L'occupazione
della nostra scuola ci manca. Avremmo tanto voluto farla, ma non si
crearono mai le condizioni. Per assurdo, eravamo più barricaderi
alle medie che non alle superiori. Una volta che tentammo un abbozzo
di sciopero, la preside ci venne a prendere fuori dal plesso (si
chiama così, no?) scolastico e, letteralmente, ci riporto in classe
per un orecchio: una figura di merda. Occupammo poi la facoltà di Lettere, ma non fu la stessa cosa. L'università non dava gli stessi
brividi blu. Così, con una punta di invidia, ci apprestiamo a
commentare l'occupazione delle Camere da parte dei militanti 5S,
durata fino alla mezzanotte e finita quando, contrattualmente, i
commessi hanno dovuto chiudere le porte e tornarsene a casa. Non crediamo
che qualcuno abbia trovato il modo di fare sesso né di fumarsi una
canna nei sacri bagni delle istituzioni, e poi, passare le ore a
leggere la Costituzione, non deve essere stato un passatempo
piacevole. Però, considerato che nessuno l'aveva ancora letta, i
grillini hanno trovato il modo di fare un rapido corso di
aggiornamento a spese del contribuente, che ha pagato l'illuminazione
e il riscaldamento di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama extra
time e lo straordinario dei commessi. Bella mossa, in tempo di crisi.
Ci viene da fare una considerazione e la buttiamo là come fosse un
borbottio interiore. Ai grillini è stato detto chiaro e tondo che le
commissioni si faranno dopo il governo. Così come il M5S ha detto
chiaro e tondo che non voterà la fiducia a nessun governo. Ma fra
due soggetti che si parlano in modo così chiaro e così tondo,
perché uno dei due insiste a non voler capire? Ma non si può
trovare un modo più semplice per comunicare? Magari sillabando, o
con i gesti, o facendo uso dei soli duecento termini che compongono
il dizionario della lingua italiana di Beppe Brillo? Sarebbe tutto
più semplice e non saremmo costretti a pagare la luce, il
riscaldamento e gli straordinari dei palazzi della politica. Ma sono
giovani, anche i senatori, e ai giovani, si sa, si perdona tutto,
inesperienza compresa. E giovani sono anche Cristiana Alicata,
renziana del Pd, e Marcello De Vito, candidato sindaco 5S a Roma che,
trascinati dai bollori tipici della giovane età, se la sono presa
con i rom di Via Candoni, rei (secondo loro) di aver preso 10 euro a
testa per andare a votare alle primarie del Pd. È successo un
putiferio. La comunità rom di Via Candoni, infatti, è una delle più
socialmente e culturalmente attive della Capitale. E, non appena
lette le accuse della renziana e del 5S, hanno risposto piccatissimi:
“Come comunità rom, presente da 13 anni
sul territorio del XV municipio, abbiamo sempre preso parte
attivamente alla politica del territorio, come tutti i rappresentanti
delle forze politiche, dell'associazionismo e dei movimenti locali
possono testimoniare, cosa dimostrata anche dal fatto che in ogni
tornata elettorale, i futuri candidati hanno organizzato iniziative
politiche ed elettorali in questo campo sui temi dell'immigrazione e
dell'inclusione sociale”. E finiscono il loro comunicato dicendo:
“Come comunità abbiamo deciso di denunciare alla procura della
Repubblica, Cristiana Alicata e Marcello De Vito per diffamazione e
istigazione all'odio razziale, e contestualmente di inviare una
lettera alla commissione europea per i diritti umani affinché ciò
serva di monito”. La renziana Alicata si è immediatamente dimessa
da tutte le cariche di partito: “Consegno la mia tessera nelle mani
del segretario Bersani”, ha detto la Alicata, minacciando a sua
volta querele nei confronti dei rom che l'hanno accusata di essere
razzista. Mentre il grillino, dando la dimostrazione di tutta la sua
sagacia politica, ha detto: “Faccio un passo indietro, ma mi sono
fidato della denuncia fatta dalla Alicata”. Come dire, si è fidato
di una terza persona, senza verificare la veridicità delle accuse.
Marcello De Vito è il candidato sindaco, non un militante qualsiasi.
È proprio vero che dopo Alemanno, a Roma possono candidarsi tutti, basta sperare che non nevichi. Sull'incontro fra Mascherina e Piergigi non abbiamo nulla da dire. È
sufficiente l'immagine di apertura. Sono due profili, niente altro
che due profili. Segnaletici.
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mercoledì 10 aprile 2013
martedì 9 aprile 2013
Larghe intese e dipartita della signora Tatcher. Quando un giornalista noto moderato (io), lo è un po' meno.
Sono
due gli argomenti all'ordine del giorno del 9 aprile 2013. Le “larghe
intese necessarie”, invocate da Giorgio Napolitano riferendosi a
quelle del 1976, e la morte, per spappolamento del cervello, di Iron
Lady. Su entrambi avremmo molto da dire, potremmo addirittura correre
il rischio di diventare (verbalmente) violenti. Però, considerato il
nostro aplomb british, cercheremo di evitare cadute di stile.
Partiamo da ca(o)sa nostra (qualcuno potrebbe dire, “az che esordio
moderato”! E avrebbe ragione). Il Presidente della Repubblica,
rimembrando Gerardo Chiaromonte, ha dettato la sua linea partendo da
lontano. Dopo aver preso atto che i 10 saggi da lui nominati passano
le giornate giocando a Ruzzle e Burraco, Napolitano ha deciso di
scendere in campo in prima persona e di dare l'ultimo saggio
consiglio del suo settennato. Con le lacrime agli occhi e la voce
tremante, di fronte a una platea attenta come non mai, ha detto:
“Occorre dar vita a un governo figlio di larghe intese, come quelle
del 1976, quando due forze da sempre contrapposte, si unirono per il
bene supremo della nazione”. Il Presidente parlava del governo di
minoranza di Giulio Andreotti, nato grazie all'astensione del PCI,
che gli diede una sorta di appoggio esterno indispensabile, in
termini numerici e di contenuti. In quel periodo muovevano i primi
passi i cosiddetti “cattocomunisti”, gente che, nonostante
tutto, era mossa da grandi ideali, compresi quelli del Vaticano II. A
parte la crisi economica profonda in cui versava l'Italia, comunque
non paragonabile assolutamente a quella attuale, c'era un altro
pericolo che spingeva la DC e il PCI al “compromesso storico”, si
chiamava terrorismo e mieteva vittime come e peggio della “spagnola”.
