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sabato 6 luglio 2013

La fine triste di Umberto Bossi detto O' Padano. Da leader di una nazione inesistente a marionetta di re Silvio

Quattro gatti, forse cinque. Lui arriva a bordo della Lancia di rappresentanza e ad accoglierlo a Cassano Magnago, il suo paesello natio, un pugno di leghisti della prima ora. Inizia tardi il comizio conclusivo della festa della Lega. Il microfono gracchia, la telecamera piuttosto che inquadrare lui, si sofferma sulle sedie di plastica vuote. Ad ascoltarlo solo un piccolo gruppo di irriducibili. Sono scomparsi tutti: i leccaculi di una volta, gli adepti al cerchio magico, i servi e le ballerine di Miss Padania che facevano tanto harem ma poca, anzi pochissima, sostanza. Umberto Bossi è rimasto “uno”, come il ciclista semianalfabeta che la sorte e il coraggio gli fanno vincere una tappa al Giro d'Italia. Ma almeno il ciclista, pedalando, lavora. Bossi non ha mai fatto un cazzo in tutta la sua vita e quando arrivò il momento del “pezzo di carta”, si rivolse all'Istituto RadioElettra di Torino per comprarsi un diploma per corrispondenza. Folgorato da Gianfranco Miglio sulla strada del Federalismo, Bossi è stato la gioia e il dolore di Berlusconi, la sua stampella preferita, la gruccia sulla quale fondare la granitica maggioranza alla Camera e quella al Senato di un centrodestra fasullo, anzi tarocco, come i Rolex che si vendono a Spaccanapoli. Corresponsabile tanto quanto Berlusconi dello sfascio della Nazione, l'uomo che ri-nobilitò la canottiera a spalline strette, è disperatamente solo, abbandonato da tutti, alla mercè di un autista che gli fa da bodyguard e pure da badante addetto al pannolone. Questo momento storico è il suo personalissimo Sunset Boulevard, e la fregatura è che non gli hanno dato neppure la parte che fu di Eric von Stroheim. Qualcuno dice che fa tenerezza, che visto così barcollante, quasi indifeso, vittima di se stesso e della sua dispotica arroganza, a Bossi bisognerebbe dare almeno l'onore delle armi. Si potrebbe fare se il Senatur, come i vecchi combattenti, avesse condotto le sue battaglie con onore. Non lo ha fatto anzi. Ha disonorato il suo partito, la sua gente, le corna dei vichinghi, le sorgenti del dio Po, la sua troupe di mezzeseghe miracolate, la sua famiglia di affamati cronici e di frequentatori di yacht e sale giochi, e ridotto a una forchettata di rigatoni co' 'a pajata, il senso del suo fare politica. Dopo la scoperta dei fondi neri del partito in Tanzania e l'investimento in diamanti, la Roma ladrona è diventata all'improvviso la Padania ladrona. Solo che Roma esiste, c'è, la riportano le cartine geografiche di tutto il mondo. La Padania è un'entità astratta nella quale crede ancora solo Bobo Maroni, fra tutti i traditori dell'ex Capo, il peggiore.

martedì 2 luglio 2013

♫... E Forza Italia … ♫ zumpapà... ♪ ♫. 200 (scarsi) irriducibili a Arcore. E Daniela vuole la Camera...

E non fa neppure caldo. Non ci sono il solleone né 55 gradi all'ombra (41 secondo la questura). Eppure i quasi ex pidiellini, ri-Forza Italia, non ne vogliono sapere di andare in ferie. Ieri, ad esempio, armati di bandiere acquistate in un mercatino vintage, con in spalla un apparecchio stereo (che manco un portoricano sulla 5th Avenue) che suonava a palla l'inno, gli occhi al cielo e la prostata tenuta sotto costante monitoraggio, circa 200 nostalgici, appesantiti e invecchiati, sono andati in pellegrinaggio a Villa San Martino per far sentire al capo la loro amichevole e affettuosa sudditanza. “Nei momenti difficili noi ci siamo sempre”, ha detto un pensionato che, subito dopo, è andato dietro un albero a far pipì. L'aria che tira è quella di un revival destinato a svuotare finalmente dalle bandiere, dalle spillette, dai kit del militante, del parlamentare e del procacciatore di polizze Mediolanum, i magazzini di Segrate, straboccanti dei ricordi di una stagione che fu, quella della vittoria contro la poderosa macchina da guerra di occhettiana memoria. Quando Renatino Brunetta dice "Forza Italia”, gli si illuminano gli occhi e gli trema la voce. Lo stesso accade a 2232-Cicchitto che, anche se sarà costretto a ritirar fuori dal baule il polveroso cappuccio e lo sbrindellato grembiulino, il solo pensare a Forza Italia gli procura un orgasmo da elefante. Chi non ci sta proprio, in quella che è la riedizione malinconica della peggiore antipolitica, sono gli ex di aenne. Gasparri quando sente Forza Italia ha un conato di vomito (il che è tutto dire), ma anche a La Russa e alla Meloni la cosa non è che vada proprio giù. Però i Fratelli d'Italia (povero Mameli) sanno che non ci sono alternative, che la destra storica, quella fascista tanto per intenderci, dovranno tenerla in vita loro, che il fucile e moschetto saranno i loro simboli per sempre e che il fez dovranno indossarlo tutto l'anno e non solo il 29 luglio. A proposito, lo sapete che il 29 luglio i fasci festeggeranno i 130 compleanni del Duce? Predappio a festa e olio di ricino (con la fogliolina di menta come il mojito) a gogò, al posto dei manganelli i “maschi” vibratori e poi tanti, tantissimi eja eja alalà pensando malinconicamente all'Etiopia, all'Eritrea e all'Abissinia. C'è da dire che ieri gli inservienti di Villa San Martino sono stati costretti agli straordinari. Armati di pennelloni e secchi d'acqua, hanno infatti dovuto togliere dai muri le scritte vergognose contro Ilda Boccassini (il cognome della giudice si scrive con due “c”, ignoranti!), soprattutto quella che diceva: “Ilda tu hai le tubbe pichiche”. A proposito di turbe psichiche. Oggi alla Camera, Daniela Santanchè dovrebbe essere nominata vicepresidente, dovrebbe cioè prendere il posto di Maurizio Lupi diventato ministro. La Santanchè vicepresidente della Camera è una provocazione. Lo sa Silvio, lo sa LettaLetta, lo sanno i giovani turchi e gli anziani balenotteri. Il Pd ha già fatto sapere che voterà scheda bianca e il Pdl l'ha presa malissimo. Pur sapendo che quella di Silvio è un'aberrazione divisiva, non tollerano assolutamente che un personaggio come Danielona possa sedere sullo scranno più alto di Montecitorio. E lei serafica, ha detto: “Se non mi eleggono, il problema non è Daniela Santanchè, ma è politico”. Infatti, il problema è politico. E per occupare quel posto occorrerebbe un politico vero e non una pitonessa che cambia stagionalmente pelle.   

