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martedì 14 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino. In Italia neanche bidella. A Boston direttore della banca dei cervelli

In Italia neanche bidella. A Boston direttore della banca dei cervelli

Quella della dottoressa Sabina Beretta è solo una delle migliaia di storie che rendono l'italiota “fuga dei cervelli” una solida realtà, come dice una pubblicità (la rima è inevitabile e me ne scuso).
Che questo sia un Paese malato di nepotismo, familismo, regionalismo, municipalismo, politicismo, baronismo, simpaticismo, paraculismo, sessismo e generismo è cosa risaputa. Come è cosa risaputa il fatto che per avere un lavoro e non un co.co.co., bisogna avere un santo in paradiso pronto a inviare sulla terra e fra i mortali, la vecchia ma sempre attuale raccomandazione.
Quello che sconvolge è che questo viziaccio vecchio come il cucco, con il tempo si sia sempre più affinato, esattamente come la corruzione, fino a togliere di mezzo ogni merito per sublimare la conoscenza con il boss di turno o del politico rampante che fanno del clientelismo la loro arma migliore non avendone altre. Questo accade a ogni livello, per i mestieri più remunerativi e per quelli che assicurano solo un fine mese tranquillo e una pensione, e per arrivare a questo che viene considerato un privilegio, spesso si compiono veri e propri misfatti.
La dottoressa Sabina Beretta, nel 1990 una quasi trentenne catanese, le provò tutte pur di restare in Italia, compreso il concorso pubblico per un posto di bidella all'Università. “Dopo aver pulito e lavato – dice oggi la Beretta – avrei avuto il tempo di portare avanti le mie ricerche sul cervello”. Anche in quel caso non ci fu nulla da fare “Eravamo in troppi a concorrere”. Decisa a lottare per continuare gli studi sulla schizofrenia, la dottoressa fece allora domanda per una borsa di studio all'estero e le venne accolta. Terminato lo stage all'Harvard Brain Tissue Resource Center di Boston, le fu offerto il posto di direttrice che accettò e che le permise di non mettere più piede in Italia. Oggi è la responsabile del più grande centro “di cervelli” del mondo.
Non capendo nulla di cervelli (soprattutto quelli femminili), provai anche io, molto tempo fa e nel periodo più buio della mia vita, a fare un lavoro che mi permettesse di arrivare a fine mese: il magazziniere alla Coop. Ovviamente non mi presero e non perché non sapessi guidare un muletto, ma perché il mio curriculum non si fermava alla terza media. In fondo, fa benissimo la dottoressa Sabina Beretta a cercare di curare la schizofrenia.











lunedì 13 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino Alla Casa Bianca non si corre più, regna Trump il sedentario


Alla White House è tempo di golf. Sono finiti i giorni dello jogging mattutino con codazzo di agenti della sicurezza in piena crisi di fiato. Sono purtroppo finiti i tempi in cui Bill Clinton, dopo un mezzo giro a uso dei fotografi, si rifugiava da McDonald per un hamburger e quelli di George Bush che, da imbranato ex alcolista qual era, riuscì a infortunarsi perfino accennando una corsetta. A Jimmy Carter andò peggio perché lui, amante del burro di arachidi, ebbe un coccolone storico.
E che dire di Barack Obama? Lui non ne aveva bisogno tanto che, tra golf, basket e nuoto e con il fisico che si ritrova, si permetteva di farlo in camicia e cravatta costringendo il vice Biden a fare lo stesso. Terminava un incontro al vertice e Barack, invece di prendersi un caffè e riposarsi, andava a smaltire il peso di troppi pensieri con una corsa sotto il loggiato della Casa Bianca.
Con Trump tutto è cambiato. Niente jogging popolare, niente basket e football troppo neri, niente nuoto se non in ammollo nella sua piscina in Florida possibilmente con un Martini ghiacciato in mano. Chiaramente sovrappeso, Donald The Trump preferisce il golf anche perché da una buca all'altra, guida la macchinetta elettrica. Un passo a piedi? E mica è un disperato.
Tutti i presidenti Usa, per dimostrare di essere vicini alle classe popolari, erano avvezzi a correre; il jogging è lo sport più popolare, economico, salutare che esista e quindi, quale modo migliore di dimostrarsi ultimo degli ultimi? Correndo con un paio di scarpette comode e di pantaloncini corti.
Ora, onestamente, ce lo vedete voi The Trump in calzoncini corti? 
A parte che, a quel punto, verrebbero fuori due gambette scheletriche sotto un girovita imbarazzante, ma con che faccia potrebbe poi firmare i decreti anti-immigrazione, quello per l'oleodotto nella riserva dei Sioux, quello per la costruzione del muro anti-mexican, quello per il riarmo nucleare, quello per cancellare i diritti di genere acquisiti e per insignire della medaglia del Congresso il Ku.Klux.Klan?
Trump, in assetto da jogging sarebbe una macchietta peggiore di quella in giacca e cravatta. Chiedere a Melania per credere.



