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domenica 13 gennaio 2013

Dopo il ko a Santoro, Silvio ri-punta al Quirinale. In questo paese il male diventa il bene. Chiedetelo a Saviano, please...

Lascia sconcertati lo striscione anti-Saviano che campeggiava di fronte al tavolo della presidenza della municipalità di Scampia. Il tema in questione era il “no” alle riprese della fiction televisiva “Gomorra”, ma l’iniziativa promossa da un certo Alfredo Giacometti del Movimento Lavoratori Italiani e dal presidente della municipalità, Angelo Pisani, si è trasformata in una sorta di referendum su Roberto Saviano colpevole, a loro dire, di aver “imbrattato” l’immagine di Scampia. Ora, a parte il fatto che quel quartiere-città-fortilizio lo conosciamo molto bene, e possiamo assicurarvi che la colpa di ciò che è, non è imputabile a Saviano, sconvolge che chi combatte la camorra diventa improvvisamente il male, e se chi combatte la camorra è il male, la camorra cos’è se non il bene? Sembra un calembour, ma non lo è. È il modo ormai stranoto dei fiancheggiatori delle mafie, di gettar fango su chi prova a contrastarli. Ricordate Totò Cuffaro? “La mafia esiste perché l’ha creata l’Anti-mafia”, disse al Maurizio Costanzo Show. E quindi, se la mafia esisteva, la colpa era di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone che la combattevano. Facili e scontate le assonanze con il verbo di Silvio: “se esistono gli evasori fiscali è perché le tasse sono troppo alte”; “se la magistratura è un problema, la colpa è dei giudici”; “se gli uomini pagano le donne è perché le donne che gliela danno, vogliono essere pagate”. L’abilità dei berluschini nel rigirare la frittata pro domo loro, è quasi pari a quella di Brunetta nel dare alla Germania la colpa della crisi in Italia: inverosimile. Ma tutto questo non è servito alla premiata ditta Santoro&Co. per stanarlo tanto che, ancora ieri, i fans del Cavaliere facevano la fila davanti Palazzo Grazioli, per complimentarsi con lui per la vittoria (un ko tecnico alla decima ripresa) a Servizio Pubblico. Secondo le chiavi di lettura dei destri, insomma, Silvio ha stravinto il confronto televisivo con il suo nemico giurato, che non è riuscito a smascherarlo manco un po’. Alla fine, rivelatrice di quanto accaduto da Santoro giovedì sera, è la vignetta di Vauro nella quale sia lui, che il conduttore, apparivano contagiati dai nei di Vespa. Il passaggio da Santoro ha ringalluzzito Silvio come e quanto una overdose di Scapagnini Pill's. Gli ha ridato una fiducia nuova e la consapevolezza che, ebbene sì, il Quirinale non è poi così lontano. Il ragionamento di Silvio è semplice. “C’è la possibilità – dice lui – che alle elezioni, il Pdl e la Lega riescano ad avere la maggioranza al Senato. L’Ohio-Lombardia è con me. A quel punto il Pd sarebbe il padrone della Camera e noi del Senato, con Monti fuori dai giochi. A Bersani, una eventuale alleanza con il Professore non servirebbe a niente, se non a cedergli la presidenza del Consiglio senza peraltro risolvere il problema della nostra maggioranza al Senato. Allora, con chi conviene allearsi a Bersani se non con me? Sarebbe un patto contro natura, è vero, però lui potrebbe fare il Premier e io il Presidente della Repubblica e fanculo, per l’eternità, i miei carichi pendenti, i miei processi, le quasi sicure condanne”. Per onor di cronaca, va detto che su Silvio pendono tre verdetti al 99 per cento di colpevolezza: il processo Ruby, quello Unipol-Bnl e quello dei Diritti tv. L’unico modo che ha per non dissanguarsi ancora in appelli e parcelle milionarie agli avvocati, è assicurarsi l’impunità assoluta, almeno dal punto di vista politico. Quale soluzione migliore del Quirinale? Sette anni di immunità e poi senatore a vita. La svolta definitiva del passaggio di Silvio sulla terra. Andateci cauti con le risate. A noi, da ridere, non viene affatto.

sabato 12 gennaio 2013

Un pessimismo che si sta trasformando in angoscia. Gli italiani sono a terra. Per l’86 per cento il 2013 sarà peggio del 2012. Il restante 14 continuerà a arricchirsi.