lunedì 1 luglio 2013

Tutti spiano tutti: l'Italia spiata dagli Usa. Tutti ricevono tutti: boss e truffatori nei salotti buoni

Diciamocela tutta, ma che cazzo volevano sapere gli americani dalla delegazione italiana all'Onu? La ricetta segreta dei bucatini all'amatriciana? I nostri ambasciatori avevano perfino un nome in codice: “Cicuta”. Un veleno che almeno ha un po' di storia della filosofia nel dna, pensate se ci avessero chiamato curaro... o cicoria! Cimici anche nella nostra ambasciata di Washington, ma qui, sotto tiro, c'era l'impasto dei tortellini. Insomma, in nome della sicurezza, del sacro principio della difesa dei confini della nazione, gli Stati Uniti d'America avevano infestato di cimici domineddio. Ne avevano piazzate di sofisticatissime anche nei confessionali, ma quando si sono accorti che i preti parlavano solo di sesso, preferibilmente con minori, hanno smantellato nottetempo la rete di insetti curiosoni rimettendoci un fottio di dollari. I servizi segreti italiani, abituati a combinare pasticci in tutto il mondo, tanto che quando quelli del Mossad incontrano i loro colleghi spioni italiani si sganasciano dalle risate, prima hanno collaborato con gli USA, poi, siccome sono un po' così, non si sono accorti che gli americani spiavano anche loro per fregarsi i numeri di telefono delle Olgettine. Ma il popolo più spiato dalla intelligence di Obama, era quello tedesco. Non si sa come, non si sa grazie a chi, gli agenti di Washington erano riusciti a piazzare cimici, microcamere e radiospie dovunque, perfino nel bagno privato di Angela Merkel al Bundestag. Dicono che dopo una prima visione dell'interno della toilette della Cancelliera, gli americani abbiano cambiato la web in una radiospia, ma a quel punto il danno era fatto e le nudità di Angela erano già finite nel database della Nsa. Tutte le rappresentanze diplomatiche dell'universo conosciuto, e perfino quella di Marte a Seattle, erano tenute sotto controllo. Una rete di informazioni sensibili tale che il Grande Fratello, a un certo punto, si è sentito in imbarazzo. Inutile dire che questa faccenda della National Security Agency ha irritato tutti. Fuori di testa i tedeschi che, attraverso le parole del presidente del parlamento europeo Martin Schulz, ha minacciato addirittura gli Usa di messa sotto accusa presso tutti i tribunali del mondo. Non l'hanno presa affatto bene i cinesi né i russi né tantomeno la Bce che secondo Snowden, era spiata anch'essa per via delle politiche pro-austerity. Obama è in fortissimo imbarazzo. Non sa come fare a metterci una pezza. Per lui e per gli americani, porre sotto osservazione telefoni e computer in nome della sicurezza nazionale, è un fatto di ordinaria amministrazione, nessuno scandalo, nessuna violazione della privacy. Un po' come Silvio che quando intercettano lui s'incazza, mentre se le cimici beccano Fassino, Consorte e Marrazzo... oh quante belle figlie, madama Dorè. Si mette male intanto per il padre di quest'ultima ondata di svelamento dei cazzi degli altri. Snowden è un senza patria che il mondo fa a gara per rifiutargli l'asilo politico. I russi lo hanno messo nello spazio delle partenze internazionali dell'aeroporto di Mosca, i cubani gli hanno detto “no, grazie” e ora anche l'Ecuador ha deciso di non ospitarlo. E mentre Julian Assange rivela che Snowden ha ancora un sacco di segreti da rendere pubblici, l'ex analista spione della Agency vive di hot dog e birra a Mosca. Che dopo l'11 settembre il mondo fosse cambiato lo sapevamo. Ma che spiare la Merkel seduta sul water diventasse una priorità, non l'avremmo mai neppure lontanamente immaginato. E comunque, cari amici villeggianti sotto la pioggia, lo scandalo non è solo questo. C'è anche il virus pseudo-garantista che sta invadendo il mondo. Dovunque si fa a gara per ricevere e accogliere con grandi pacche sulle spalle, nei luoghi istituzionali, delinquenti matricolati. Si dice che fino a quando la giustizia non avrà esaurito il suo corso, la presunzione di innocenza deve prevalere su qualsiasi altro ragionamento. Il fatto che si ricevano evasori fiscali, puttanieri, mestatori nel torbido e ammennicoli truffaldini vari, rientra nei canoni di una realpolitik mai completamente abiurata. Che poi Mario Monti dica a LettaLetta “O cambi marcia o ti molliamo” o che la Santanchè dica: “I magistrati sono degli incapaci, Grasso è stato un magistrato, Grasso è un incapace”, fa parte del gioco tutto italiano del quacquaracquismo. E questa dovrebbe fare la vicepresidente della Camera!

domenica 30 giugno 2013

Diktat dell'Unesco all'Italia: 6 mesi per salvare Pompei, altrimenti spostiamo il sito in Baviera

