Quattro
gatti, forse cinque. Lui arriva a bordo della Lancia di
rappresentanza e ad accoglierlo a Cassano Magnago, il suo paesello
natio, un pugno di leghisti della prima ora. Inizia tardi il comizio
conclusivo della festa della Lega. Il microfono gracchia, la
telecamera piuttosto che inquadrare lui, si sofferma sulle sedie di
plastica vuote. Ad ascoltarlo solo un piccolo gruppo di irriducibili.
Sono scomparsi tutti: i leccaculi di una volta, gli adepti al cerchio
magico, i servi e le ballerine di Miss Padania che facevano tanto harem ma poca, anzi pochissima, sostanza. Umberto Bossi è rimasto
“uno”, come il ciclista semianalfabeta che la sorte e il coraggio
gli fanno vincere una tappa al Giro d'Italia. Ma almeno il ciclista,
pedalando, lavora. Bossi non ha mai fatto un cazzo in tutta la sua
vita e quando arrivò il momento del “pezzo di carta”, si rivolse
all'Istituto RadioElettra di Torino per comprarsi un diploma per
corrispondenza. Folgorato da Gianfranco Miglio sulla strada del
Federalismo, Bossi è stato la gioia e il dolore di Berlusconi, la
sua stampella preferita, la gruccia sulla quale fondare la granitica
maggioranza alla Camera e quella al Senato di un centrodestra
fasullo, anzi tarocco, come i Rolex che si vendono a Spaccanapoli.
Corresponsabile tanto quanto Berlusconi dello sfascio della Nazione,
l'uomo che ri-nobilitò la canottiera a spalline strette, è
disperatamente solo, abbandonato da tutti, alla mercè di un autista
che gli fa da bodyguard e pure da badante addetto al pannolone. Questo momento storico è il suo personalissimo
Sunset Boulevard, e la fregatura è che non gli hanno dato neppure la
parte che fu di Eric von Stroheim. Qualcuno dice che fa tenerezza,
che visto così barcollante, quasi indifeso, vittima di se stesso e
della sua dispotica arroganza, a Bossi bisognerebbe dare almeno l'onore delle
armi. Si potrebbe fare se il Senatur, come i vecchi
combattenti, avesse condotto le sue battaglie con onore. Non lo ha
fatto anzi. Ha disonorato il suo partito, la sua gente, le corna dei
vichinghi, le sorgenti del dio Po, la sua troupe di mezzeseghe
miracolate, la sua famiglia di affamati cronici e di frequentatori di
yacht e sale giochi, e ridotto a una forchettata di rigatoni co' 'a
pajata, il senso del suo fare politica. Dopo la scoperta dei fondi
neri del partito in Tanzania e l'investimento in diamanti, la Roma
ladrona è diventata all'improvviso la Padania ladrona. Solo che Roma
esiste, c'è, la riportano le cartine geografiche di tutto il mondo.
La Padania è un'entità astratta nella quale crede ancora solo
Bobo Maroni, fra tutti i traditori dell'ex Capo, il peggiore.
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sabato 6 luglio 2013
martedì 2 luglio 2013
♫... E Forza Italia … ♫ zumpapà... ♪ ♫. 200 (scarsi) irriducibili a Arcore. E Daniela vuole la Camera...
E non
fa neppure caldo. Non ci sono il solleone né 55 gradi all'ombra (41
secondo la questura). Eppure i quasi ex pidiellini, ri-Forza Italia,
non ne vogliono sapere di andare in ferie. Ieri, ad esempio, armati
di bandiere acquistate in un mercatino vintage, con in spalla un
apparecchio stereo (che manco un portoricano sulla 5th
Avenue) che suonava a palla l'inno, gli occhi al cielo e la prostata
tenuta sotto costante monitoraggio, circa 200 nostalgici, appesantiti
e invecchiati, sono andati in pellegrinaggio a Villa San Martino per
far sentire al capo la loro amichevole e affettuosa sudditanza. “Nei
momenti difficili noi ci siamo sempre”, ha detto un pensionato che,
subito dopo, è andato dietro un albero a far pipì. L'aria che tira
è quella di un revival destinato a svuotare finalmente dalle
bandiere, dalle spillette, dai kit del militante, del parlamentare e
del procacciatore di polizze Mediolanum, i magazzini di Segrate,
straboccanti dei ricordi di una stagione che fu, quella della
vittoria contro la poderosa macchina da guerra di occhettiana
memoria. Quando Renatino Brunetta dice "Forza Italia”, gli si
illuminano gli occhi e gli trema la voce. Lo stesso accade a
2232-Cicchitto che, anche se sarà costretto a ritirar fuori dal
baule il polveroso cappuccio e lo sbrindellato grembiulino, il solo
pensare a Forza Italia gli procura un orgasmo da elefante. Chi non ci
sta proprio, in quella che è la riedizione malinconica della
peggiore antipolitica, sono gli ex di aenne. Gasparri quando sente
Forza Italia ha un conato di vomito (il che è tutto dire), ma anche
a La Russa e alla Meloni la cosa non è che vada proprio giù. Però
i Fratelli d'Italia (povero Mameli) sanno che non ci sono
alternative, che la destra storica, quella fascista tanto per
intenderci, dovranno tenerla in vita loro, che il fucile e moschetto
saranno i loro simboli per sempre e che il fez dovranno indossarlo
tutto l'anno e non solo il 29 luglio. A proposito, lo sapete che il
29 luglio i fasci festeggeranno i 130 compleanni del Duce? Predappio
a festa e olio di ricino (con la fogliolina di menta come il mojito)
a gogò, al posto dei manganelli i “maschi” vibratori e poi
tanti, tantissimi eja eja alalà pensando
malinconicamente all'Etiopia, all'Eritrea e all'Abissinia. C'è da
dire che ieri gli inservienti di Villa San Martino sono stati
costretti agli straordinari. Armati di pennelloni e secchi d'acqua,
hanno infatti dovuto togliere dai muri le scritte vergognose contro
Ilda Boccassini (il cognome della giudice si scrive con due “c”,
ignoranti!), soprattutto quella che diceva: “Ilda tu hai le tubbe
pichiche”. A proposito di turbe psichiche. Oggi alla Camera,
Daniela Santanchè dovrebbe essere nominata vicepresidente, dovrebbe
cioè prendere il posto di Maurizio Lupi diventato ministro. La
Santanchè vicepresidente della Camera è una provocazione. Lo sa
Silvio, lo sa LettaLetta, lo sanno i giovani turchi e gli anziani
balenotteri. Il Pd ha già fatto sapere che voterà scheda bianca e
il Pdl l'ha presa malissimo. Pur sapendo che quella di Silvio è
un'aberrazione divisiva, non tollerano assolutamente che un
personaggio come Danielona possa sedere sullo scranno più alto di
Montecitorio. E lei serafica, ha detto: “Se non mi eleggono, il
problema non è Daniela Santanchè, ma è politico”. Infatti, il
problema è politico. E per occupare quel posto occorrerebbe un
politico vero e non una pitonessa che cambia stagionalmente pelle.
lunedì 1 luglio 2013
Tutti spiano tutti: l'Italia spiata dagli Usa. Tutti ricevono tutti: boss e truffatori nei salotti buoni
Diciamocela
tutta, ma che cazzo volevano sapere gli americani dalla delegazione
italiana all'Onu? La ricetta segreta dei bucatini all'amatriciana? I
nostri ambasciatori avevano perfino un nome in codice: “Cicuta”.