È tutto nero. Il passato recente e il futuro. Un sondaggio della Confesercenti-Swg, fotografa una situazione al limite del ricovero in clinica psichiatrica. La diagnosi? Depressione grave. Il rimedio? Una politica appena decente. Il sondaggio ci dice anche che lo scorso anno, il 41 per cento della popolazione ha avuto problemi molto seri per arrivare alla fine del mese. Sembra che un punto percentuale di Iva conti poco, e invece... Il carrello della spesa degli italiani è aumentato in un anno del 4,3 per cento. E non stiamo parlando né di beni voluttuari né di telefonia avanzata, parliamo di cibo. C’è un dato, però, da tenere in considerazione, è la paura. E con la paura non si muove un passo, si resta fermi, immobili, ci si guarda intorno e dietro, sperando che non passi da quelle parti l’uccello padulo. La paura è aumentata a dismisura, come la rabbia nei confronti di una classe politica travolta dagli scandali e dagli sprechi, asserragliata nei suoi fortini, incapace di rimuovere i suoi privilegi. Uno pensa che gli italiani siano scemi, i milioni che hanno votato per vent’anni per Berlusconi, qualche problema ce l’hanno, ma lasciamo stare. I politici credono ancora di poterli abbindolare, ma questa volta è dura. Monti non si rende conto che il suo loden double-face è stato passato al microscopio dai reduci dell’Imu. Che non si può adoperare un linguaggio da “tecnico” e uno da “politico”. Perché se i problemi sono gli stessi, non si può cantare un giorno una canzone e il successivo un’altra. Come si può impunemente affermare che “... guai toccare l’Imu” e poi dire “...è possibile rivederlo”? Come si fa a dire che “... l’Iva al 23 per cento è un passo indispensabile” e poi “... l’Iva si può congelare”? Baggianate, son tutte baggianate, peraltro neppure di serie A. Come quelle del Divo Silvio. Inutile nasconderlo, abbiamo ripassato mentalmente Servizio Pubblico (lasciateci le nostre piccole perversioni) e ci siamo resi conto che di puttanate Silvio ne ha inanellate a catena. Dall’Imu pensata da Tremonti al complotto per far cadere il suo Governo già bocciato alla Camera; dal sostegno morale agli evasori fiscali all’abuso di decreti legge pro domo sua, Berlusconi è paragonabile, dal punto di vista della legalità, all’Attila dell’erba che non cresce, allo Joseph Mengele della teoria della razza ariana, allo Stalin dei gulag luoghi di riposo, soggiorno e cura delle acque. È stato, ed è, l’unico vero flagello degli italiani negli ultimi 150 anni e meglio di lui non è il Professore. Dopo il Grillo che corteggia i nazisti di Casa Pound e dopo il Bersani che imbarca ricchi e industriali cos’altro resta a questa nazione se non un pianto sommesso, magari sulle rovine di Roma, dell’Impero che fu?

venerdì 11 gennaio 2013

Silvio sopravvive nel cimitero degli elefanti. Macabro modo di prolungare l’agonia. E Grillo offre ospitalità agli inquilini di Casa Pound.

