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martedì 13 agosto 2013

Parte il “brand” Forza Italia ma Silvio stavolta è fuori. Continuerà a comandare il gioco da dentro

Prima di parlare del futuro prossimo di questa nazione di teledipendenti a senso unico, vorremmo riportare tre titoli di Repubblica senza aggiungere nessun commento: “Genova, sfigurata con l'acido nell'ospedale dove lavora”; “Pinzolo, uccide a coltellate la ex e ne abbandona il corpo nell'auto”; “Avola, uccide la moglie e si suicida”. E un quarto: “14enne gay suicida, il dramma dei genitori 'Non abbiamo capito il suo disagio'”. Tutto qui. Nessun commento. Passiamo ad altro.
Ormai nel Pdl stanno prendendo atto che dovranno correre senza Silvio capolista ovunque, anche in Molise. Lo dice la legge Severino e, da quanto è possibile capire, neppure dalla bacchetta magica dell'Innominabile, questa volta potrà uscire l'incantesimo utile a farlo restare sullo scranno senatoriale di Palazzo Madama. Silvio è fuori dai giochi fatti in prima persona, starà però in tribuna perché gli sarà negata pure la panchina. Che i carabinieri continueranno a salutarlo militarmente, come si fa con i rappresentanti istituzionali della Repubblica, non sarà che un inciso, per quanto sgradevole ma un inciso. La sentenza Mediaset passata in giudicato, impedisce di fatto qualsiasi interpretazione diversa della legge “Severino” che, come si ricorderà, fu votata anche dai pidiellini convinti, dopo le dimissioni di Silvio e l'ingresso sulla scena del governo Monti, dell'inattaccabilità-impunità perenne del loro capo supremo. Le cose non sono andate così. Silvio a settembre lascerà Palazzo Madama per andare, probabilmente, ai domiciliari da dove, armato di tutto punto, guiderà la rinata squadra di Forza Italia alle prossime elezioni politiche (probabilmente a febbraio o in primavera). Nonostante il falco Nitto Palma (il vero pasdaran della giustizia secondo Berlusconi) preveda un ricorso al Tar per l'immissione in lista di Silvio, la strada sembra essere definitivamente chiusa, di più, sbarrata con i Cavalli di Frisia. Ecco allora la genialata tratta direttamente dal manuale del perfetto marketingettista: puntare tutto sul brand “Forza Italia”. Detta così, per i non frequentatori del mondo della comunicazione pubblicitaria sembra un argomento difficilissimo, invece non lo è. Facciamo un esempio. Marlboro non è solo un marchio, è un vero e proprio brand. È, insomma, la qualità assoluta rispetto al valore puro e semplice della “marca” di sigarette. Wikipedia lo definisce così: “Il brand management è l'applicazione delle tecniche di marketing a uno specifico prodotto, linea di prodotto o marca. Lo scopo è aumentare il valore percepito dal consumatore rispetto a un prodotto, aumentando di riflesso il brand equity (valore del marchio o patrimonio di marca). Gli operatori del marketing vedono nella marca la 'promessa' di qualità che il cliente si aspetta dal prodotto, determinandone così l'acquisto nel futuro”. Torniamo alla Marlboro. Quando un fumatore va dal tabaccaio e chiede un pacchetto di Marlboro (rosse morbide), si domanda chi è il presidente o l'amministratore delegato dell'azienda? Ma proprio no! Acquista quella “marca” perché la ritiene migliore delle altre. Riportiamo il ragionamento a bomba. Lavorare sul brand “Forza Italia” significa “aumentare il valore percepito dal consumatore” rispetto al prodotto politico, privilegiare la “marca” rispetto a chi presiede o dirige l'azienda che la fabbrica. Così Silvio intende fare con Marina: la nominerà amministratore delegato di un'azienda che fabbrica un prodotto di qualità assoluta in grado di catturare l'attenzione del futuro consumatore. In questo momento storico, il nome di Silvio non potrà sparire dai 6x3 (o 3x6 è uguale) né dagli striscioni che voleranno sulle teste degli italiani in spiaggia a ferragosto. Lo vogliono la logica della continuità e una sorta di ringraziamento perenne al fondatore. Ma vedrete, con il passare delle settimane, una volta che il “brand” si sarà fissato nei cervelli tanto al chilo di una vagonata di italiani invasati dalla voglia di lusso esibito, al posto del nome di Silvio ci sarà quello di Marina. Insomma, conta più il marchio di chi lo rappresenta. Questa è stata la chiave del successo di Silvio in politica, aver modificato la percezione dell'italiano-elettore in italiano-consumatore, aver venduto Forza Italia come le sue tivvù facevano con Bilba di Cadey o il Prosciutto Cotto Rovagnati dei break pubblicitari di Mike Buongiorno. Già da allora, primi anni '90, molti italiani si resero conto che sotto c'era una fregatura colossale, uno straordinario cambiamento della società e dei costumi che, come primo risultato, produsse personaggi alla Pietro Maso, il criminale che uccise i genitori per comprarsi la Porsche. Se a Giulio Andreotti la storia non ha potuto addebitare le Guerre Puniche, a Silvio Berlusconi, e al berlusconismo, potrà invece tranquillamente addossare la responsabilità dell'imbarbarimento di una intera nazione trasformata in un supermarket delle illusioni ad altissimo costo. Chi dice che il nostro anti-berlusconismo è solo snobismo intellettuale, rispondiamo che siamo anti-berlusconiani da molto prima che Silvio scendesse in politica. Era il suo sedersi sotto l'albero di Natale circondato da una moltitudine di bambini belli, biondi e con gli occhi azzurri, che ci stava sulle palle. Allora era solo il presidente di Mediaset, ma la voglia di sentirsi Gesù Cristo c'era già tutta. Chiediamo scusa per questo post poco ferragostano, ma al solo pensiero di andare in spiaggia e vederci svolazzare sulla testa un aereo con la scia “Forza Silvio” ci piglia di un male...

lunedì 12 agosto 2013

Danielona: “Il LettaLetta è finito. Avanti con Forza Italia e Silvio in tour”. Più di Vasco, meglio di Jovanotti