Un veleno che almeno ha un po' di storia della filosofia nel dna,
pensate se ci avessero chiamato curaro... o cicoria! Cimici anche
nella nostra ambasciata di Washington, ma qui, sotto tiro, c'era
l'impasto dei tortellini. Insomma, in nome della sicurezza, del sacro
principio della difesa dei confini della nazione, gli Stati Uniti
d'America avevano infestato di cimici domineddio. Ne avevano piazzate
di sofisticatissime anche nei confessionali, ma quando si sono
accorti che i preti parlavano solo di sesso,
preferibilmente con minori, hanno smantellato nottetempo la rete di insetti
curiosoni rimettendoci un fottio di dollari. I servizi segreti
italiani, abituati a combinare pasticci in tutto il mondo, tanto che
quando quelli del Mossad incontrano i loro colleghi spioni italiani
si sganasciano dalle risate, prima hanno collaborato con gli USA, poi, siccome sono un po' così, non si sono accorti
che gli americani spiavano anche loro per fregarsi i numeri di
telefono delle Olgettine. Ma il popolo più spiato dalla intelligence
di Obama, era quello tedesco. Non si sa come, non si sa grazie a chi,
gli agenti di Washington erano riusciti a piazzare cimici,
microcamere e radiospie dovunque, perfino nel bagno privato di Angela
Merkel al Bundestag. Dicono che dopo una prima visione dell'interno
della toilette della Cancelliera, gli americani abbiano cambiato la
web in una radiospia, ma a quel punto il danno era fatto e le nudità
di Angela erano già finite nel database della Nsa. Tutte le
rappresentanze diplomatiche dell'universo conosciuto, e perfino quella
di Marte a Seattle, erano tenute sotto controllo. Una rete di
informazioni sensibili tale che il Grande Fratello, a un certo punto,
si è sentito in imbarazzo. Inutile dire che questa faccenda della
National Security Agency ha irritato tutti. Fuori di testa i tedeschi
che, attraverso le parole del presidente del parlamento europeo Martin Schulz, ha minacciato addirittura gli Usa di messa sotto
accusa presso tutti i tribunali del mondo. Non l'hanno presa affatto
bene i cinesi né i russi né tantomeno la Bce che secondo Snowden,
era spiata anch'essa per via delle politiche pro-austerity. Obama è in fortissimo imbarazzo. Non sa come
fare a metterci una pezza. Per lui e per gli americani, porre sotto
osservazione telefoni e computer in nome della sicurezza nazionale, è
un fatto di ordinaria amministrazione, nessuno scandalo, nessuna
violazione della privacy. Un po' come Silvio che quando intercettano
lui s'incazza, mentre se le cimici beccano Fassino, Consorte e
Marrazzo... oh quante belle figlie, madama Dorè. Si mette male
intanto per il padre di quest'ultima ondata di svelamento dei cazzi
degli altri. Snowden è un senza patria che il mondo fa a gara per
rifiutargli l'asilo politico. I russi lo hanno messo nello spazio
delle partenze internazionali dell'aeroporto di Mosca, i cubani gli
hanno detto “no, grazie” e ora anche l'Ecuador ha deciso di non
ospitarlo. E mentre Julian Assange rivela che Snowden ha ancora un
sacco di segreti da rendere pubblici, l'ex analista spione della Agency vive
di hot dog e birra a Mosca. Che dopo l'11 settembre il mondo fosse
cambiato lo sapevamo. Ma che spiare la Merkel seduta sul water
diventasse una priorità, non l'avremmo mai neppure lontanamente
immaginato. E comunque, cari amici villeggianti sotto la pioggia, lo
scandalo non è solo questo. C'è anche il virus pseudo-garantista
che sta invadendo il mondo. Dovunque si fa a gara per ricevere e
accogliere con grandi pacche sulle spalle, nei luoghi istituzionali,
delinquenti matricolati. Si dice che fino a quando la giustizia non
avrà esaurito il suo corso, la presunzione di innocenza deve
prevalere su qualsiasi altro ragionamento. Il fatto che si ricevano
evasori fiscali, puttanieri, mestatori nel torbido e ammennicoli
truffaldini vari, rientra nei canoni di una realpolitik mai
completamente abiurata. Che poi Mario Monti dica a LettaLetta “O
cambi marcia o ti molliamo” o che la Santanchè dica: “I
magistrati sono degli incapaci, Grasso è stato un magistrato, Grasso
è un incapace”, fa parte del gioco tutto italiano del
quacquaracquismo. E questa dovrebbe fare la vicepresidente della Camera!
domenica 30 giugno 2013
Diktat dell'Unesco all'Italia: 6 mesi per salvare Pompei, altrimenti spostiamo il sito in Baviera
Qualche
giorno fa, legittimamente soddisfatti per l'introduzione di 13 nuovi
siti italiani nei luoghi che l'Unesco tutela a nome dell'intera
umanità, dicemmo che per l'Italia e per gli italiani tutto questo
ben di dio era una iattura. Che i palazzinari toscani erano incazzati
come iene e che gli immobiliaristi erano entrati in uno stato di
pericolosa fibrillazione cardiaca con seri rischi di ictus
devastanti. Ma si sa, l'Unesco dà e l'Unesco toglie. Vi credevate
che dopo i crolli, i furti, le devastazioni, le dimissioni di Sandro
Bondi, la situazione del sito archeologico di Pompei fosse migliorata? Ma manco
p'o' cazzo. Peggio di prima. Tanto che l'Unesco, una pericolosa
agenzia delle Nazioni Unite famosa per non farsi mai le minchie sue,
stanca di essere presa per i fondelli dagli statisti italiani, ha
lanciato l'ultimatum: “O entro sei mesi provvedete a turare le
infiltrazioni d'acqua, costruire le canaline di drenaggio, coprire i
mosaici che la luce del sole danneggia, demolire le costruzioni
improprie non previste dal piano concordato con l'Unesco e non
assumete personale adeguato o son cazzi vostri”. C'è da dire che,
mesi addietro, l'Unesco aveva stanziato 20 milioni di euro per un
primo intervento di recupero e consolidamento. Che fine abbiano
fatto, ovviamente, nessuno lo sa. Giovanni Puglisi, che della
commissione italiana dell'Unesco è il presidente, per il momento si
mantiene sulle generali, dice e non dice che Pompei rischia di essere
estromessa dai siti dell'agenzia delle Nazioni Unite per il
patrimonio culturale mondiale, insomma, fa le battutine. L'ultima in
ordine di tempo è stata: “Il primo ministro Letta(Letta, nda) ha
detto che si sarebbe dimesso se ci fossero stati ulteriori tagli
alla cultura. Nel caso di Pompei – ha ridacchiato Puglisi –
qualche taglio c'è stato... anche se camuffato”. Ecco, LettaLetta
camuffa. Mica solo Pompei. Lui camuffa tutto e poi, da quel
gentiluomo virtuoso che è, non mente... omette, capita la
differenza, campioni d'ipocrisia? LettaLetta camuffa l'Iva, l'Imu,
l'energia elettrica che invece di farci risparmiare 5 euro l'anno ci
costerà (notizia di ieri mattina) l'1,4 per cento in più. Camuffa i
tagli alla scuola, alla ricerca, l'aumento delle sigarette
elettroniche e, ma scommettiamo che nessuno se n'è ancora accorto,
delle marche da bollo. E poi, camuffa un autunno che più caldo di
così non si potrà. Lo ha detto Saccomanni: “E i tagli dolorosi
dovranno ancora venire”. Privo di coraggio, di fantasia, di uno
slancio di sana follia (se li avesse che balenottero bianco
sarebbe?), LettaLetta è peggio di Mario Monti, visto che con lui
qualche leggina ad personam passerà, lo ha detto ieri Anna
Finocchiaro e c'è da crederle. Ma torniamo al nostro patrimonio che,
siccome appartiene all'umanità, è nostro solo perché si trova sul
territorio della nazione più indifferente, apatica e menefreghista
che esista al mondo. Vendiamolo, dio bono. Cominciamo da subito.