Sono entrambi fuori dalla storia. Uno, Silvio, è fuori dalla Storia con la “esse” maiuscola, l’altro, Santoro, fuori dalla storia meno importante, ma altrettanto significativa, della comunicazione massmediatica. Uno, Silvio, da venditore di padelle antiaderenti e di Rolex taroccati, si stampa in faccia un sorriso e non lo molla fino alla fine; l’altro, Santoro, a un certo punto perde le staffe e rimprovera il Cavaliere per “non aver mantenuto i patti”. Alla faccia del confronto libero e dell’autenticità delle trasmissioni di Santoro, se prima della lucetta rossa della telecamera si stringono accordi su cosa si può o non si può chiedere o dire. Quello di Michele Santoro a Silvio, è stato un assist alla Del Piero, non ha sbagliato un passaggio e il Cavaliere, da manipolatore sopraffino qual è, li ha infilati tutti nella porta. Lasciamo stare il merito, su quello Silvio ha dimostrato di essere sempre lo stesso, incontenibile, bugiardo. Quello che ci piace sottolineare è il metodo con il quale Santoro ha cercato inutilmente di mettere Berlusconi all’angolo senza, miseramente, riuscirci. Il Cavaliere non ha risposto praticamente a nessuna delle domande che gli hanno (molto timidamente) rivolto sia Luisella Costamagna che Giulia Innocenzi, una a testa e a occhi bassi. Poi si è divertito a dileggiare Marco Travaglio il quale, abituato ai monologhi, nel momento della pugna e del faccia a faccia, si dimostra molto meno efficace di quando scrive, fino a scomparire quando, con un filo di voce, ha detto in risposta alla “letterina” di Silvio: “I miei sono tutti procedimenti civili, non penali”. Chi si aspettava fuochi e fiamme è rimasto profondamente deluso. Chi credeva di vedere scorrere il sangue, dovrà ricorrere alla emoteca dell’Avis. Chi si aspettava una grande pagina di televisione, giocata tutta in punta di fioretto, con stoccate al momento giusto, è rimasto deluso. Non siamo d’accordo con quanti danno Berlusconi vincitore del confronto perché di confronto, ieri sera, non c’è stata traccia. Ci siamo trovati davanti due attrezzi e mezzo di una repubblica che sta esalando l’ultimo respiro. Una politica vecchia e omertosa e una informazione che non regge il colpo e che tira fuori argomenti datati per dar luogo a non risposte. Gli unici momenti di realtà sono stati i servizi da Lumezzane, ridente cittadina industriale del bresciano, che Silvio ha ribattezzato sul momento “Lumezzano”, dando l’ennesima dimostrazione di non sapere di cosa parla. Momenti di vita vera, di crisi vera, di un mondo che venti anni di berlusconismo ha stravolto prima e distrutto poi. Il resto è stato un delirio di luoghi comuni, di frasi fatte, di tentativi goffi di mettersi reciprocamente nel sacco. Tremonti e Brunetta, e i loro deliri, potevano essere i piedi di porco per scardinare la cassaforte di menzogne del Cavaliere, ma né Santoro né gli altri di Servizio Pubblico, con Sandro Ruotolo nel ruolo del cronometrista, ne hanno approfittato, salvando ancora una volta ciò che resta di un uomo che possa definirsi tale. Una bruttissima pagina di televisione e di politica, e la conferma del perché Silvio ha retto per un periodo così lungo: la assoluta mancanza di competitor. Poteva, e doveva, essere l’occasione per affondare definitivamente una carcassa rolleggiante sul mare, è stato invece il momento in cui alla carcassa hanno fornito i palloni salvagente. Ma ancora più deludente della trasmissione di Santoro, è stata la dichiarazione di ieri di Beppe Grillo, il quale ha detto agli inquilini di Casa Pound: “Se lo volete, benvenuti nel M5S”. Caro Beppe, non hai proprio capito un cazzo.