Danielona è irrequieta. La pitonessa del Pdl (a proposito di pitoni, ne hanno ritrovati 6 in pochi giorni nel bergamasco. Ma che cazzo ci fanno i bergamaschi con i pitoni?), sta affinando le armi per l'ennesimo trionfo di Silvio alla testa della rinata armata cazzeggiante di Forza Italia. Le prime prove di 3x6 (manifesti giganti, nda) inneggianti al partito del cavaliere, con lo slogan “Ancora in campo per l'Italia” (e per gli affari di famiglia), sono apparsi a Milano e, a breve, approfittando del solleone agostano, campeggeranno in tutte le città dello Stivale. La campagna elettorale, per chi avesse ancora dubbi, è partita. Silvio, in attesa di un segnale forte dal Quirinale, ha pensato di mettere le mani avanti. “Prepariamoci – ha detto ai suoi – qui o mi salvo il culo io o affondate tutti con me”. E i pidiellini, che senza Silvio non sarebbero buoni neppure a controllare le auto nei piazzali delle discoteche, hanno deciso all'unanimità di seguire il benefattore nell'ultima, sanguinolenta follia. Perfino 'O Schiattamuort ha deciso di dire “sì” ancora una volta. Povero Angelino, era convinto di essere il delfino e invece, con Marina che nuota nell'acquario travestita da piraña, dovrà accontentarsi di svolgere il ruolo che in fondo è sempre stato suo, quello del pesce-palla buono per essere preso a calci sperando di fare gol. Danielona, intervistata dal Tempo, ha detto la sua sulla situazione politica italiana. Siccome siamo convinti che anche lei, come la maggioranza dei colleghi di partito, abbia letto in tutta la vita una decina di libri, ha, come dire, una visione limitata delle cose e delle vicende umane. Lei ha un verbo, uno solo, si chiama Silvio Berlusconi, per il resto che diavolo volete che gliene freghi di quell'immensa rottura di palle che si chiama Dante Alighieri? E così, da anni, ripete sempre le stesse cose non avendo nemmeno il buon gusto, o l'intelligenza, di usare qualche sinonimo, di un contrario non se ne parla proprio. Allora: “Per me questo governo è finito perché non fa azione di governo ma rimanda tutto. La sua azione di governo è già finita”. Ora, come può un'azione di governo finire se non è mai iniziata? Non è un controsenso affermarlo anche se i metodi da Balena Bianca di LettaLetta sono come le bugie, hanno le gambe corte? Ancora: “Letta non si metta a fare giochi di parole all'estero, dove già faticano a comprendere i nostri controsensi politici”. È vero. LettaLetta dovrebbe imparare da Silvio: barzelletta su Mohamed Esposito, “cucù” alla Merkel, proposta di pomiciata all'interprete, “kapò” a Martin Schulz, “mister Obama” urlato davanti alla regina Elisabetta, “wow” detto a Michelle con il presidente USA che ha pensato “io le armi col cazzo che le tolgo di mezzo”. Questo è stato, per anni, il modo di comunicare del capo degli italiani a livello internazionale. Inarrivabile, ha ragione Danielona. E infine la sentenza madre di tutte le sentenze: “Fingere che quasi dieci milioni di italiani che rimangono senza rappresentanza politica non sia un problema del Paese, significa avere gli occhi bendati”. Danielona vuole, per Silvio, la grazia preventiva, e la fregatura è che il Capataz non potrà neppure usufruire del decreto svuota-cerceri perché lui in carcere non ci sta (ancora). Quando sentiamo questa storia che non si può dare torto a 10 milioni di elettori, ci torna sempre in mente Al Capone. Pensiamoci un attimo. Nei guai con il fisco americano, Al si poteva presentare alle elezioni e ricavarne così qualche beneficio. Purtroppo per Al, l'America non è l'Italia. Lì, se frodi il fisco ti mettono in galera e buttano la chiave e, se hai qualche pendenza penale, non ti consentono mica di candidarti. In Italia, paese di Pulcinella (nulla contro la nobile commedia dell'arte) e delle stragi irrisolte, tutto è invece concesso e ammesso, perfino che i carabinieri di guardia al Senato, salutino militarmente un pluripregiudicato. Mai un attimo di vergogna. Mai una botta di dignità.

domenica 11 agosto 2013

Come ogni estate torna Umberto Bossi, az! Non si sentiva la mancanza di idiozie. Bastavano i pidiellini

C'erano una volta il libro e il moschetto che facevano il fascista perfetto. Per fare un leghista invece, basta il moschetto, perché i libri... Il fatto è che loro, i leghisti, sono antitetici a un sacco di convenzioni (regole elementari) del vivere civile anche perché, per loro, le regole non sono regole, ma fregole. Scambiando i libri per spessori da tavolo barcollante, stentano a comprendere la vastità del mondo, delle culture che lo popolano, delle tradizioni degli altri che nulla c'entrano con Odino né con l'omaggio al Dio Po. Loro, (sempre i leghisti), si sentono bene solo in pianura (Padana) e fra le valli e le montagne dove l'eco ne rimbalza la voce fino a fargli credere di essere milioni mentre non sono che qualche centinaia di disperati. Loro, le camicie verdi, mica sanno davvero chi sia stato e cosa abbia fatto Alberto da Giussano. Lo hanno preso a simbolo, come Braveheart, di un assurdo storico-geografico chiamato Padania, manco fosse la Scozia o il Galles, o l'Irlanda, o la Catalogna o i Paesi Baschi. Confondono la storia e la geografia, l'arte e le scienze e sono davvero convinti che fra L'Aquila e il Cern di Ginevra ci sia un tunnel lunghissimo, visto che Riccardo, in vena di spacconate, ha detto di averlo percorso tutto in Ferrari. Ieri, Umberto, era in Valtrompia (da non confondersi con la Valtronfia che è tutta un'altra cosa). Avendo una voglia della madonna di brasato al barolo con polenta al formaggio fuso, Umbertino ha deciso di trascorrere il fine settimana sulle montagne del bresciano. E siccome si trovava lì, ha improvvisato un paio di comizi, tanto per giustificare l'ingurgitamento gratuito di polenta di cui sopra: “Altro che quella cazzo di pajata!”, ha detto Umberto dopo un rutto che ha fatto scappare a coda levata Leopoldo, il fox-terrier di Dolores Valandro. Ma prima, durante il comizio, Umberto aveva iniziato il discorso assumendo un aplomb da statista. Preso il microfono ha detto: “Basta con gli insulti. Noi siamo gente diversa. Parliamo, discutiamo, argomentiamo. La colpa è della Cecile Kyenge che ha rotto i coglioni”. Poi, ripreso il ghigno che neppure l'ictus è riuscito ad addolcire, ha sibilato: “Ho parlato con Angelino detto 'O Schiattamuort, e mi ha assicurato che la Bossi-Fini non si tocca. Per cui, fanculo ai clandestini e via con i respingimenti a cannonate”. Di tutte le altre idiozie è meglio tacere. Per puri scopi di tenuta di un partito ormai alla deriva, Bobo Blues Maroni non è riuscito a telefonare alla Kyenge per scusarsi; Salvini ha continuato a insultare domineddio; sempre più assessori leghisti postano foto di oranghi sulle loro pagine di Facebook. La Lega è dichiaratamente razzista e nazista; fascista per loro è un'offesa, troppo moderati, i fasci. Ce n'è a sufficienza per chiederne lo scioglimento coatto. A quando un provvedimento per rimandarli tutti sulle loro montagne?

