Translate

mercoledì 10 aprile 2013

Grillini e renziani, giovani e scapigliati: occupano le Camere e insultano i Rom. La Mascherina e Piergigi si s-parlano, prove d'intesa fra apprendisti statisti.


L'occupazione della nostra scuola ci manca. Avremmo tanto voluto farla, ma non si crearono mai le condizioni. Per assurdo, eravamo più barricaderi alle medie che non alle superiori. Una volta che tentammo un abbozzo di sciopero, la preside ci venne a prendere fuori dal plesso (si chiama così, no?) scolastico e, letteralmente, ci riporto in classe per un orecchio: una figura di merda. Occupammo poi la facoltà di Lettere, ma non fu la stessa cosa. L'università non dava gli stessi brividi blu. Così, con una punta di invidia, ci apprestiamo a commentare l'occupazione delle Camere da parte dei militanti 5S, durata fino alla mezzanotte e finita quando, contrattualmente, i commessi hanno dovuto chiudere le porte e tornarsene a casa. Non crediamo che qualcuno abbia trovato il modo di fare sesso né di fumarsi una canna nei sacri bagni delle istituzioni, e poi, passare le ore a leggere la Costituzione, non deve essere stato un passatempo piacevole. Però, considerato che nessuno l'aveva ancora letta, i grillini hanno trovato il modo di fare un rapido corso di aggiornamento a spese del contribuente, che ha pagato l'illuminazione e il riscaldamento di Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama extra time e lo straordinario dei commessi. Bella mossa, in tempo di crisi. Ci viene da fare una considerazione e la buttiamo là come fosse un borbottio interiore. Ai grillini è stato detto chiaro e tondo che le commissioni si faranno dopo il governo. Così come il M5S ha detto chiaro e tondo che non voterà la fiducia a nessun governo. Ma fra due soggetti che si parlano in modo così chiaro e così tondo, perché uno dei due insiste a non voler capire? Ma non si può trovare un modo più semplice per comunicare? Magari sillabando, o con i gesti, o facendo uso dei soli duecento termini che compongono il dizionario della lingua italiana di Beppe Brillo? Sarebbe tutto più semplice e non saremmo costretti a pagare la luce, il riscaldamento e gli straordinari dei palazzi della politica. Ma sono giovani, anche i senatori, e ai giovani, si sa, si perdona tutto, inesperienza compresa. E giovani sono anche Cristiana Alicata, renziana del Pd, e Marcello De Vito, candidato sindaco 5S a Roma che, trascinati dai bollori tipici della giovane età, se la sono presa con i rom di Via Candoni, rei (secondo loro) di aver preso 10 euro a testa per andare a votare alle primarie del Pd. È successo un putiferio. La comunità rom di Via Candoni, infatti, è una delle più socialmente e culturalmente attive della Capitale. E, non appena lette le accuse della renziana e del 5S, hanno risposto piccatissimi: “Come comunità rom, presente da 13 anni sul territorio del XV municipio, abbiamo sempre preso parte attivamente alla politica del territorio, come tutti i rappresentanti delle forze politiche, dell'associazionismo e dei movimenti locali possono testimoniare, cosa dimostrata anche dal fatto che in ogni tornata elettorale, i futuri candidati hanno organizzato iniziative politiche ed elettorali in questo campo sui temi dell'immigrazione e dell'inclusione sociale”. E finiscono il loro comunicato dicendo: “Come comunità abbiamo deciso di denunciare alla procura della Repubblica, Cristiana Alicata e Marcello De Vito per diffamazione e istigazione all'odio razziale, e contestualmente di inviare una lettera alla commissione europea per i diritti umani affinché ciò serva di monito”. La renziana Alicata si è immediatamente dimessa da tutte le cariche di partito: “Consegno la mia tessera nelle mani del segretario Bersani”, ha detto la Alicata, minacciando a sua volta querele nei confronti dei rom che l'hanno accusata di essere razzista. Mentre il grillino, dando la dimostrazione di tutta la sua sagacia politica, ha detto: “Faccio un passo indietro, ma mi sono fidato della denuncia fatta dalla Alicata”. Come dire, si è fidato di una terza persona, senza verificare la veridicità delle accuse. Marcello De Vito è il candidato sindaco, non un militante qualsiasi. È proprio vero che dopo Alemanno, a Roma possono candidarsi tutti, basta sperare che non nevichi. Sull'incontro fra Mascherina e Piergigi non abbiamo nulla da dire. È sufficiente l'immagine di apertura. Sono due profili, niente altro che due profili. Segnaletici.

martedì 9 aprile 2013

Larghe intese e dipartita della signora Tatcher. Quando un giornalista noto moderato (io), lo è un po' meno.