Qualche giorno fa, legittimamente soddisfatti per l'introduzione di 13 nuovi siti italiani nei luoghi che l'Unesco tutela a nome dell'intera umanità, dicemmo che per l'Italia e per gli italiani tutto questo ben di dio era una iattura. Che i palazzinari toscani erano incazzati come iene e che gli immobiliaristi erano entrati in uno stato di pericolosa fibrillazione cardiaca con seri rischi di ictus devastanti. Ma si sa, l'Unesco dà e l'Unesco toglie. Vi credevate che dopo i crolli, i furti, le devastazioni, le dimissioni di Sandro Bondi, la situazione del sito archeologico di Pompei fosse migliorata? Ma manco p'o' cazzo. Peggio di prima. Tanto che l'Unesco, una pericolosa agenzia delle Nazioni Unite famosa per non farsi mai le minchie sue, stanca di essere presa per i fondelli dagli statisti italiani, ha lanciato l'ultimatum: “O entro sei mesi provvedete a turare le infiltrazioni d'acqua, costruire le canaline di drenaggio, coprire i mosaici che la luce del sole danneggia, demolire le costruzioni improprie non previste dal piano concordato con l'Unesco e non assumete personale adeguato o son cazzi vostri”. C'è da dire che, mesi addietro, l'Unesco aveva stanziato 20 milioni di euro per un primo intervento di recupero e consolidamento. Che fine abbiano fatto, ovviamente, nessuno lo sa. Giovanni Puglisi, che della commissione italiana dell'Unesco è il presidente, per il momento si mantiene sulle generali, dice e non dice che Pompei rischia di essere estromessa dai siti dell'agenzia delle Nazioni Unite per il patrimonio culturale mondiale, insomma, fa le battutine. L'ultima in ordine di tempo è stata: “Il primo ministro Letta(Letta, nda) ha detto che si sarebbe dimesso se ci fossero stati ulteriori tagli alla cultura. Nel caso di Pompei – ha ridacchiato Puglisi – qualche taglio c'è stato... anche se camuffato”. Ecco, LettaLetta camuffa. Mica solo Pompei. Lui camuffa tutto e poi, da quel gentiluomo virtuoso che è, non mente... omette, capita la differenza, campioni d'ipocrisia? LettaLetta camuffa l'Iva, l'Imu, l'energia elettrica che invece di farci risparmiare 5 euro l'anno ci costerà (notizia di ieri mattina) l'1,4 per cento in più. Camuffa i tagli alla scuola, alla ricerca, l'aumento delle sigarette elettroniche e, ma scommettiamo che nessuno se n'è ancora accorto, delle marche da bollo. E poi, camuffa un autunno che più caldo di così non si potrà. Lo ha detto Saccomanni: “E i tagli dolorosi dovranno ancora venire”. Privo di coraggio, di fantasia, di uno slancio di sana follia (se li avesse che balenottero bianco sarebbe?), LettaLetta è peggio di Mario Monti, visto che con lui qualche leggina ad personam passerà, lo ha detto ieri Anna Finocchiaro e c'è da crederle. Ma torniamo al nostro patrimonio che, siccome appartiene all'umanità, è nostro solo perché si trova sul territorio della nazione più indifferente, apatica e menefreghista che esista al mondo. Vendiamolo, dio bono. Cominciamo da subito. Dunque, Pompei la smontiamo e la rimontiamo in Baviera. L'Etna è facilmente trasportabile in Scozia, almeno il Lago di Lochness avrà uno scenario più accattivante. Le ville medicee ne diamo una a testa a: Denver, Baltimora, Oklahoma City, Reno, Las Vegas, Philadelphia (ma solo perché ci ricorda i formaggini), Chicago, Boston, New York, Honolulu, Los Angeles e San Diego. I giardini di Boboli li piantiamo a Shangai e la Torre di Pisa a Mumbay (fa pendant con il Taj Mahal). Il Colosseo potremmo cederlo ai berlinesi, mentre la Fontana di Trevi potrebbe fare la sua porca figura a Innsbruck Centro. Ci scommettiamo la reputazione che  in queste nazioni e in queste città, i nostri monumenti farebbero alzare il Pil almeno di un punto, mentre da noi ci costano un punto e mezzo. Questione di prospettiva, ma anche di un optional solo italiano che si chiama rispetto. 

sabato 29 giugno 2013

De Gregorio, Lele Mora, la senatrice Anitori. Per un verso o per un altro, ci tocca imbarazzarci un po'

Imbarazziamoci un po'. Togliamoci qualche “sasso dallo stomaco”, come ama definire un peso insostenibile l'ex senatore della Repubblica, Sergio De Gregorio. E partiamo da lui, da quello che fu un giornalista d'assalto eletto nelle file dell'Idv e poi “comprato” da Silvio per far cadere Romano Prodi. Al contrario di Renato Pozzetto, il De Gregorio corrotto pentito, non ha visto la Madonna ma ha sognato il padre che, dopo averlo preso per le orecchie, sembra gli abbia detto: “Figlio mio parla, racconta tutto, denunciali 'sti bastardi”. E il figlio lo ha fatto. Ha denunciato una combine grazie alla quale, in quella stessa legislatura, 120 fra deputati e senatori cambiarono partito. Giustamente, Sergio De Gregorio oggi dice: “Possibile che fra tutti quelli che passarono con Silvio, l'unico corrotto sia stato io mentre per gli altri si parlò di contrattazione?” Bella domanda, però la lasciamo così, volteggiare nell'aria. Dice ancora De Gregorio: “Ho rinunciato a candidarmi quando Denis Verdini, ancora il 19 dicembre, mi ripeteva: 'Vieni in Senato, ci difenderemo tutti insieme dai magistrati comunisti, governeremo la giunta per le immunità'. Gli ho detto di no, non volevo uscire dal Senato con le manette”. De Gregorio si è pentito, ha parlato con i magistrati di Napoli, si è fatto 100 giorni di arresti domiciliari, ha chiesto scusa a Romano Prodi e ora ha deciso di dire addio alla politica e di scrivere un libro, un diario utile a spiegare nei particolari ciò che accadde in quei giorni bui. Imbarazziamoci un po'. Tocca a Lele Mora che ormai possiamo definire “uno”, “bino” e “trino”, dipende dalle dichiarazioni che rende e dalle smentite che seguono immediatamente le parole appena dette. Nel corso del processo definito “Ruby-bis”, sentito prima dai giornalisti poi dai giudici, ha detto: “Dismisura, abuso di potere e degrado. Lo ha scritto un importante quotidiano nazionale, ed è proprio così”. Parla, Lele Mora, e sembra che voglia togliersi anche lui un sasso dallo stomaco... cazzo quanti struzzi! E prosegue: “Io ne sono stato il passivo concorrente, ma oggi non voglio più mangiare cibo avariato e lascio il compito ai miei difensori di chiarire”. E il difensore chiarisce: “Il compito di Mora era quello di rendere famose le sue clienti, di esibirle sul palcoscenico di Arcore. La sua condotta non ha nulla a che vedere con gli atti sessuali eventualmente compiuti”. Poi, quasi a volersi sgravare l'anima dal confessabile e dall'inconfessabile, l'ex talent-scout ha detto: “Mi vergogno per le polemiche che ho fatto contro giornalisti e comunisti, per le minacce, mi vergogno e chiedo scusa. Voglio solo uscire da questa bufera infernale che mi ha tolto la luce”. Nel frattempo, però, deve essergli arrivato un sms direttamente dal padreterno che stazionava pigro dalle parti di Arcore. Appena uscito dall'aula del tribunale, dopo questo popò di pentimento, Lele Mora ha negato tutto. Leggete: “Ad Arcore non c'è stato niente di male, quando in aula ho parlato di degrado, ho detto quello che ha riportato un giornale. Ad Arcore la prostituzione non c'è mai stata”. Imbarazziamoci ancora un po'. Ieri il M5S ha perduto un altro pezzo. Dopo l'attacco di Anonymous al sito di Casaleggio, defacciato della home page e con un messaggio che diceva: “Siete il cancro che volevate eliminare”, la senatrice laziale Fabiola Anitori ha detto addio al Movimento aderendo al Gruppo Misto. Nella lettera di addio, la senatrice scrive: “Gli avvenimenti registrati all'interno del Movimento negli ultimi mesi, mi hanno profondamente segnata, peraltro in un periodo molto delicato della mia vita. Non riconosco più l'impostazione iniziale del Movimento che è diventato proprio quel 'partito personale' dallo stesso tanto criticato, con un sistema feudale di fedeltà che respinge o espelle chi dissente, chi non si allinea. Io ho creduto, e credo al messaggio politico del 'cambiamento' da attuare, però, attraverso il confronto democratico, sia interno che esterno, che ritengo un valore, una virtù repubblicana irrinunciabile e che non ritrovo nel Movimento”. Imbarazziamoci pure, però a noi la senatrice Fabiola Anitori non ci sembra una paracula pronta a disertare per gli avanzi della diaria. A proposito, lunedì prossimo in pompa magna, si doveva tenere la cerimonia di restituzione delle somme non spese, il Restitution Day. Slitterà di qualche giorno. Problemi tecnici. Imbarazziamoci un po', mica ci fa male.