sabato 10 agosto 2013

Silvio allo scontro finale. Il pretesto è l'Imu, l'obiettivo la fedina penale

Siamo al calor bianco. Il peggiore. Quello dei morti e dei feriti. Silvio fatto fuori per via giudiziaria è una fesseria. Lo sa il Pd. Lo sa L'Innominabile. Hai voglia a dire “le sentenze si rispettano, le condanne si eseguono”. Il ragionamento fila in un contesto di normalità, in un paese semi-civile, ma l'Italia è un'anomalia e il vice-presidente del Csm, Vietti, che convoca d'urgenza l'organismo dirigente del Consiglio Superiore della Magistratura per punire Antonio Esposito, ne è la dimostrazione più lampante: il delinquente libero, il giudice condannato. Come la chiamate questa se non “anomalia”? Ancora. C'è una sentenza di condanna in primo grado per concussione e induzione alla prostituzione. Ma se uno si becca una condanna penale ed è un pregiudicato, un altro che ne colleziona due o tre non diventa automaticamente un pluri-pregiudicato? Ecco, la prossima campagna elettorale italiana sarà all'insegna dei pluripregiudicati candidati premier. Che volete farci? Son soddisfazioni. Nel titolo abbiamo scritto che l'Imu è il pretesto silviesco per mandare a casa LettaLetta. Oddio, tanto pretesto non è visto che la cancellazione tout-court dell'imposta sulla prima casa è un provvedimento iniquo, buono solo per i ricchi e quindi l'ennesima scelta classista del Pdl, ma tolto di mezzo l'aspetto economico e di bilancio, tutti ormai hanno capito che quello di Silvio è un ricatto bello e buono. Lui entro agosto vuole una via d'uscita. Una qualsiasi. “Ci affidiamo alla fantasia dell'Innominabile”, hanno detto all'unisono i pidiellini. Ma di grandi fantasie stavolta non se ne possono inventare, perché i forconi attendono, ancora quietamente posati, dietro le porte delle case di qualche milione di italiani incazzati come opossum della Malesia con il mal di denti. Silvio sa che:
  1. la grazia non è concedibile visto che la sentenza è ancora in sospeso. C'è da decidere la durata dell'interdizione. Sarebbe una grazia preventiva: impossibile;
  2. non si andrà a votare con il Porcellum. Nonostante l'ennesimo tentativo democristiano di LettaLetta di formulare un Super-Porcellum, nessuno a parte i pidiellini e, forse, qualcuno dei 101 zozzoni, andrebbe alle urne con una legge elettorale che riporterebbe alle grandi coalizioni;
  3. l'Innominabile non scioglierà le Camere. Lo ha detto, cantato, rimato, mimato. Cercherà di trovare in Parlamento una maggioranza alternativa a quella attuale e non è detto che non ci riesca;
  4. l'Innominabile metterà sul tavolo le sue dimissioni. Ponete la questione come vi pare, ma in questo momento di timida ripresa sarebbe una iattura (non siamo pasdaran e capiamo quando c'è da frenare). Le dimissioni dell'Inquilino del Colle più Alto e l'elezione di un nuovo presidente non si sa, a questo punto, a cosa potrebbero portare. L'accordo saltato una volta con i 5S si potrebbe riproporre e, a fronte del tentativo di un pluripregiudicato di condizionare così pesantemente la vita democratica del paese, anche i parcheggiatori di voti potrebbero decidere di muoverli in qualche direzione.
    Per il momento, la cosa certa è che, come ampiamente annunciato su questo blog, trascorreremo il ferragosto in spiaggia con gli aerei da turismo inneggianti a Forza Italia. La tentazione di portarsi appresso un bazooka, magari nel cestino della lasagna, è prepotente. Ma noi siamo pacifisti, ci accontenteremo di un sano, eduardiano pernacchio.

PS. I contatti giornalieri sul mio blog superano abbondantemente i 100. Senza una grande testata a trainarlo, mi sembrano cifre di tutto rispetto. Solo ieri, parlando dei provvedimenti contro i femminicidi, e inserendo la parola nel titolo, sono sceso sotto i 40. Non voglio tirare nessuna conclusione estiva. Ma anche questo è un dato sul quale riflettere. 

venerdì 9 agosto 2013

Femminicidio. Via i mariti violenti da casa. Arresti. Pene severissime. Provvedimenti anti-stalking compreso quello cyber. Prevenzione. Passa il decreto legge