giovedì 10 gennaio 2013

Silvio uno e trino: apre ai gay e alle coppie di fatto, bastona le “giudichesse” comuniste e femministe, dà del “finto” a Monti. E stasera il grande show da Santoro.

Ormai non lo ferma più nessuno. Quando Silvio parte sgomma, come il Trota con la Ferrari pagata dalla segreteria confederale della Lega. In alcuni momenti diventa irrefrenabile, un po’ perché altrimenti non se lo fila più nessuno, un po’ perché l’istituto della provocazione greve, è entrato di diritto nel lessico guerrafondaio del miglior presidente del consiglio degli ultimi 150 anni. Silvio lancia fendenti. Se potesse, e se Gnazio fosse ancora ministro della Difesa, si farebbe regalare un lanciafiamme, e via con il fuoco purificatore contro il tribunale di Milano, la stampa comunista e sfascista, la vagonata di ex concubine che costano un fottio di euro per tacere, una moglie esosa, la Chiesa che lo ha abbandonato a se stesso e il mondo crudele che proprio non lo capisce. Ma non potendo adoperare gli stessi mezzi di Putin, Silvio si affida alle parole, anche se nutriamo la segreta speranza che si possa presto riconciliare con un uso corretto della lingua italiana. Il fatto è che, mentre fino a qualche mese fa nessuno aveva il coraggio di rispondergli, oggi come apre bocca parte la contraerea. Silvio lo sa e non smentisce manco più, a lui bastano i titoli dei giornali e che la gente sappia che è vivo, vegeto, vispo e pronto alla pugna. Così, dalla procura della repubblica di Milano, parte una risposta piccata del presidente della Corte d’appello e da quello del Tribunale che, in poche parole, gli dicono: “Guarda, pirla, che sulla terzietà del collegio giudicante non hai proprio nulla da dire. Il dissenso manifestalo sul contenuto e ricorri, se vuoi, altrimenti facci il favore, taci”. Ovviamente Silvio non ha risposto, con buona pace di Vespa-Rockfeller (il corvo, non il banchiere) che gli avrebbe dedicato una puntata di Porta a Porta prona, linda e con la colonna sonora di Dallas a far da sottofondo. Maurizio Crozza deve aver contagiato anche l’ex premier che, in ogni dove, non perde l’occasione per dare a Mario Monti del “finto”. Lo sappiamo, Silvio è uno verace, non disdegna le volgarità né le bestemmie contestualizzate, però è anche uno che ha trascorso buona parte della sua vita in mezzo ai lustrini e alle paillettes, un uomo di televisione che sa riconoscere il vero dal falso; questa è la ragione per la quale continua a sparare cazzate senza pudore. Lui la falsità la sente a naso, come Gordon Ramsay il curry, e dirlo di Monti non è che la conferma indiretta di quello che pensiamo dall’ormai 16 novembre dello scorso anno: Monti è una specie di trumeau del ‘700 venduto a Portobello Road. Ma tutti i nodi verranno al pettine questa sera. Silvio andrà nella tana del leone, da Michele Santoro, a Servizio Pubblico. “Non potevo fare un torto al mio amico Marco Travaglio”, ha detto Berlusconi mettendo una mano sulla fondina della 44 Magnum e l’altra abbassata a tastare i regi attributi. La scusa è che Santoro gli assicura un passaggio in prime-time che altrimenti nessuno gli avrebbe dato (o potuto dare). La ragione vera è che questa sera La7 rischia un’audience da finale del campionato del mondo di calcio con la nazionale italiana impegnata. A chi ha più pelo nello stomaco che in testa, cosa volete che gliene freghi di rimediare una figuraccia? Comunque vada, sarà un botto.