Sono due gli argomenti all'ordine del giorno del 9 aprile 2013. Le “larghe intese necessarie”, invocate da Giorgio Napolitano riferendosi a quelle del 1976, e la morte, per spappolamento del cervello, di Iron Lady. Su entrambi avremmo molto da dire, potremmo addirittura correre il rischio di diventare (verbalmente) violenti. Però, considerato il nostro aplomb british, cercheremo di evitare cadute di stile. Partiamo da ca(o)sa nostra (qualcuno potrebbe dire, “az che esordio moderato”! E avrebbe ragione). Il Presidente della Repubblica, rimembrando Gerardo Chiaromonte, ha dettato la sua linea partendo da lontano. Dopo aver preso atto che i 10 saggi da lui nominati passano le giornate giocando a Ruzzle e Burraco, Napolitano ha deciso di scendere in campo in prima persona e di dare l'ultimo saggio consiglio del suo settennato. Con le lacrime agli occhi e la voce tremante, di fronte a una platea attenta come non mai, ha detto: “Occorre dar vita a un governo figlio di larghe intese, come quelle del 1976, quando due forze da sempre contrapposte, si unirono per il bene supremo della nazione”. Il Presidente parlava del governo di minoranza di Giulio Andreotti, nato grazie all'astensione del PCI, che gli diede una sorta di appoggio esterno indispensabile, in termini numerici e di contenuti. In quel periodo muovevano i primi passi i cosiddetti “cattocomunisti”, gente che, nonostante tutto, era mossa da grandi ideali, compresi quelli del Vaticano II. A parte la crisi economica profonda in cui versava l'Italia, comunque non paragonabile assolutamente a quella attuale, c'era un altro pericolo che spingeva la DC e il PCI al “compromesso storico”, si chiamava terrorismo e mieteva vittime come e peggio della “spagnola”. Potremmo chiudere questo argomento, ricordando ai distratti, e a quelli che non hanno studiato, chi furono i fautori, gli ideatori, gli strateghi di quel governo di larghe intese. Per la DC le trattative furono condotte da Aldo Moro mentre, per il PCI, c'era un certo Enrico Berlinguer. Definire “statisti” i due non dovrebbe essere uno sforzo sovrumano né lo studio della Teoria dei Quanti. Oggi, da una parte c'è Silvio Berlusconi e dall'altra Pierluigi Bersani. D'accordo, la politica si è imbarbarita, però c'è un limite a tutto, e, a prescindere, dovrebbe esserci quel senso del pudore indispensabile (almeno) per le alte cariche dello stato. Ecco, il ragionamento sulle “larghe intese” si potrebbe chiudere qui, se Flores d'Arcais, oggi, su quello che fu il Corriere della Sera, non avesse tirato fuori un arzigogolo dei suoi. Scrive d'Arcais: “La giunta per le elezioni, una volta insediata, potrebbe dichiarare 'ineleggibile' Silvio Berlusconi, togliendo al Parlamento un imbarazzo che dura da 20 anni, perpetrato nel tempo anche da Massimo D'Alema”. Capito perché Silvio vuole la larga intesa, maledetta e subito? E capito perché Piergigi ciurla nel manico e gli risponde: “Ci penserà il prossimo presidente della repubblica”? Onestamente, Silvio e Piergigi sono due statisti?
“Oggi è un grande giorno”, ha detto David Hopper, settantanne, all'epoca leader sindacale del movimento dei minatori, commentando la notizia della dipartita della signora Tatcher. Ed è la stessa frase che abbiamo pensato noi quando le agenzie di stampa hanno battuto la notizia. Ci sono morti che, non si sa perché, fanno tirare un sospiro di sollievo, come se la scomparsa dalla faccia della terra di una signora malata di Alzheimer fosse motivo di danze e non di cordoglio. Ma la signora Tatcher, cari berluschini del menga, ne ha combinate talmente tante che ieri ci siamo ritrovati a dire, come 38 anni fa, il 20 novembre 1975, “viva la muerte tua”. Allora se n'era andato Francisco Franco, oggi Margaret Tatcher. Qualche tempo fa, durante la presentazione del libro di un nostro collega molto famoso, all'ennesima lode in onore di Iron Lady sbroccammo. Non ci capita mai, solo di fronte alle idiozie, e quella sera, di idiozie sulla Tatcher, ne furono dette tante, troppe. La Lady, che come nessuno odiava gli operai, si è resa responsabile di genocidio sociale e culturale di tre generazioni di inglesi. È stata la leader indiscussa, insieme al suo sodale americano Ronald Reagan, del liberismo più sfrenato e della conversione totale al “dio mercato”. Fomentatrice dell'odio sociale, ha distrutto il welfare, la scuola pubblica, l'assistenza sanitaria, il sistema-lavoro basato sulla produzione di cose, la dignità degli operai e ha fatto scomparire, nei suoi 11 anni di potere assoluto, la middle-class. Vi ricorda qualcuno? Ma va là! Come insegna quello statista che risponde al nome di Luciano Violante, il rispetto che si deve ai morti, e alla morte, deve essere uguale per tutti. Non siamo d'accordo, non lo siamo mai stati, non lo saremo mai, perché la morte di Bobby Sands non è uguale a quella di Margaret Tatcher. Quindi vale, per la signora Tatcher, quello che, con gli amici e compagni del Movimento, dicemmo del 1975. Punto.

lunedì 8 aprile 2013

Toh, la Lega! Ignazio Marino vince a Roma e un milione di licenziati ringraziano il duo Monti-Fornero.

Oh, signur!
Ragassi, Pontida porco boia! All'inizio del raduno dei mao-mao, è sembrato che la “festa verde” si dovesse trasformare in una sfida all'ok corral. I bossiani sono arrivati con le foto di Maroni-Pinocchio, mentre i maroniani hanno preso a insultarli malamente e a spintonarli con fare più che minaccioso. Baci e abbracci, fra il presidente e il suo delfino, non sono serviti però a nascondere la voglia che avevano di prendersi a mazzate sulla fronte. Dagli occhi dei due galli, uscivano lame di fuoco che il fair-play doveroso, non è riuscito a mascherare. Maroni è arrivato sul palco con un sacchetto pieno dei diamanti di Belsito, promettendo di regalarne uno a testa alle sezioni del partito più meritevoli, non rendendosi però conto di commettere l'ennesimo reato, visto che si tratta di fondi pubblici erogati a titolo di rimborsi spese elettorali e non un argent de poche per i più bravi. Non glielo ha fatto notare nessuno, ma va bene lo stesso: in questo paese, delinquere è diventato un fatto di ordinaria quotidianità. Quella di Pontida di ieri, è stata una delle mattinate più tese nella storia della Lega. Non si è arrivati alle mani per un puro caso. Nervosismo alle stelle e faide interne (Saia-Tosi una delle più sanguinose), stavano per far precipitare una situazione al limite del comico, in un grand guignol che avrebbe causato morti e feriti e pure qualche occhio nero. La distanza fra Bossi e Maroni è siderale. Non vanno d'accordo su nulla. Maroni si è asserragliato fra le quattro mura delle regioni del Nord, mentre Bossi ha detto chiaro e tondo che la parte più importante della battaglia leghista è ancora a Roma. Richiami all'unità e alla pugna, ma la Lega di una volta non esiste più e questo ci intristisce. Non abbiamo visto manco un vichingo con le corna e sembra perfino che Maroni non voglia andare a bere l'acqua della sorgente del dio Po; lui, con le bistecche d'orso, preferisce la birra. Ridotta a prefisso telefonico, assorbita da quella slot-machine che è il Pdl, la Lega non conta più una mazza. Infatti, ieri è andato in onda un funerale, nonostante le urla, gli insulti e le invettive di un popolo di nostalgici in balia della nemesi della storia. Stavolta, Odino non ci metterà una pezza.
Avviso per il popolo distratto del Pd. Ignazio Marino ha vinto le primarie di Roma. L'unico dei candidati che ha detto in modo inequivocabile, “Con Silvio mai”, ha staccato di diverse lunghezze gli avversari “possibilisti” Sassoli e Gentiloni. Marino ci sta simpatico. La sua commissione, quella incaricata di dare un'occhiata ai manicomi criminali ancora aperti, ha redatto un rapporto che è l'ennesimo atto di denuncia della terribile situazione detentiva italiana, quella che la UE ci sputa addosso a ogni piè sospinto. Marino è una persona seria, un medico serio, un signore che gira in bicicletta e che di Silvio ha detto: “Come si può pensare di stringere un accordo con una persona che, in questi anni di potere, ha minato le fondamenta di una nazione, asservendone la democrazia a scopi personali?” Ecco, a noi basta questo per considerarlo un galantuomo degno di sedere al Campidoglio dove, tra l'altro, prenderebbe il posto di Rocky-Alemanno, quello che se piglia il capo della Protezione Civile che prevede neve, gli fa un culo così. Il messaggio che la vittoria di Marino lancia, è chiarissimo. Il popolo del Pd non vuole nessuna alleanza con quello del Pdl, specie dopo aver visto Matteo Renzi, travestito da Fonzie, rincorrere Maria De Filippi lungo la strada della scempiaggine. Ma Matteuccio è talmente giovane che non crediamo abbia visto la serie originale di Happy Days. Arthur Fonzarelli è, a modo suo, un personaggio troppo serio per andare a cazzeggiare da “Amici”.
Dopo più di un anno è possibile tirare qualche conclusione sul lavoro del governo dei tecnici. Quello che hanno combinato Monti&his Friends è ormai sotto lo sguardo attonito di tutti gli italiani. Più debito pubblico, più interessi sul debito pubblico, meno Pil, investimenti bloccati, suicidi imprenditoriali (e non solo) di massa, fuga di cervelli all'estero, disoccupazione giovanile ai massimi storici, recessione perniciosa, carrello della spesa depauperato, nessuna riforma seria se non quella, invisa a tutti, del lavoro. Il risultato della cosiddetta “riforma della Sora Elsa”, che non è il piano per la migliore distribuzione delle trattorie di Trastevere, è riassumibile in un milione di licenziamenti ai quali non hanno fatto seguito due milioni di assunzioni, ma il vuoto assoluto. Se fossimo allievi della professoressa Fornero, ne chiederemmo l'immediata rimozione dalla cattedra di economia, ma siccome non lo siamo, ci accontenteremmo di segnalarla agli storici come il peggior ministro del Welfare degli ultimi 150 anni, roba che Maurizio Sacconi se la sta ridendo alla grande, perché finalmente qualcuno è riuscito a fare peggio di lui. Questo è stato il risultato della lotta senza quartiere contro l'articolo 18, questo è stato il risultato di una politica che avrebbe dovuto portare in Italia (grazie a una maggiore facilità di licenziare) un fiume di investimenti dall'estero. Nulla di tutto ciò: solo una grande, smisurata, lancinante disperazione. Quella di Mario Monti, alla fine, è stata solo un'operazione di restyling, la faccia nuova (e pulita) che occorreva all'Italia dopo il massacro berlusconiano. Il resto, invece, è stato un'immensa tragedia riassumibile in nessun indice positivo della nostra economia. Certo, se i professori-salvatori sono questi, perfino “testa di minchia a mammà” Scilipoti ha una chance. Per non parlare di Totonno Razzi, che almeno i conti (in tasca sua) li sa fare. Ecco la soluzione: Scilipoti ministro dell'economia, Razzi allo Sviluppo. Ormai non ci resta che delirare. Nessun accenno ai grillini? Stavolta no. Sapete che c'è? Le sette, le congreghe e le confraternite ci sono sempre state sulle palle.