venerdì 28 giugno 2013

Brunetta Furioso. Da Marina (Berlusconi) a Lucia (Annunziata), il capogruppo del Pdl alla Camera ne ha per tutti

Non è un problema di caldo (non c'è) ma di indole. Renato Brunetta non è un uomo facile. Convinto di essere il più grande economista del mondo (defraudato del Nobel solo perché prestato alla politica), Renatino mal sopporta tutti gli altri esseri umani, considerati alla stregua di analfabeti di ritorno o... poco meno. Neppure agli ordini del suo primo padrone, Bettino Craxi, Brunetta si era dimostrato domabile. Doveva dire sempre la sua, esternare, bacchettare, insegnare, dare lumi, riprendere, correggere, ironizzare, maramaldeggiare, provocare, stuzzicare, sentirsi un palmo più alto dei suoi colleghi di partito (il Psi). Che poi Bettino fosse alto come un'arcata della Tour Eiffel non era un problema, Renato era convinto che la sua intelligenza raggiungesse l'antenna di France2. E tanto gli bastava per fare la sua porca figura ai congressi dei Socialisti sullo sfondo delle colonne del Partenone, portabandiera di un nuovo classicismo in politica. Renato è anche portato agli insulti. Gli vengono nature, senza difficoltà, con una semplicità e un candore disarmanti. Negli anni del berlusconismo, Brunetta ha insultato tutti, dai cancellieri dei tribunali agli impiegati della PA, dagli attori ai macchinisti, compresi i suoi stessi compagni di partito che, qualche volta lo hanno sopportato, altre meno. Quando la pazienza veniva meno lo prendevano a schiaffi (letteralmente). Le liti furibonde con Giulio Tremonti, l'inventore dell'economia creativa, erano all'ordine del giorno dei consigli dei ministri e spesso finivano all'infermeria di Palazzo Chigi. Parecchio indolente, irascibile mica no, tendente caratterialmente al dileggio, Renato Brunetta è un Nobel in pectore talmente convinto delle sue enormi potenzialità, che non essere considerato il numero uno lo infastidisce molto e quando prova fastidio esonda. Silvio sceglie la figlia prediletta come erede al trono? E lui fa sapere che... ehm... le regole della democrazia sono altre. Saccomanni non segue i suoi consigli da vate dei numeri? E lui dichiara che... ehm... è un ministro “opaco”, causando lo scompiglio fra i suoi che pensano a una retinite devastante. E poi ci sono i soliti problemi con la tv. In Rai circolano due loschi individui che hanno deciso di fare a meno dei suoi commenti salaci e così pieni di buon senso. Si chiamano Lucia Annunziata e Fabio Fazio. Renatino, pur di coglierli in fallo e denunciarli all'AgCom, si è visto tutte le loro trasmissioni ed è arrivato alla conclusione che Fazio e la Annunziata si sono resi colpevoli di un paio di reati, nello specifico: violazione della par condicio e violazione del pluralismo. Siccome non ci va proprio di parlare né di Paolo Del Debbio né di Barbara D'Urso, prendiamo la denuncia di Brunetta come una ripicca verso chi di cagarselo non ci pensa proprio. Però non possiamo non sottolineare il puntiglio con il quale, sempre il Nobel in pectore, ha preso appunti. “Negli anni 2012/2013 – scrive Brunetta all'AgCom – la signora Annunziata ha ospitato a In mezz'ora, 14 esponenti del centrosinistra contro i 2 del centrodestra. Mentre il signor Fazio, nello stesso periodo, a Che tempo che fa ha avuto la presenza di 20 esponenti del centrosinistra contro i 4 del centrodestra”. A ciò potremmo aggiungere che il salumiere don Peppe ha fraudolentemente fatto pagare 90 grammi di prosciutto invece dell'etto richiesto dalla signora Brunetta, il panettiere don Carlo ha calcolato lo stesso importo per due rossette invece di tre, il parrucchiere don Figaro si è reso colpevole di aver applicato la stessa tariffa di una permanente a una classica messa in piega. E tutto ai danni della famiglia Brunetta che, evidentemente, non sa fare la spesa. Renatino però non è cattivo, è fatto a modo suo ma è di una bontà temprata come l'acciaio. Potrebbe essere un efficace concorrente del concorso Cuore t'oro, quello che si tiene ogni anno a Scasazza, provincia di Taormina, a chiusura delle celebrazioni civili per Sani Gesualdi. E non importa che abbia il cuore troppo vicino... lì. Quello che conta è che un cuore lo abbia.

giovedì 27 giugno 2013

Berlusconi Dinasty: è l'ora di Marina. E intanto a Pomezia, due commercianti aggrediscono il sindaco 5S. La sensazione è che la realtà sia diversa da Gaia.