Dunque, Pompei la smontiamo e la rimontiamo in Baviera. L'Etna è
facilmente trasportabile in Scozia, almeno il Lago di Lochness avrà
uno scenario più accattivante. Le ville medicee ne diamo una a testa
a: Denver, Baltimora, Oklahoma City, Reno, Las Vegas, Philadelphia
(ma solo perché ci ricorda i formaggini), Chicago, Boston, New York,
Honolulu, Los Angeles e San Diego. I giardini di Boboli li piantiamo
a Shangai e la Torre di Pisa a Mumbay (fa pendant con il Taj Mahal).
Il Colosseo potremmo cederlo ai berlinesi, mentre la Fontana di Trevi
potrebbe fare la sua porca figura a Innsbruck Centro. Ci scommettiamo
la reputazione che in queste nazioni e in queste città, i nostri
monumenti farebbero alzare il Pil almeno di un punto, mentre da noi
ci costano un punto e mezzo. Questione di prospettiva, ma anche di un
optional solo italiano che si chiama rispetto.
sabato 29 giugno 2013
De Gregorio, Lele Mora, la senatrice Anitori. Per un verso o per un altro, ci tocca imbarazzarci un po'
Imbarazziamoci
un po'. Togliamoci qualche “sasso dallo stomaco”, come ama
definire un peso insostenibile l'ex senatore della Repubblica, Sergio
De Gregorio. E partiamo da lui, da quello che fu un giornalista
d'assalto eletto nelle file dell'Idv e poi “comprato” da Silvio
per far cadere Romano Prodi. Al contrario di Renato Pozzetto, il De
Gregorio corrotto pentito, non ha visto la Madonna ma ha sognato il
padre che, dopo averlo preso per le orecchie, sembra gli abbia detto:
“Figlio mio parla, racconta tutto, denunciali 'sti bastardi”. E
il figlio lo ha fatto. Ha denunciato una combine grazie alla quale,
in quella stessa legislatura, 120 fra deputati e senatori cambiarono
partito. Giustamente, Sergio De Gregorio oggi dice: “Possibile che
fra tutti quelli che passarono con Silvio, l'unico corrotto sia stato io
mentre per gli altri si parlò di contrattazione?” Bella domanda,
però la lasciamo così, volteggiare nell'aria. Dice ancora De
Gregorio: “Ho rinunciato a candidarmi quando Denis Verdini, ancora
il 19 dicembre, mi ripeteva: 'Vieni in Senato, ci difenderemo tutti
insieme dai magistrati comunisti, governeremo la giunta per le
immunità'. Gli ho detto di no, non volevo uscire dal Senato con le
manette”. De Gregorio si è pentito, ha parlato con i magistrati di
Napoli, si è fatto 100 giorni di arresti domiciliari, ha chiesto
scusa a Romano Prodi e ora ha deciso di dire addio alla politica e di
scrivere un libro, un diario utile a spiegare nei particolari ciò
che accadde in quei giorni bui. Imbarazziamoci un po'. Tocca a Lele
Mora che ormai possiamo definire “uno”, “bino” e “trino”,
dipende dalle dichiarazioni che rende e dalle smentite che seguono
immediatamente le parole appena dette. Nel corso del processo definito
“Ruby-bis”, sentito prima dai giornalisti poi dai giudici, ha
detto: “Dismisura, abuso di potere e degrado. Lo ha scritto un
importante quotidiano nazionale, ed è proprio così”. Parla, Lele
Mora, e sembra che voglia togliersi anche lui un sasso dallo
stomaco... cazzo quanti struzzi! E prosegue: “Io ne sono
stato il passivo concorrente, ma oggi non voglio più mangiare cibo
avariato e lascio il compito ai miei difensori di chiarire”. E il
difensore chiarisce: “Il compito di Mora era quello di rendere
famose le sue clienti, di esibirle sul palcoscenico di Arcore. La sua
condotta non ha nulla a che vedere con gli atti sessuali
eventualmente compiuti”. Poi, quasi a volersi sgravare l'anima dal
confessabile e dall'inconfessabile, l'ex talent-scout ha detto: “Mi
vergogno per le polemiche che ho fatto contro giornalisti e
comunisti, per le minacce, mi vergogno e chiedo scusa. Voglio solo
uscire da questa bufera infernale che mi ha tolto la luce”. Nel
frattempo, però, deve essergli arrivato un sms direttamente dal
padreterno che stazionava pigro dalle parti di Arcore. Appena uscito
dall'aula del tribunale, dopo questo popò di pentimento, Lele
Mora ha negato tutto. Leggete: “Ad Arcore non c'è stato niente di
male, quando in aula ho parlato di degrado, ho detto quello che ha
riportato un giornale. Ad Arcore la prostituzione non c'è mai
stata”. Imbarazziamoci ancora un po'. Ieri il M5S ha perduto un
altro pezzo. Dopo l'attacco di Anonymous al sito di Casaleggio,
defacciato della home page e con un messaggio che diceva: “Siete il
cancro che volevate eliminare”, la senatrice laziale Fabiola
Anitori ha detto addio al Movimento aderendo al Gruppo Misto. Nella
lettera di addio, la senatrice scrive: “Gli avvenimenti registrati
all'interno del Movimento negli ultimi mesi, mi hanno profondamente
segnata, peraltro in un periodo molto delicato della mia vita. Non
riconosco più l'impostazione iniziale del Movimento che è diventato
proprio quel 'partito personale' dallo stesso tanto criticato, con un
sistema feudale di fedeltà che respinge o espelle chi dissente, chi
non si allinea. Io ho creduto, e credo al messaggio politico del
'cambiamento' da attuare, però, attraverso il confronto democratico,
sia interno che esterno, che ritengo un valore, una virtù
repubblicana irrinunciabile e che non ritrovo nel Movimento”.
Imbarazziamoci pure, però a noi la senatrice Fabiola Anitori non ci
sembra una paracula pronta a disertare per gli avanzi della diaria. A
proposito, lunedì prossimo in pompa magna, si doveva tenere la
cerimonia di restituzione delle somme non spese, il Restitution Day.