Potremmo chiudere questo argomento, ricordando ai distratti, e a
quelli che non hanno studiato, chi furono i fautori, gli ideatori,
gli strateghi di quel governo di larghe intese. Per la DC le
trattative furono condotte da Aldo Moro mentre, per il PCI, c'era un
certo Enrico Berlinguer. Definire “statisti” i due non dovrebbe
essere uno sforzo sovrumano né lo studio della Teoria dei Quanti. Oggi, da una
parte c'è Silvio Berlusconi e dall'altra Pierluigi Bersani.
D'accordo, la politica si è imbarbarita, però c'è un limite a
tutto, e, a prescindere, dovrebbe esserci quel senso del pudore
indispensabile (almeno) per le alte cariche dello stato. Ecco, il
ragionamento sulle “larghe intese” si potrebbe chiudere qui, se
Flores d'Arcais, oggi, su quello che fu il Corriere della Sera, non
avesse tirato fuori un arzigogolo dei suoi. Scrive d'Arcais: “La
giunta per le elezioni, una volta insediata, potrebbe dichiarare
'ineleggibile' Silvio Berlusconi, togliendo al Parlamento un
imbarazzo che dura da 20 anni, perpetrato nel tempo anche da Massimo
D'Alema”. Capito perché Silvio vuole la larga intesa, maledetta e
subito? E capito perché Piergigi ciurla nel manico e gli risponde:
“Ci penserà il prossimo presidente della repubblica”?
Onestamente, Silvio e Piergigi sono due statisti?
“Oggi
è un grande giorno”, ha detto David Hopper, settantanne,
all'epoca leader sindacale del movimento dei minatori, commentando la
notizia della dipartita della signora Tatcher. Ed è la stessa frase
che abbiamo pensato noi quando le agenzie di stampa hanno battuto la notizia.
Ci sono morti che, non si sa perché, fanno tirare un sospiro di
sollievo, come se la scomparsa dalla faccia della terra di una
signora malata di Alzheimer fosse motivo di danze e non di cordoglio.
Ma la signora Tatcher, cari berluschini del menga, ne ha combinate
talmente tante che ieri ci siamo ritrovati a dire, come 38 anni fa,
il 20 novembre 1975, “viva la muerte tua”. Allora se n'era andato
Francisco Franco, oggi Margaret Tatcher. Qualche tempo fa, durante la
presentazione del libro di un nostro collega molto famoso,
all'ennesima lode in onore di Iron Lady sbroccammo. Non ci capita
mai, solo di fronte alle idiozie, e quella sera, di idiozie sulla
Tatcher, ne furono dette tante, troppe. La Lady, che come nessuno
odiava gli operai, si è resa responsabile di genocidio sociale e
culturale di tre generazioni di inglesi. È stata la leader
indiscussa, insieme al suo sodale americano Ronald Reagan, del
liberismo più sfrenato e della conversione totale al “dio
mercato”. Fomentatrice dell'odio sociale, ha distrutto il welfare,
la scuola pubblica, l'assistenza sanitaria, il sistema-lavoro basato
sulla produzione di cose, la dignità degli operai e ha fatto
scomparire, nei suoi 11 anni di potere assoluto, la middle-class. Vi
ricorda qualcuno? Ma va là! Come insegna quello statista che
risponde al nome di Luciano Violante, il rispetto che si deve ai
morti, e alla morte, deve essere uguale per tutti. Non siamo
d'accordo, non lo siamo mai stati, non lo saremo mai, perché la morte di Bobby Sands non è uguale a quella di Margaret Tatcher. Quindi vale, per la
signora Tatcher, quello che, con gli amici e compagni del Movimento,
dicemmo del 1975. Punto.
lunedì 8 aprile 2013
Toh, la Lega! Ignazio Marino vince a Roma e un milione di licenziati ringraziano il duo Monti-Fornero.
![]() |
| Oh, signur! |
Avviso per il popolo distratto del Pd.
Ignazio Marino ha vinto le primarie di Roma. L'unico dei candidati
che ha detto in modo inequivocabile, “Con Silvio mai”, ha
staccato di diverse lunghezze gli avversari “possibilisti”
Sassoli e Gentiloni. Marino ci sta simpatico. La sua commissione,
quella incaricata di dare un'occhiata ai manicomi criminali ancora
aperti, ha redatto un rapporto che è l'ennesimo atto di denuncia
della terribile situazione detentiva italiana, quella che la UE ci
sputa addosso a ogni piè sospinto. Marino è una persona seria, un
medico serio, un signore che gira in bicicletta e che di Silvio ha
detto: “Come si può pensare di stringere un accordo con una
persona che, in questi anni di potere, ha minato le fondamenta di una
nazione, asservendone la democrazia a scopi personali?” Ecco, a noi
basta questo per considerarlo un galantuomo degno di sedere al
Campidoglio dove, tra l'altro, prenderebbe il posto di
Rocky-Alemanno, quello che se piglia il capo della Protezione Civile
che prevede neve, gli fa un culo così. Il messaggio che la vittoria
di Marino lancia, è chiarissimo. Il popolo del Pd non vuole nessuna
alleanza con quello del Pdl, specie dopo aver visto Matteo Renzi,
travestito da Fonzie, rincorrere Maria De Filippi lungo la strada
della scempiaggine. Ma Matteuccio è talmente giovane che non
crediamo abbia visto la serie originale di Happy Days. Arthur
Fonzarelli è, a modo suo, un personaggio troppo serio per andare a
cazzeggiare da “Amici”.