mercoledì 9 gennaio 2013

Il Pdl non molla gli inquisiti: tutti a Napoli. E Monti dichiara: “Sono dalla parte della gente comune”. A Bruxelles stanno ancora ridendo, dopo aver bocciato l’Imu.

Leggere l’elenco dei candidati del Pdl a Napoli è come scorrere il bollettino dell’ufficiale giudiziario: tutti pignorati (dalla legge). Cosentino, Cesaro, Verdini, Milanese, sono tutti lì, inamovibili e pronti a far pesare, nel delicato rapporto che hanno con la magistratura, ancora una volta la loro impunibilità. Se qualcuno pensava a un diverso modo di intendere la politica da parte di Berlusconi, dovrà fare un passo indietro e prepararsi a rivivere un incubo: stessi alleati, i leghisti, stessi candidati, gli inquisiti. L’unico mezzo passo indietro, Silvio lo ha fatto nei confronti di Marcellino Dell’Utri, che ha affidato alle braccia accoglienti di Miccichè in Sicilia, praticamente un ritorno a casa (nostra). Purtroppo, come ormai storicamente accertato, Silvio ha un pessimo rapporto con i magistrati, soprattutto con quelli che non si chiamano Metta. E quindi ritiene che tutte le accuse che vengono mosse nei suoi confronti, o contro i suoi accoliti, siano il frutto di una vergognosa congiura delle toghe comuniste, alle quali ha aggiunto, nelle ultime ore, quelle femministe, che lo hanno condannato a pagare 200mila euro al giorno alla ex consorte. Forte del presunto 31 per cento che gli danno i suoi rosei sondaggi, Berlusconi è tornato a tuonare. A minacciare commissioni d’inchiesta (la Mitrokin ce l’abbiamo ancora sul gozzo e a libro paga), a offendere tutti coloro che gli si pongono di traverso sul cammino del rinnovamento dell’Italia. Dopo essere stato proditoriamente abbandonato dalla Chiesa o, meglio, dal Vaticano, Silvio è stato colto perfino dalla sindrome liberale, aprendo ai gay, alle coppie di fatto, ai matrimoni fra appartenenti allo stesso sesso. Non ha ancora annunciato la riapertura dei casini perché il piano regolatore di Monza non prevede privè ad Arcore, altrimenti... Piena zeppa di ex berluschini, invece, è la lista Monti, quella definita “Agenda per l’Italia”. Dentro c’è Polifemo Mario Sechi, il direttore del Tempo che, fino a ieri, si sbracciava come un ossesso a difendere Silvio in ogni dove, e c’è la nostra corregionale Valentina Vezzali, la pluricampionessa olimpica, passata alle cronache per aver detto, senza pudore alcuno a Silvio: “Presidente da lei mi farei toccare”. Ma avendo solo una seconda di tette, Silvio non la ritenne all’altezza di tanto regale, palpeggiante godimento. Ma la battuta migliore di queste ore è di Mario Monti che ha detto: “Io sto dalla parte della gente comune”, provocando una risata che si è sentita fino a Bruxelles dove, nel frattempo, la UE bollava l’Imu come tassazione non equa. Pur non guardando Ballarò per una nostra personalissima fisima (fermandoci alla prima pagina di Crozza), ieri sera abbiamo appreso dai sondaggi di Pagnoncelli, che dopo l’alleanza con Silvio, la Lega ha avuto una leggera contrazione, che porta l’alleanza di centrodestra a un 23 per cento che è sempre meno del 31 sbandierato da Silvio. Decisamente meglio sta il centrosinistra che arriva quasi al 40 per cento sia alla Camera che al Senato. In calo Beppe Grillo, mentre il colore Arancione di Ingroia e De Magistris, a primo colpo, è intorno al 5 per cento. Sinistra estrema non pervenuta. Il rischio serio che stiamo correndo è quello di tornare a votare in primavera. Se l’aria è questa, stiamo per affrontare una campagna elettorale lunga mesi, altro che presidenziali americane durate due anni! Quello che ci chiediamo, e chiediamo ovviamente ai competitori è: l’Italia può permettersi tutto ciò? E soprattutto, può permettersi, come ha detto sibillino Vuolter Veltroni, che chi scende in politica in questo momento lo fa solo per i suoi interessi? La risposta è semplice, no, non possiamo. Ma questo non è il paese dove la logica impera. Mica siamo (meno male) la Germania.