domenica 7 aprile 2013

80mila giovani emigrati nel 2012. E l'Italia è all'ultimo posto per scuola e cultura. Tutto coincide, fallimenti compresi.


Quando escono dati macroeconomici, una persona normale, e per “normale” si intende un povero cristo che non ha studiato né alla Bocconi né alla Luiss, li incrocia, soprattutto se provengono da fonti diverse. Il nostro maestro di comunicazione ci diceva che, per farsi un'idea di quanto stava accadendo, era sufficiente aprire tutti i quotidiani su un tavolo, leggere le diverse versioni della stessa notizia e fare la media: il risultato finale era una visione molto vicina alla realtà. In questo caso, però, non occorre neppure fare la media perché, i dati di cui sopra, bastano per chiarire un trend italiano che dura da una vita, forse meno, venti anni. L'Aire (l'anagrafe degli italiani all'estero), scrive che nel 2012, 80mila concittadini sono espatriati per lavoro. La fascia di età è compresa fra i 20 e i 40 anni, sono più uomini (trentenni) che donne e le regioni di provenienza sono la Lombardia, il Veneto e la Sicilia, con una netta prevalenza dei lombardi. La destinazione preferita è la Germania, seguono la Svizzera e la Gran Bretagna. Non tutti gli 80mila giovani sono cervelli in fuga, “solo” il 78 per cento. Prendiamo questi dati statistici, che sono numeri e quindi difficilmente confutabili (Silvio ci provò a taroccarli, con l'Istat, gli andò male, fece secco il presidente dell'Istat) e teniamoli per un momento da parte. Contemporaneamente l'Eurostat (l'istituto europeo di statistica, l'equivalente dell'Istat a Bruxelles), certifica che l'Italia è all'ultimo posto per le spese “in cultura” e al penultimo per quelle relative all'istruzione. L'Italia spende l'1,1 per cento del Pil, a fronte della media del 2,2 degli altri paesi, sorpassati perfino dalla Grecia che ci sopravanza dello 0,1 per cento, fermandosi all'1,2. Sul fronte dell'istruzione ci possiamo consolare, siamo penultimi. All'ultimo posto c'è la Grecia con l'8 per cento. Noi brilliamo per un 8,5 per cento che cozza terribilmente contro il 10,9 della media europea. Ma il dato allucinante di tutta questa sporca faccenda, è che l'Italia spende materialmente quasi più di tutti (ma nella spesa sono compresi anche gli interessi sul debito pubblico). Questo significa che spendiamo sì, ma male, non ci vuole un genio per capirlo. Cosa significano queste due statistiche messe a confronto? Dato per assodato (sono i numeri a dirlo) che il 78 per cento dei giovani che se ne vanno, rientrano nella categoria dei “cervelli in fuga”, l'Italia si sta colpevolmente privando di risorse umane che nessun altro paese europeo possiede. In più, non sta affatto tutelando né investendo, sulle uniche ricchezze che questo paese possiede (non per merito suo) e che si chiamano paesaggio, beni artistici, beni culturali. Uno scemo qualsiasi, quindi non laureato né alla Bocconi né alla Luiss, riuscirebbe perfettamente a capire che la vera risorsa dell'Italia (poche eccellenze industriali a parte) è il turismo, ma non quello passivo, teso solo a “ospitare”, ma quello attivo, comprensivo cioè di un pacchetto che consenta agli stranieri che vengono in Italia di comprenderne il senso profondo e affascinarli, fidelizzarli, direbbero i geni delle geniali università italiote. Così pensiamo ai giovani artisti, ai musicisti, ai letterati, agli storici (non solo dell'arte), e a una imprenditoria giovane che riesca a catalizzare l'attenzione dei giovani di tutto il mondo con proposte innovative, originali, fantasiose, creative. Ce ne sono migliaia di questi giovani, solo che trovano il loro spazio in Francia, in Germania, in Spagna, in Inghilterra. A volte ci cadono le braccia. Ma poi pensiamo che per anni abbiamo scimmiottato gli altri e che, provinciali come siamo, uno sguardo fuori dalle mura di casa non è possibile. C'è l'uvite in agguato. 

sabato 6 aprile 2013

Morire d'abbandono. Morire di vergogna. Morire di disperazione. Morire... La tragedia di Civitanova Marche specchio di un'Italia che non esiste più.