sabato 11 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino. Salvini a Napoli. Chi semina vento raccoglie pernacchie



Salvini a Napoli. Chi semina vento raccoglie pernacchie

Oggi pomeriggio Matteo Salvini, il leghista lavoratore indefesso, sarà a Napoli alla Mostra d'Oltremare per spiegare ai tremila prenotati alla sua convention il credo padano. Hai voglia a dire che la Lega è diventato un movimento nazionale solo perché non parla più di secessione ma di razzismo, il fatto è che chi nasce quadrato non potrà mai diventare tondo e la Lega, tonda, non potrà mai esserlo.
Dunque. A Napoli “comandano i centro sociali”, “lo stato non c'è”, “governa la violenza”. Presentarsi in questo modo è già segno indiscutibile di un'intelligenza fine, aperta e predisposta al confronto. Lo ha detto il sindaco De Magistris, lo hanno cantato i musicisti della città, lo hanno affermato occupando la sala-location della scorribanda leghista i ragazzi. Poi, prima la manifestazione è stata annullata, successivamente riconvocata per ordine del Viminale che ha intimato al prefetto di farla tenere regolarmente assicurando la sicurezza di tutti.
Salvini, alla chiara ricerca dell'incidente per scopi elettorali, ha tuonato sotto la felpa “A Napoli vado lo stesso, fuori o dentro la Mostra parlerò lo stesso”. Che eroe! A lui Superman fa un baffo.
Ma l'aspetto più comico di tutta la vicenda, è la presa di posizione del Movimento neoborbonico che, comunque la si voglia pensare, non è una costola dei centri sociali né può essere accusato di simpatie sinistrorse.
Da napoletani veraci, i neoborbonici hanno deciso di accogliere Matteo Salvini nello stesso modo di come Eduardo (De Filippo) accolse il duca nell'episodio del “Professore”, ricordate “L'oro di Napoli”? I nostalgici romantici della monarchia, lo hanno inciso in un file su Youtube e messo a disposizione di tutti. Nessuna parola, invettive assenti, solo una solenne ed eterna pernacchia. Alla faccia dei nordisti che sparano alle spalle dei ladri.








venerdì 10 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino. Contro l'alcol? Mi ubriaco


In Italia siamo bravissimi a schierarci violentemente contro il divorzio dopo aver avuto tre famiglie e una barca di figli. Così come combattere accanitamente contro l'aborto e ritrovarsi con la figlia che l'ha fatto non una, ma due volte, in Svizzera. Poi ci sono quelli che lottano contro le droghe leggere e hanno l'armadio del loro ufficio ministeriale pieno di cocaina perché l'eroina la lasciano a casa. Parliamo di quelli che si battono da sempre contro la prostituzione e vengono beccati (perché vittime di infarto), in infime camere d'albergo. L'Italia è insomma il Paese del tutto è lecito purché non si sappia, se non ci credete chiedetelo al vostro confessore. Ormai contro gli ipocriti, i parrucconi incipriati e i sepolcri imbiancati abbiamo scritto fiumi di parole, e proprio come i Jalisse, siamo scomparsi nel flutto maledetto dell'onestà intellettuale. Quindi, quando queste cose accadono, il nostro atteggiamento è quello di chi ci guarda e dice, “Tutto qui?”, un sano distacco.
Ma in Belgio no, per favore. Gli ipocriti inossidabili sono da queste parti, nel Paese delle meraviglie berlusconiane, nell'arena giocosa del Circo Barnum tricolore.
Eppure, nel paese del cioccolato e delle birre trappiste, c'è una signora che si chiama Marie-Martine Schyns e fino a ieri era accreditata come uno dei politici dalla futura, luminosa carriera. Di professione insegnante, la trentanovenne signora Schyns, ministro dell'Educazione della Comunità Francofona, è diventata famosa per la sua battaglia, da crociata riccardocuordileonesca, contro l'alcol.
Per combattere i gradi delle mefistofeliche bevande, Marie-Martine ha fatto di tutto, c'è mancato solo che si mettesse a seno nudo e protestasse davanti i pub, ma l'appartenenza al partito di ispirazione cattolica l'ha dissuasa.
Siccome quando si tratta di “piacere” il demonio ci mette non solo la coda ma anche l'accanimento, la ministra è stata fermata due volte dalla polizia stradale, e indovinate che reato le hanno contestato? Guida in stato di ebrezza.
Purtroppo contro l'etilometro la signora Schyns non ha potuto far nulla. Solo confessare, tra lo smarrito e il pentito: “Non posso farci nulla, ho un debole per la birra”.
Il fatto è che prima di lanciarsi lancia in resta contro i mali della società, occorrerebbe guardarsi un attimo allo specchio e tirare una fiatata nell'etilometro. Il resto, caro Giovanardi, è noia.