martedì 8 gennaio 2013

Pdl e Lega ancora sposi, un “sì” per l’eternità. Bersani dà del “demagogo” a Mario Monti. Toh! Se n’è accorto...

Non poteva che finire così: il Pdl e la Lega uniti dal sacro vincolo dell’alleanza. Sono troppo simili per non correre  insieme. Maroni, in fin dei conti, è lo Storace del nord; il romano alza il braccio destro, il nordico il gomito durante le cene con le bistecche d’orso. Ma sono uguali anche dentro, in profondità. Sono insofferenti, arroganti, volgari, ignoranti, pressappochisti, razzisti, furbetti della peggior specie, falsi, profittatori e devastatori del bene comune. Sono settari, incivili, violenti e bugiardi come tutti coloro che per fare carriera s’inventano curricula pieni di meriti, spesso altrui, e di lauree comprate in una università albanese qualsiasi. Apparentemente sono duri e puri ma poi, nella sostanza, arraffano tutto ciò che gli capita a tiro benedicendo la fortuna che gli è capitata. Non sapendo fare un cazzo nella vita, si sono dati alla politica, e che l’Italia stia come sta, a loro non frega una mazza, l’importante è portarsi a casa tutto il possibile in attesa che la fortuna passi. Sono politici senza meriti e senza passione, se non per loro stessi, sono fanatici, questo sì, e con il fanatismo non si va da nessuna parte, neppure al Bar dello Sport di Adro a giocare a carambola. Un po’ come gli alfieri del “montismo”, i fautori del nuovo classismo, gli amici dei poteri forti e dei commercianti di carta straccia. Appena smessi gli abiti dell’unto delle agenzie di rating, Mario Monti ha mostrato il suo volto vero, quello di un tecnocrate che non ha nessun rapporto con la realtà che lo circonda, e che spinge le signore pensionate a gettarsi dal balcone di casa dopo avergli decurtato l’assegno mensile di 200 euro. Monti non sa nulla della vita reale. Preso dai prospetti e dai bilanci, dalle quotazioni di borsa e dalla fluttuazione dello spread, se ne fotte di chi tira a campare (male), sotto la soglia di povertà, sotto il livello minimo di dignità che ogni cittadino dovrebbe avere per continuare a considerarsi tale. Lui è il riformatore, lui il “nuovo”, lui il salvatore dell’italianità, lui l’unico che ci capisce di economia e che dialoga, dandosi del tu, con i leader europei e con MorganStanley. Monti è un robot del quale un comico, Maurizio Crozza, ha capito tutto, e lo rende al pubblico proprio come il Professore è nella vita piatta e monotona di tutti i giorni, un anaffettivo che se ne sbatte le palle degli altri. Bersani, finalmente, c’è arrivato. “Mario Monti è diventato un demagogo”, ha detto Piergigi dopo aver sentito le dichiarazioni del Professore che contraddicevano quanto ha fatto al governo durante questo hannus orribilis. E se lo ha detto Bersani, vuol dire che Monti la sta facendo proprio fuori dal vasino anche perché, subito dopo, accortosi di aver esagerato, Piergigi ha specificato: “Ma con lui occorrerà dialogare subito dopo le elezioni”. Malato di centrismo, il segretario del Pd forse non si è ancora reso conto che dal maggiordomo di Marchionne non si può, e non si deve, tirar fuori un ragno dal buco, che è meglio lasciarlo perdere, che Monti incarna tutto quello che la sinistra ha sempre combattuto. Se possibile, il Professore è peggiore del Berlusconi che si candida a guidare il dicastero dell’Economia (“meglio lo Sviluppo – ha detto Tremonti – l’economia è troppo complicata”). Perché, se Silvio il male che ha fatto all’Italia lo ha spesso improvvisato, pensando solo agli affari di famiglia, Mario Monti è un chirurgo dotato di una precisione millimetrica: quando si tratta di recidere la giugulare dei pensionati e dei dipendenti a reddito fisso, non sbaglia un colpo. Ieri Nichi Vendola ha presentato la sua squadra. Tutte persone degne, da sempre impegnate, nessun quacquaracquà. Spicca, ovviamente per noi, la presenza nelle liste di Sel, di Giorgio Airaudo. Il vicesegretario della Fiom è l’unica persona per la quale voteremmo andando alle urne consapevoli di votare “per” e non “contro”. Airaudo (e la Fiom) fa parte di quella sparuta cerchia di esponenti del mondo politico-sindacale che non abbassano mai la testa, che procedono per la loro strada sapendo di pagare sempre, di persona, le posizioni che assumono. Prendete la Fiom, pur di continuare a difendere l’Articolo 18 della Costituzione (italiana non turkmena), si è presa le peggiori legnate da tutti, compresi gli amici. Le hanno sparato addosso Berlusconi e Monti, Fini e Casini, tutto il Pd e perfino il segretario della Cgil, la signora Camusso. Marchionne identifica Landini con Belzebù, mentre il presidente Napolitano, ha richiamato spesso il sindacato dei metalmeccanici, a più miti pretese. Ecco cosa accade in Italia quando si cerca di difendere la dignità non solo del lavoro ma delle persone. Ecco cosa accade in Italia quando il peccato originale si chiama coerenza. Tenetevi pure i santi, i banchieri, i finanzieri e i colletti bianchi. Noi continueremo a preferire una sana, pulita e coerente tuta blu.