Remo aveva 62 anni. Faceva parte di quella categoria inventata di sana pianta da chi doveva salvarci dal tracollo: gli esodati. Prima piccolo imprenditore, poi, strozzato dalle tasse, lavoratore in proprio, poi, non potendo pagarsi i contributi dell'Inps, lavoratore in nero, a cottimo, a giornata. Nonostante Remo lavorasse, non veniva pagato, neppure in nero. Annamaria Sopranzi, la moglie, aveva 68 anni. Pensionata, tirava su un reddito mensile di 500 euro. Insieme la coppia ne pagava 650 di affitto; superata di gran lunga la soglia di povertà. Giuseppe Sopranzi, fratello di Annamaria, di anni ne aveva 72 anni e fino allo scorso anno era vissuto con la sorella e il cognato. Poi i soldi non bastavano e Giuseppe era andato a vivere da solo. Remo e Annamaria si sono impiccati insieme, come insieme avevano vissuto, in uno stanzino vicino al garage di casa. Una decisione maturata da tempo se è vero che il giorno di Pasqua, a pranzo a casa di parenti, non avevano detto una parola. Giuseppe non ha retto il colpo e, saputo dei suicidi del cognato e della sorella, è andato in cima al molo del porto della sua città e si è buttato. Remo si era rifiutato, fino alla fine, di andare in comune a chiedere un aiuto. Troppa la vergogna, troppo il disonore per non riuscire a mantenere la famiglia. I vicini di casa e i parenti glielo stavano consigliando da un anno, ma Remo e Annamaria, per quel senso del pudore molto forte nelle persone di quella generazione, si erano sempre rifiutati di prenderla perfino in considerazione, quella proposta. Una storia tragica, quella di Remo e Annamaria, terminata in modo ancora più tragico con il suicidio di Giuseppe. Tutto questo è avvenuto a Civitanova Marche, ex regno della calzatura, dell'amianto, di un assetto industriale che con il tempo, è andato scemando sempre di più, fino alla riscoperta della vocazione turistica e culturale. È accaduto a quattro passi da casa nostra e in una regione, le Marche, il cui modello di sviluppo basato sulla micro-piccola impresa, è stato studiato dagli economisti di tutto il mondo. È accaduto nell'indifferenza di uno stato, e di un governo, che è riuscito a creare quell'aberrazione che ha assunto il nome di esodati, così come, per un'altra colpevole indifferenza, ha preso sempre maggiore consistenza la categoria dei giovani “né né”, una vergogna tutta italiana. E Sora Elsa piange. Lo fa ancora sulle colonne dei giornali e dice che è addolorata e sconvolta, non pentita, mai. Ormai i suicidi sono all'ordine del giorno anzi, delle ore. E mentre tutto questo avviene, c'è chi tenta di fare le scarpe al suo rivale politico, chi tenta di guadagnare l'impunità fino alla fine della sua vita terrena, chi se ne va al mare (ancora più vergognoso) per mettere una pezza ai malumori dei suoi. Iniziamo a vergognarci di vivere in un paese che lascia morire i suoi cittadini nell'indifferenza e nell'abbandono, che specula sulle pandemie presunte e sui terremoti, che decide scientemente di non curare più la gente né di tutelare l'istruzione e i regali che la natura, e il genio dell'uomo, hanno fatto a questo paese. Ci vergogniamo di vivere in una nazione che ha al centro dei suoi interessi i gratta e vinci e i videopoker, che poi non sono altro che l'altra faccia della disperazione. Di Remo, di Annamaria e di Giuseppe saranno sempre di più piene le pagine di cronaca, come sempre più piene di insulsaggini e di colpevoli ignoranze, saranno quelle della politica. E nessuno che dica: basta!

venerdì 5 aprile 2013

La prof all'allieva: “Ad Auschwitz saresti stata più attenta”. Peccato che la ragazza sia ebrea. Gli strani razzismi di un paese smemorato.


La professoressa di un liceo romano, rivolgendosi a una ragazza ebrea della sua classe, le ha detto: “Se fossi stata ad Auschwitz, saresti stata più attenta”. È scoppiato un putiferio, e non poteva essere altrimenti. Sentita dagli organi dirigenti scolastici, la professoressa si è giustificata affermando: “Ho solo voluto indicare alla ragazza un luogo dove c'era l'ordine. Non sono razzista”. Ora, sperando che insegni matematica, che non abbia mai letto un libro di storia in vita sua, che non abbia mai visto un film, che scambi, come molti, l'olocausto per la Shoa, la giustificazione della prof è stata peggiore del guaio combinato pronunciando una frase idiota. L'ordine di Auschwitz, come tutti sanno, era quello dei forni crematoi, e l'attenzione e il silenzio che regnava, era dovuto al fatto che il fumo nei camini non fa rumore. L'ignoranza, l'approssimazione e la malafede che circonda ancora oggi la lettura di alcuni fatti storicamente accertati, è una delle ragioni per le quali questa nazione ha perso la trebisonda, avendo dimenticato le radici storiche, politiche e sociali dalle quali ha preso linfa e vita per trasformarsi in una democrazia imperfetta, ma sempre di democrazia si tratta. La faciloneria e il pressappochismo con cui si affrontano alcuni argomenti legati anche al nostro recente passato, sono sbalorditivi. La signorina Roberta Lombardi, capogruppo dei 5S alla Camera, ha recentemente affermato che il fascismo degli inizi aveva un forte senso dello stato. Quale lo si è visto, considerato che più che senso dello stato, il fascismo aveva il senso dell'impero. E in Africa ancora ricordano le prodezze di quello sterminatore noto con il nome di Rodolfo Graziani, in arte Generale dell'esercito. Se c'è una donna che stimiamo senza se e senza ma, questa è Margherita Hack. Ma il giudizio che ha dato la scienziata sul fascismo, resterà impresso nella nostra memoria come una delle pagine più nere della sua storia, confermando la nostra convinzione che non esistono né miti né eroi. Parlando di fascismo, non ci sono né “ma” né “però”, e non vogliamo più dilungarci a fare la lista dei personaggi della politica e della cultura che il fascismo ha torturato, imprigionato, ucciso né le leggi razziali né l'entrata in guerra con i nazisti. Giustificare i morti di Salò, come fece Luciano Violante, uno dei saggi di Napolitano, può procurare le lacrime e l'abbraccio di Mirko Tremaglia, ma un moto di terrore in tutti coloro che con i repubblichini ebbero a che fare. Se questo paese avesse mantenuto la barra dritta su pochi, essenziali presupporti del nostro passato, probabilmente la storia attuale sarebbe diversa. Morti i padri della patria però, sono rimasti personaggi dal dubbio passato e dall'incerto futuro, che non hanno capito cosa diavolo significhi “democrazia”. Avete sentito la Santanchè, ieri sera da Santoro? Volete un'altra prova o è sufficiente questa? Ebbene, in un periodo in cui avere senso dello stato significherebbe tentare di risolvere problemi incancreniti da 20 anni di berlusconismo, i politici dimostrano ancora una volta di tenere in considerazione solo i cazzi loro, anche se tutti si affannano a dimostrare il contrario. Da Matteo Renzi a Berlusconi, ognuno parla a nome e per conto dell'interesse superiore della nazione, mentre uno vuol fare le scarpe al segretario del suo partito, e l'altro ottenere l'impunità a vita, anche costringendo la povera Ruby a leggere un comunicato stampa scritto di proprio pugno da Niccolò Ghedini, sotto i ritratti di Falcone e Borsellino. Sui 5S ormai non c'è nulla da dire se non che, evidentemente, una trentina di loro si è rotto le palle di premere un bottone telecomandato a distanza da Casaleggio. Che Roberto Currò, e molti dei suoi colleghi, si stia stancando ormai è un dato di fatto e non di cronaca. Che oggi, imbarcati di peso su un pullman, i grillini vadano a parlare con il capo in una località segreta (sempre grazie al principio della trasparenza degli altri), è un dato di fatto e non di cronaca. Che Grillo lanci fatwe e non proposte politiche, è un dato di fatto e non di cronaca. Che ci siamo rotti le palle di star della politica e di razzisti tanto al chilo, è un dato di fatto e non di cronaca.

giovedì 4 aprile 2013

Finita la tregua nel Pd. Matteo torna nella pugna e Bersani gli propone una missione internazionale... a Guam.