giovedì 9 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino. Lucrare sui malati terminali e farsi la barca


Lucrare sui malati terminali e farsi la barca

Succede dappertutto. In quasi tutti i Paesi del mondo la sanità è una mucca da mungere a più non posso. Ricordate le quote latte dei leghisti? Ebbene, quello che sta accadendo, e che le cronache dei giornali riportano puntualmente, è uno scandalo doppiamente schifoso. Il primo schifo è che si truffa l'ente pubblico, quello che si tiene grazie ai soldi dei contribuenti. Il secondo schifo riguarda una sfera più intima, personale, quella che fa capo all'etica civile che ciascuno di noi dovrebbe tenere nel massimo conto. Se guadagni un fottio di moneta con l'appalto per un tronco autostradale, le reazioni della gente sono sempre composte e la voglia di mettere mano al forcone è relativa. Se lucri invece sui malati terminali di cancro, la reazione rischia di farsi più violenta, quasi da ghigliottina e, dare torto a chi lascia andare la mannaia, è di un difficile da far accapponare la pelle.
Istituto Tumori Pascale di Napoli, un centro medico conosciuto e stimato. Ebbene, la Guardia di Finanza ha scoperto che il primario, Francesco Izzo, aveva costituito con la moglie una società che vendeva apparecchiature elettromedicali per i malati di tumore. Non solo, aveva fatto passare i suoi prodotti come gli unici in grado di sostenere alcuni tipi di servizio. Ognuno, si sa, magnifica le doti di quello che vende ma in questo caso, il bollino di qualità sulle macchine impresso dal primario, permetteva di saltare le gare d'asta.
La conseguenza era che i prodotti della società venivano regolarmente acquistati dall'ospedale privatamente e non a seguito di gara d'appalto.
Si scopre così che le operazioni di cui sopra avevano bisogno dell'avallo del direttore generale della Asl; conseguenza, arrestato anche lui. Elia Abbondante è il suo nome, come a dire, nel nome c'è già scritto il destino.
Complessivamente, l'inchiesta che ha visto protagonista ancora una volta il giudice Henry John Woodcock, ha portato in manette sette persone, tutte quelle che hanno scambiato i malati di tumore per slot machine.
La speranza è che il dottor Izzo non si sia fatto la barca, magari battente bandiera croata. Allora sì che al danno seguirebbe la beffa, visto che non si sono ancora riscontrati casi di tumori terminali nei merluzzi.




mercoledì 8 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino. Non una di meno