lunedì 7 gennaio 2013

L’insostenibile leggerezza delle falsità. Dall’Imu non più intoccabile agli elettrodomestici della Lega, la politica italiana continua a far ridere il mondo (e una parte di Marte).

Conferenza stampa del Presidente del Consiglio: “Guai a toccare l’Imu, nel giro di un anno occorrerebbe rimetterla raddoppiata”. Conferenza stampa dell’ispiratore dell’Agenda Monti: “L’Imu si può modificare, l’Iva congelare, le tasse abbassare”. Chi dei due ha ragione? Il testimonial dell’Avis o il politico che sale in campo per il bene dell’Italia? Boh! Chissà chi lo sa? (Così rendiamo omaggio anche a Febo Conti). Il fatto è che la politica ha le sue regole e sotto elezioni le regole della politica si rivestono di un nuovo linguaggio: più suadente, più accondiscendente, più ruffiano. Gli italiani, dopo venti anni di berlusconismo integrale, questo giochetto dovrebbero averlo capito, quanto meno sulla loro pelle. Invece sembra che ogni volta si debba ricominciare daccapo a spiegare che così non va, proprio non va. Insomma, i tabù del Professore, in campagna elettorale, sono diventati un po’ meno tabù, tanto che viene da chiedersi se sia stato proprio indispensabile pensarli e poi introdurli. In campagna elettorale tutto diventa all’improvviso possibile. Perfino che Brunetta aumenti la sua “statura” accademica e che Beppe Grillo si decida ad ascoltare anche i suoi militanti oltre che Nostradamus Casaleggio. In campagna elettorale si modifica il dna dei politici made in Italy: se li chiami rispondono, se gli chiedi un consiglio te lo danno, una raccomandazione te la fanno, un posto di lavoro part-time, e con contratto a termine (campagna elettorale), te lo trovano. Improvvisamente diventano tutti Babbo Natale o, come nel caso della Santanchè, la Befana, e la loro borsa si allarga a tal punto che sembra una fisarmonica novanta tasti. Scoprire poi che i soldi che escono fuori dalla fisarmonica sono i nostri, ci fa girare un po’ le palle, ma tant’è. Ieri sera, per oltre tre ore, Riccardo Iacona (a proposito, ben tornato), ci ha fatto viaggiare nel pianeta Lega. E scoprire cose che voi umani non avete mai visto né vedrete mai. Un partito di nordisti, che si mette nelle mani di un amico delle ‘ndrine, altro non può essere che un “non partito”. Un partito di gente perbene, che mette a carico della comunità anche le cartucce del fucile da caccia, non può essere un partito ma una cosca. E Iacona non ha potuto affrontare, per ragioni di tempi strettissimi, l’ultimo scandalo, quello del gruppo leghista al Senato, altrimenti il cerchio, stavolta non magico, si sarebbe chiuso. Dopo le dimissioni del governo Berlusconi, Federico Bricolo, capogruppo della Lega Nord al Senato, è stato colto da una crisi di smarrimento. Si è sentito perso e ha dato di matto, iniziando a elargire ai colleghi denaro cash, buoni per l’acquisto di elettrodomestici e pagamenti vari pur di non rimettere a Via Bellerio (travolta dallo scandalo Belsito) gli avanzi del bilancio del gruppo. Si viene così a scoprire che, sempre Bricolo, si faceva pagare l’affitto dell’appartamento romano, più una sommetta per le spese condominiali e varie. Si viene a scoprire che ai suoi fedelissimi, concedeva un bonus mensile di qualche centinaio di euro e che al senatore Calderoli, non più ministro, compensava la perdita di indennità, con un assegnuccio mensile di 2000 euro, più il pagamento dell’utenza telefonica Tim. Il bilancio tutto sommato regolare, che il gruppo teneva prima della caduta del governo di Silvio, subito dopo diventa un puttanaio di conti correnti nascosti e paralleli, di pagamenti in contanti dietro la firma di ricevute prestampate, di prebende non dovute né regolarmente contabilizzate, insomma, un magna magna e un arraffa arraffa che non ha precedenti né nella storia della Lega né in quella di altri gruppi senatoriali, Pdl incluso. E la ladrona è Roma. La storia è presto detta, abituati alle brume del Nord, attraversato il Po, i leghisti imbarbariscono, perdono il loro dna celtico e si meridionalizzano, diventando tutti mariuoli, sciuscià e borseggiatori negletti quanto imbranati. La trasformazione è repentina, lasciato alle spalle il Divin Fiume, si attaccano alla boccetta di Jekyll ed ecco Mr. Hide, con tanto di bastone e ghigno luciferino, pronto a dar fondo ai danè pubblici con grande sollazzo degli allevatori ai quali, per anni, la Lega ha fatto pagare dallo Stato le multe della UE. A quel che resta della Lega, rimane solo l’alleanza con Silvio. Lui sa. Lui capisce.

domenica 6 gennaio 2013

Nel Pd si litiga per i posti in lista. Nel M5S pure. IL Pdl arranca. Monti fa i conti e la Lega affoga nell’ennesimo scandalo: sotto accusa tutto il gruppo al Senato.