Se uno è morto ha bisogno necessariamente delle esequie. Non abbiamo mai visto un morto che si infila nella bara da solo, si fa la cerimonia funebre e si tumula. Probabilmente, un morto simile non avrebbe potuto inventarlo neppure Edgar Allan Poe, perché il Parlamento italiano non è la bostoniana Casa Usher. Perfino agli ergastolani defunti si fanno i funerali, perfino ai clochard a spese del comune, perfino al peggior violentatore dell'universo. I funerali dei dittatori assumono, spesso, la solennità del fatto storico, e ai torturatori, anche se in tono dimesso, una degna sepoltura viene comunque concessa. Tutto questo preambolo per dire che riconosciamo a Beppe Grillo la paternità della frase “I politici sono tutti morti” e che, proprio per questa ragione, umanamente, una mano a entrare nella fossa avrebbe potuto dargliela ai politici defunti, piuttosto che lasciarli all'aria aperta a finire spolpati dagli avvoltoi e dalle iene. Cosa sarebbero state, se non dolci accompagnamenti nell'aldilà, le leggi sull'ineleggibilità, sul limite dei mandati, sulla riduzione delle prebende, sull'eliminazione totale dei privilegi, sulla fine dei vitalizi, sul falso in bilancio, sulla corruzione, sulla malversazione, sul falso ideologico, sull'inquinamento, sull'omofobia, sul diritto di cittadinanza se non la pietra tombale di una politica che ha stancato (eufemismo) tutti? Invece no, Beppe preferisce le carogne al pascolo e il colpo di grazia alla nuca, un po' violento come scenario, ma efficace. Però, siccome non tutti i grillini sono affetti dalla sindrome di Charles Bronson, iniziano a manifestarsi le prime crepe e spunta, come il sol dell'avvenire, la parolina magica “legalità” che sembra avere quasi un effetto collante. Resta il fatto che non si è mai visto un capogruppo (o portavoce) che, nel giro di pochi minuti, sia stato smentito dal capo del suo partito (questo è il M5S nonostante le norme del non-statuto) e non si sia dimesso. L'impressione è che la capacità decisionale dei grillini, la loro autonomia, anche di pensiero, sia pari a zero, e che non ci sia solo un capo unico e riconosciuto, ma anche un pensiero unico il che, se permettete, è quanto di più pericoloso possa esistere. Fuori dai denti. Silvio, nonostante i voti riportati alle ultime elezioni, era un politico morto. Abbiamo visto cadaveri in forma migliore, nonostante i sorrisi, gli occhiali da sole, l'uvite. Grillo è riuscito a compiere l'ennesimo miracolo nei confronti di un uomo che non si sa più cosa occorre fargli per toglierlo di mezzo dalla scena politica. Lo ha riesumato, come hanno fatto tutti quelli (di sinistra) che in questi anni hanno giocato al gatto con il topo, non capendo di essere i topi. E lo ha detto anche Matteo Renzi, pronto a sacrificarsi, poverino, per il bene della patria, liquidando Tentenna-Bersani e alleandosi da qui all'eternità con Silvio. Lo ha cantato, con voce da Cappella Sistina, chiaro e tondo a casa della Cgil, ieri, a Firenze. “Stiamo perdendo tempo. Fanculo Grillo. Torniamo a votare. Io sono pronto. Non mi faccio dettare l'agenda da un comico. Preferisco allearmi per il bene del paese e del lavoro, con quelli del Pdl che, almeno, mi hanno ospitato a pranzo ad Arcore”. Matteo ha rotto la tregua e, per molti versi, ha ragione. Bersani si è trasformato in una spirale, nella speranza di avviluppare in qualche modo Grillo e i suoi, e forse c'era anche riuscito, per capirlo sarebbe stato sufficiente mandarlo in Parlamento. Ma poi è arrivato il Re che ha deciso di nominare la sua personalissima corte. Il presidente Napolitano non può meravigliarsi della reazione insofferente dei partiti, i tecnici bastano una volta, una seconda non ci cascherebbero più neanche gli asini, pure se con la tessera del Pdl in tasca. Così, ascoltate le variazioni sul tema del giovin signore fiorentino, la segreteria del Partito Democratico ha deciso, all'unanimità, di proporgli una missione internazionale, con biglietto di sola andata, che lo accrediti agli occhi del mondo come prossimo premier italiano. Lo spediscono a Guam, località sulla quale ha messo gli occhi anche Kim Jong Un, deciso a sperimentarla come isola dove verificare la gittata dei suoi missili nucleari. 

mercoledì 3 aprile 2013

Ancora guai fiscali per Silvio che minaccia: “Venerdì ritiro Quagliarello e Giorgetti”. I grillini approvano il Def dopo l'ultimatum degli imprenditori della Marca.