Era ora. 
Questo, si sa, è il paese che per aggiornare i codici e le normative, e renderli attuali, devono succedere catastrofi. Così, brucia un teatro e si introducono, per legge, le porte con le maniglie antipanico e si restringono i criteri di agibilità. C'è un terremoto e le case (meno che all'Aquila) si costruiscono seguendo i criteri antisismici. Un imprenditore ruba e cancellano il falso in bilancio. Una signorina si stanca di essere marocchina ed ecco pronto un bel provvedimento per farla diventare cittadina egiziana. Meno che per la legge contro l'omofobia (Giovanardi ha detto che prima di approvarla dovranno passare sul suo corpo, e purtroppo ancora nessuno ci è passato) per il resto, anche se tardivamente, in Italia una pezza la si mette comunque e dovunque. Per una legge minimamente seria contro i femminicidi (si poteva e doveva fare molto di più e prima), si è dovuto attendere una strage, spesso preannunciata, spesso dovuta alla mancanza di coraggio e all'educazione ipocritamente finto-cattolica delle donne che non hanno denunciato molestie e percosse. Spesso perché alle denunce delle donne, le autorità non hanno colpevolmente creduto e quindi le hanno sottovalutate fino alla tragedia finale. Alla radice di tutto questo però, sempre e comunque, c'è quel vezzo tipicamente maschile di sentirsi padroni delle mogli e dei figli e quindi, nel momento in cui una donna o un figlio decide di levare le tende, si manifesta in tutto il suo devastante controsenso il delitto di lesa maestà: roba da psichiatria neppure troppo avanzata. Quante donne sono morte per l'incultura non solo dei mariti e dei compagni, ma anche per quella di poliziotti e carabinieri poco attenti e niente affatto vigili dopo che una di loro, con i lividi in faccia e qualche costola rotta, si recava in una caserma o al commissariato per denunciare l'aggressore? Una cifra. Tante. Troppe. E tutte, invariabilmente, con alle spalle storie che avrebbero dovuto far presumere una fine drammatica. Colpisce il fatto che sempre più ragazzi giovani uccidano le fidanzate che hanno deciso di mollarli. E colpiscono le motivazioni che gli avvocati difensori portano a giustificazione di fatti che più efferati del fare a pezzi una ragazza e darle fuoco, non esistono. “Disadattati”, “vittime del sistema”, “introversi”, “incapaci di avere rapporti umani”, “solitari”, “troppo sensibili”, “troppo innamorati”, “troppo gelosi”. La gelosia diventa patologia e non c'è verso di sradicarla. E non dipende né da un bacio né da corna confezionate con un fiocchetto rosso né da un amante, ma è il risultato di un orgoglio smisurato che tende a far sentire la moglie o la compagna come “cosa” di esclusiva proprietà, anche se fuori dalle mura domestiche, lo stesso coglione ha una frotta di amanti adoranti in fila. Roba da salvacoda in farmacia. Ecco, il nuovo decreto tenta di porre un freno alla follia da delirio di onnipotenza al maschile. E lo fa, secondo il nostro modestissimo parere, attraverso due piccole norme che tanto piccole non sono. La prima è la “irrevocabilità della querela”. Quante donne infatti, una volta querelato il compagno ritirano la denuncia sotto il peso di ricatti e di minacce? Bene, oggi non sarà più possibile, lo Stato procederà comunque. La seconda riguarda il patrocinio gratuito. Le donne che non possono permettersi un legale, e per questa ragione non denunciano il coniuge, avranno la tutela assicurata da parte dello Stato. Mille sono le ragioni per le quali anche le donne più progressiste tendono a coprire le violenze domestiche, fra queste, il sentirsi sole. In questo modo, il decreto appena varato tenta di vincere una delle sindromi che accompagnano spesso la ritrosia a denunciare: la solitudine. In molti casi un animale ancora più feroce e brutale degli stessi schiaffi e dei calci nella pancia.

giovedì 8 agosto 2013

Silvio: “Al voto! Al voto!”. Campagna elettorale in spiaggia con tanga, boxer e ghiaccioli tricolori su fondo azzurro. E dal cielo le note di “Forza Italia”

Più di un incubo... peggio di una indigestione da overdose di melanzane alla parmigiana. La minaccia di Silvio è reale: “Votare prima che mi dichiarino incapace di intendere e di volere cioè, incandidabile”. Ha segnato il 13 e 14 ottobre, Silvio Berlusconi, come data possibile per appellarsi agli italiani che tanto lo amano. Il suo ragionamento è semplice: candidarsi premier, prendere un fottio di voti e poi porre la questione: “Come può il più votato dagli italiani essere messo nelle condizioni di non governare? Impossibile. Per cui andate affanculo e lasciatemi in pace”. L'alzata di ingegno del Capataz, come prevedibile, ha causato una crisi di identità nel Pd. Tutto ciò che dice e fa Silvio ha ripercussioni nei democrat. Si alza la mattina con il mal di testa? E nel Pd inizia una crisi d'ansia che manco Penati è riuscito a causare. La notte ha avuto problemi erettili e sta incazzato come una iena maculata all'alba del vecchio villaggio? E nel Pd la fibrillazione raggiunge livelli parossistici. La sindrome Silvio, non colpisce i pidiellini, la loro, tutt'al più, va derubricata in una sindrome da riconoscenza, ma tutto il Pd e i dirigenti che in questi anni sono state le vittime preferite della cazzeggiante macchina da guerra “azzurra”. C'è da dire che i “pontieri” del Pdl ce la stanno mettendo tutta per far capire a Silvio che sarebbe il caso di farsi più in là, ma voi Berlusconi lo conoscete, perfino sul letto di morte dirà: “A morte i comunisti”, figuriamoci in vita. Il progetto, l'idea delle “colombe” del Pdl, è quella di fondare il Grande Centro. Monti, Casini e Montezemolo (con Fini acquattato) stanno aspettando solo un segnale per dare finalmente vita a una destra italiana sul modello dei conservatori europei. E l'idea non dispiace affatto a una buona parte dei pidiellini più accorti, anche se l'ostacolo resta lui, Silvio, più che mai deciso a dar vita a una dinastia che regni sul serio, non come quelle che vivacchiano stancamente in questo momento in Europa. Marina ha infatti scaldato i motori. Le sue presenze a Roma sono sempre più frequenti e non è un caso che partecipi alle riunioni più prettamente politiche indette dal padre. Insomma, non va a Roma per cambiare il pannolone al “presidente”, ma per apprendere le dure regole della politica e i primi rudimenti per governare utilizzando tutte le armi possibili, ricatti e compravendita dei parlamentari comprese. Vedete, per molti aspetti è risibile la teoria dei pidini (da Veltroni a D'Alema a Renzi) che occorre battere Berlusconi politicamente, attraverso le elezioni, e non per via giudiziaria. Silvio o lo batti tanto a poco, alla grande, o la vittoria degli antagonisti sarà sempre una vittoria di Pirro perché, fra le fila del nemico, troverà sempre qualcuno disposto a farsi comprare. E se qualcuno pensa che la categoria degli acquistabili si sia esaurita con Razzi, Di Gregorio, Calearo e Scilipoti non ha capito un cazzo. Puoi vincere quante elezioni vuoi ma dovresti avere anche la forza economica per tenerti stretti i tuoi, quelli che hai fatto eleggere alla modica cifra di 10mila euro e che in qualche modo devono rientrare delle spese. Dobbiamo dare atto a LettaLetta che questa volta non ha alcuna intenzione di restare con il cerino in mano. Il Pd non vuole essere l'unico partito a difendere un governo indifendibile, come accaduto per quello del Professore. Quando il “Nipote” parla di “logoramento” si riferisce proprio a questo, al fatto di avere in maggioranza un partito che nello stesso momento è anche opposizione per scopi elettorali. Ci sono cascati con Monti, non vogliono caderci anche questa volta e con uno di loro al comando. L'Innominabile ha fatto sapere di essere disposto a mettere sul piatto della governabilità le sue dimissioni, fatto che riterrebbe di una estrema gravità mentre a Silvio non parrebbe vero. Italiani, aspettatevi un agosto in spiaggia con Silvio che viene a rompervi le palle sotto l'ombrellone attorniato da forzaitaliote in mini tanga. Dal cielo, un aereo da turismo, spanderà le note di “Forza Italia” e voi sarete contenti, anche se sapete che non è il festival del vintage ma il ritorno di un incubo.

mercoledì 7 agosto 2013

Il presidente Antonio Esposito azzannato dai media padronali per aver detto ciò che il tribunale di Milano ha pubblicato. Cosa non si fa per un lauto stipendio!