Sembra proprio che sia arrivata la sua ora. Marina Berlusconi, la figlia prediletta di papà Silvio, la presidente della Mondadori, la donna che per grinta si mette in tasca pure la Santanchè, è la predestinata a raccogliere l'eredità politica di cotanto padre. C'è da dire che Marina il ruolo di “delfina” se l'è guadagnato. Pur di difendere papà, ha fatto secchi tutti gli scrittori di punta della più grande casa editrice italiana, compreso Roberto Saviano al quale ha detto che i suoi commenti sul governo e su Silvio non erano graditi. Saviano ha fatto le valigie, approdando in un amen alla Feltrinelli che si è ritrovata immediatamente un best-seller (promosso come sempre alla grande dall'immenso venditore di libri e cd in circolazione, Fabio Fazio), fra le mani. Inge ha ringraziato commossa. E la stessa cosa Marina l'ha fatta con la controllata Einaudi. “Mio padre ti sta sui coglioni? E io ti rescindo il contratto”. La Presidente, come ormai la chiamano le “puttane del pdl” (definizione di Giuliano Ferrara, non nostra), sta studiando da premier. Acquistati quaderni e matite nello shop Mondadori di Segrate, Marina si è messa a totale disposizione di Paolo Del Debbio, l'anima nera di Forza Italia, il magister maximus espertissimo nel creare “miti inarrivabili” quasi fosse Roland Barthes. A notte fonda, quatta quatta, Marina è stata vista entrare nello studio di Quinta Colonna, dove Del Debbio aveva appena finito di allestire l'ennesima puntata tagliavene del più brutto talkshow politico mai andato in onda sulla televisione italiana, tanto che Porta a Porta, è diventata all'improvviso una trasmissione cult. Paolo Del Debbio, appena l'ha vista, l'ha fatta accomodare su una delle poltrone dei suoi ospiti schizofrenici e, guardandola negli occhi con fare intimidente le ha detto: “Lection one: mentire, mentire, negare sempre. Anche l'evidenza”. Che poi è la stessa strategia dei mariti e delle mogli che rendono malati incurabili di cornutite cronica i rispettivi coniugi. Una voce contro, ma si fa per dire, è stata quella di Renatino Brunetta il quale, forse convinto che sarebbe diventato lui il delfino, ha prontamente dichiarato alla stampa: “Onore a Marina Berlusconi. Donna degnissima... ehm... grande donna. Ma non vorrei che si creassero dinastie... ehm... non è mica tanto democratico e liberista”. Più chiaro di così.
Lo sapete, i grillini ci stanno simpatici. Cazzo, li abbiamo pure votati! Però quello che è accaduto ieri a Fabio Fucci, neoeletto sindaco di Pomezia, qualche interrogativo ce lo pone. Il fatto. Fabio Fucci stava passeggiando tranquillamente per la splendida cittadina laziale (al cui confronto Miami Beach è una specie di caccola), in compagnia della vicesindaco Elisabetta Serra, quando è stato aggredito fisicamente da due commercianti (Repubblica specifica: “un uomo e una donna, italiani, cinquantenni”), incazzati neri per una questione di licenze per bancarelle a Tor Vajanica. I due energumeni erano evidentemente molto incazzati, perché se la sono presa non solo con i politici ma anche con un vigile urbano accorso a soccorrerli. Non contenti, l'uomo e la donna hanno tentato di aggredire pure i carabinieri arrivati di corsa per dare una mano al sindaco, al vice e al vigile urbano; per la cronaca, tutti e tre sono stati medicati al pronto soccorso e gli energumeni arrestati. Ora, a parte questa sciocchezza che potrebbe accadere in qualsiasi parte d'Italia e con sindaci esponenti delle più diverse forze politiche, quello che ci fa riflettere è l'incapacità dei grillini di farsi capire dai cittadini, di quelli cioè che, secondo loro, li hanno eletti e a nome dei quali parlano. Ne sa qualcosa Pizzarotti che a Parma, dopo aver rincarato i prezzi delle mense scolastiche e acceso l'inceneritore che “mai e poi mai”, ha dovuto ammettere che un conto è il dire, un altro il fare e che spesso, le buone intenzioni non sempre si trasformano in azioni. Pizzarotti si è ritrovato una folla inferocita sotto le finestre del municipio, ma questa è un'altra storia. Partendo da questa elementare considerazione, ma talmente elementare che di più facile ci sono solo le materne, a volte basterebbe un po' di buon senso per capire che un conto è il dire e un altro il fare. Che se la gente ti vota è perché vorrebbe che le promesse fatte in campagna elettorale fossero mantenute. Se anche i grillini vengono aggrediti dai cittadini, è lecito chiedersi se forse c'è qualcosa che non funziona? O anche questa è lesa maestà? Meno male che a noi Grillo non ci potrà mai espellere, al massimo ci infilerà nei gabbiotti per i giornalisti che intende far costruire a Montecitorio...

mercoledì 26 giugno 2013

Giuliano Ferrara: “Siamo tutti puttane”. O, non lo sapeva nessuno!

Ma uno dice che poi se la cerca. Come si fa a rendere lapalissiano un concetto che tutti conoscono, e riferiscono solo nel segreto di un confessionale ma non hanno il coraggio di dire pubblicamente? Semplice, basta andare a Roma Piazza Farnese e urlarlo ai quattro venti. Con le labbra arrossettate, Giuliano Ferrara si è presentato allo sparuto popolo di destra che manco al gay pride. Poi, colto da un attacco di sincerità, ha urlato l'evidenza, un fatto che tutti sanno da sempre, e cioè che coloro che appartengono al popolo delle destre italiane sono delle grandissime puttane. È vero, ricorrendo al solito impeto trasformato in foga oratoria, Ferrara ha inserito nella categoria solo le ragazze che si sono prostituite con il Capo. Però sa molto bene, il direttore del Foglio, che è facilissimo ascrivere nella categoria coloro che rientrano nel meretricio perché la/lo danno, ma anche quelli che mettono al servizio di qualcuno, per prebende o regalie o un posto al sole qualsiasi, la propria dignità, l'intelligenza, la penna, la professionalità fino a disintegrarsi in nome del padrone. Chi lo paga il Foglio? Continua a essere Veronica Lario l'azionista di riferimento o, grazie alle vendite, il giornale di Giulianone si mantiene da solo? E che dire di Feltri e Sallusti? O di Belpietro che continua a essere pagato solo perché lo Stato gli regala milioni di euro con la scusa che Libero è il quotidiano dei monarchici? Sussiste, ancora, un equivoco di fondo. Una è mignotta solo se allarga le cosce dietro pagamento di regolare tariffa. Per questo si chiama sesso a pagamento, e per questo, spesso, le mignotte vengono assimilate, come categoria, ai tassinari: entra il cliente, scatta il tassametro e alla fine della corsa paghi i chilometri fatti, l'unica differenza è che gli autisti di taxi a maggio pagano le tasse. Uno che si picca di essere il più intelligente, il più furbo, il più grande giornalista vivente, non si può permettere di prendere topiche simili perché alla fine, la manifestazione folkloristica di oggi, è servita a rendere chiaro al popolo italiano che il concetto di “puttanità” è andato modificandosi nel corso del tempo, e che negli ultimi venti anni ha subìto una vera e propria mutazione genetica. Chi ci fa un po' pena, però, non è Ferrara e non è il popolo berluschino. Lo schifo arriva ancora una volta da quella che è stata per venti anni l'opposizione più supina che una democrazia abbia mai avuto in tutto il mondo. Perfino ai tempi di Pinochet, i democratico-cristiani filodittatura ebbero i loro problemi, gli ex comunisti italiani manco quelli: un lunghissimo inciucio durato mezzo secolo e che continua ancora sotto gli occhi di un popolo reso impotente da milioni di ore di tv lavacervelli. I silenzi dei pidini gridano vendetta al cospetto di qualsiasi forma di intelligenza, anche quella mono-neuronica, figuriamoci di fronte ai problemi di un popolo asservito ai desiderata di un unico padrone. Ragassi, c'è il LettaLetta porco boia. Finalmente è presidente del consiglio uno dei nostri. Chi molla è un fetente e chi denuncia il principale alleato un traditore. 

martedì 25 giugno 2013

Silvio come Brad: 7 anni (non in Tibet) e interdizione perpetua. Indagati per falso i 30 testimoni della difesa. È una Caporetto.