Ci fosse una delle enne imprese di Silvio, che non abbia guai con il fisco. Evadere le tasse sembra essere diventato il gioco di ruolo preferito del Capataz. Altro che Farmville, altro che Ruzzle. Silvio gioca a Monopoli e, grazie al culo che ha, non becca mai un “imprevisto”, solo e sempre “probabilità”. L'ultima è di ieri. Il fisco ha accertato che Banca Mediolanum deve all'erario la modica cifra di 344 milioni di euro. E non per operazioni fatte in Italia, ma per gli affari della controllata irlandese. Gira che ti rigira, quando si parla di Berlusconi, vengono sempre fuori problemi di soldi, che fanno il paio con quelli di sesso; per la terza esse dei film americani di successo, il sangue, Silvio si sta attrezzando. Infatti, se dovesse essere eletto un presidente della repubblica di sinistra (la quarta esse), potrebbe scapparci pure quello. La fibrillazione dell'ex presidente del consiglio “piu” migliore degli ultimi 150 anni, sta raggiungendo livelli parossistici. La preoccupazione di vedersi sfilare il Quirinale sotto gli occhi è massima, e si sta trasformando in terrore per tutto quello che potrebbe accadere, compresi, ovviamente, gli esiti dei processi in corso, con le sentenze che stanno per arrivare. E allora, come sempre, Silvio ricatta. Accortosi che la scadenza del lavoro dei due gruppi di saggi è prevista alla vigilia della prima riunione delle Camere per l'elezione del Presidente, Silvio minaccia di mandare all'aria i tavoli di concertazione. Ha fatto sapere, con gran clamore di trombe e di urla degli house organ, che entro venerdì, comunque vadano le cose, lui ritirerà gli esponenti-saggi (una palese contraddizione in termini) del Pdl. Quagliarello e Giorgetti rischiano, quindi, di terminare il loro lavoro con largo anticipo perché, come questi anni di berlusconismo ci hanno insegnato, quando il padrone fischia, i cani corrono; pena la riduzione della porzione di pappone. Buone notizie, invece, dal fronte dello sblocco degli euro per i pagamenti arretrati alle imprese. Da giugno saranno disponibili 20 miliardi freschi da immettere sul mercato, per gli altri 20 occorrerà attendere il 2014. Il provvedimento (Def), più volte invocato dagli imprenditori, è passato con la firma autorevole e favorevole degli esponenti del M5S, i quali hanno dato il via al decreto dopo essersi accertati che il dané non sarebbe finito nelle casse delle banche. Ora. Non ci vuole mica molto a capire che una buona parte di quei 20 miliardi finiranno alle banche. Chi volete che abbia finanziato le imprese creditrici dello Stato, Paperon de' Paperoni e Rockerduck? A questo proposito, ci piace ricordare quanto il duo Grillo-Casaleggio sia sensibile ai richiami degli imprenditori, e come la firma dei 5S di ieri, risenta evidentemente, di questa fascinazione. Subito dopo le elezioni, Corrado Formigli, a Piazza Pulita, analizzò il risultato del voto degli italiani come tutti gli altri talk-show politici. L'allievo di Santoro, ebbe però l'idea di andare a intervistare un gruppo di industriali della Marca Trevigiana che aveva votato sempre per Berlusconi ma che, alle ultime consultazioni, in blocco, aveva dato la sua preferenza al M5S dopo un incontro personale con Grillo e con il suo teorico. Ricordiamo di aver vissuto quella puntata, e la vista di quei ceffi, come una sorta di incubo. Allineati nel salone di un castello, ci diedero l'impressione di rappresentare un potentissimo gruppo di pressione. Quegli imprenditori parlarono di tutto quello che avevano discusso con i capi del 5S, e dei provvedimenti utili per la ripresa dell'Italia, ma glissarono, neppure troppo elegantemente, su uno solo dei temi tirati fuori da Formigli: la lotta all'evasione fiscale. Un dato di fatto certo: se avessimo visto prima quella parte della base elettorale del M5S, il nostro voto in cabina sarebbe stato diverso. Ci sono personaggi, dentro a un movimento che parla a nome del web ma che non rappresenta il web, che definire inquietanti potrebbe apparire come uno strampalato eufemismo. Pensare, solo per un attimo, che dietro le prese di posizione bizzarre dei grillini, ci possano essere loro, ci piglia di un male... Ultima perla. Lo stato salderà 20 miliardi di euro agli imprenditori, e va bene. Ma, contemporaneamente, aumenterà l'aliquota Irpef per le persone fisiche. Ogni italiano tirerà fuori dalle tasche 138 euro di più all'anno. Capito da dove arriveranno quei 20 miliardi?

martedì 2 aprile 2013

Silvio da di matto, mentre parte la più grande fiera delle banalità dopo il week end: si riuniscono i 10 Saggi. E Marine Le Pen vuole fidanzarsi con Grillo.


Com'è un saggio? Ve lo siete mai chiesto voi lettori della Rowling e di Hesse, di Gibran e di Tagore? Cos'ha nella testa un saggio, come veste, di cosa si ciba, da quali esperienze di vita deriva la sua saggezza? Poi, cos'è per un saggio l'amore, la morte, l'arte, la cultura, l'economia, la politica? Abbiamo iniziato a porci queste domande dopo che il presidente Napolitano ha dato la sua personale definizione di “saggio”. Oddio, non è andato davanti alle telecamere e detto: “Per me il saggio è...”. Ha fatto di più, li ha personalizzati. Non li ha descritti genericamente, ha fatto nomi e cognomi ai quali corrispondono ovviamente, tratti somatici e storie private. Inutile dire che la nostra definizione di “saggio” non corrisponde a quella del Presidente della Repubblica, ma ormai sono tante, troppe, le cose che ci differenziano dal primo degli italiani, il condomino del Quirinale. Fra queste, l'idea che Luciano Violante e Gaetano Quagliarello possano far parte della categoria. Il dubbio che qualcuno nelle alte sfere avesse letto i nostri ultimi due post, si è dissolto questa mattina con le dichiarazioni che Silvio Berlusconi ha, personalmente, rilasciato alla stampa. “Qua – ha detto Silvio – si vuole solo prendere tempo”. Lo ha capito perfino lui, figuriamoci gli altri. Ma il ragionamento di Silvio, quello che si nasconde fra le righe di una affermazione che, di fatto, brucia le due commissioni di saggi, è: “Tutti d'accordo, dal Pd ai 5Stelle, vogliono arrivare al 15 aprile per eleggere un presidente della repubblica di sinistra o, almeno, appartenente a quell'area. Io sarò fatto fuori miseramente e allora addio impunità ad libitum”. Cari amici e confratelli in italianità del centrodestra, ma vi rendete conto che, ancora una volta, il vostro leader punta decisamente a farsi i cazzi suoi e fanculo l'Italia? Vi rendete conto che a lui di risolvere il problema della disoccupazione non frega una mazza? Ma non vi chiedete perché si sia dichiarato disponibile a governare perfino con Bersani leader? L'unica strada che Berlusconi ha per salvarsi dalla galera, è la Grosse Koalition basata sul ricatto della governabilità. “Volete governare? - dice Silvio – bene, ci sto, però datemi il Quirinale”. Sta vivendo ore di terrore, il Capataz sovrano. Ha trascorso la peggiore Pasqua della sua vita, e senza uno straccio di amico che gli regalasse, dentro l'uovo, l'ennesima intercettazione telefonica in grado di tirarlo fuori dai guai. Per la prima volta, da venti anni a questa parte, Silvio sente odore di “pacco” e non sa, se non con il ricatto, come predisporre il “contropacco”, temendo un “contropaccotto” (grande Nanni Loy). L'impressione è che The Great Sages Band, abbia le ore contate. Che Silvio abbia sgamato tutto e che la sorpresa espressa dal Quirinale, per la presa di posizione netta del centrodestra, sia la conseguenza di un unico pensiero: “Cazzo, ha capito!” Intanto, dal versante M5S si viene a sapere che il nome che i Five Stars proporranno per il prossimo presidente della repubblica, sarà scelto dal popolo del web, da quella ristrettissima cerchia di internettomani, scelti personalmente dal Capo in anni di appassionato blogeraggio. Non c'è verso di sapere come entrare a farne parte, quali credenziali occorrano, chi decide l'accoglimento o meno della domanda di iscrizione (ce ne sarà una o no?) al club più esclusivo del mondo. Il M5S più che il popolo della Rete, ci sembra un popolo di eletti, categoria che da sempre ci sta cordialmente sulle palle (la sindrome grillesca, purtroppo, ha colpito anche noi). Però Beppe ha fatto colpo. È riuscito a far innamorare perdutamente di sé la signorina Marine Le Pen, che lo sta bombardando di sms per fissare un appuntamento con lui. La “noire” di Francia ha fatto outing, dichiarando apertamente il suo folle amore per il comico italiano. Al primo incontro parleranno di uscita dall'Euro, di Petain, di quel film bruttissimo intitolato Shoa, perché la Shoa è solo un film, del complotto giudo-pluto-massonico che ha messo in ginocchio l'Europa, e di un figlio da mettere in cantiere che potrebbe chiamarsi Jean-Marie, Front National, Benito. E noi dobbiamo ancora sorbirci le dichiarazioni di Crimi-Pisolo e della Lombardi-Ballarò... ma per favore, qui c'è qualcuno che vuole che Silvio governi nei secoli dei secoli. Amen.

lunedì 1 aprile 2013

Re Giorgio e la versione italiana della sindrome della Pompadour.