Parecchia ipocrisia, molta manipolazione, un q.b. di odio, un pizzico di cinismo e tanta, tanta cattiveria “dentro”. Questa, in poche parole, la stampa padronale ai tempi di Berlusconi che, forse, sarebbe stato meglio il colera. Libero e Il Giornale avevano iniziato nei giorni scorsi l'opera di demolizione del giudice Esposito: “Sciatto, con la cravatta impataccata, la camicia aperta che mostra la canottiera e pure ubriacone”. Ci vanno giù duro, i giornalai, quando devono difendere il padrone, così bastano un paio di calzini turchesi, un bacio dato al ragazzo trent'anni fa, leggere un giornale sulla panchina che i pasdaran si scatenano e sputtanano domineddio. Se Draculino e l'ex internato di Montelupo Fiorentino (basta guardarlo negli occhi per capire di quale sindrome soffre), decidono di demolire qualcuno, lo fanno senza se e senza ma. Se poi non trovano cravatte impataccate o calzini turchesi, passano la palla a Signorini il quale, mogio mogio quatto quatto, almeno un paio di corna le trova sempre e comunque. Distruggono uomini e carriere, i pennivendoli di risulta. Uno si erge a paladino contro la malagiustizia facendosi però graziare dall'Innominabile, l'altro si inventa addirittura attentati perché altrimenti non se lo fila nessuno. Poi, passate le rispettive buriane, ricominciano l'assalto al collo degli altri. Loro non mirano alle palle, un calcio e via, puntano direttamente alla giugulare e se riescono ad avvicinarsi a distanza di denti, azzannano senza pensarci troppo. Premessa indispensabile. La Corte di Cassazione non emette nessuna nuova sentenza. Ha solo il compito di certificare se la Corte d'Appello ha fatto o no il proprio lavoro. Non è un caso che nel processo davanti alla Cassazione non sono ammesse né nuove prove né nuove testimonianze. E non è un caso che la stessa Corte si sia dichiarata “non competente” sulla richiesta del Procuratore Generale di diminuire gli anni di interdizione di Silvio, rinviando la decisione a un nuovo processo da tenersi presso una nuova Corte d'Appello. La Cassazione accetta o rigetta un ricorso, non può aggiungere né togliere nulla rispetto a quanto già sentenziato. Ma questo, i berluscones fanno finta di non saperlo. L'intervista rilasciata dal presidente Antonio Esposito al cronista del Mattino di Napoli, non contiene nessuna novità. Non rivela nessun segreto processuale, non anticipa una mazza di niente tanto meno le motivazioni che sono già state scritte dalla Corte d'Appello. Nel momento in cui la Corte riconosce la validità di una sentenza infatti, la assume come propria. E nelle motivazioni del tribunale d'appello di Milano, il fatto che Berlusconi non solo sapesse (perché informato costantemente) ma che fosse addirittura l'inventore delle manovre elusive del fisco, è scritto a caratteri cubitali. Nessuna novità, nessuna pietra dello scandalo, nessuna rivelazione sorprendente tale da rimettere in discussione una sentenza. Potremmo discutere dell'ingenuità del giudice Esposito, di una intervista rilasciata intempestivamente, di eccessiva leggerezza, ma da qui a tentare di annullare la sentenza della Cassazione, come vorrebbero i leccaculo della stampa padronale, ce ne corre. Motivo di censura, il commento del giudice Esposito, ma la questione si ferma qui. O dovrebbe fermarsi qui. Ma non sarà. Alessandro Sallusti ha deciso di inviare un cane da riporto dall'oculista del giudice Esposito. Visto in tivvù lo spessore degli occhiali dell'alto magistrato, vuole dimostrare che la sentenza letta in nome del popolo italiano, era esattamente l'opposto di quella che poi è risultata. Il giudice Esposito è miope. E un miope non può fare il magistrato. Porco boia.  

martedì 6 agosto 2013

Danielona: “Gli italiani devono sapere che un uomo come Silvio Berlusconi andrà in carcere”. E vivaddio!

Piove sempre sul bagnato. È di ieri la notizia che i vigili urbani di Roma hanno denunciato gli organizzatori del comizio di Silvio, quello delle lacrime calde sul Caraceni, per montaggio di palco senza autorizzazione. Pronta la reazione di Brunetta: “E allora, i vucumprà che girano senza permesso di soggiorno e licenza di vendita al dettaglio?” Il mondo ha riso, ma va bene così. Ma la più grande in assoluto, come sempre, è stata Daniela Santanché, alias Miss Falco. Parlando con i giornalisti e agitando l'indice ammonitore, ha dichiarato: “Si deve sapere che questo è un paese che permette a un uomo come Silvio Berlusconi di andare in carcere, perché lui sceglierà il carcere”. A parte il fatto che in tutti i paesi del mondo se commetti un reato in carcere finisci, non si capisce poi con quell'”uomo come Berlusconi” dove voglia andare a parare. Perché, il re dei cazzi suoi; della rottura del fronte sindacale; del devastatore della sicurezza nei luoghi di lavoro; del crollo della scuola pubblica, della cultura, dei beni ambientali e architettonici; santo protettore degli evasori fiscali; degli immobiliaristi; dei costruttori e dei collezionisti di ville e castelli; re indiscusso delle cene eleganti e delle orge sfrenate burlesquatte; lo sputtanatore internazionale dei latin lover nostrani che mai avrebbero fatto quegli apprezzamenti a Michelle Obama; il teorico degli interessi privati nel pubblico; dei vaccini contro il comunismo (e la Sars); della Protezione Civile Spa con tanto di massaggi bertolasiani al Salaria Village; del gas di Putin e del bacio di mano a Gheddafi; delle amicizie pericolose con i peggiori dittatori del mondo; dell'istigatore di silenzi profumatamente pagati; delle Scapagnini Pills e del “ma lei quante volte viene” è da considerarsi un uomo? Sapete che c'è, nonostante il lungo elenco di nefandezze testè riportate, per moltissimi italiani Silvio non è solo un uomo ma un simbolo. Ha ragione quando afferma di essere “molto invidiato” perché dopo venti anni di disinformazione gossippara, nell'immaginario degli italiani Silvio è diventato un modello da seguire. L'ostentazione del lusso e delle ricchezze, l'abbondanza di donne che lo circondano, anche se ben pagate e con la sicurezza di una carriera parlamentare prima, ministeriale poi, generano invidia. E allora tutti cercano di imitarlo. Magari con una sola amante, una barchetta da diporto, un pied-à-terre, la presidenza di una squadretta di calcio dilettante, una tivvù di condominio, un Suv da 11mila500 euro che sembra ne valga 40mila, un finto vulcano ricavato da un kit per etnologi in vendita da Lidl. Il berlusconismo, in fondo, sta tutto nella voglia di imitare il teorizzatore del pensiero edonista del Terzo Millennio. Forse è questa la ragione per la quale, quelli del Pd, hanno sempre difeso e tutelato l'originale più di un bene prezioso, più di Pompei.

