bruttissimo intitolato Shoa, perché la Shoa è solo un film, del complotto giudo-pluto-massonico che ha messo in ginocchio l'Europa, e di un figlio da mettere in cantiere che potrebbe chiamarsi Jean-Marie, Front National, Benito. E noi dobbiamo ancora sorbirci le dichiarazioni di Crimi-Pisolo e della Lombardi-Ballarò... ma per favore, qui c'è qualcuno che vuole che Silvio governi nei secoli dei secoli. Amen.

lunedì 1 aprile 2013

Re Giorgio e la versione italiana della sindrome della Pompadour.

Jeanne Antoinette Poisson detta "la Pompadour"
… e infatti non abbiamo un Presidente della Repubblica. Napolitano è la reincarnazione di un monarca ansioso non di allargare il suo regno, ma quella visibilità che gli permetta di accreditare urbi et orbi, l'immagine di sovrano illuminato, un po' sulla scia di Machiavelli. Se fosse un cattolico vorrebbe le stimmate... Troppi complimenti, troppi giudizi positivi, troppi consensi unanimi, troppi “resta, non ci lasciare” che gli italiani (popolo sempre un po' orfano) gli urlano ogni volta che se lo trovano davanti. Eppure, abbiamo un presidente che ha firmato di tutto e di più, e che quando è arrivato il momento di dire “basta” alle firme sotto decreti vergognosi, ha di fatto commissariato l'Italia invece di sciogliere le Camere e permetterci di tornare a votare. Si è innamorato perdutamente di Mario Monti e, si sa, gli amori veri non finiscono mai. Se hai amato totalmente una volta, può accadere di tutto, ma l'amore resterà sempre. Così, nonostante il “tradimento” di candidare il suo gruppo politico alle elezioni, l'amore per Monti non è mai sfiorito, e alla prima occasione è riesploso in tutto il suo patetico erotismo senile. Che questo amore ancora duri, persista, sia forte e totale, i partiti italiani hanno impiegato ben 48 ore prima di accorgersene. Nominati i “saggi”, e ridato vita al governo Monti con un bacio, come nelle favole, i partiti (tutti meno Sel e compreso il M5S) hanno cantato le lodi del re, sottolineato la sua creatività, esaltato le doti di mediazione, santificato il ruolo di salvatore della patria. Poi è venuta la Pasqua, la pennichella post-prandiale, la lettura dei giornali (forse anche il nostro blog, visti i contatti che abbiamo avuto ieri da Roma e da Milano), le telefonate ad alto tasso alcoolico, e i leader dei partiti si sono accorti che c'era poco da cantare e parecchio di cui essere preoccupati. A parte il M5S, che già durante le prime 24 ore aveva espresso circa quattro pareri uno diverso dall'altro, il Pdl ha aperto il suo fuoco di fila prima con Alfano (dichiarazione non comprensibile visto l'alto tasso di Corvo di Salaparuta bianco ghiacciato nel sangue), poi con 2232-Cicchitto il quale ha tuonato: “Ai saggi diamo 10 giorni di tempo, terminati i quali, via al governo politico”. Gli ha fatto da sponda Dario Franceschini, che a Lucia Annunziata ha detto: “I saggi sono stati una scelta del Presidente, ma non sostituiscono il Parlamento né daranno indirizzi al Governo”. E allora a che cazzo servono? diciamo noi travolti da una improvvisa sindrome lessicale grillesca. Probabilmente a fare “le badanti”, come ha riaffermato lucidamente il comico genovese dopo una bevuta di grappa di San Marino. O più probabilmente ancora, come diciamo noi astemi per obbligo, a perdere tempo in attesa di chiudere in gloria il mandato. Sempre che la chiusura a breve dell'interregno di re Giorgio non sia un de profundis. Diciamolo, laddove c'è un re, ci devono essere obbligatoriamente le cortigiane. Però non sciacquette qualsiasi. Abituate ai regali sontuosi del Principe che ha regnato fino a qualche mese fa, le cortigiane italiane si sono fatte pretenziose, non si accontentano più delle farfalline pachistane, ora pretendono l'appartamento con annesso pagamento delle utenze. Sono diventate cortigiane di lusso, escort d'alto bordo, si sono trasformate, insomma, tutte in Madame de Pompadour. Jeanne Antoinette Poisson, detta Renette, è stata l'amante di un re più potente di tutti i tempi, in grado di incidere anche sulle decisioni riguardanti il regno. E tanto devono sentirsi oggi i partiti italiani che, reduci da anni di concubinato, si sono fatti più esosi e pretendono di governare lusingando un re che temono e disprezzano nello stesso tempo. Purtroppo a noi, parlando di saggi, ci tornano davanti agli occhi i musi di Quagliarello e Violante, solo loro due, nonostante gli altri non siano stinchi di santi. Puttane sì (con tutto l'immenso e affettuoso rispetto per la categoria), ma darla gratis no e soprattutto senza provare nessun piacere. Almeno un gemito, Presidente.