Non una di meno

C'è chi parla delle donne, e del ruolo delle donne, una volta l'anno: l'8 marzo.
Per l'occasione, un po' di tempo fa si spogliavano gli alberi di mimose, si beveva una birra in più in pizzeria o al pub, ci si riuniva fra amiche per assistere a uno streaptease maschile, si ridicolizzavano gli uomini e le loro mammesche manie, si indossava l'abito più succinto che si aveva per sentirsi libere e desiderate.
Tutto questo avveniva, appunto, fino a qualche tempo fa e, ne sono convinto, avviene ancora oggi in qualche parte d'Italia. Nel frattempo però, è aumentato a dismisura il numero dei femminicidi, gli obiettori di coscienza hanno reso quasi impossibile ricorrere alla 194, gli stipendi delle donne continuano a viaggiare nell'ordine dei 5000 euro (annui) in meno di quelli maschili, l'accesso ai ruoli dirigenziali pur aumentando di numero, è rimasto sempre di bassa qualità e l'Europa ci ha multato per la mancata sicurezza delle donne che denunciano abusi sessuali e volenze. Se il panorama che abbiamo di fronte è questo, mi chiedo e chiedo: cosa c'è da festeggiare?
La stessa domanda se la sono posta le donne di Women's March, il movimento americano promotore delle manifestazioni anti-Trump, che sono riuscite a creare una rete internazionale di gruppi in grado di portare avanti rivendicazioni globali all'insegna della “dignità della donna” sempre, dovunque e per sempre. In Italia, oggi scenderanno in piazza le donne di Non una di meno, gruppo che ha già fatto sentire la sua voce in occasione del Fertility Day, con un giorno di sciopero tutto al femminile (e per gli uomini che vogliono aderire), che consiste in due astensioni: dal lavoro e dagli acquisti. E questo per dimostrare che le donne sono fondamentali sia nel processo produttivo che in quello di consumatrici.
Sono 8 i punti del manifesto di Non una di meno, che voglio riportare anche per dimostrare quanta qualità si porti appresso oggi l'impegno delle donne. 1) La risposta alla violenza è l'autonomia delle donne; 2) Senza effettività dei diritti non c'è giustizia né libertà per le donne; 3) Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi; 4) Se le nostre vite non valgono, non produciamo; 5) Vogliamo essere libere di muoverci e di restare, contro ogni frontiera; 6) Vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione; 7) Vogliamo fare spazio ai femminismi nei movimenti e costruire spazi politici e fisici tranfemministi e antisessisti; 8) Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini.
Dal 1908, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, e nell'era della comunicazione globale non possono non trovare posto rivendicazioni che dovrebbero essere già diritti acquisiti e non, ancora, motivo di mobilitazione e di protesta. Resta sullo sfondo, quasi nascosto nel buio, quel barlume di romanticismo misto a dolcezza che dovrebbe rendere il tutto più umano e che, per anni, ha tenuto compagnia a molti di noi l'8 marzo e non solo.



martedì 7 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino. 800 piccoli cadaveri


800 piccoli cadaveri

Sembra di stare seduti in poltrona a guardare Judi Dench che interpreta Philomena o Nora-Jane Noone la Bernadette di Magdalene. Invece quasi tutti i giornali del mondo riportano, nelle pagine della cronaca più nera, la storia della Casa del Buon Soccorso per madri nubili e bambini, gestita dalle pie suore cattoliche di Tuam, contea di Galway, Irlanda. Che le vicende raccontate nei film di cui ho fatto cenno fossero reali non c'erano dubbi perfino per il Vaticano, che su storie come queste avrebbe preferito metterci una pietra tombale, magari con un necrologio degno.
Nessuno però, aveva fatto i conti con Catherine Corless, donna sessantatreenne e storica dilettante, che si è messa a spulciare documenti e ascoltare testimonianze nonostante tutti le dicessero: “Ma è roba vecchia, lascia stare, chi te lo fa fare”. Tutto era iniziato negli anni '70, quando un gruppo di bambini che giocava a pallone, era letteralmente inciampato in un mucchietto di ossa umane. I paesani, convinti che sotto si nascondesse qualcosa di inenarrabile, per onorare i defunti decisero di costruire un piccolo tempio che divenne in poco tempo, oggetto di penosa devozione.
Catherine, cocciuta e determinata a portare a termine la sua impresa, scopre così 800 certificati di morte di feti e bambini con una età che andava dalle trentacinque settimane ai tre anni di vita. Cause assurde e spesso fantasiose, ma tutte a dimostrare che in quel luogo non c'era nessuna cura, nessuna prevenzione, nessun rispetto per i figli della colpa. Certificati in mano, Catherine Corless parla con preti, frati, suore, sagrestani e pie donne, ma la voglia di ricordare non c'è e anzi, subentra una totale omertà. Della vicenda scoperta da Catherine, con tanto di fossa comune annessa, solo un trafiletto sul giornale locale, fino a quando il vecchio padre di uno dei bambini morti non ne parla con un giornalista di Dublino.
A quel punto la frittata è fatta e Tuam assurge alle cronache nere, anzi lugubri, mondiali.

I misfatti che prelati e suore hanno compiuto nella cattolicissima Irlanda fra il 1922 e il 1998, è ora oggetto di indagine da parte di una commissione istituita dal governo. Chissà che alla fine, quei corpi non abbiano un nome e una sepoltura. Poca cosa, anzi nulla rispetto a quello che uomini e donne in abito talare hanno compiuto in nome del “rispetto per la vita”.