Slitterà di qualche giorno. Problemi tecnici. Imbarazziamoci un po',
mica ci fa male.
venerdì 28 giugno 2013
Brunetta Furioso. Da Marina (Berlusconi) a Lucia (Annunziata), il capogruppo del Pdl alla Camera ne ha per tutti
Non è
un problema di caldo (non c'è) ma di indole. Renato Brunetta non è
un uomo facile. Convinto di essere il più grande economista del
mondo (defraudato del Nobel solo perché prestato alla politica),
Renatino mal sopporta tutti gli altri esseri umani, considerati alla
stregua di analfabeti di ritorno o... poco meno. Neppure agli ordini
del suo primo padrone, Bettino Craxi, Brunetta si era dimostrato
domabile. Doveva dire sempre la sua, esternare, bacchettare,
insegnare, dare lumi, riprendere, correggere, ironizzare,
maramaldeggiare, provocare, stuzzicare, sentirsi un palmo più alto
dei suoi colleghi di partito (il Psi). Che poi Bettino fosse alto
come un'arcata della Tour Eiffel non era un problema, Renato era
convinto che la sua intelligenza raggiungesse l'antenna di France2. E
tanto gli bastava per fare la sua porca figura ai congressi dei
Socialisti sullo sfondo delle colonne del Partenone, portabandiera di
un nuovo classicismo in politica. Renato è anche portato agli
insulti. Gli vengono nature, senza difficoltà, con una semplicità e
un candore disarmanti. Negli anni del berlusconismo, Brunetta ha
insultato tutti, dai cancellieri dei tribunali agli impiegati della
PA, dagli attori ai macchinisti, compresi i suoi stessi compagni di
partito che, qualche volta lo hanno sopportato, altre meno. Quando la
pazienza veniva meno lo prendevano a schiaffi (letteralmente). Le
liti furibonde con Giulio Tremonti, l'inventore dell'economia
creativa, erano all'ordine del giorno dei consigli dei ministri e
spesso finivano all'infermeria di Palazzo Chigi. Parecchio indolente,
irascibile mica no, tendente caratterialmente al dileggio, Renato
Brunetta è un Nobel in pectore talmente convinto delle sue enormi
potenzialità, che non essere considerato il numero uno lo
infastidisce molto e quando prova fastidio esonda. Silvio sceglie la
figlia prediletta come erede al trono? E lui fa sapere che... ehm...
le regole della democrazia sono altre. Saccomanni non segue i suoi
consigli da vate dei numeri? E lui dichiara che... ehm... è un ministro “opaco”, causando lo scompiglio fra i suoi che pensano a una
retinite devastante. E poi ci sono i soliti problemi con la tv. In
Rai circolano due loschi individui che hanno deciso di fare a meno
dei suoi commenti salaci e così pieni di buon senso. Si chiamano
Lucia Annunziata e Fabio Fazio. Renatino, pur di coglierli in fallo e
denunciarli all'AgCom, si è visto tutte le loro trasmissioni ed è
arrivato alla conclusione che Fazio e la Annunziata si sono resi
colpevoli di un paio di reati, nello specifico: violazione della par
condicio e violazione del pluralismo. Siccome non ci va proprio di
parlare né di Paolo Del Debbio né di Barbara D'Urso, prendiamo la
denuncia di Brunetta come una ripicca verso chi di cagarselo non ci
pensa proprio. Però non possiamo non sottolineare il puntiglio con
il quale, sempre il Nobel in pectore, ha preso appunti. “Negli anni
2012/2013 – scrive Brunetta all'AgCom – la signora Annunziata ha
ospitato a In mezz'ora, 14 esponenti del centrosinistra contro i 2
del centrodestra. Mentre il signor Fazio, nello stesso periodo, a Che
tempo che fa ha avuto la presenza di 20 esponenti del centrosinistra
contro i 4 del centrodestra”. A ciò potremmo aggiungere che il
salumiere don Peppe ha fraudolentemente fatto pagare 90 grammi di
prosciutto invece dell'etto richiesto dalla signora Brunetta, il
panettiere don Carlo ha calcolato lo stesso importo per due rossette
invece di tre, il parrucchiere don Figaro si è reso colpevole di
aver applicato la stessa tariffa di una permanente a una classica
messa in piega. E tutto ai danni della famiglia Brunetta che,
evidentemente, non sa fare la spesa. Renatino però non è cattivo, è
fatto a modo suo ma è di una bontà temprata come l'acciaio.
Potrebbe essere un efficace concorrente del concorso Cuore t'oro,
quello che si tiene ogni anno a Scasazza, provincia di Taormina, a
chiusura delle celebrazioni civili per Sani Gesualdi. E non importa che abbia
il cuore troppo vicino... lì. Quello che conta è che un cuore lo
abbia.
giovedì 27 giugno 2013
Berlusconi Dinasty: è l'ora di Marina. E intanto a Pomezia, due commercianti aggrediscono il sindaco 5S. La sensazione è che la realtà sia diversa da Gaia.
Sembra
proprio che sia arrivata la sua ora. Marina Berlusconi, la figlia
prediletta di papà Silvio, la presidente della Mondadori, la donna
che per grinta si mette in tasca pure la Santanchè, è la
predestinata a raccogliere l'eredità politica di cotanto padre. C'è
da dire che Marina il ruolo di “delfina” se l'è guadagnato. Pur
di difendere papà, ha fatto secchi tutti gli scrittori di punta
della più grande casa editrice italiana, compreso Roberto Saviano al
quale ha detto che i suoi commenti sul governo e su Silvio non erano
graditi. Saviano ha fatto le valigie, approdando in un amen alla
Feltrinelli che si è ritrovata immediatamente un best-seller
(promosso come sempre alla grande dall'immenso venditore di libri e
cd in circolazione, Fabio Fazio), fra le mani. Inge ha ringraziato
commossa. E la stessa cosa Marina l'ha fatta con la controllata
Einaudi. “Mio padre ti sta sui coglioni? E io ti rescindo il
contratto”. La Presidente, come ormai la chiamano le “puttane del
pdl” (definizione di Giuliano Ferrara, non nostra), sta studiando
da premier. Acquistati quaderni e matite nello shop Mondadori di
Segrate, Marina si è messa a totale disposizione di Paolo Del
Debbio, l'anima nera di Forza Italia, il magister maximus
espertissimo nel creare “miti inarrivabili” quasi fosse Roland
Barthes. A notte fonda, quatta quatta, Marina è stata vista entrare
nello studio di Quinta Colonna, dove Del Debbio aveva appena finito
di allestire l'ennesima puntata tagliavene del più brutto talkshow
politico mai andato in onda sulla televisione italiana, tanto che
Porta a Porta, è diventata all'improvviso una trasmissione cult.