Jeanne Antoinette Poisson detta "la Pompadour"
… e infatti non abbiamo un Presidente della Repubblica. Napolitano è la reincarnazione di un monarca ansioso non di allargare il suo regno, ma quella visibilità che gli permetta di accreditare urbi et orbi, l'immagine di sovrano illuminato, un po' sulla scia di Machiavelli. Se fosse un cattolico vorrebbe le stimmate... Troppi complimenti, troppi giudizi positivi, troppi consensi unanimi, troppi “resta, non ci lasciare” che gli italiani (popolo sempre un po' orfano) gli urlano ogni volta che se lo trovano davanti. Eppure, abbiamo un presidente che ha firmato di tutto e di più, e che quando è arrivato il momento di dire “basta” alle firme sotto decreti vergognosi, ha di fatto commissariato l'Italia invece di sciogliere le Camere e permetterci di tornare a votare. Si è innamorato perdutamente di Mario Monti e, si sa, gli amori veri non finiscono mai. Se hai amato totalmente una volta, può accadere di tutto, ma l'amore resterà sempre. Così, nonostante il “tradimento” di candidare il suo gruppo politico alle elezioni, l'amore per Monti non è mai sfiorito, e alla prima occasione è riesploso in tutto il suo patetico erotismo senile. Che questo amore ancora duri, persista, sia forte e totale, i partiti italiani hanno impiegato ben 48 ore prima di accorgersene. Nominati i “saggi”, e ridato vita al governo Monti con un bacio, come nelle favole, i partiti (tutti meno Sel e compreso il M5S) hanno cantato le lodi del re, sottolineato la sua creatività, esaltato le doti di mediazione, santificato il ruolo di salvatore della patria. Poi è venuta la Pasqua, la pennichella post-prandiale, la lettura dei giornali (forse anche il nostro blog, visti i contatti che abbiamo avuto ieri da Roma e da Milano), le telefonate ad alto tasso alcoolico, e i leader dei partiti si sono accorti che c'era poco da cantare e parecchio di cui essere preoccupati. A parte il M5S, che già durante le prime 24 ore aveva espresso circa quattro pareri uno diverso dall'altro, il Pdl ha aperto il suo fuoco di fila prima con Alfano (dichiarazione non comprensibile visto l'alto tasso di Corvo di Salaparuta bianco ghiacciato nel sangue), poi con 2232-Cicchitto il quale ha tuonato: “Ai saggi diamo 10 giorni di tempo, terminati i quali, via al governo politico”. Gli ha fatto da sponda Dario Franceschini, che a Lucia Annunziata ha detto: “I saggi sono stati una scelta del Presidente, ma non sostituiscono il Parlamento né daranno indirizzi al Governo”. E allora a che cazzo servono? diciamo noi travolti da una improvvisa sindrome lessicale grillesca. Probabilmente a fare “le badanti”, come ha riaffermato lucidamente il comico genovese dopo una bevuta di grappa di San Marino. O più probabilmente ancora, come diciamo noi astemi per obbligo, a perdere tempo in attesa di chiudere in gloria il mandato. Sempre che la chiusura a breve dell'interregno di re Giorgio non sia un de profundis. Diciamolo, laddove c'è un re, ci devono essere obbligatoriamente le cortigiane. Però non sciacquette qualsiasi. Abituate ai regali sontuosi del Principe che ha regnato fino a qualche mese fa, le cortigiane italiane si sono fatte pretenziose, non si accontentano più delle farfalline pachistane, ora pretendono l'appartamento con annesso pagamento delle utenze. Sono diventate cortigiane di lusso, escort d'alto bordo, si sono trasformate, insomma, tutte in Madame de Pompadour. Jeanne Antoinette Poisson, detta Renette, è stata l'amante di un re più potente di tutti i tempi, in grado di incidere anche sulle decisioni riguardanti il regno. E tanto devono sentirsi oggi i partiti italiani che, reduci da anni di concubinato, si sono fatti più esosi e pretendono di governare lusingando un re che temono e disprezzano nello stesso tempo. Purtroppo a noi, parlando di saggi, ci tornano davanti agli occhi i musi di Quagliarello e Violante, solo loro due, nonostante gli altri non siano stinchi di santi. Puttane sì (con tutto l'immenso e affettuoso rispetto per la categoria), ma darla gratis no e soprattutto senza provare nessun piacere. Almeno un gemito, Presidente.

domenica 31 marzo 2013

Ricevo e pubblico. “10 Saggi, 0 sagge. Non ora, quando? Vengo anch'io, no tu no...” di Michaela Menestrina


 Mi sono chiesta molte volte perché non ho partecipato alla piazza di: "Se non ora quando?". Perché non sarebbe cambiato nulla, me la sentivo. Perché le donne hanno continuato a non contare né quantitativamente, né qualitativamente. Non ancora, non ora. Perché a decidere sono i saggi: maschi, vecchi, o tutt'al più anziani; questi i connotati dei deus ex machina che salveranno un Paese che loro medesimi hanno mandato in pezzi. Almeno questo gli è chiaro? Un semplice pensierino, che più vero di così si muore. Perché se una donna alza la testa, e indaga, ad esempio contro la violenza del maschio danaroso sguazzante nella prostituzione anche minorile, è chiamata la rossa "pasionaria" e viene impedita nelle sue funzioni lavorative (si sa lavora alla Procura di Milano), e se ne ha talmente paura che possa solo condannare ciò che va condannato, che si arriva a occupare il palazzo dove svolge la sua funzione. Perché le donne hanno continuato a morire per mano di uomini paurosi, piazza o non piazza. Ma quante! Mi sono chiesta se non ci sia un'altra via a uno slogan rimasto vuoto di freddezza razionale e ottimismo egocentrico di cui discorre il filosofo Umberto Galimberti. Nuovi vizi capitali. Urge trovarla questa via altra. Ieri mi sono chiesta perché tra i dieci saggi del Presidente non vi sia nemmeno una donna. Risponderebbero i saggi tutti a questa domanda, dalla loro ovvietà conformista, che magari ci sarebbero stati (condizionale) nomi autorevoli da mettere in campo anche tra le fila delle donne, dicasi il 52%della popolazione. Ma che volete, mica si posso bruciare "eventuali" nomi eccellenti. Perché ci sarà un dopo politico. Sempre poi, dopo, attendere. Accontentatevi della Presidente della Camera Laura Boldrini e non frignate. 
Beh, saggi incaricati: fate qualcosa questa volta. Ultima possibilità.
Il mondo delle donne, quelle che quadrano il bilancio mensile, anche se sono state buttate fuori dal mondo del lavoro, quelle che curano i vecchi, che allevano i figli, e vivono con i deus ex machina (poche) e i loro schiavi (tutte le altre), sono stanche di sopportare, di aspettare, di pazientare. Tutto ha un limite. Sappiate che la nostra dignità, la nostra competenza, la nostra capacità e la nostra bravura che continuate a buttare nel cesso, traboccherà dalle fogne. Quando? Prima che ne prendiate coscienza.
Vengo anch'io? No, tu no. Ma perché? Perché no.
Michaela Menestrina

Piccola nota pasquale con pasticcio Napolitano...