La fossa comune di Tuam

lunedì 6 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino. Per una pistola in più


Per una pistola in più

Che ci sia qualcuno desideroso di sparare a Susanna Camusso è cosa certa. Basti pensare che a un certo punto della nostra storia politica, Silvio Berlusconi odiò la Rossa Susanna quasi quanto l'altra Rossa (di capelli) Ilda Boccassini, pm a Milano. E se Susanna era tanto odiata dal re, figuriamoci in che conto potessero tenerla i sudditi. Da Gasparri a Brunetta era un ricorrente invito a tacere, quasi che la leader della Cgil fosse a capo della rivolta delle vendemmiatrici e delle mondine del vercellese. Sono convinto che perfino Maurizio Landini, a volte, abbia provato il desiderio irrefrenabile di tirarle un colpo in faccia, ma che per amor di sindacato, abbia riposto la pistola nella fondina.
Dal Vaticano invece, fino a ieri, si poteva contare su notizie non pervenute e commenti asettici se non silenti. Fino a ieri però, perché oggi, grazie a Facebook, le cose non stanno più così.
Infatti, don Giuseppe Larosa detto Pippo, parroco di Zungri, paesello in provincia di Vibo Valentia, si è fatto fotografare da un amico mentre, pistola alla Jack Sparrow in pugno, tirava un colpo letale all'immagine televisiva di Susanna Camusso. Fin qui potrebbe sembrare uno scherzo che, anche se di cattivo gusto, rientra comunque nell'ambito delle celie. Invece il buon parrino, non contento del gesto irriverente, ha aggiunto alla foto un commento: “Io questa me la farei. Fuori”.
Apriti cielo! L'immagine e il commento, anche se prontamente rimossi, hanno fatto in breve tempo il giro del web. Ora, vorrei chiedere a Pippo: ma che diavolo ci facevi con una pistola in pugno? Che per caso sei un guerrigliero latinoamericano della teologia della Liberazione? E poi, don Pippo, possibile che la solitudine del paesello ti faccia venire la tentazione di una liaison con Susanna Camusso? Caro Francesco, fai un favore all'umanità sofferente. I preti, soprattutto se soli e disperati, falli sposare.

PS Grazie a Giuseppe Piscopo per il logo della rubrica.





domenica 5 marzo 2017

Cornetto&Cappuccino. La lettera d'amore


La lettera d'amore

Ha visto suo marito cercare disperatamente un paio di calzini nel comò. Poi mettere sottosopra l'ingresso di casa per le chiavi dell'automobile. Per non parlare dei peli di barba nel lavandino, del flacone dello shampoo lasciato aperto dopo la doccia, del tubetto del dentifricio schiacciato a metà. Però quel marito tanto distratto è un uomo dolce, dolcissimo, paziente come pochi, sempre pronto ad ascoltare, e che abbracci e quanti baci! La notte la cerca in continuazione, sembra lei l'unica barriera contro gli incubi che qualche volta lo assalgono senza preavviso, la sua isola felice, la sua oasi di pace.
Per quell'uomo, per l'uomo che è suo da 26 anni, deve fare qualcosa, non può lasciarlo solo.
Così Amy, malata di cancro dal 2015 e in fase terminale, prende carta e penna e scrive al New York Times una lettera che in breve diventa virale sul web, si trasforma nel più bel regalo di San Valentino e, fatto significativo, simbolicamente femminile all'immediata vigilia della Festa della donna. 
Quella di Amy non è solo una lettera per condividere con il mondo intero l'amore che ha per suo marito, ma diventa un appello alle donne, a una donna, che dopo la sua dipartita sposi Jason per dargli altri 26 anni d'amore e anche di più.
Amy Krouse Rosenthal, nota scrittrice americana di libri per bambini, termina così una lettera con le ultime righe in bianco: “Lascio questo spazio vuoto per lasciarvi il nuovo inizio che meritate. Con tutto il mio amore, Amy".  