lunedì 5 agosto 2013

Berlusconi da Oscar. Con l'interpretazione di Silvio-Marlon, in via del Plebiscito si è sfiorata l'arte pura

Quanto scritto sul post di ieri non è andato mica tanto lontano da quello che poi è accaduto! Se si considera che anche il palco da dove il Cesare piagnucoloso ha lanciato il suo accorato appello al “perdono” non era autorizzato, tutto il resto può essere derubricato in una “querula dimostrazione di solidarietà” a opera di nostalgici della prima ora. Sembrava il compleanno di Mussolini festeggiato dai vecchi fasci sulla tomba di Predappio, con annesso Eia eia alalà e il braccio destro romanamente teso. Ma tant'è. Le bandiere di Forza Italia, mosse solo da un'afa da delirio, e quindi immobili, sono state il ritratto impietoso del berlusconismo ora, in attesa di qualcosa che arrivi da lontano, asserragliato in se stesso come il giapponese nella giungla dopo la fine della seconda guerra mondiale. Quello che è salito sul palco (sempre non autorizzato) di via del Plebiscito, è sembrato un leader stanco, in procinto di lasciare lo scettro del comando nelle mani della principessa preferita, un combattente e reduce di mille battaglie che, un po' debilitato, un po' scoglionato, un po' deluso, ha arringato la folla dei supporter sapendo che, comunque, non è il numero dei berluscones che scendono in piazza a determinarne le fortune, ma gli imbelli (tra gli 8 e i 9 milioni) che ancora lo votano nel segreto della cabina elettorale. E il Capataz a quelli punta, agli irriducibili, mica agli ospiti di Villa Sorriso felici della gita, della canicola, dei gadget e della palpatina al culo della hostess. Certo però che Silvio è grande. Ieri ha messo in scena tutto il repertorio di navigato uomo dello spettacolo. A un provino con Martin Scorsese, lui risulterebbe sicuramente tra i primi perché è in possesso di una mobilità facciale, nonostante il tiraggio di mille lifting, che molti attori del nostro cinema e del nostro teatro si sognano di notte, dopo un'abbuffata di trippa alla romana. Ha iniziato il suo discorso con l'aria contrita di chi è stato beccato con le dita nel vasetto della marmellata. Ma poi, autosuggestionandosi, è passato dall'indignazione alla rabbia, dal vittimismo alla reattività adolescenziale, dalle minacce alle promesse, dal senso dello stato a quello per i soldi che, comunque vadano le cose, resta saldamente in testa agli interessi di Silvio. Ma il clou di una recitazione pressoché perfetta, è arrivato, come d'uso nel teatro drammatico, con la scena madre: le lacrime. Quando si commuove Silvio è inarrivabile. Tutti sanno che è solo una scena frutto di anni di frequentazioni di palcoscenici eppure, nonostante tutto, gli spettatori ci cascano come polli... o papere. Prima di arrivare alle lacrime, Silvio da fondo a tutti i pensieri foschi e tristi della sua vita. Ripassa velocemente le (poche) disgrazie che gli sono successe. A volte si perde, e non si può non notare. Le lacrime stentano ad uscire perché magari si è ricordato della vodka bevuta nell'ombelico di Natasha nella dacia di Vlady, e vorrebbe sorridere. Ma si ripiglia subito, ripensando a quando il suo compagno di scuola non gli ha pagato il compito di fisica o a quando la sua fidanzatina non gliela data preferendogli il primo della classe vero, quello con gli occhiali che facevano tanto intellettuale di sinistra: maledetti comunisti. E allora le lacrime, finalmente, sgorgano copiose cadendogli sul Caraceni di lino, fresco di stiratura, che Francesca gli ha fatto indossare perché fa tanto pendant con il pelo di Dudu. Ed è un piacere. Silvio che piange è un controsenso esistenziale, lo sa lui, lo sanno Bondi e Bonaiuti, lo sa Francesca, lo sa Daniela. Ma lui da fondo a tutte le sue doti di grandissimo attore e, con un Ne me quitte pas e un Paris Canaille, vorrebbe tanto dimostrare di avere un cuore. Ma è più forte di ogni tecnica di recitazione: non ce la fa. Questa mattina Alfano e Brunetta andranno dall'Innominabile a chiedergli una improbabile grazia. Forti del precedente Sallusti, ci vogliono provare. Se l'Inquilino del Colle più Alto della Repubblica dovesse dire di sì, la guerra civile scoppierebbe inevitabile. Con tanto di forconi e di trattori-aratori. E allora, altro che lacrime!

domenica 4 agosto 2013

La calata dei 500 pullman pidiellini sulla Capitale. 495 arriveranno da Villa Sorriso...