“... perché voi della sinistra siete invidiosi dei soldi di Silvio e ve li volete fregare mandandolo in galera. Vergognatevi”. Così, un milanese o ciento pe' ciento, originario di Molfetta, ha commentato la sentenza di primo grado del tribunale di Milano che condanna Berlusconi a 7 anni di reclusione e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Poco più in là, sempre fuori dal tribunale, una signora si è presentata con un crocifisso al collo e la statuetta della madonna di Medjugorie fra le braccia, forse per dare spiritualmente una mano al Silvio perseguitato. Appena l'ha vista, un signore indignatissimo, l'ha apostrofata dicendole: “Ma che cazzo fai con la madonnina in mano? Ma non ti vergogni? Che c'entra la madonna di Medjugorie con un delinquente, porcod ...”. In Italia il folklore è sempre dietro l'angolo. Se ti distrai un attimo ti sommerge. Si è capito, vedendo i filmati girati davanti al tribunale subito dopo l'uscita della sentenza, perché Silvio continua ad avere una vasta popolarità e, soprattutto, 9 milioni di voti. Le parole che si sentono, sono quelle che si leggono sul Giornale e su Libero, e si ascoltano da Barbara D'Urso e Paolo Del Debbio. Sembra quasi che gli house organ del Capataz siano riusciti a “normalizzare” 9 milioni di cervelli, incapaci di andare oltre il semplicissimo meccanismo di accettazione acritica di balle mediatiche scientificamente studiate, proposte e reiterate in loop. Così, mentre non ci si può sorprendere delle sparate dei vari Gasparri, 2232-Cicchitto, Danielona Santanché, Ferrara che chiama per oggi pomeriggio a raccolta il popolo di destra a Piazza Farnese, Malan, Capezzone, Prestigiacomo, Carfagna, Brambilla, Biancofiore tutti rigorosamente a libro paga, quello che sconvolge è il giudizio di milioni di pensionati, cittadini per bene, nullafacenti e locatari in nero che per Silvio darebbero tre reni come Totonno Razzi. Certo che la corte di Milano non c'è andata morbida. Alla concussione acclarata, ha aggiunto la “costrizione” che, secondo i giudici, ha segnato l'intervento dell'allora presidente del consiglio presso la questura di Milano, quando ha “preteso” che Ruby venisse affidata alla consigliera regionale Nicole Minetti e non ai servizi sociali. La ragione è nota, Ruby era la nipote di Mubarak e si rischiava un incidente diplomatico. Comunque la si voglia mettere, la sentenza del Tribunale di Milano è una sentenza. Punto. Ci sono ancora due gradi di giudizio prima che abbia un seguito e che conduca, eventualmente, Silvio ad essere ospitato nelle patrie galere. Tutto questo spintonare, e dichiarare preventivamente guerra al mondo, è un mettere le mani avanti da giocarsi sul campo molto più complicato degli equilibri politici. La sentenza diventa, per assurdo, un'arma di ricatto a favore e non contro, perché viviamo in Italia e i machiavellismi sono all'ordine del giorno. Da altre parti Silvio avrebbe già preso un aereo per una destinazione sconosciuta ma dove non vige l'estradizione. L'arma di ricatto nei confronti del Pd assume le sembianze di leggi paracule, di provvedimenti elettoralistici ascrivibili ai pidiellini perché a breve si tornerà a votare, di una sorta di supremazia psicologica da “perdenti” che diventa valore assoluto. Guardate, tutto questo si potrebbe inserire in un trattato di alta psichiatria perché da noi, la politica ormai è diventata solo convivenza patologica, di socialità e di diritto di cittadinanza non c'è più nulla. Poi arrivano i “nobili d'animo”, i guerrieri della politica come arte, gli ideologici dei pifferi e i filosofi scoglionati e inizia la farsa. Cacciari: “Ma che senso ha questa condanna? Sette anni... interdizione perpetua... mah... Berlusconi deve essere battuto politicamente non per sentenza”. Suppergiù le stesse parole di Nichi Vendola e dei maggiorenti del Pd che da venti anni tentano inutilmente di battere Silvio alle elezioni, e se lo prendono sempre dove vola l'uccello Padulo. Silvio potrebbe anche essere battuto politicamente se, però, si giocasse ad armi pari. Siccome con chi detiene una potenza di fuoco mediatica come il Cavaliere, una battaglia ad armi pari non sarà mai possibile, cominciamo intanto a rispettare e a far rispettare le sentenze. Cominciamo a dichiararne l'ineleggibilità, perché l'eleggibilità non è un diritto che si acquisisce per usucapione, ma rispettando le leggi vigenti. E se le leggi dicono che chi usufruisce di concessioni pubbliche non può essere eletto, così ha da essere, altrimenti fanno bene i pidiellini a non rispettare la sentenza del tribunale di Milano. Purtroppo il problema è sempre questo, si conoscono i colpevoli, si sa chi sono i conniventi e chi per venti anni ha fatto finta di nulla. Altro che 101 zozzoni, questi sono 101 delinquenti matricolati. È morto Emilio Colombo. Beh, ciao. 

lunedì 24 giugno 2013

La vita, l'arte, gli amori di uno statista: Antonio “Totonno” Razzi, detto m' faccio li cazz mie'.

La vicenda è di qualche giorno fa, ma come per i film comici che si rispettano, la storia di Antonio Razzi fa ridere anche a una seconda, a una terza o a una quarta visione. Sapete, dopo l'alzata di scudi dei costruttori italiani (che hanno inviato una nota di vivo e vibrante biasimo all'Unesco che non si fa mai i cazzi suoi, ed elegge di continuo siti italiani a patrimonio dell'umanità), che dalle parti di Palazzo Madama si aggiri il senatore abruzzese Antonio Razzi, rientra nell'ordinaria illogicità delle questioni italiane, giunte ormai a un livello di patologia schizofrenica tale che Hannibal Lecter ci fa un pippone. Così, per qualche giorno, ci siamo tenuti nel nostro personale database il testo dell'intervista che il senatore Razzi ha rilasciato ai soliti burloni della Zanzara, per tirarla fuori nel momento in cui di grosse notizie in giro non ce ne fossero. Tolto che oggi pomeriggio la corte di Milano emetterà la sentenza di primo grado sul processo Ruby. Tolto che, nel suo piccolo, Enrico Letta processerà la ministra Idem rea di mancato versamento dell'Ici e di una piccola evasione fiscale. Tolto che Casaleggio ha dato in esclusiva al Corriere della Sera la sua personale visione del mondo (entrando nei dettagli del pianeta Gaia), tutto sommato oggi è un piattissimo, e caldo, lunedì di fine giugno e le dichiarazioni di Totonno Razzi ci stanno come il cacio (pecorino abruzzese) sugli spaghetti alla chitarra: la morte sua. Dunque. Lo sapevate che Totonno è amico personale di Kim Jong-un, il pericoloso e un po' fuori di testa dittatore della Corea del Nord? Dice il senatore: “Ho avuto il piacere di conoscere Kim quando studiava all'università di Berna, perché io vivevo lì e con lui parlavamo insieme in tedesco”. Poi ha aggiunto: “Nel mio ufficio ricevo spesso l'ambasciatore della Corea del Nord e quello della Corea del Sud, sono due brave persone e abbiamo parlato della loro riappacificazione. Se si mettono a tavola possono dialogare perché sono persone eccezionali, uguali a noi italiani”. E per finire: “Voi non lo sapete, ma quelli della Corea del Nord, fanno tutto quello che gli diciamo noi italiani, tanto che il viceministro degli Affari Esteri, Pistelli, mi ha detto che per questo mi daranno il Nobel per la pace”. Ovviamente, nel corso dell'intervista alla Zanzara, non poteva mancare una domanda sulla senatrice Gambaro dei 5S, appena espulsa dal Movimento. La risposta di Totonno: “Alla senatrice Gambaro ho dato la mia solidarietà perché le ho detto che in questa storia ci ho passato anch'io”. Ma il meglio di sé, il senatore Antonio Totonno Razzi, eletto a furor di popolo in Abruzzo, lo ha dato parlando in punta di lingua di Silvio Berlusconi. E da questo momento, inizia il più delirante dei deliri che essere umano normodotato possa trovarsi sulla sua strada. “Io prego ogni giorno i miei santi – ha detto m' faccio li cazz mie' – perché Berlusconi viva fino a 120 anni. Io darei la vita per lui, morirei. Gli darei un rene, due reni, tre reni e la prostata. Gli darei anche mia moglie, se lei fosse d'accordo”. Ma quanto costa un po' d'orgoglio? Un vitalizio parlamentare può bastare. Az, se basta.