Paolo Del Debbio, appena l'ha vista, l'ha fatta accomodare su una delle
poltrone dei suoi ospiti schizofrenici e, guardandola negli occhi con
fare intimidente le ha detto: “Lection one: mentire, mentire,
negare sempre. Anche l'evidenza”. Che poi è la stessa strategia
dei mariti e delle mogli che rendono malati incurabili di cornutite
cronica i rispettivi coniugi. Una voce contro, ma si fa per dire, è stata quella di Renatino Brunetta il quale, forse convinto che sarebbe
diventato lui il delfino, ha prontamente dichiarato alla stampa:
“Onore a Marina Berlusconi. Donna degnissima... ehm... grande donna. Ma non vorrei che si
creassero dinastie... ehm... non è mica tanto democratico e
liberista”. Più chiaro di così.
Lo
sapete, i grillini ci stanno simpatici. Cazzo, li abbiamo pure
votati! Però quello che è accaduto ieri a Fabio Fucci, neoeletto
sindaco di Pomezia, qualche interrogativo ce lo pone. Il fatto. Fabio
Fucci stava passeggiando tranquillamente per la splendida cittadina
laziale (al cui confronto Miami Beach è una specie di caccola), in
compagnia della vicesindaco Elisabetta Serra, quando è stato
aggredito fisicamente da due commercianti (Repubblica specifica: “un
uomo e una donna, italiani, cinquantenni”), incazzati neri per una
questione di licenze per bancarelle a Tor Vajanica. I due energumeni
erano evidentemente molto incazzati, perché se la sono presa non
solo con i politici ma anche con un vigile urbano accorso a
soccorrerli. Non contenti, l'uomo e la donna hanno tentato di
aggredire pure i carabinieri arrivati di corsa per dare una mano al
sindaco, al vice e al vigile urbano; per la cronaca, tutti e tre sono
stati medicati al pronto soccorso e gli energumeni arrestati. Ora, a
parte questa sciocchezza che potrebbe accadere in qualsiasi parte
d'Italia e con sindaci esponenti delle più diverse forze politiche,
quello che ci fa riflettere è l'incapacità dei grillini di farsi
capire dai cittadini, di quelli cioè che, secondo loro, li hanno
eletti e a nome dei quali parlano. Ne sa qualcosa Pizzarotti che a
Parma, dopo aver rincarato i prezzi delle mense scolastiche e acceso
l'inceneritore che “mai e poi mai”, ha dovuto ammettere che un
conto è il dire, un altro il fare e che spesso, le buone intenzioni
non sempre si trasformano in azioni. Pizzarotti si è ritrovato una
folla inferocita sotto le finestre del municipio, ma questa è
un'altra storia. Partendo da questa elementare considerazione, ma
talmente elementare che di più facile ci sono solo le materne, a
volte basterebbe un po' di buon senso per capire che un conto è il
dire e un altro il fare. Che se la gente ti vota è perché vorrebbe
che le promesse fatte in campagna elettorale fossero mantenute. Se
anche i grillini vengono aggrediti dai cittadini, è lecito chiedersi
se forse c'è qualcosa che non funziona? O anche questa è lesa
maestà? Meno male che a noi Grillo non ci potrà mai espellere, al
massimo ci infilerà nei gabbiotti per i giornalisti che intende far
costruire a Montecitorio...
mercoledì 26 giugno 2013
Giuliano Ferrara: “Siamo tutti puttane”. O, non lo sapeva nessuno!
Ma uno
dice che poi se la cerca. Come si fa a rendere lapalissiano un
concetto che tutti conoscono, e riferiscono solo nel segreto di un
confessionale ma non hanno il coraggio di dire pubblicamente? Semplice, basta
andare a Roma a Piazza Farnese e urlarlo ai quattro venti. Con le
labbra arrossettate, Giuliano Ferrara si è presentato allo sparuto
popolo di destra che manco al gay pride. Poi, colto da un attacco di
sincerità, ha urlato l'evidenza, un fatto che tutti sanno da sempre,
e cioè che coloro che appartengono al popolo delle destre italiane
sono delle grandissime puttane. È vero, ricorrendo al solito
impeto trasformato in foga oratoria, Ferrara ha inserito nella categoria solo le ragazze che si
sono prostituite con il Capo. Però sa molto bene, il direttore
del Foglio, che è facilissimo ascrivere nella categoria coloro che rientrano nel meretricio perché la/lo danno, ma
anche quelli che mettono al servizio di qualcuno, per prebende o
regalie o un posto al sole qualsiasi, la propria dignità,
l'intelligenza, la penna, la professionalità fino a disintegrarsi in
nome del padrone. Chi lo paga il Foglio? Continua a essere Veronica
Lario l'azionista di riferimento o, grazie alle vendite, il giornale
di Giulianone si mantiene da solo? E che dire di Feltri e Sallusti? O
di Belpietro che continua a essere pagato solo perché lo Stato gli
regala milioni di euro con la scusa che Libero è il
quotidiano dei monarchici? Sussiste, ancora, un equivoco di fondo.
Una è mignotta solo se allarga le cosce dietro pagamento di regolare
tariffa. Per questo si chiama sesso a pagamento, e per
questo, spesso, le mignotte vengono assimilate, come categoria, ai
tassinari: entra il cliente, scatta il tassametro e alla fine della
corsa paghi i chilometri fatti, l'unica differenza è che gli autisti
di taxi a maggio pagano le tasse. Uno che si picca di essere il più
intelligente, il più furbo, il più grande giornalista vivente, non
si può permettere di prendere topiche simili perché alla fine, la
manifestazione folkloristica di oggi, è servita a rendere chiaro al
popolo italiano che il concetto di “puttanità” è andato
modificandosi nel corso del tempo, e che negli ultimi venti anni ha
subìto una vera e propria mutazione genetica. Chi ci fa un po' pena,
però, non è Ferrara e non è il popolo berluschino. Lo schifo
arriva ancora una volta da quella che è stata per venti anni
l'opposizione più supina che una democrazia abbia mai avuto in tutto
il mondo. Perfino ai tempi di Pinochet, i democratico-cristiani
filodittatura ebbero i loro problemi, gli ex comunisti italiani manco
quelli: un lunghissimo inciucio durato mezzo secolo e che continua
ancora sotto gli occhi di un popolo reso impotente da milioni di ore
di tv lavacervelli. I silenzi dei pidini gridano vendetta al cospetto
di qualsiasi forma di intelligenza, anche quella mono-neuronica,
figuriamoci di fronte ai problemi di un popolo asservito ai
desiderata di un unico padrone. Ragassi, c'è il LettaLetta porco
boia. Finalmente è presidente del consiglio uno dei nostri. Chi molla è
un fetente e chi denuncia il principale alleato un traditore.
martedì 25 giugno 2013
Silvio come Brad: 7 anni (non in Tibet) e interdizione perpetua. Indagati per falso i 30 testimoni della difesa. È una Caporetto.