Oggi pomeriggio sono attesi a Roma 500 pullman di manifestanti pro-Silvio. 495 arrivano direttamente dagli ospizi della zona e da Milano. Con la pensione che si ritrovano dove cazzo volete che vadano i vecchietti di “Villa Sorriso” ad agosto? La trasferta comprende: gita A/R pagata; n. 1 cestino da viaggio; n. 2 bottigliette da 50 cc. di acqua minerale; n. 1 t-shirt bianca con il logo di Forza Italia presa dallo stock del 1994; n. 1 pillola di Viagra (generico) da 25 mg; n. 1 spazzolino da dentiera + n. 1 confezione baby di Algasiv; n. 1 tastatina al culo della hostess con annesso risolino di circostanza; n. 1 cappellino di cotone cinese bianco sempre con il logo di FI e, infine, n. 1 foto ricordo con Francesca Pascale che oggi ha dichiarato: “Poverino, me lo stanno ammazzando”. Gli altri 5 pullman invece, sono: n. 2 dei circoli ricreativi Mediaset di Roma; n. 1 dei simpatizzanti di Storace; n. 1 di Forza Nuova e n. 1 di Casa Pound dei Castelli Romani, i casapoundini della Capitale sono tutti al campeggio militare di Campo Imperatore. Tanto per far finta di essere moderati, alla manifestazione non prenderanno parte i ministri del governo LettaLetta i quali, dopo le dichiarazioni dell'Innominabile sulla concessione della grazia a Silvio, hanno una paura fottuta di tornarsene a casa. L'impressione, ma come sempre sbaglieremo, è che i deputati e senatori del Pdl stiano sì dalla parte del padrone ma come si dice, senza esagerare. Insomma, lasciando da parte le fan dei cunnilungus silvieschi, a questo punto da ritenersi decisamente all'altezza, gli altri non ci sembrano proprio così disposti al martirio. Da Brunetta a Schifani, passando per 2232 che sembra essere diventato una mammola, fino ad arrivare a 'O Schiattamuort, i maggiordomi non ci sembrano poi così ferocemente decisi a tentare l'ennesima avventura, o apertura al buio, che il Capo intende percorrere. Insomma, ci sembrano più possibilisti, più morbidi, più decisi a proseguire questa legislatura piuttosto che affrontarne un'altra non sapendo cosa potrebbe davvero succedere. Lo ha detto fra i denti Renatino: “Chi lascia la strada vecchia...”. Resta fedele al capo fino alla fine, forte del posto-loculo assegnatogli da Silvio nel mausoleo di Cascella, Sandro Bondi il poeta e fine rimatore, quello che Silvio ha preso dalla strada e prima lo ha messo nelle stalle al posto di Mangano poi, accertata la fedeltà del Sandrino, lo ha fatto entrare in Villa e al Parlamento. Volete voi che tanta grazia non trovi riconoscenza? Sandro lo ha detto chiaro e tondo: “O la politica ci mette una pezza o qui scoppia una guerra civile”. Chi combatterebbe con i pidiellini non si sa. Certo è che i mercenari costano un fottio. Molto di più di Scilipoti, Razzi, Di Gregorio e Calearo al cui confronto sono dei miseri scampoli di cascame in svendita. 

sabato 3 agosto 2013

Silvio santo e martire. A lui San Sebastiano fa una pippa (che non è la cognata di William)

Ma non doveva essere morto e sepolto, finito e dimenticato, condannato e carcerato? Ma non doveva far parte degli archivi della Storia alla lettera B = Bluff o P = Pallonaro o S = Supercazzola brematurata con scappellamento a destra? E invece Silvio è qui, proprio come in una vecchia puntata di Carramba che sorpresa quando tornava dopo venti anni il parente emigrato in Venezuela. Silvio però, a parte qualche vacanza ai Caraibi con i prossimi o futuri ospiti del suo Mausoleo cascelliano, non si è mai mosso dall'Italia. Esattamente come i capicosca, o i cagnolini che entrano per la prima volta in una casa estranea, Silvio deve marcare e preservare il suo territorio che, in questo caso, si chiama patrimonio inestimabile e imprese che non ha mai mollato. Dato per sconfitto, amareggiato, frustrato, sull'orlo di una crisi di pianto, Silvio ha sorpreso solo gli sciocchi quando, ieri pomeriggio, ha affermato: “Niente più fiducia al governo, si va alle elezioni con Forza Italia, vinciamo – perché vinceremo – e manderemo finalmente nella loro terra, la Siberia, i magistrati fedifraghi e comunisti che mi perseguitano”. Così, mentre Angelo Mascia stappava una bottiglia di spumante dalle parti di Palazzo Grazioli per festeggiare la condanna del Capataz, Silvio stava già pensando al modo di farla pagare a quattro giudici del cazzo che gli stanno rovinando la vita e una sana e tranquilla vecchiaia. “Riforma della giustizia”, ha gridato talmente forte affacciandosi alla finestra del Grazioli Palace, che lo hanno sentito pure dalle parti del Quirinale, tanto che l'Innominabile ha recepito il messaggio e prontamente dichiarato: “Sì, vabbé, è stato condannato. Le sentenze si rispettano però mettiamo mano alla riforma della giustizia”. Silvio ha ascoltato e sentitamente ringraziato. “Siamo assolutamente d'accordo con quanto appena dichiarato dall'Innominabile”, ha detto Brunetta, e il gioco è fatto. Sappiamo che Colui che abita l'Alto Colle, ha rilasciato quella dichiarazione per tenere buoni Silvio e i pidiellini e permettere a LettaLetta di continuare la sua esperienza politica, però, pene santo, c'è un limite a tutto. Silvio vuole sparigliare le carte. Dimissioni di tutti i parlamentari del Pdl ed elezioni, a quel punto, obbligate. Ma non sa, Silvio, che ci sono i tempi tecnici per lo scioglimento delle Camere e che, soprattutto, una maggioranza diversa potrebbe cambiare in un amen la legge elettorale. Dove andrebbe Silvio senza il suo Porcellum? Da nessuna parte perché o raggiunge il 51 per cento o con Casini dovrà trattare. Spunta una possibile alleanza Pd-5S su 5 punti, chiusi quelli si tornerebbe a votare anche se, personalmente, non ne siamo convinti. Dove li mettiamo i 101 zozzoni matricolati? E Renzi che smania? E D'Alema in cerca di rivincite? E Piergigi Bersani incazzato come un fenicottero rosa del Balaton in crisi di coito? E Civati che viene ritratto sempre più spesso con alle spalle il ritratto di Lenin? Insomma, cari italiani creduloni, pensavate che Silvio mollasse, vero? Novello San Sebastiano, trafitto ma non ucciso dalle frecce di Ilda Boccassini, Silvio è diventato un martire e in Italia, si sa, i martiri hanno sempre un successo della madonna. Siamo un popolo solidale, che volete farci. A proposito, Cecile Kyenge non va a Milano Marittima alla festa della Lega Nord. I cuochi possono finalmente tirar fuori le bistecche di antilope.

venerdì 2 agosto 2013

Silvio condannato a metà riparte da Forza Italia. L'unico a pagar pegno sarà il Pd