Dopo più di un anno è possibile
tirare qualche conclusione sul lavoro del governo dei tecnici. Quello
che hanno combinato Monti&his Friends è ormai sotto lo sguardo
attonito di tutti gli italiani. Più debito pubblico, più interessi
sul debito pubblico, meno Pil, investimenti bloccati, suicidi
imprenditoriali (e non solo) di massa, fuga di cervelli all'estero,
disoccupazione giovanile ai massimi storici, recessione perniciosa,
carrello della spesa depauperato, nessuna riforma seria se non
quella, invisa a tutti, del lavoro. Il risultato della cosiddetta
“riforma della Sora Elsa”, che non è il piano per la migliore
distribuzione delle trattorie di Trastevere, è riassumibile in un
milione di licenziamenti ai quali non hanno fatto seguito due milioni
di assunzioni, ma il vuoto assoluto. Se fossimo allievi della
professoressa Fornero, ne chiederemmo l'immediata rimozione dalla
cattedra di economia, ma siccome non lo siamo, ci accontenteremmo di
segnalarla agli storici come il peggior ministro del Welfare degli
ultimi 150 anni, roba che Maurizio Sacconi se la sta ridendo alla
grande, perché finalmente qualcuno è riuscito a fare peggio di lui.
Questo è stato il risultato della lotta senza quartiere contro
l'articolo 18, questo è stato il risultato di una politica che
avrebbe dovuto portare in Italia (grazie a una maggiore facilità di
licenziare) un fiume di investimenti dall'estero. Nulla di tutto ciò:
solo una grande, smisurata, lancinante disperazione. Quella di Mario
Monti, alla fine, è stata solo un'operazione di restyling, la faccia
nuova (e pulita) che occorreva all'Italia dopo il massacro
berlusconiano. Il resto, invece, è stato un'immensa tragedia
riassumibile in nessun indice positivo della nostra economia. Certo,
se i professori-salvatori sono questi, perfino “testa di minchia a
mammà” Scilipoti ha una chance. Per non parlare di Totonno Razzi,
che almeno i conti (in tasca sua) li sa fare. Ecco la soluzione:
Scilipoti ministro dell'economia, Razzi allo Sviluppo. Ormai non ci
resta che delirare. Nessun accenno ai grillini? Stavolta no. Sapete
che c'è? Le sette, le congreghe e le confraternite ci sono sempre
state sulle palle.
domenica 7 aprile 2013
80mila giovani emigrati nel 2012. E l'Italia è all'ultimo posto per scuola e cultura. Tutto coincide, fallimenti compresi.
Quando
escono dati macroeconomici, una persona normale, e per “normale”
si intende un povero cristo che non ha studiato né alla Bocconi né
alla Luiss, li incrocia, soprattutto se provengono da fonti diverse.
Il nostro maestro di comunicazione ci diceva che, per farsi un'idea
di quanto stava accadendo, era sufficiente aprire tutti i quotidiani su un tavolo,
leggere le diverse versioni della stessa notizia e fare la media: il
risultato finale era una visione molto vicina alla realtà. In questo
caso, però, non occorre neppure fare la media perché, i dati di cui
sopra, bastano per chiarire un trend italiano che dura da una vita,
forse meno, venti anni. L'Aire (l'anagrafe degli italiani
all'estero), scrive che nel 2012, 80mila concittadini sono espatriati
per lavoro. La fascia di età è compresa fra i 20 e i 40 anni, sono
più uomini (trentenni) che donne e le regioni di provenienza sono la
Lombardia, il Veneto e la Sicilia, con una netta prevalenza dei
lombardi. La destinazione preferita è la Germania, seguono la
Svizzera e la Gran Bretagna. Non tutti gli 80mila giovani sono
cervelli in fuga, “solo” il 78 per cento. Prendiamo questi dati
statistici, che sono numeri e quindi difficilmente confutabili
(Silvio ci provò a taroccarli, con l'Istat, gli andò male, fece secco il
presidente dell'Istat) e teniamoli per un momento da parte.
Contemporaneamente l'Eurostat (l'istituto europeo di statistica,
l'equivalente dell'Istat a Bruxelles), certifica che l'Italia è
all'ultimo posto per le spese “in cultura” e al penultimo per
quelle relative all'istruzione. L'Italia spende l'1,1 per cento del
Pil, a fronte della media del 2,2 degli altri paesi, sorpassati
perfino dalla Grecia che ci sopravanza dello 0,1 per cento,
fermandosi all'1,2. Sul fronte dell'istruzione ci possiamo consolare, siamo penultimi. All'ultimo posto c'è la Grecia con l'8 per cento. Noi brilliamo per
un 8,5 per cento che cozza terribilmente contro il 10,9 della media
europea. Ma il dato allucinante di tutta questa sporca faccenda, è
che l'Italia spende materialmente quasi più di tutti (ma nella spesa
sono compresi anche gli interessi sul debito pubblico). Questo
significa che spendiamo sì, ma male, non ci vuole un genio per
capirlo. Cosa significano queste due statistiche messe a confronto? Dato per
assodato (sono i numeri a dirlo) che il 78 per cento dei giovani che se ne
vanno, rientrano nella categoria dei “cervelli in fuga”, l'Italia
si sta colpevolmente privando di risorse umane che nessun altro paese
europeo possiede. In più, non sta affatto tutelando né investendo,
sulle uniche ricchezze che questo paese possiede (non per merito suo) e
che si chiamano paesaggio, beni artistici, beni culturali. Uno scemo
qualsiasi, quindi non laureato né alla Bocconi né alla Luiss,
riuscirebbe perfettamente a capire che la vera risorsa dell'Italia
(poche eccellenze industriali a parte) è il turismo, ma non quello
passivo, teso solo a “ospitare”, ma quello attivo, comprensivo
cioè di un pacchetto che consenta agli stranieri che vengono in
Italia di comprenderne il senso profondo e affascinarli, fidelizzarli, direbbero i geni delle geniali università italiote. Così pensiamo ai giovani
artisti, ai musicisti, ai letterati, agli storici (non solo
dell'arte), e a una imprenditoria giovane che riesca a catalizzare
l'attenzione dei giovani di tutto il mondo con proposte innovative,
originali, fantasiose, creative. Ce ne sono migliaia di questi
giovani, solo che trovano il loro spazio in Francia, in Germania, in Spagna, in Inghilterra. A volte ci cadono le braccia. Ma poi pensiamo
che per anni abbiamo scimmiottato gli altri e che, provinciali come
siamo, uno sguardo fuori dalle mura di casa non è possibile. C'è
l'uvite in agguato.
sabato 6 aprile 2013
Morire d'abbandono. Morire di vergogna. Morire di disperazione. Morire... La tragedia di Civitanova Marche specchio di un'Italia che non esiste più.