domenica 23 giugno 2013

I pazzi sognatori dell'Unesco. Dopo l'Etna, dodici ville medicee e i Giardini di Boboli nel patrimonio culturale dell'umanità. Non sanno mica che per gli italiani è una iattura!

Sembra che l'Unesco lo faccia apposta, tanto che qualche costruttore palazzinaro, e un po' pirata, si sta pure incazzando. Facciamo crollare Pompei, dilapidiamo le bellezze naturali e artistiche delle Cinque Terre, massacriamo la Valle dei Templi, rinterriamo le tombe etrusche e le vestigia romane, sennò i palazzi non potrebbero nascere e le linee metropolitane si dovrebbero interrompere. Chiudiamo orchestre sinfoniche una a pranzo e una a cena. Il ministro Bray deve scendere in campo per il Maggio Fiorentino, i teatri non hanno una lira per le loro stagioni e quelli dell'Unesco che fanno? Ci dicono ancora una volta che il nostro patrimonio culturale è unico e va protetto, perché non è solo “cosa nostra” ma dell'intera umanità. Così, dopo aver dichiarato addirittura un vulcano, l'Etna, patrimonio dell'umanità (causando un attacco di bile ai costruttori che già pregustavano colate di cemento e bed&breakfest a gogò), i maledetti “uneschini” hanno risalito la penisola e, giunti in Toscana, hanno osservato le Ville Medicee di Cafaggiolo a Barberino di Mugello, Trebbio a San Pietro a Sieve, Careggi, Poggio Imperiale, Castello, La Pietraia, Fiesole, Poggio a Caiano, Carmignano, Cerreto Guidi, La Magia di Quarrata, il Palazzo di Serravezza e hanno deciso, motu proprio, di dichiararle tutte insieme patrimonio culturale dell'umanità. Poi, non ancora soddisfatti e probabilmente rintronati dal Brunello, visto che c'erano, hanno adottato lo stesso provvedimento per i Giardini di Boboli e quello di Pratolino, nel comune di Vaglia: un vero e proprio accanimento terapeutico su una nazione morta. Se una cosa del genere fossa accaduta in qualsiasi altra parte del mondo, i paesi coinvolti avrebbero fatto festa per un mese. In Italia accade solo quando ti compri la bandiera arancione o quella blu, allora sì che son feste. Perché, cari amici, essere dichiarati “patrimonio culturale dell'umanità”, è una rottura di palle senza limiti né confini. Devi stare attento ai ciottoli, alle crepe, alle siepi che crescono storte, alla gramigna che infetta i prati, alle zone dove non si può (e deve) parcheggiare, alla revisione semestrale delle strutture e degli impianti rigorosamente a norma, a non togliere neppure una scheggia da quella cazzo di finestra che ha 600 anni, e che potrebbe essere sostituita tranquillamente con una di alluminio anodizzato con doppio vetro termico. E se poi si dovesse rompere un vetro, madonna che delirio! Dove si trova un vetraio in grado di sostituirlo senza fracassare il telaio della finestra e attaccare tutto col Vinavil? E poi, cosa dire agli amministratori che avevano pensato di coprire i tetti di tegole antiche con i pannelli solari, che quella cosa non si può fare? Essere dichiarato “patrimonio culturale dell'umanità”, per gli italiani è una iattura più grossa del terremoto, perché dopo un terremoto speculi sulla ricostruzione, per una Villa Medicea su cosa puoi speculare, un cartello segnalatore? Pochi euro e il problema è risolto. Dopo il terremoto, invece...

sabato 22 giugno 2013

Silvio: Iva e Imu pretesti pubblici. Assoluzioni e leggi ad personam quelli privati. E ci sta venendo un dubbio su Bersani e i 5S. Come andò la trattativa?