“...
perché voi della sinistra siete invidiosi dei soldi di Silvio e ve
li volete fregare mandandolo in galera. Vergognatevi”. Così, un
milanese o ciento pe' ciento, originario di Molfetta, ha commentato
la sentenza di primo grado del tribunale di Milano che condanna
Berlusconi a 7 anni di reclusione e all'interdizione perpetua dai
pubblici uffici. Poco più in là, sempre fuori dal tribunale, una
signora si è presentata con un crocifisso al collo e la statuetta
della madonna di Medjugorie fra le braccia, forse per dare spiritualmente
una mano al Silvio perseguitato. Appena l'ha vista, un signore
indignatissimo, l'ha apostrofata dicendole: “Ma che cazzo fai con
la madonnina in mano? Ma non ti vergogni? Che c'entra la madonna di
Medjugorie con un delinquente, porcod ...”. In Italia il folklore
è sempre dietro l'angolo. Se ti distrai un attimo ti sommerge. Si è
capito, vedendo i filmati girati davanti al tribunale subito dopo
l'uscita della sentenza, perché Silvio continua ad avere una vasta
popolarità e, soprattutto, 9 milioni di voti. Le parole che si
sentono, sono quelle che si leggono sul Giornale e su Libero, e si
ascoltano da Barbara D'Urso e Paolo Del Debbio. Sembra quasi che gli
house organ del Capataz siano riusciti a “normalizzare” 9 milioni
di cervelli, incapaci di andare oltre il semplicissimo meccanismo di
accettazione acritica di balle mediatiche scientificamente studiate,
proposte e reiterate in loop. Così, mentre non ci si può
sorprendere delle sparate dei vari Gasparri, 2232-Cicchitto,
Danielona Santanché, Ferrara che chiama per oggi pomeriggio a
raccolta il popolo di destra a Piazza Farnese, Malan, Capezzone,
Prestigiacomo, Carfagna, Brambilla, Biancofiore tutti rigorosamente a
libro paga, quello che sconvolge è il giudizio di milioni di
pensionati, cittadini per bene, nullafacenti e locatari in nero che
per Silvio darebbero tre reni come Totonno Razzi. Certo che la corte
di Milano non c'è andata morbida. Alla concussione acclarata, ha
aggiunto la “costrizione” che, secondo i giudici, ha segnato
l'intervento dell'allora presidente del consiglio presso la questura
di Milano, quando ha “preteso” che Ruby venisse affidata alla
consigliera regionale Nicole Minetti e non ai servizi sociali. La
ragione è nota, Ruby era la nipote di Mubarak e si rischiava un
incidente diplomatico. Comunque la si voglia mettere, la sentenza del
Tribunale di Milano è una sentenza. Punto. Ci sono ancora due gradi
di giudizio prima che abbia un seguito e che conduca, eventualmente,
Silvio ad essere ospitato nelle patrie galere. Tutto questo
spintonare, e dichiarare preventivamente guerra al mondo, è un
mettere le mani avanti da giocarsi sul campo molto più complicato
degli equilibri politici. La sentenza diventa, per assurdo, un'arma
di ricatto a favore e non contro, perché viviamo in Italia e i
machiavellismi sono all'ordine del giorno. Da altre parti Silvio
avrebbe già preso un aereo per una destinazione sconosciuta ma dove
non vige l'estradizione. L'arma di ricatto nei confronti del Pd
assume le sembianze di leggi paracule, di provvedimenti
elettoralistici ascrivibili ai pidiellini perché a breve si tornerà
a votare, di una sorta di supremazia psicologica da “perdenti”
che diventa valore assoluto. Guardate, tutto questo si potrebbe
inserire in un trattato di alta psichiatria perché da noi, la
politica ormai è diventata solo convivenza patologica, di socialità
e di diritto di cittadinanza non c'è più nulla. Poi arrivano i
“nobili d'animo”, i guerrieri della politica come arte, gli
ideologici dei pifferi e i filosofi scoglionati e inizia la farsa.
Cacciari: “Ma che senso ha questa condanna? Sette anni...
interdizione perpetua... mah... Berlusconi deve essere battuto
politicamente non per sentenza”. Suppergiù le stesse parole di
Nichi Vendola e dei maggiorenti del Pd che da venti anni tentano
inutilmente di battere Silvio alle elezioni, e se lo prendono sempre
dove vola l'uccello Padulo. Silvio potrebbe anche essere battuto
politicamente se, però, si giocasse ad armi pari. Siccome con chi
detiene una potenza di fuoco mediatica come il Cavaliere, una
battaglia ad armi pari non sarà mai possibile, cominciamo intanto a
rispettare e a far rispettare le sentenze. Cominciamo a dichiararne
l'ineleggibilità, perché l'eleggibilità non è un diritto che si
acquisisce per usucapione, ma rispettando le leggi vigenti. E se le
leggi dicono che chi usufruisce di concessioni pubbliche non può
essere eletto, così ha da essere, altrimenti fanno bene i pidiellini
a non rispettare la sentenza del tribunale di Milano. Purtroppo il
problema è sempre questo, si conoscono i colpevoli, si sa chi sono i
conniventi e chi per venti anni ha fatto finta di nulla. Altro che
101 zozzoni, questi sono 101 delinquenti matricolati. È morto Emilio
Colombo. Beh, ciao.
lunedì 24 giugno 2013
La vita, l'arte, gli amori di uno statista: Antonio “Totonno” Razzi, detto m' faccio li cazz mie'.
La
vicenda è di qualche giorno fa, ma come per i film comici che si
rispettano, la storia di Antonio Razzi fa ridere anche a una seconda, a una terza o a una quarta visione. Sapete, dopo l'alzata di scudi dei
costruttori italiani (che hanno inviato una nota di vivo e vibrante
biasimo all'Unesco che non si fa mai i cazzi suoi, ed elegge di
continuo siti italiani a patrimonio dell'umanità), che dalle parti
di Palazzo Madama si aggiri il senatore abruzzese Antonio Razzi,
rientra nell'ordinaria illogicità delle questioni italiane, giunte
ormai a un livello di patologia schizofrenica tale che Hannibal
Lecter ci fa un pippone. Così, per qualche giorno, ci siamo tenuti
nel nostro personale database il testo dell'intervista che il
senatore Razzi ha rilasciato ai soliti burloni della Zanzara,
per tirarla fuori nel momento in cui di grosse notizie in giro non ce
ne fossero. Tolto che oggi pomeriggio la corte di Milano emetterà la
sentenza di primo grado sul processo Ruby. Tolto che, nel suo
piccolo, Enrico Letta processerà la ministra Idem rea di mancato
versamento dell'Ici e di una piccola evasione fiscale. Tolto che
Casaleggio ha dato in esclusiva al Corriere della Sera la sua
personale visione del mondo (entrando nei dettagli del pianeta Gaia),
tutto sommato oggi è un piattissimo, e caldo, lunedì di fine giugno
e le dichiarazioni di Totonno Razzi ci stanno come il cacio (pecorino
abruzzese) sugli spaghetti alla chitarra: la morte sua. Dunque. Lo
sapevate che Totonno è amico personale di Kim Jong-un, il pericoloso
e un po' fuori di testa dittatore della Corea del Nord? Dice il
senatore: “Ho avuto il piacere di conoscere Kim quando studiava
all'università di Berna, perché io vivevo lì e con lui parlavamo
insieme in tedesco”. Poi ha aggiunto: “Nel mio ufficio ricevo
spesso l'ambasciatore della Corea del Nord e quello della Corea del
Sud, sono due brave persone e abbiamo parlato della loro
riappacificazione. Se si mettono a tavola possono dialogare perché
sono persone eccezionali, uguali a noi italiani”. E per finire:
“Voi non lo sapete, ma quelli della Corea del Nord, fanno tutto
quello che gli diciamo noi italiani, tanto che il viceministro degli
Affari Esteri, Pistelli, mi ha detto che per questo mi daranno il
Nobel per la pace”. Ovviamente, nel corso dell'intervista alla
Zanzara, non poteva mancare una domanda sulla senatrice Gambaro dei 5S, appena espulsa dal Movimento. La risposta di Totonno: “Alla
senatrice Gambaro ho dato la mia solidarietà perché le ho detto che
in questa storia ci ho passato anch'io”. Ma il meglio di sé, il
senatore Antonio Totonno Razzi, eletto a furor di popolo in
Abruzzo, lo ha dato parlando in punta di lingua di Silvio Berlusconi.