Remo
aveva 62 anni. Faceva parte di quella categoria inventata di sana
pianta da chi doveva salvarci dal tracollo: gli esodati. Prima
piccolo imprenditore, poi, strozzato dalle tasse, lavoratore in
proprio, poi, non potendo pagarsi i contributi dell'Inps, lavoratore
in nero, a cottimo, a giornata. Nonostante Remo lavorasse, non veniva
pagato, neppure in nero. Annamaria Sopranzi, la moglie, aveva 68
anni. Pensionata, tirava su un reddito mensile di 500 euro. Insieme
la coppia ne pagava 650 di affitto; superata di gran lunga la soglia
di povertà. Giuseppe Sopranzi, fratello di Annamaria, di anni ne
aveva 72 anni e fino allo scorso anno era vissuto con la sorella e il
cognato. Poi i soldi non bastavano e Giuseppe era andato a vivere da
solo. Remo e Annamaria si sono impiccati insieme, come insieme
avevano vissuto, in uno stanzino vicino al garage di casa. Una
decisione maturata da tempo se è vero che il giorno di Pasqua, a
pranzo a casa di parenti, non avevano detto una parola. Giuseppe non
ha retto il colpo e, saputo dei suicidi del cognato e della sorella,
è andato in cima al molo del porto della sua città e si è buttato.
Remo si era rifiutato, fino alla fine, di andare in comune a chiedere
un aiuto. Troppa la vergogna, troppo il disonore per non riuscire a
mantenere la famiglia. I vicini di casa e i parenti glielo stavano
consigliando da un anno, ma Remo e Annamaria, per quel senso del
pudore molto forte nelle persone di quella generazione, si erano
sempre rifiutati di prenderla perfino in considerazione, quella
proposta. Una storia tragica, quella di Remo e Annamaria, terminata
in modo ancora più tragico con il suicidio di Giuseppe. Tutto questo
è avvenuto a Civitanova Marche, ex regno della calzatura,
dell'amianto, di un assetto industriale che con il tempo, è andato
scemando sempre di più, fino alla riscoperta della vocazione
turistica e culturale. È accaduto a quattro passi da casa nostra e
in una regione, le Marche, il cui modello di sviluppo basato sulla
micro-piccola impresa, è stato studiato dagli economisti di tutto il
mondo. È accaduto nell'indifferenza di uno stato, e di un governo,
che è riuscito a creare quell'aberrazione che ha assunto il nome di
esodati, così come, per un'altra colpevole indifferenza, ha preso
sempre maggiore consistenza la categoria dei giovani “né né”,
una vergogna tutta italiana. E Sora Elsa piange. Lo fa ancora sulle
colonne dei giornali e dice che è addolorata e sconvolta, non
pentita, mai. Ormai i suicidi sono all'ordine del giorno anzi, delle
ore. E mentre tutto questo avviene, c'è chi tenta di fare le scarpe
al suo rivale politico, chi tenta di guadagnare l'impunità fino alla
fine della sua vita terrena, chi se ne va al mare (ancora più
vergognoso) per mettere una pezza ai malumori dei suoi. Iniziamo a
vergognarci di vivere in un paese che lascia morire i suoi cittadini
nell'indifferenza e nell'abbandono, che specula sulle pandemie
presunte e sui terremoti, che decide scientemente di non curare più
la gente né di tutelare l'istruzione e i regali che la natura, e il
genio dell'uomo, hanno fatto a questo paese. Ci vergogniamo di vivere
in una nazione che ha al centro dei suoi interessi i gratta e vinci e
i videopoker, che poi non sono altro che l'altra faccia della
disperazione. Di Remo, di Annamaria e di Giuseppe saranno sempre di
più piene le pagine di cronaca, come sempre più piene di
insulsaggini e di colpevoli ignoranze, saranno quelle della politica.
E nessuno che dica: basta!
venerdì 5 aprile 2013
La prof all'allieva: “Ad Auschwitz saresti stata più attenta”. Peccato che la ragazza sia ebrea. Gli strani razzismi di un paese smemorato.
La
professoressa di un liceo romano, rivolgendosi a una ragazza ebrea
della sua classe, le ha detto: “Se fossi stata ad Auschwitz,
saresti stata più attenta”. È scoppiato un putiferio, e non
poteva essere altrimenti. Sentita dagli organi dirigenti scolastici,
la professoressa si è giustificata affermando: “Ho solo voluto
indicare alla ragazza un luogo dove c'era l'ordine. Non sono
razzista”. Ora, sperando che insegni matematica, che non abbia mai
letto un libro di storia in vita sua, che non abbia mai visto un
film, che scambi, come molti, l'olocausto per la Shoa, la
giustificazione della prof è stata peggiore del guaio combinato
pronunciando una frase idiota. L'ordine di Auschwitz, come tutti
sanno, era quello dei forni crematoi, e l'attenzione e il silenzio
che regnava, era dovuto al fatto che il fumo nei camini non fa
rumore. L'ignoranza, l'approssimazione e la malafede che circonda
ancora oggi la lettura di alcuni fatti storicamente accertati, è una
delle ragioni per le quali questa nazione ha perso la trebisonda,
avendo dimenticato le radici storiche, politiche e sociali dalle
quali ha preso linfa e vita per trasformarsi in una democrazia
imperfetta, ma sempre di democrazia si tratta. La faciloneria e il
pressappochismo con cui si affrontano alcuni argomenti legati anche
al nostro recente passato, sono sbalorditivi. La signorina Roberta
Lombardi, capogruppo dei 5S alla Camera, ha recentemente affermato
che il fascismo degli inizi aveva un forte senso dello stato. Quale
lo si è visto, considerato che più che senso dello stato, il
fascismo aveva il senso dell'impero. E in Africa ancora ricordano le
prodezze di quello sterminatore noto con il nome di Rodolfo Graziani,
in arte Generale dell'esercito. Se c'è una donna che stimiamo senza
se e senza ma, questa è Margherita Hack. Ma il giudizio che ha dato
la scienziata sul fascismo, resterà impresso nella nostra memoria come una delle pagine più nere della sua storia, confermando la
nostra convinzione che non esistono né miti né eroi. Parlando di
fascismo, non ci sono né “ma” né “però”, e non vogliamo
più dilungarci a fare la lista dei personaggi della politica e della
cultura che il fascismo ha torturato, imprigionato, ucciso né le
leggi razziali né l'entrata in guerra con i nazisti. Giustificare i
morti di Salò, come fece Luciano Violante, uno dei saggi di
Napolitano, può procurare le lacrime e l'abbraccio di Mirko
Tremaglia, ma un moto di terrore in tutti coloro che con i
repubblichini ebbero a che fare. Se questo paese avesse mantenuto la
barra dritta su pochi, essenziali presupporti del nostro passato,
probabilmente la storia attuale sarebbe diversa. Morti i padri della
patria però, sono rimasti personaggi dal dubbio passato e dall'incerto
futuro, che non hanno capito cosa diavolo significhi “democrazia”.