Amy Krouse Rosenthal


mercoledì 8 febbraio 2017

Gli impresentabili. Ovvero, quando la colpa è sempre degli altri



Capita sempre così: si commette un reato e la colpa è dei giudici che lo hanno scoperto. E quando si commette un reato è chiaro che la stampa ne parli anzi, a volte, quella più seria, contribuisce a scoprirlo e denunciarlo pubblicamente. 
Poi, come accade sempre più spesso nel Paese in cui la libertà di stampa è al 78 posto delle classifiche mondiali, ci sono le distorsioni, quegli effetti devastanti che qualche anno fa vennero definiti "macchine del fango". 
Le notizie false (vedi i casi Boffo, Fini, il giudice Mesiano), e i tanti "a mia insaputa", hanno contribuito a disorientare una opinione pubblica che in quanto a disorientamento stava già bene di suo. Il collateralismo, poi, di una parte della stampa con il potente, il potere o gli interessi dell'editore di turno, ha contribuito a screditare ancora di più una categoria che in altre parti del mondo è considerata quasi sacra. Ma da qui a dire che la colpa è dei giornalisti, fino a invocarne la proscrizione con lettere minatorie inviate all'Ordine, ce ne corre, soprattutto se a essere messa nel mirino del politico di cui sopra, è la libertà di stampa, un concetto che, evidentemente, avendo a disposizione una sola, impenetrabile fonte di informazione, non ha ben chiaro. 
Cari politici e affini, se si inducono ragazze a prostituirsi, la colpa non è del giornalista che l'ha scoperto né del giudice che vi manda un avviso di garanzia ma la vostra: evitate di pagare le donne che vi portate a letto e il gioco è fatto. Così, se si commette abuso d'ufficio, la colpa non può essere del giornalista né del pm che vi sottopone a otto ore di interrogatorio, ma la vostra. In poche parole, evitate di abusare e nessuno vi potrà mai dire nulla. 
Il vecchio, caro giornalismo d'inchiesta, vero fiore all'occhiello della libera stampa, purtroppo è finito miseramente in soffitta, forse anche per colpa delle "querele temerarie" con le quali si minacciavano non le testate giornalistiche più forti, ma quelle che non si potevano permettere l'assistenza di un legale. 
Il "ti querelo" è diventato un ritornello insostenibile, un randello pre-giudiziario con il quale fermare sul nascere qualsiasi tentativo di approfondimento della questione in discussione. Erano le paroline magiche dell'era berlusconiana, Gasparri l'avrà dette quante volte? Dieci, ventimila? In ogni dibattito televisivo, quando l'interlocutore citava fatti e non barzellette, il prode, reduce dalla scuola di Brunetta, le tirava fuori dal cilindro e l'interlocutore, intimorito, taceva; da altre parti si sarebbe chiamata "intimidazione", reato anch'essa. 
Il diritto di cronaca, come quello di critica, è praticamente scomparso. Oggi, ed è capitato a me, se recensisci uno spettacolo, un film o un concerto e assumi una posizione critica dettata dai fatti e non dalle congetture, ti ritrovi una sequela di insulti che manco un camallo del porto di Genova. Segno che l'insulto, oltretutto, è diventato il mezzo più breve e violento di dire che non si è d'accordo senza specificarne il perché. 
Questo blog di insulti e di minacce ne ha ricevuti come piovesse, tanto che, per parecchio tempo, ho smesso di frequentarlo e di scriverci. Ma non per paura (alla mia età ho i calli), ma per il semplice fatto che come si fa a rispondere a un insulto privo di motivazioni, insultando a mia volta? Avveniva tanto tempo fa, all'epoca di Silvio, sdoganatore di becerismi. Ora li lascio scivolare, come gocce di pioggia sull'impermeabile.