E da questo momento, inizia il più delirante dei deliri che essere
umano normodotato possa trovarsi sulla sua strada. “Io prego ogni
giorno i miei santi – ha detto m' faccio li cazz mie' – perché
Berlusconi viva fino a 120 anni. Io darei la vita per lui, morirei.
Gli darei un rene, due reni, tre reni e la prostata. Gli darei anche
mia moglie, se lei fosse d'accordo”. Ma quanto costa un po'
d'orgoglio? Un vitalizio parlamentare può bastare. Az, se basta.
domenica 23 giugno 2013
I pazzi sognatori dell'Unesco. Dopo l'Etna, dodici ville medicee e i Giardini di Boboli nel patrimonio culturale dell'umanità. Non sanno mica che per gli italiani è una iattura!
Sembra
che l'Unesco lo faccia apposta, tanto che qualche costruttore
palazzinaro, e un po' pirata, si sta pure incazzando. Facciamo
crollare Pompei, dilapidiamo le bellezze naturali e artistiche delle
Cinque Terre, massacriamo la Valle dei Templi, rinterriamo le tombe
etrusche e le vestigia romane, sennò i palazzi non potrebbero
nascere e le linee metropolitane si dovrebbero interrompere.
Chiudiamo orchestre sinfoniche una a pranzo e una a cena. Il ministro
Bray deve scendere in campo per il Maggio Fiorentino, i teatri non
hanno una lira per le loro stagioni e quelli dell'Unesco che fanno?
Ci dicono ancora una volta che il nostro patrimonio culturale è
unico e va protetto, perché non è solo “cosa nostra” ma
dell'intera umanità. Così, dopo aver dichiarato addirittura un
vulcano, l'Etna, patrimonio dell'umanità (causando un attacco di
bile ai costruttori che già pregustavano colate di cemento e
bed&breakfest a gogò), i maledetti “uneschini” hanno
risalito la penisola e, giunti in Toscana, hanno osservato le Ville
Medicee di Cafaggiolo a Barberino di Mugello, Trebbio a San Pietro a
Sieve, Careggi, Poggio Imperiale, Castello, La Pietraia, Fiesole,
Poggio a Caiano, Carmignano, Cerreto Guidi, La Magia di Quarrata, il Palazzo di Serravezza e hanno deciso, motu proprio, di dichiararle
tutte insieme patrimonio culturale dell'umanità. Poi, non ancora
soddisfatti e probabilmente rintronati dal Brunello, visto che
c'erano, hanno adottato lo stesso provvedimento per i Giardini di
Boboli e quello di Pratolino, nel comune di Vaglia: un vero e proprio
accanimento terapeutico su una nazione morta. Se una cosa del genere
fossa accaduta in qualsiasi altra parte del mondo, i paesi coinvolti
avrebbero fatto festa per un mese. In Italia accade solo quando ti compri la bandiera arancione o quella blu, allora sì che son feste.
Perché, cari amici, essere dichiarati “patrimonio culturale
dell'umanità”, è una rottura di palle senza limiti né confini.
Devi stare attento ai ciottoli, alle crepe, alle siepi che crescono
storte, alla gramigna che infetta i prati, alle zone dove non si può
(e deve) parcheggiare, alla revisione semestrale delle strutture e
degli impianti rigorosamente a norma, a non togliere neppure una
scheggia da quella cazzo di finestra che ha 600 anni, e che potrebbe
essere sostituita tranquillamente con una di alluminio anodizzato con
doppio vetro termico. E se poi si dovesse rompere un vetro, madonna
che delirio! Dove si trova un vetraio in grado di sostituirlo senza
fracassare il telaio della finestra e attaccare tutto col Vinavil? E
poi, cosa dire agli amministratori che avevano pensato di coprire i
tetti di tegole antiche con i pannelli solari, che quella cosa non si
può fare? Essere dichiarato “patrimonio culturale dell'umanità”,
per gli italiani è una iattura più grossa del terremoto, perché
dopo un terremoto speculi sulla ricostruzione, per una Villa Medicea
su cosa puoi speculare, un cartello segnalatore? Pochi euro e il
problema è risolto. Dopo il terremoto, invece...
sabato 22 giugno 2013
Silvio: Iva e Imu pretesti pubblici. Assoluzioni e leggi ad personam quelli privati. E ci sta venendo un dubbio su Bersani e i 5S. Come andò la trattativa?
Dice:
“Io sono uno Statista, mi consenta. Il governo potrebbe cadere solo
sull'Iva e sull'Imu”. Invece pensa: “Giorgio non mi protegge.
Enrichetto non mi dà la sua solidarietà e non ha permesso neppure
un piccolo emendamento per salvarmi il culo nel decreto-disastri”.
Dice: “Il governo è stabile, solido, l'unico possibile. Le mie
vicende giudiziarie non influiranno sul suo destino”. Invece pensa:
“Poffarbacco, lunedì c'è la sentenza Ruby; fra poco la Cassazione
sul 'Mediaset', che se va male mi becco cinque anni di interdizione.
E i miei alleati del Pd fanno finta di nulla”. E dice pure:
“Stavolta i sondaggi non sono affidabili. Andare a votare ora
sarebbe una tombola, mica è detto che vinceremmo. E poi ancora
larghe intese? Impossibile, arriverebbero i forconi a Palazzo
Grazioli”. Non è facile questo particolare momento storico per
Silvio Berlusconi I°, Imperatore di Arcore, Re di Villa Certosa,
Pro-Governatore di Saint-Lucia, Console Onorario Russo-Putiniano. Non
è facile perché i nodi dei processi stanno venendo al pettine, e la
fregatura e che lo stanno facendo tutti insieme: un delirio. Resosi
anche conto che la coppia di legali che lo ha seguito fino a ora,
Ghedini e Longo, è ormai guardata con odio viscerale in ogni tribunale
italiano e pure in quelli irlandesi, Silvio ha assoldato il pacioso
professor Coppi con l'unico scopo di trovare falle nei dispositivi
dei pm e Coppi, da questo punto di vista, è il migliore in assoluto.