Avete sentito la Santanchè, ieri sera da Santoro? Volete un'altra
prova o è sufficiente questa? Ebbene, in un periodo in cui avere
senso dello stato significherebbe tentare di risolvere problemi
incancreniti da 20 anni di berlusconismo, i politici dimostrano
ancora una volta di tenere in considerazione solo i cazzi loro, anche
se tutti si affannano a dimostrare il contrario. Da Matteo Renzi a
Berlusconi, ognuno parla a nome e per conto dell'interesse superiore
della nazione, mentre uno vuol fare le scarpe al segretario del suo
partito, e l'altro ottenere l'impunità a vita, anche costringendo la
povera Ruby a leggere un comunicato stampa scritto di proprio pugno
da Niccolò Ghedini, sotto i ritratti di Falcone e Borsellino. Sui 5S
ormai non c'è nulla da dire se non che, evidentemente, una trentina
di loro si è rotto le palle di premere un bottone telecomandato a
distanza da Casaleggio. Che Roberto Currò, e molti dei suoi colleghi,
si stia stancando ormai è un dato di fatto e non di cronaca. Che
oggi, imbarcati di peso su un pullman, i grillini vadano a parlare
con il capo in una località segreta (sempre grazie al principio
della trasparenza degli altri), è un dato di fatto e non di cronaca.
Che Grillo lanci fatwe e non proposte politiche, è un dato di fatto
e non di cronaca. Che ci siamo rotti le palle di star della politica
e di razzisti tanto al chilo, è un dato di fatto e non di cronaca.
giovedì 4 aprile 2013
Finita la tregua nel Pd. Matteo torna nella pugna e Bersani gli propone una missione internazionale... a Guam.
Se uno
è morto ha bisogno necessariamente delle esequie. Non abbiamo mai
visto un morto che si infila nella bara da solo, si fa la cerimonia
funebre e si tumula. Probabilmente, un morto simile non avrebbe
potuto inventarlo neppure Edgar Allan Poe, perché il Parlamento italiano non
è la bostoniana Casa Usher. Perfino agli ergastolani defunti si fanno i funerali,
perfino ai clochard a spese del comune, perfino al peggior
violentatore dell'universo. I funerali dei dittatori assumono,
spesso, la solennità del fatto storico, e ai torturatori, anche se
in tono dimesso, una degna sepoltura viene comunque concessa. Tutto
questo preambolo per dire che riconosciamo a Beppe Grillo la
paternità della frase “I politici sono tutti morti” e che,
proprio per questa ragione, umanamente, una mano a entrare
nella fossa avrebbe potuto dargliela ai politici defunti, piuttosto
che lasciarli all'aria aperta a finire spolpati dagli avvoltoi e
dalle iene. Cosa sarebbero state, se non dolci accompagnamenti
nell'aldilà, le leggi sull'ineleggibilità, sul limite dei mandati,
sulla riduzione delle prebende, sull'eliminazione totale dei
privilegi, sulla fine dei vitalizi, sul falso in bilancio, sulla
corruzione, sulla malversazione, sul falso ideologico,
sull'inquinamento, sull'omofobia, sul diritto di cittadinanza se non
la pietra tombale di una politica che ha stancato (eufemismo) tutti?
Invece no, Beppe preferisce le carogne al pascolo e il colpo di
grazia alla nuca, un po' violento come scenario, ma efficace. Però,
siccome non tutti i grillini sono affetti dalla sindrome di Charles
Bronson, iniziano a manifestarsi le prime crepe e spunta, come il sol
dell'avvenire, la parolina magica “legalità” che sembra avere
quasi un effetto collante. Resta il fatto che non si è mai visto un
capogruppo (o portavoce) che, nel giro di pochi minuti, sia stato
smentito dal capo del suo partito (questo è il M5S nonostante le
norme del non-statuto) e non si sia dimesso. L'impressione è che la
capacità decisionale dei grillini, la loro autonomia, anche di
pensiero, sia pari a zero, e che non ci sia solo un capo unico e
riconosciuto, ma anche un pensiero unico il che, se permettete, è
quanto di più pericoloso possa esistere. Fuori dai denti. Silvio,
nonostante i voti riportati alle ultime elezioni, era un politico
morto. Abbiamo visto cadaveri in forma migliore, nonostante i
sorrisi, gli occhiali da sole, l'uvite. Grillo è riuscito a compiere
l'ennesimo miracolo nei confronti di un uomo che non si sa più cosa
occorre fargli per toglierlo di mezzo dalla scena politica. Lo ha
riesumato, come hanno fatto tutti quelli (di sinistra) che in questi
anni hanno giocato al gatto con il topo, non capendo di
essere i topi. E lo ha detto anche Matteo Renzi, pronto a
sacrificarsi, poverino, per il bene della patria, liquidando
Tentenna-Bersani e alleandosi da qui all'eternità con Silvio. Lo ha
cantato, con voce da Cappella Sistina, chiaro e tondo a casa della Cgil, ieri, a Firenze. “Stiamo
perdendo tempo. Fanculo Grillo. Torniamo a votare. Io sono pronto.