giovedì 10 novembre 2016

Quella sbaciucchiona di Hillary


La signora è finta anche quando bacia, soprattutto le star dello spettacolo dopo i concerti, quando puzzano un po' di sudore. Madonna che schifo il sudore! 
Hillary recita, probabilmente è andata a scuola da Susan Strasberg e s'incazza terribilmente quando Charlotte, la figlia di Chelsea, la chiama “nonnina”.
A lei gli operai danno l'orticaria, soprattutto quelli del Wisconsin che si portano appresso l'odore mefitico di un formaggio che non sa di Camembert, ma del sudore e del sangue di chi lo ha rubato al latte. È tosta, la signora, tanto che quando Abu Bakr al-Baghdadi, tristemente noto come il califfo dell'Isis, va a Washington per perorare la causa degli oppositori a Bashar al-Assad in Siria, lei decide di finanziarlo. È tostissima la signora, soprattutto quando se la prende con quello sparatore in faccia di giornalisti che si chiama Putin, mettendo in crisi la UE con la politica degli embarghi, la UE non gli USA. A lei, così sfacciatamente borghese e così sfacciatamente legata al mondo della finanza, degli operai non frega una mazza, come non le interessa il mondo dei defraudati da una crisi che la sua parte politica ha contribuito a creare.
Obama, che non è affatto scemo, visitò perfino nei fine settimana gli stati bianchi del middlewest, dove il partito Democratico vinceva da sempre (nel Wisconsin portò addirittura Bruce Springsteen), ma dove la situazione sociale e occupazionale era esplosiva, covava sotto la cenere ma c'era. Hillary non c'è andata neppure una volta, lasciandoli a Sanders che, infatti, vinse a man bassa. A lei tronfia, piena di sé, fasciata nei suoi tailleur da ventimila dollari, stringere le mani callose degli operai dà un fastidio fisico insopportabile e gli operai l'hanno sbeffeggiata e punita non votandola.
Che la working class sia profondamente cambiata in tutto il mondo ormai è chiaro, diremmo lapalissiano. Ma che quella stessa classe lavoratrice abbia bisogno di una guida più pragmatica e meno populista è altrettanto scontato. 
Ma cosa volete che gliene freghi a Grillo dei minatori del Sulcis? O a Brunetta dei braccianti agricoli? O a Salvini dei frontalieri? Prendete Matteo Renzi, un esempio a caso. Quando visita centri produttivi, che non sono altro che le fabbriche, dice che va a far visita ai proprietari mica ai lavoratori, e questa è una differenza che si vede e si sente, soprattutto ricordando Berlinguer fuori dai cancelli della Fiat. Questa sinistra è entrata sì nelle fabbriche, ma nelle sale dei consigli di amministrazione, non nelle catene di montaggio. Poi ci dicono che la colpa è della globalizzazione, ma quale? Il presunto mercato mondiale, aperto a molti ma non a tutti, ha prodotto generazioni di instabili, pagati a voucher o in nero, destinate a non vedere mai una pensione neppure da fame. E allora, via libera a coloro che parlano alle pance e non alle teste ma non pensiate che di voi gli interessi un cazzo.

mercoledì 9 novembre 2016

Due o tre cose sulla vittoria di Trump


Se non fosse che i parallelismi con l'Italia sono evidenti, l'elezione del (non) repubblicano Donald Trump potrebbe passare come un fatto democratico normale in un paese normale. Però le cose non stanno così perché un segnale deciso e apparentemente rivoluzionario c'è stato e occorre prenderne atto. Il tycoon Donald è riuscito nell'impresa di entrare a gamba tesa nella pancia degli americani bianchi post crisi del 2007 (2008 in Europa), quelli che si sono ritrovati con in mano uno stipendio che aveva perso gran parte del suo potere d'acquisto. La middle class si è trasformata in una working class qualsiasi mentre, dall'altra parte, i molti ricchi lo sono diventati ancora di più.
Se qualcuno pensa che l'America sia New York o Washington o Los Angeles, dell'America non ha capito nulla. Gli USA sono anche quelli del “middle”, dell'Iowa e del Kentucky, del Texas e dell'Alabhama, del Tennessee e della Florida. Sono le popolazioni di questi stati che hanno pagato la crisi, che si sono stancate delle promesse di una classe politica screditata. È la gente che si è vista pignorare le case da banche fallite e salvate poi con il loro denaro da uno Stato federale incapace, che alla fine ha detto basta. Trump (non-repubblicano) è diventato il paladino della working class mentre Hillary (non-democratica) lo è stata di quella intelligentia che sposta tutto meno che i voti.
Le scarpe di Prada e le borse di Gucci fanno colpo a New York ma non nelle campagne del Tennessee, dove la rabbia tenuta sotto la cenere fino a ieri, è esplosa in tutta la sua forza distruttiva. Per assurdo, i repubblicani hanno vinto ricoprendo il ruolo dei democratici e i democratici hanno perso recitando da repubblicani: la gente ha preferito l'originale alle brutte e sbiadite copie.
Lo stesso si sta verificando in Italia e, più in generale, in Europa. Questo governo ad esempio, questa amministrazione, è votata da chi vive ai Parioli e non dai sardi dell'Alcoa o dalle periferie suburbane, la sinistra non esiste più se non quella che vive di ricordi, relegata in una sorta di riserva indiana. I diritti degli ultimi sono scomparsi ed è scomparsa quella forma di welfare vera, che ha tenuto unita una popolazione devastata dalle televisioni. In America si sta verificando quello che da noi, (forse per la prima volta abbiamo anticipato gli USA in peggio), è accaduto dal 1994 in poi. Il populismo, che è la distorsione non solo semantica del concetto di “popolare”, la sta facendo da padrone anche in America e, se Trump non dovesse riaprire le miniere in Ohio, questa elezione avrà risvolti drammatici. Il mondo, dal 2007/2008 non è stato più lo stesso. I danni che le banche americane hanno provocato, saranno assorbiti (forse) nel 2030 e, anche in quel caso, tutto sarebbe diverso. Unica consolazione (KKK a parte), è che la gente, la maggioranza silenziosa, questa volta ha parlato. Temiamo però che non ci siano più quelli disposti ad ascoltare.