'a pastiera
Spuntano i gruppi di esperti che prendono il posto dei parlamentari eletti di recente, che non capiscono una mazza e che, litigiosi come sono, vanno guidati dai saggi. I grillini ci hanno messo 24 ore per capire che si trattava di un mezzo casino presidenziale. I portavoce sono già in bambola, in piena crisi di identità. Prima propongono una soluzione molto simile a quella adottata poi da Napolitano. Il presidente la fa sul serio e loro dicono che è un "inciucio". A stretto giro di smentita affermano solennemente: “Siamo sulla strada giusta”. Poi, consultatisi nottetempo con qualcuno che ne capisce più di loro, ritornano sui propri passi e dichiarano: “Ma cos'è questa schifezza, non c'è già il Parlamento per fare proposte?”. Insomma un delirio grillesco che Collodi non avrebbe mai neppure lontanamente immaginato. Di fatto si continua a essere un paese commissariato, Mario Monti riprende fiato e governerà a pieno titolo. Gli esperti-saggi faranno proposte da trasformare in programma e per trovare uno straccio di governo che lo porti avanti. D'altronde, i bambini a 5 stelle hanno bisogno della tata sennò non capiscono che per bere il latte occorre attaccarsi a una tetta e succhiare, non facendolo corrono il rischio di morire di inedia. Il Pd dice sì: “Non possiamo dire di no al Grand Commis”. Il Pdl dice si: “Bella soluzione quella del Presidente, la migliore”. Anche la Lega è d'accordo e d'accordo (non potrebbe essere altrimenti), è la squadra-Monti. Contraria solo Sel, che iddio la mantenga in salute, visto che il M5S è in piena sindrome autodafè. Poi leggiamo l'elenco degli esperti e ci piglia un colpo secco. Luciano Violante e Gaetano Quagliarello. Ma vi rendete conto? Luciano Violante, il revisionista della sinistra italiana, quello dei “morti di Salò e dei partigiani sono tutti uguali”, quello dell'inciucione ad libitum con Berlusconi. E Gaetano Quagliarello, il certificatore principe dell'egizianità di Ruby, il difensore a oltranza delle leggi ad personam, ad familias, ad dux. Ma Giorgio Napolitano non aveva minacciato le dimissioni? Alla sua età, un viaggio ai Caraibi senza ritorno sarebbe un toccasana...

sabato 30 marzo 2013

Sorpresa nell'uovo di Pasqua della politica: Napolitano pensa alle dimissioni. I giornalisti, sempre più frustrati, non sanno a che san Giuseppe votarsi.


Buona Pasqua, Beppe...
Nulla di fatto nel giro lampo di consultazioni del Presidente della Repubblica. Nessuno dei partiti ha compiuto il fatidico passo indietro. Oddio, forse il Pdl che, attraverso le parole del suo leader, ha detto che a lui sta bene anche Bersani, però vuole andare al Quirinale, direttamente e senza passare dal via. È a questo punto che Giorgio Napolitano ha iniziato a prendere in seria considerazione l'ipotesi di dimissioni anticipate, le sue. Il Presidente, come tutti sanno, è nel “semestre bianco”. L'unica possibilità che la Costituzione gli concede, è quella dell'ordinaria amministrazione. Nessun atto importante da sottoscrivere e nessuna decisione “di peso” da poter prendere, di conseguenza neanche lo scioglimento delle Camere. A questo punto, considerati i veti incrociati, non sarebbe possibile neppure il ritorno alle elezioni, visto che il Presidente non può compiere l'unico atto che le abiliti. C'è da dire, che le dimissioni di Napolitano non avrebbero nulla di eroico né di sconvolgente, ma sarebbero la presa d'atto di una situazione di sostanziale ingovernabilità, letale per l'Italia, e dell'urgenza di porvi rimedio in tempi brevissimi. Un rischio c'è, tornare a votare con il Porcellum. A quel punto non ci salverebbero neppure le risurrezioni di De Gasperi, Berlinguer e Pertini. Purtroppo, e questo Grillo lo sa, siamo a un punto morto, esattamente quello che sperava. I toni delle sue dichiarazioni sono tornati a essere quelli dei comizi, dei Vaffa Day, dello Tsunami Tour. Ce n'è per tutti, vivi, morti e defunti apparenti, ex fascisti ed ex comunisti, banchieri e telefonici, industriali e impresari edili e, vecchia-nuova entry, i giornalisti. Tuona, Beppe, contro la stampa italiana, al 60 posto nella classica mondiale della stampa libera, poi, però, è il primo a rifiutarne ogni contatto, ogni rapporto, definendone i rappresentanti, “frustrati”. Grillo sta, coerentemente, perseguendo gli obiettivi di Casaleggio. Non brillando per dialettica politica, abbastanza analfabeta, culturalmente un gradino sopra un accanito lettore di Chi, Beppe sa che non potrà mai arrivare al 100 per cento dei parlamentari e al controllo totale del paese. L'impressione, poi, è che nelle passata tornata elettorale abbia raschiato il fondo del barile, che il prossimo dualismo sarà fra lui e il Cavaliere, e che il popolo della destra (alias i berluschini convinti) non sono come i quacquaracquà della sinistra, che se non si fanno male da soli, non dormono tranquilli. Beppe sa che di ingovernabilità in ingovernabilità, l'Italia imploderà, affogando nella sua stessa merda, e questo gioco gli piace, tanto, immensamente: nel 2042 l'anidride carbonica prenderà il posto dell'ossigeno, che cazzo gliene frega a lui di come ci si arriverà? Ma c'è qualcuno disposto a scommettere che se si dovesse tornare alle elezioni, ci sarebbe una forza vincente? Qualcuno in grado di governare non un Paese ma le sue macerie? E cosa dirà, Beppe, ai suoi amici industriali della Marca Trevigiana quando non arriveranno i rimborsi dell'Iva e i pagamenti per le opere fornite alla Pubblica Amministrazione? Con quale coraggio potrà guardare negli occhi i ragazzi ai quali avrà rubato, anche lui con la speranza della maggioranza assoluta, un pezzo di futuro? Ma queste domande, Beppe se le pone o lascia fare a Casaleggio che sta diventando sempre di più un soggetto da manuale psichiatrico? Ne siamo convinti. L'Italia ha perso una grande occasione per tornare a essere un paese quasi normale. L'ultima.