Non mi faccio dettare l'agenda da un comico. Preferisco allearmi per
il bene del paese e del lavoro, con quelli del Pdl che, almeno, mi
hanno ospitato a pranzo ad Arcore”. Matteo ha rotto la tregua e,
per molti versi, ha ragione. Bersani si è trasformato in una spirale, nella speranza di avviluppare in qualche modo Grillo e i suoi, e forse
c'era anche riuscito, per capirlo sarebbe stato sufficiente mandarlo
in Parlamento. Ma poi è arrivato il Re che ha deciso di nominare la
sua personalissima corte. Il presidente Napolitano non può
meravigliarsi della reazione insofferente dei partiti, i tecnici
bastano una volta, una seconda non ci cascherebbero più neanche gli
asini, pure se con la tessera del Pdl in tasca. Così, ascoltate le
variazioni sul tema del giovin signore fiorentino, la segreteria del
Partito Democratico ha deciso, all'unanimità, di proporgli una
missione internazionale, con biglietto di sola andata, che lo
accrediti agli occhi del mondo come prossimo premier italiano. Lo
spediscono a Guam, località sulla quale ha messo gli occhi anche Kim
Jong Un, deciso a sperimentarla come isola dove verificare la
gittata dei suoi missili nucleari.
mercoledì 3 aprile 2013
Ancora guai fiscali per Silvio che minaccia: “Venerdì ritiro Quagliarello e Giorgetti”. I grillini approvano il Def dopo l'ultimatum degli imprenditori della Marca.
Ci
fosse una delle enne imprese di Silvio, che non abbia guai con il fisco.
Evadere le tasse sembra essere diventato il gioco di ruolo preferito
del Capataz. Altro che Farmville, altro che Ruzzle. Silvio gioca a
Monopoli e, grazie al culo che ha, non becca mai un “imprevisto”,
solo e sempre “probabilità”. L'ultima è di ieri. Il fisco ha
accertato che Banca Mediolanum deve all'erario la modica cifra di 344
milioni di euro. E non per operazioni fatte in Italia, ma per gli
affari della controllata irlandese. Gira che ti rigira, quando si
parla di Berlusconi, vengono sempre fuori problemi di soldi, che fanno
il paio con quelli di sesso; per la terza esse dei film americani di
successo, il sangue, Silvio si sta attrezzando. Infatti, se dovesse
essere eletto un presidente della repubblica di sinistra (la quarta
esse), potrebbe scapparci pure quello. La fibrillazione dell'ex
presidente del consiglio “piu” migliore degli ultimi 150 anni,
sta raggiungendo livelli parossistici. La preoccupazione di vedersi
sfilare il Quirinale sotto gli occhi è massima, e si sta
trasformando in terrore per tutto quello che potrebbe accadere,
compresi, ovviamente, gli esiti dei processi in corso, con le sentenze che
stanno per arrivare. E allora, come sempre, Silvio ricatta. Accortosi
che la scadenza del lavoro dei due gruppi di saggi è prevista alla
vigilia della prima riunione delle Camere per l'elezione del
Presidente, Silvio minaccia di mandare all'aria i tavoli di
concertazione. Ha fatto sapere, con gran clamore di trombe e di urla
degli house organ, che entro venerdì, comunque vadano le cose, lui
ritirerà gli esponenti-saggi (una palese contraddizione in termini)
del Pdl. Quagliarello e Giorgetti rischiano, quindi, di terminare il
loro lavoro con largo anticipo perché, come questi anni di
berlusconismo ci hanno insegnato, quando il padrone fischia, i cani
corrono; pena la riduzione della porzione di pappone. Buone notizie,
invece, dal fronte dello sblocco degli euro per i pagamenti arretrati
alle imprese. Da giugno saranno disponibili 20 miliardi freschi da
immettere sul mercato, per gli altri 20 occorrerà attendere il 2014.
Il provvedimento (Def), più volte invocato dagli imprenditori, è
passato con la firma autorevole e favorevole degli esponenti del M5S,
i quali hanno dato il via al decreto dopo essersi accertati che il
dané non sarebbe finito nelle casse delle banche. Ora. Non ci vuole
mica molto a capire che una buona parte di quei 20 miliardi finiranno
alle banche. Chi volete che abbia finanziato le imprese creditrici
dello Stato, Paperon de' Paperoni e Rockerduck? A questo proposito,
ci piace ricordare quanto il duo Grillo-Casaleggio sia sensibile ai
richiami degli imprenditori, e come la firma dei 5S di ieri, risenta
evidentemente, di questa fascinazione. Subito dopo le elezioni,
Corrado Formigli, a Piazza Pulita, analizzò il risultato del voto
degli italiani come tutti gli altri talk-show politici. L'allievo di
Santoro, ebbe però l'idea di andare a intervistare un gruppo di
industriali della Marca Trevigiana che aveva votato sempre per
Berlusconi ma che, alle ultime consultazioni, in blocco, aveva dato
la sua preferenza al M5S dopo un incontro personale con Grillo e
con il suo teorico. Ricordiamo di aver vissuto quella puntata, e la
vista di quei ceffi, come una sorta di incubo. Allineati nel salone
di un castello, ci diedero l'impressione di rappresentare un
potentissimo gruppo di pressione. Quegli imprenditori parlarono di tutto quello che
avevano discusso con i capi del 5S, e dei provvedimenti utili per la
ripresa dell'Italia, ma glissarono, neppure troppo elegantemente, su
uno solo dei temi tirati fuori da Formigli: la lotta all'evasione
fiscale. Un dato di fatto certo: se avessimo visto prima quella parte
della base elettorale del M5S, il nostro voto in cabina sarebbe stato
diverso. Ci sono personaggi, dentro a un movimento che parla a nome
del web ma che non rappresenta il web, che definire inquietanti
potrebbe apparire come uno strampalato eufemismo. Pensare, solo per
un attimo, che dietro le prese di posizione bizzarre dei grillini, ci
possano essere loro, ci piglia di un male... Ultima perla. Lo stato
salderà 20 miliardi di euro agli imprenditori, e va bene. Ma,
contemporaneamente, aumenterà l'aliquota Irpef per le persone
fisiche. Ogni italiano tirerà fuori dalle tasche 138 euro di più
all'anno. Capito da dove arriveranno quei 20 miliardi?
martedì 2 aprile 2013
Silvio da di matto, mentre parte la più grande fiera delle banalità dopo il week end: si riuniscono i 10 Saggi. E Marine Le Pen vuole fidanzarsi con Grillo.