Qualcuno potrebbe dire: “Ma allora Silvio ha deciso finalmente di
difendersi 'nei' processi?” Eh no! Coppi è l'ultima speranza di
far saltare il castello di prove inossidabili che i magistrati hanno
ormai costruito, usando il detonante dei cavilli. È un tentativo,
nulla più. Si può immaginare quindi, l'aria che tira a Palazzo
Grazioli e nella Villa Mausoleo di Arcore. Bondi, lasciato giorni e
giorni senza pappone; Bonaiuti, che ha iniziato a scrivere le sue
memorie invece dei comunicati stampa pro-Capo; Capezzone senza più
bonus cravatte; la Santanchè, ferma in sala d'attesa come una
Olgettina qualsiasi e senza il conforto del palo della lap-dance.
Vacanze amare quest'anno per Silvio. Tanto che per divertirsi un po',
ha richiamato Topolanek, almeno quello, pensieri o non pensieri, è
sempre in tiro.
Sono
giorni che un dubbio ci assilla. Ohibò, succede anche a noi. Come
qualcuno ricorderà, durante l'incarico-farsa a Piergigi 'o
smacchiatore Bersani, la chiacchiera che girava era quella che i
grillini avessero chiuso ogni porta a una eventuale collaborazione
con il Pd. Fin qui tutto chiaro e la diretta streaming con Bersani,
ne rappresentò in qualche modo la conferma. Crimi e la Lombardi
dissero in coro: “Mai e poi mai”. Sono giorni, però, che Grillo
va urlando che il Pd “da noi voleva solo numeri e non ci ha
offerto di entrare in nessun governo”. Questa frase, che se confusa
nel mare di parole che Grillo urla a ogni comizio non significherebbe
nulla, presa e contestualizzata in quel momento, il suo bel
significato lo ha. Secondo Grillo, il Pd (Bersani) pretendeva dal M5S
solo l'appoggio esterno al suo eventuale governo, senza alcuna
chiamata di responsabilità diretta dei 5S. Bersani invece, racconta
un'altra storia e cioè che i grillini, fin dal primo momento, hanno
detto di no a un governo a sua guida. Chi racconta la verità, chi
mente? E il fatto che non ci sarebbe stata nessuna offerta “diretta”
di partecipazione attiva al governo, quando e dove è stato
stabilito? In quale luogo segreto gli ambasciatori plenipotenziari
del Pd e del M5S, hanno discusso di presenze grilline nel governo? E
perché Bersani avrebbe detto di no, visto che la maggioranza, a quel
punto, sarebbe stata schiacciante? Pd-Sel e 5S avrebbero avuto i
numeri per governare, eccome! Il problema, allora, è un altro. La
questione è che i 101 Zozzoni come hanno affondato Prodi, avrebbero
silurato un eventuale governo tutto di sinistra e Bersani questo lo
sapeva. L'appoggio esterno sarebbe servito solo a tacitare
politicamente l'anima inciucista del Pd e a null'altro, anche se
siamo convinti che nel segreto del voto di fiducia... A quel
punto Grillo ha detto, giustamente, vaffanculo. È ciò che avremmo
detto noi. Solo in questo caso specifico, e per niente altro,
chiediamo scusa a Grillo, ci abbiamo messo un po', ma alla fine...
PS. Se è vero che i fatti si sono svolti in questo modo, rivolgiamo a Beppe il caldo invito di cambiare immediatamente comunicatori e di fare un corso accelerato anche lui stesso-se medesimo. E' assurdo che un uomo di spettacolo come lui non riesca a farsi capire, ed è sconsolante vedere mezzeseghe che inseguono la bellezza delle parole, piuttosto che la sostanza.
venerdì 21 giugno 2013
Silvio e l'eterna partita a scacchi con la giustizia
Per
lui è come fare il concorrente di uno dei suoi demenziali telequiz.
Non risponde alle domande e pretende l'aiutino. La storia del
pronunciamento della Corte Costituzionale, contrario al
riconoscimento del legittimo impedimento per una udienza del processo
Mediaset, è costellata di stupidaggini di vario tipo e natura. Ma
tutto parte dall'intima convinzione che Silvio è un intoccabile, un
re, un uomo che non ha mai chiesto semplicemente perché tutto gli è
dovuto. Maurizio Lupi: “Se non è possibile convocare un consiglio
dei ministri senza chiedere il permesso al tribunale, un problema di
democrazia si pone”. E chi lo ascolta in tv ci crede pure. Non sa,
l'ignaro ascoltatore, che quel consiglio dei ministri era stato
convocato apposta per non andare in tribunale, una udienza
calendarizzata da tempo dagli stessi avvocati del Dux. Ascoltateli
attentamente, i pidiellini. Tuonano contro la magistratura ma, alla
fine, mica ci spiegano perché lo fanno. I cittadini si sentono
ripetere in continuazione che Silvio è un perseguitato. E, come per
i mantra, alla fine se ne convincono. Non importa che abbia commesso
reati. Non importa che di quei reati ci siano le prove. Non importa
che vige un principio per il quale tutti i cittadini sono uguali di
fronte alla legge. Non importa il vivere in un paese di diritto.
Quello che conta è ciò che si dice, non ciò che si fa (o si è
fatto). Michaela Biancofiore-Simbol d'amore, talmente infoiata di
Silvio che “per lui farei tutto, l'immaginabile e
l'inimmaginabile”, ha detto che se il suo Signore vuole, lei è
disposta a fare un esposto alla Corte Europea dei diritti umani di
Strasburgo, per denunciare l'accanimento giudiziario nei confronti
dell'ex premier. Non sa, la signora Biancofiore, che se inoltrasse
davvero quell'esposto, la Corte Europea sarebbe costretta a indagare
sul serio. E da un'indagine seria cosa potrebbe venir fuori se non
un'accusa di genocidio culturale di una intera nazione, cioè
l'Italia, nei confronti del suo mentore e padrone? Insomma, per la
gente del Pdl, Silvio non è un comune cittadino. Che sia il loro
benefattore e che grazie a lui finalmente siano riusciti a sbarcare
il lunario, è un dato di fatto. Ma non sembra che il servilismo,
anche quello più abietto, alla fine debba avere un limite? Lo dicono
e non lo dicono. Sentiteli i vari Capezzone, Brunetta, Prestigiacomo,
Gelmini, Santanchè, Verdini. Non riescono a trovare una sola
giustificazione alle loro accuse contro la magistratura e, assurdo
degli assurdi, ce ne fosse uno che dicesse a chiare lettere:
“Berlusconi è innocente”. Ciurlano nel manico, parlano perché
danno fiato alla bocca e sollecitano le corde vocali, ma la ragione
per la quale Silvio non si deve toccare, non ce l'ha spiegata ancora
nessuno. Il problema di questo paese è, da sempre, dalla fine del
regno della Balena Bianca, Silvio Berlusconi. Far finta che non sia
così sarebbe negare la storia al punto che, ne siamo convinti, senza
Berlusconi non sarebbe esistito neppure questo Pd che, di Silvio, è
una sbiadita fotocopia. Se il LettaLetta dovesse cadere (cosa che
Silvio non auspica perché teme come la peste bubbonica un accordo
Pd-Sel-Ex 5S), non sarebbe mica per i suoi procedimenti giudiziari,
ma perché l'IVA sale di un punto e l'IMU sulla prima casa non trova
pace. Tutte balle. Perniciose balle spazial-elettorali. E ci sono
ancora nove milioni di italiani che gli credono.
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