La rideterminazione dell'interdizione e, quindi, attendere il pronunciamento di una nuova Corte d'Appello e poi ancora della Cassazione, per decidere se Silvio dovrò lasciare o no il Senato della Repubblica è una bufala. Il decreto anticorruzione della Severino prevede infatti l'immediata decadenza di un parlamentare in due soli casi: la flagranza di reato e una condanna definitiva a più di due anni di reclusione. Pertanto, nessuno dovrebbe sorprendersi se un commesso impedisse l'ingresso di Silvio a Palazzo Madama. Ma così non è, così non sarà. Siamo in Italia, frase scontatissima ma è la realtà. Nel paese di Cicerone e di Franco Coppi, basta infatti metterla giù bene perché anche le leggi diventino interpretabili, e anche le regole più chiare e logiche si trasformino in arzigogoli giurisprudenziali che mandano in tilt anche il più informato degli elettori. Berlusconi morto? Berlusconi out? Berlusconi dietro le sbarre? Ma per favore! In un paese normale nessun condannato né in via provvisoria né in via definitiva, avrebbe avuto accesso alle tv come è successo ieri a Silvio. Ancora un messaggio a reti unificate dal suo studio, ancora un attacco feroce a un organo dello Stato, ancora una dichiarazione di innocenza quando anche la Corte di Cassazione ha stabilito che è colpevole. In un paese normale dovrebbe essere logico che, a sentenza definitiva emessa, il condannato venisse considerato per quello che è, un pregiudicato. Invece in Italia, per il pregiudicato Berlusconi si pretende rispetto, comprensione, solidarietà: la legge non è uguale per tutti. Ma questo lo sapevamo già e i mostri da sbattere in prima pagina si chiamano Boffo, Mesiano, Fini e Marrazzo che, da quello che si sa, almeno le tasse le pagano. Così, dopo la condanna, uno si aspetterebbe un passo indietro, un momento di ripensamento, un minuto di silenzio. Ma non è accaduto, o almeno non accade se il condannato si chiama Berlusconi (anche se con Paolino tutto ciò non sarebbe successo). Anzi Silvio, più incazzato che mai, ha detto chiaro e tondo che lui non molla, che ripartirà da Forza Italia, che vincerà le prossime elezioni (perché ora oltre che santo è anche martire), e che il primo provvedimento del suo quarto governo sarà la riforma della giustizia. Che la giustizia debba essere riformata lo pensa anche l'Innominabile e questa uscita ieri, cinque minuti dopo la sentenza della Cassazione, ci ha causato una immensa tristezza. Oggi se lo chiedono tutti: “E adesso?” ma mica rivolti al Pdl, al Governo o a Silvio, che dovrà optare fra arresti domiciliari o affidamento ai servizi sociali, la domanda è per il Pd, le sue mille anime, i leader sparsi un po' dappertutto, i 101 zozzoni. Che farà adesso il Pd, continuerà a governare con il partito personale di un pregiudicato o staccherà la spina? Bella domanda, vero? Vedrete, i democristiani del Pd troveranno sicuramente una soluzione. Loro sono abituati a navigare nella merda e nulla potrà il fetore né la vergogna. Lo hanno fatto per 20 anni turandosi di tutto, figuriamoci ora che hanno addirittura il presidente del consiglio. Silvio morto? Ma quando mai! Il Capataz è più vivo e bello e caimano che pria.

giovedì 1 agosto 2013

Armageddon di Silvio? Macché, un colpo di spugnetta made in Italy. Castelli, l'insonne di Lecco, “La Kyenge è una nullità”. Quando il bue disse cornuto...

Ma quale giorno del giudizio! Ma quale resa dei conti! Ma quale finale tragico! Noi la vediamo così: secondo la difesa di Silvio il reato non c'è, non esiste. Mancano i soldi, mancano insomma, i conti estero su estero. Mancano le prove e tutto si basa su un teorema che somiglia alla responsabilità oggettiva delle società di calcio: “Berlusconi non poteva non sapere”. In questo caso però, al contrario della responsabilità oggettiva calcistica, i giudici di Milano hanno anche sancito che Berlusconi è stato l'ideatore della maxi evasione fiscale scaturita dall'acquisto dei diritti cinematografici da parte di Mediaset. Quindi, non un “non poteva non sapere”, ma un protagonismo personale e totale, a tutto campo, di una truffa ai danni dello Stato. Conoscendo gli atti processuali solo per quanto riportato dai giornali, avventurarci in considerazioni squisitamente tecniche non ci sembra il caso. Resta la sensazione che le due visioni, quella dell'accusa e quella della difesa, siano parti di due mondi diversi, di due concezioni opposte della giustizia. Mentre ci è sembrato che anche lo stesso collegio di difesa di Silvio abbia cercato di mettere le mani su tutti i possibili risvolti di un processo che, evidentemente, si presta alle interpretazioni più diverse. Così, il “principe” Coppi ha impostato la sua arringa sull'innocenza senza se e senza ma del suo cliente. Mentre Ghedini ha avanzato “subordini” che, comunque, prefigurano sempre reati, anche se di entità penale inferiore rispetto ai capi d'accusa principali. La sensazione che ricaviamo da questa vicenda, è che le pressioni politiche e quelle mediatiche alla fine peseranno, e anche molto. Nessuna assoluzione, nessuna condanna definitiva ma un rinvio in appello, un nuovo processo, nuovi tempi, nuove lunghezze, prescrizione in arrivo a maggio 2014. E amen. Si dice che Silvio, in attesa della sentenza, abbia telefonato a Matteo ponendogli una domanda: “Se mi condannano tu che fai?” Ovviamente, la stranezza del fatto ha destato grande curiosità. Non conoscendo la risposta del sindaco di Firenze, possiamo avanzare ipotesi, la più accreditata è quella che prima di insediare Marina a capo del Pdl, Silvio abbia voluto sondare la disponibilità di Renzi a prendere il suo posto. Scambiando la politica per il Milan, Silvio ha insomma chiesto la disponibilità di Matteo per allenare la nuova squadra di Forza Italia. A questo punto...
Ve lo ricordate l'insonne di Lecco? Quello che si alzava la mattina alle cinque, andava all'università, faceva tre lavori per mantenersi agli studi e poi, a notte fonda, andava finalmente a dormire due ore due? Bene, è tornato sulla scena. Il peggior ministro della Giustizia degli ultimi 150 anni, altro miracolato dell'Umberto, se n'è uscito dicendo che “la ministra Kyenge è una nullità”. Se lo dice Roberto Castelli bisognerà credergli perché lui, abituato al Trota, a Calderoli, a Borghezio, a Gentilini, allo stesso Maroni, al sodomita Bonanno, alla Velandro, di nullità se ne intende. Nel caso dei leghisti, purtroppo per loro, non si potrà mai parlare di persone vuote, il vuoto alla fine si riempie. Ma col nulla che fai?