Com'è
un saggio? Ve lo siete mai chiesto voi lettori della Rowling e di
Hesse, di Gibran e di Tagore? Cos'ha nella testa un saggio, come
veste, di cosa si ciba, da quali esperienze di vita deriva la sua
saggezza? Poi, cos'è per un saggio l'amore, la morte, l'arte, la
cultura, l'economia, la politica? Abbiamo iniziato a porci queste
domande dopo che il presidente Napolitano ha dato la sua personale
definizione di “saggio”. Oddio, non è andato davanti alle
telecamere e detto: “Per me il saggio è...”. Ha fatto di più,
li ha personalizzati. Non li ha descritti genericamente, ha fatto nomi
e cognomi ai quali corrispondono ovviamente, tratti somatici e storie
private. Inutile dire che la nostra definizione di “saggio” non
corrisponde a quella del Presidente della Repubblica, ma ormai sono
tante, troppe, le cose che ci differenziano dal primo degli italiani,
il condomino del Quirinale. Fra queste, l'idea che Luciano Violante e
Gaetano Quagliarello possano far parte della categoria. Il dubbio che
qualcuno nelle alte sfere avesse letto i nostri ultimi due post, si è
dissolto questa mattina con le dichiarazioni che Silvio Berlusconi
ha, personalmente, rilasciato alla stampa. “Qua – ha detto Silvio
– si vuole solo prendere tempo”. Lo ha capito perfino lui,
figuriamoci gli altri. Ma il ragionamento di Silvio, quello che si
nasconde fra le righe di una affermazione che, di fatto, brucia le
due commissioni di saggi, è: “Tutti d'accordo, dal Pd ai 5Stelle,
vogliono arrivare al 15 aprile per eleggere un presidente della
repubblica di sinistra o, almeno, appartenente a quell'area. Io sarò
fatto fuori miseramente e allora addio impunità ad libitum”. Cari
amici e confratelli in italianità del centrodestra, ma vi rendete
conto che, ancora una volta, il vostro leader punta decisamente a
farsi i cazzi suoi e fanculo l'Italia? Vi rendete conto che a lui
di risolvere il problema della disoccupazione non frega una mazza? Ma
non vi chiedete perché si sia dichiarato disponibile a governare
perfino con Bersani leader? L'unica strada che Berlusconi ha per
salvarsi dalla galera, è la Grosse Koalition basata sul ricatto
della governabilità. “Volete governare? - dice Silvio – bene, ci
sto, però datemi il Quirinale”. Sta vivendo ore di terrore, il
Capataz sovrano. Ha trascorso la peggiore Pasqua della sua vita, e
senza uno straccio di amico che gli regalasse, dentro l'uovo,
l'ennesima intercettazione telefonica in grado di tirarlo fuori dai
guai. Per la prima volta, da venti anni a questa parte, Silvio sente
odore di “pacco” e non sa, se non con il ricatto, come
predisporre il “contropacco”, temendo un “contropaccotto”
(grande Nanni Loy). L'impressione è che The Great Sages Band, abbia
le ore contate. Che Silvio abbia sgamato tutto e che la sorpresa
espressa dal Quirinale, per la presa di posizione netta del
centrodestra, sia la conseguenza di un unico pensiero: “Cazzo, ha
capito!” Intanto, dal versante M5S si viene a sapere che il
nome che i Five Stars proporranno per il prossimo presidente della
repubblica, sarà scelto dal popolo del web, da quella ristrettissima
cerchia di internettomani, scelti personalmente dal Capo in anni di
appassionato blogeraggio. Non c'è verso di sapere come entrare a
farne parte, quali credenziali occorrano, chi decide l'accoglimento o
meno della domanda di iscrizione (ce ne sarà una o no?) al club più
esclusivo del mondo. Il M5S più che il popolo della Rete, ci sembra
un popolo di eletti, categoria che da sempre ci sta cordialmente
sulle palle (la sindrome grillesca, purtroppo, ha colpito anche noi).
Però Beppe ha fatto colpo. È riuscito a far innamorare perdutamente
di sé la signorina Marine Le Pen, che lo sta bombardando di sms per
fissare un appuntamento con lui. La “noire” di Francia ha fatto
outing, dichiarando apertamente il suo folle amore per il comico
italiano. Al primo incontro parleranno di uscita dall'Euro, di
Petain, di quel film bruttissimo intitolato Shoa, perché la Shoa è solo
un film, del complotto giudo-pluto-massonico che ha messo in
ginocchio l'Europa, e di un figlio da mettere in cantiere che
potrebbe chiamarsi Jean-Marie, Front National, Benito. E noi dobbiamo
ancora sorbirci le dichiarazioni di Crimi-Pisolo e della
Lombardi-Ballarò... ma per favore, qui c'è qualcuno che vuole che
Silvio governi nei secoli dei secoli. Amen.
lunedì 1 aprile 2013
Re Giorgio e la versione italiana della sindrome della Pompadour.