venerdì 14 ottobre 2016

Perché il Nobel a Dylan mi divide a metà


Ho riletto i testi e riascoltato una buona parte della sua produzione, compreso quel Biograph che resta una preziosa sintesi del suo lavoro. L'ho amato come si amano i profeti, quelli che riescono a mostrare il mondo qual è ma, soprattutto, quello che verrà. Basta ascoltare Woody Guthrie per rendersi conto di quanto abbia influenzato, nello spunto stilistico, Dylan. E a Woody, Bob deve molto, se non tutto. Le sue canzoni le abbiamo cantate e suonate dappertutto, dalle sale da ballo, dove ci (il mio gruppo) subissavano di fischi e mormorii, ai fuochi accesi in spiaggia, di notte, al mare. Le note volavano alte come le scintille e noi eravamo felici. Quelle parole le traducemmo tutte, eravamo tre amici inseparabili e profondamente dylaniani, e quello fu l'unico modo di capirle e apprezzarle per quello che erano: quattro passi avanti rispetto a Mogol.
Il cantautorato fu un periodo fertile e noi ci permettevamo, rumorosamente, di starci dentro. Quando venne il duo Dylan/Baez ci sentimmo appagati perché anche le ragazze cantavano con noi, si era quasi rotto un tabù e il ruolo della donna nel mondo complicato della “protesta” venne sacralizzato. Gli spunti civili, sociali, politici erano quelli che ci facevano discutere prima e dopo aver ascoltato le canzoni, prima e dopo aver dato un bacio rubato sotto le stelle e l'amore libero era libero davvero. Dylan era un mito e nessuno avrebbe potuto abbatterlo. Figurava, nel nostro confuso immaginario di eroi, nella galleria dei “mostri”, di coloro che stavano contribuendo a cambiare il mondo: lui, Bob, il Che, Mao, non a caso tre lettere, anche se Martin (Luther King) ne aveva il doppio. È vero, accanto ai suoi testi, quelli dei Beatles ci facevano ridere e, anche se qualcuno poteva essere all'altezza di quelli di Dylan ne erano ancora abbastanza lontani. La sua profonda rivoluzione linguistico-musicale era innegabile, com'era innegabile la rottura di tutti gli schemi delle canzonette. Ci rendemmo conto di cosa fosse la poesia in musica, quando ascoltammo Fabrizio De Andrè e, volendo sempre approfondire, i suoi mentori, la scuola francese dei Ferré, dei Brassens, dei Brel che stavano a significare un passo in più nei confronti degli americani, l'umanesimo contro l'agro-metropolitanesimo. Nonostante tutto, nonostante Blowin in the Wind, Canzone dell'amore perduto era diventata la nostra hit.
Il mondo stava cambiando a una velocità ultrasonica. Nelle antologie scolastiche cominciavano a entrare i testi di Francesco di Giacomo del Banco insieme a quelli di Mario Luzi. In quel tempo, quando si studiava e si approfondiva, analizzare i testi dell'uno e dell'altro non era solo un esercizio di stile ma di sostanza, e tutto l'apparato critico di ciascuno di noi, subiva uno scossone tale che spesso ci tramortiva. Ma tutto era iniziato da lui, da Bob, inutile negarlo. Poi, siccome non mi pento di essere un italiano che legge, incontro Philip Roth, Murakami Aruki, Kawabata Yasunari, Sandro Penna e mi rendo conto che la letteratura è un'altra cosa. Mi commuovo e divento ebete guardandomi allo specchio. Perché il Nobel a Dylan mi divide a metà? L'ho scritto.