Dice: “Io sono uno Statista, mi consenta. Il governo potrebbe cadere solo sull'Iva e sull'Imu”. Invece pensa: “Giorgio non mi protegge. Enrichetto non mi dà la sua solidarietà e non ha permesso neppure un piccolo emendamento per salvarmi il culo nel decreto-disastri”. Dice: “Il governo è stabile, solido, l'unico possibile. Le mie vicende giudiziarie non influiranno sul suo destino”. Invece pensa: “Poffarbacco, lunedì c'è la sentenza Ruby; fra poco la Cassazione sul 'Mediaset', che se va male mi becco cinque anni di interdizione. E i miei alleati del Pd fanno finta di nulla”. E dice pure: “Stavolta i sondaggi non sono affidabili. Andare a votare ora sarebbe una tombola, mica è detto che vinceremmo. E poi ancora larghe intese? Impossibile, arriverebbero i forconi a Palazzo Grazioli”. Non è facile questo particolare momento storico per Silvio Berlusconi I°, Imperatore di Arcore, Re di Villa Certosa, Pro-Governatore di Saint-Lucia, Console Onorario Russo-Putiniano. Non è facile perché i nodi dei processi stanno venendo al pettine, e la fregatura e che lo stanno facendo tutti insieme: un delirio. Resosi anche conto che la coppia di legali che lo ha seguito fino a ora, Ghedini e Longo, è ormai guardata con odio viscerale in ogni tribunale italiano e pure in quelli irlandesi, Silvio ha assoldato il pacioso professor Coppi con l'unico scopo di trovare falle nei dispositivi dei pm e Coppi, da questo punto di vista, è il migliore in assoluto. Qualcuno potrebbe dire: “Ma allora Silvio ha deciso finalmente di difendersi 'nei' processi?” Eh no! Coppi è l'ultima speranza di far saltare il castello di prove inossidabili che i magistrati hanno ormai costruito, usando il detonante dei cavilli. È un tentativo, nulla più. Si può immaginare quindi, l'aria che tira a Palazzo Grazioli e nella Villa Mausoleo di Arcore. Bondi, lasciato giorni e giorni senza pappone; Bonaiuti, che ha iniziato a scrivere le sue memorie invece dei comunicati stampa pro-Capo; Capezzone senza più bonus cravatte; la Santanchè, ferma in sala d'attesa come una Olgettina qualsiasi e senza il conforto del palo della lap-dance. Vacanze amare quest'anno per Silvio. Tanto che per divertirsi un po', ha richiamato Topolanek, almeno quello, pensieri o non pensieri, è sempre in tiro.
Sono giorni che un dubbio ci assilla. Ohibò, succede anche a noi. Come qualcuno ricorderà, durante l'incarico-farsa a Piergigi 'o smacchiatore Bersani, la chiacchiera che girava era quella che i grillini avessero chiuso ogni porta a una eventuale collaborazione con il Pd. Fin qui tutto chiaro e la diretta streaming con Bersani, ne rappresentò in qualche modo la conferma. Crimi e la Lombardi dissero in coro: “Mai e poi mai”. Sono giorni, però, che Grillo va urlando che il Pd “da noi voleva solo numeri e non ci ha offerto di entrare in nessun governo”. Questa frase, che se confusa nel mare di parole che Grillo urla a ogni comizio non significherebbe nulla, presa e contestualizzata in quel momento, il suo bel significato lo ha. Secondo Grillo, il Pd (Bersani) pretendeva dal M5S solo l'appoggio esterno al suo eventuale governo, senza alcuna chiamata di responsabilità diretta dei 5S. Bersani invece, racconta un'altra storia e cioè che i grillini, fin dal primo momento, hanno detto di no a un governo a sua guida. Chi racconta la verità, chi mente? E il fatto che non ci sarebbe stata nessuna offerta “diretta” di partecipazione attiva al governo, quando e dove è stato stabilito? In quale luogo segreto gli ambasciatori plenipotenziari del Pd e del M5S, hanno discusso di presenze grilline nel governo? E perché Bersani avrebbe detto di no, visto che la maggioranza, a quel punto, sarebbe stata schiacciante? Pd-Sel e 5S avrebbero avuto i numeri per governare, eccome! Il problema, allora, è un altro. La questione è che i 101 Zozzoni come hanno affondato Prodi, avrebbero silurato un eventuale governo tutto di sinistra e Bersani questo lo sapeva. L'appoggio esterno sarebbe servito solo a tacitare politicamente l'anima inciucista del Pd e a null'altro, anche se siamo convinti che nel segreto del voto di fiducia... A quel punto Grillo ha detto, giustamente, vaffanculo. È ciò che avremmo detto noi. Solo in questo caso specifico, e per niente altro, chiediamo scusa a Grillo, ci abbiamo messo un po', ma alla fine...

PS. Se è vero che i fatti si sono svolti in questo modo, rivolgiamo a Beppe il caldo invito di cambiare immediatamente comunicatori e di fare un corso accelerato anche lui stesso-se medesimo. E' assurdo che un uomo di spettacolo come lui non riesca a farsi capire, ed è sconsolante vedere mezzeseghe che inseguono la bellezza delle parole, piuttosto che la sostanza.

venerdì 21 giugno 2013

Silvio e l'eterna partita a scacchi con la giustizia

Per lui è come fare il concorrente di uno dei suoi demenziali telequiz. Non risponde alle domande e pretende l'aiutino. La storia del pronunciamento della Corte Costituzionale, contrario al riconoscimento del legittimo impedimento per una udienza del processo Mediaset, è costellata di stupidaggini di vario tipo e natura. Ma tutto parte dall'intima convinzione che Silvio è un intoccabile, un re, un uomo che non ha mai chiesto semplicemente perché tutto gli è dovuto. Maurizio Lupi: “Se non è possibile convocare un consiglio dei ministri senza chiedere il permesso al tribunale, un problema di democrazia si pone”. E chi lo ascolta in tv ci crede pure. Non sa, l'ignaro ascoltatore, che quel consiglio dei ministri era stato convocato apposta per non andare in tribunale, una udienza calendarizzata da tempo dagli stessi avvocati del Dux. Ascoltateli attentamente, i pidiellini. Tuonano contro la magistratura ma, alla fine, mica ci spiegano perché lo fanno. I cittadini si sentono ripetere in continuazione che Silvio è un perseguitato. E, come per i mantra, alla fine se ne convincono. Non importa che abbia commesso reati. Non importa che di quei reati ci siano le prove. Non importa che vige un principio per il quale tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Non importa il vivere in un paese di diritto. Quello che conta è ciò che si dice, non ciò che si fa (o si è fatto). Michaela Biancofiore-Simbol d'amore, talmente infoiata di Silvio che “per lui farei tutto, l'immaginabile e l'inimmaginabile”, ha detto che se il suo Signore vuole, lei è disposta a fare un esposto alla Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo, per denunciare l'accanimento giudiziario nei confronti dell'ex premier. Non sa, la signora Biancofiore, che se inoltrasse davvero quell'esposto, la Corte Europea sarebbe costretta a indagare sul serio. E da un'indagine seria cosa potrebbe venir fuori se non un'accusa di genocidio culturale di una intera nazione, cioè l'Italia, nei confronti del suo mentore e padrone? Insomma, per la gente del Pdl, Silvio non è un comune cittadino. Che sia il loro benefattore e che grazie a lui finalmente siano riusciti a sbarcare il lunario, è un dato di fatto. Ma non sembra che il servilismo, anche quello più abietto, alla fine debba avere un limite? Lo dicono e non lo dicono. Sentiteli i vari Capezzone, Brunetta, Prestigiacomo, Gelmini, Santanchè, Verdini. Non riescono a trovare una sola giustificazione alle loro accuse contro la magistratura e, assurdo degli assurdi, ce ne fosse uno che dicesse a chiare lettere: “Berlusconi è innocente”. Ciurlano nel manico, parlano perché danno fiato alla bocca e sollecitano le corde vocali, ma la ragione per la quale Silvio non si deve toccare, non ce l'ha spiegata ancora nessuno. Il problema di questo paese è, da sempre, dalla fine del regno della Balena Bianca, Silvio Berlusconi. Far finta che non sia così sarebbe negare la storia al punto che, ne siamo convinti, senza Berlusconi non sarebbe esistito neppure questo Pd che, di Silvio, è una sbiadita fotocopia. Se il LettaLetta dovesse cadere (cosa che Silvio non auspica perché teme come la peste bubbonica un accordo Pd-Sel-Ex 5S), non sarebbe mica per i suoi procedimenti giudiziari, ma perché l'IVA sale di un punto e l'IMU sulla prima casa non trova pace. Tutte balle. Perniciose balle spazial-elettorali. E ci sono ancora nove milioni di italiani che gli credono.