![]() |
| Jeanne Antoinette Poisson detta "la Pompadour" |
domenica 31 marzo 2013
Ricevo e pubblico. “10 Saggi, 0 sagge. Non ora, quando? Vengo anch'io, no tu no...” di Michaela Menestrina
Mi sono chiesta molte volte perché non ho partecipato alla piazza di: "Se non ora quando?". Perché non sarebbe cambiato nulla, me la sentivo. Perché le donne hanno continuato a non contare né quantitativamente, né qualitativamente. Non ancora, non ora. Perché a decidere sono i saggi: maschi, vecchi, o tutt'al più anziani; questi i connotati dei deus ex machina che salveranno un Paese che loro medesimi hanno mandato in pezzi. Almeno questo gli è chiaro? Un semplice pensierino, che più vero di così si muore. Perché se una donna alza la testa, e indaga, ad esempio contro la violenza del maschio danaroso sguazzante nella prostituzione anche minorile, è chiamata la rossa "pasionaria" e viene impedita nelle sue funzioni lavorative (si sa lavora alla Procura di Milano), e se ne ha talmente paura che possa solo condannare ciò che va condannato, che si arriva a occupare il palazzo dove svolge la sua funzione. Perché le donne hanno continuato a morire per mano di uomini paurosi, piazza o non piazza. Ma quante! Mi sono chiesta se non ci sia un'altra via a uno slogan rimasto vuoto di freddezza razionale e ottimismo egocentrico di cui discorre il filosofo Umberto Galimberti. Nuovi vizi capitali. Urge trovarla questa via altra. Ieri mi sono chiesta perché tra i dieci saggi del Presidente non vi sia nemmeno una donna. Risponderebbero i saggi tutti a questa domanda, dalla loro ovvietà conformista, che magari ci sarebbero stati (condizionale) nomi autorevoli da mettere in campo anche tra le fila delle donne, dicasi il 52%della popolazione. Ma che volete, mica si posso bruciare "eventuali" nomi eccellenti. Perché ci sarà un dopo politico. Sempre poi, dopo, attendere. Accontentatevi della Presidente della Camera Laura Boldrini e non frignate.
Beh, saggi incaricati: fate qualcosa questa volta. Ultima possibilità.
Il mondo delle donne, quelle che quadrano il bilancio mensile, anche se sono state buttate fuori dal mondo del lavoro, quelle che curano i vecchi, che allevano i figli, e vivono con i deus ex machina (poche) e i loro schiavi (tutte le altre), sono stanche di sopportare, di aspettare, di pazientare. Tutto ha un limite. Sappiate che la nostra dignità, la nostra competenza, la nostra capacità e la nostra bravura che continuate a buttare nel cesso, traboccherà dalle fogne. Quando? Prima che ne prendiate coscienza.
Vengo anch'io? No, tu no. Ma perché? Perché no.
Michaela Menestrina
Piccola nota pasquale con pasticcio Napolitano...
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| 'a pastiera |
sabato 30 marzo 2013
Sorpresa nell'uovo di Pasqua della politica: Napolitano pensa alle dimissioni. I giornalisti, sempre più frustrati, non sanno a che san Giuseppe votarsi.
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| Buona Pasqua, Beppe... |
Nulla
di fatto nel giro lampo di consultazioni del Presidente della Repubblica. Nessuno dei
partiti ha compiuto il fatidico passo indietro. Oddio, forse il Pdl
che, attraverso le parole del suo leader, ha detto che a lui sta bene
anche Bersani, però vuole andare al Quirinale, direttamente e senza
passare dal via. È a questo punto che Giorgio Napolitano ha iniziato
a prendere in seria considerazione l'ipotesi di dimissioni
anticipate, le sue. Il Presidente, come tutti sanno, è nel “semestre
bianco”. L'unica possibilità che la Costituzione gli concede, è
quella dell'ordinaria amministrazione. Nessun atto importante da
sottoscrivere e nessuna decisione “di peso” da poter prendere, di
conseguenza neanche lo scioglimento delle Camere. A questo punto,
considerati i veti incrociati, non sarebbe possibile neppure il
ritorno alle elezioni, visto che il Presidente non può compiere
l'unico atto che le abiliti. C'è da dire, che le dimissioni di
Napolitano non avrebbero nulla di eroico né di sconvolgente, ma
sarebbero la presa d'atto di una situazione di sostanziale
ingovernabilità, letale per l'Italia, e dell'urgenza di porvi
rimedio in tempi brevissimi. Un rischio c'è, tornare a votare con il
Porcellum. A quel punto non ci salverebbero neppure le risurrezioni
di De Gasperi, Berlinguer e Pertini. Purtroppo, e questo Grillo lo sa,
siamo a un punto morto, esattamente quello che sperava. I toni delle
sue dichiarazioni sono tornati a essere quelli dei comizi, dei Vaffa
Day, dello Tsunami Tour. Ce n'è per tutti, vivi, morti e defunti
apparenti, ex fascisti ed ex comunisti, banchieri e telefonici,
industriali e impresari edili e, vecchia-nuova entry, i giornalisti.
Tuona, Beppe, contro la stampa italiana, al 60 posto nella classica
mondiale della stampa libera, poi, però, è il primo a rifiutarne
ogni contatto, ogni rapporto, definendone i rappresentanti,
“frustrati”. Grillo sta, coerentemente, perseguendo gli obiettivi
di Casaleggio. Non brillando per dialettica politica, abbastanza
analfabeta, culturalmente un gradino sopra un accanito lettore di
Chi, Beppe sa che non potrà mai arrivare al 100 per cento dei
parlamentari e al controllo totale del paese. L'impressione, poi, è
che nelle passata tornata elettorale abbia raschiato il fondo del
barile, che il prossimo dualismo sarà fra lui e il Cavaliere, e che
il popolo della destra (alias i berluschini convinti) non sono come i
quacquaracquà della sinistra, che se non si fanno male da soli, non
dormono tranquilli. Beppe sa che di ingovernabilità in
ingovernabilità, l'Italia imploderà, affogando nella sua stessa
merda, e questo gioco gli piace, tanto, immensamente: nel 2042
l'anidride carbonica prenderà il posto dell'ossigeno, che cazzo
gliene frega a lui di come ci si arriverà? Ma c'è qualcuno disposto
a scommettere che se si dovesse tornare alle elezioni, ci sarebbe una
forza vincente? Qualcuno in grado di governare non un Paese ma le sue
macerie? E cosa dirà, Beppe, ai suoi amici industriali della Marca
Trevigiana quando non arriveranno i rimborsi dell'Iva e i pagamenti
per le opere fornite alla Pubblica Amministrazione? Con quale
coraggio potrà guardare negli occhi i ragazzi ai quali avrà rubato,
anche lui con la speranza della maggioranza assoluta, un pezzo di
futuro? Ma queste domande, Beppe se le pone o lascia fare a
Casaleggio che sta diventando sempre di più un soggetto da manuale
psichiatrico? Ne siamo convinti. L'Italia ha perso una grande
occasione per tornare a essere un paese quasi normale. L'ultima.
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