Partiamo dalla fine. Certo che l’aria di Roma deve aver fatto malissimo ai viking padani. Se la definizione “ladrona”, è stata per anni la tag della politica bossiana, qualche ragione doveva pur esserci. Ma più che l’aria di Roma, a nuocere deve essere il clima che si respira a Palazzo Montecitorio e a Palazzo Madama che obnubila le menti e riempie le tasche. L’ultimo scandalo che sta investendo in queste ore gli adoratori di Odino, è quello relativo ai fondi del gruppo senatoriale. Dal novembre scorso, Manuela Maria Privitera, segretaria del tesoriere Piergiorgio Stiffoni, sta fornendo ai pm romani le prove della gestione allegra del gruppo leghista a Palazzo Madama. “Prove”, significano pezze d’appoggio, ricevute, bonifici, carte e documenti che testimoniano come lo stesso gruppo si faceva carico di pagare affitti e spesucce varie ai componenti di maggior spicco. In testa il capogruppo Bricolo, a seguire i suoi fedelissimi Mazzotta e Bodega, ultimo della lista il teorico della parola “stronzo”, Roberto Calderoli al quale, la signora Privitera, consegnava ogni mese 2000 euro in contanti, però, dietro regolare ricevuta. Cosa ci facesse con 2000 euro il senatore Calderoli (pure ministro), non si sa, quello che è certo è che bastava la sua firma su una ricevuta per intascarli e amen. Di sciupii, la magistratura romana ne sta scoprendo a vagonate. Il risultato è che i cappi e i cartelli inneggianti alla legalità, all’onestà e alla probità, che per anni sono apparsi in tutte le aule della Repubblica, oggi appaiono una solenne presa per il culo mediatica, visto che venivano puntualmente pubblicati sui giornali di tutto il mondo libero e perfino di qualche pianeta vicino. A questo punto crediamo che a Maroni non resti che accettare la proposta di matrimonio di Silvio, fra simili ci si intende solitamente alla grande e, dove non può la condivisione ideale, arriva la furfanteria.
Nel Pd si litiga per entrare in lista, altro che far parte dei finalisti del Festival di Sanremo! I protagonisti della politica pidina nazionale e periferica, non demordono, anzi, s’incazzano e denunciano estromissioni forzate volute dal komintern, ad esempio i montiani e i renziani. Come dire: i nodi stanno venendo al pettine. Il problema è che, primarie o non primarie, Bersani ha dalla sua un listino talmente vasto che era ovvio che, nelle province, venissero paracadutati personaggi designati dalla segreteria nazionale. D’altronde, da che politica è politica, in Italia i siciliani hanno sempre dovuto votare per un paio di romani, così come i lombardi, i veneti, i molisani, i marchigiani, qualche abruzzese e perfino i sudtirolesi. È vero, questa volta si pensava che almeno il Pd rinunciasse alla consuetudine, ma un po’ per ragioni di fedeltà, un po’ perché, anche se i privilegi non sono così sfacciati come quelli di qualche mese fa, ci sono sempre, per cui vale la regola che è meglio fare politica che andare a lavorare, magari in un altoforno, magari in una catena di montaggio, magari all’azienda municipalizzata monnezza e affini. E poi ci sono tanti parenti e amici da sistemare, come si fa a mollare tutto? Noi viviamo in un posto in cui il Pd sembra una confraternita. Difficilissimo entrarci, quasi impossibile. Però, una volta dentro, ci si sente un po’ padroni del piccolo mondo antico locale, posti di lavoro a gogò e anche se uno non sa fare una mazza, lo mettono a gestire spazi nei quali non può far danni, quello che conta è lo stipendio a fine mese. Sarà perché la disciplina del “nostro” Pd è molto simile a quella del vecchio Pci, nessuno viene lasciato col sedere per terra, tutti vengono riciclati e, perfino quando arrivano all’età della pensione, una collaborazione da 500/600 euro al mese, gliela trovano. Perché occorre ricordare che un under diciotto non vota, un ultrasettantenne sì. Nel M5S le cose non vanno meglio. Anche se il movimento di Grillo non ha ancora l’anzianità di servizio dei pidini (o dei democristiani di lungo corso), si litiga lo stesso, si litiga alla grande, nonostante i profeti, i maghi del web, le casalinghe disperate, i disoccupati cronici e nonostante il Beppe nazionale abbia dichiarato che un onorevole del suo Movimento non prenderà più di 2000 euro al mese. E vi sembrano pochi? Mario Monti è alle prese con le sue liste. Non ci sta dormendo la notte. Lui, che si spaccia per il “principe dei riformatori”, sta correndo il rischio di presentare la sua newage con Fini, Casini, Buttiglione, Cesa, Frattini e con i peggiori, vetusti attrezzi parlamentari, combattenti e reduci, della Prima Repubblica. E noi dovremmo andare a votarli? Sì, ‘ndo culo.

sabato 5 gennaio 2013

Scelta Clinica: con Monti per l’Avis.

Casaleggio non lo sa, ma la storia ci insegna che paragonarsi a Gesù Cristo porta una sfiga della madonna. Lo fece John Lennon appena sbarcato a New York parlando della fama dei Beatles, e tutti sanno com’è andata a finire. Riproporre lo stesso paragone al Guardian (nessuna intervista a un giornale italiano, please), non sappiamo fino a che punto possa giovare al M5S che, ci dicono, è retrocesso dal secondo al terzo posto, dopo il Pd e Monti. Comunque affari suoi, noi, sommessamente, ci permettiamo di avvisarlo. Finalmente è uscito il simbolo della crociata pro-tagli e banche del Professore, messo a punto dalla stessa agenzia che cura la comunicazione di Nichi Vendola, alias il “Conservatore”. Pulito, essenziale, fondo bianco, il tricolore stilizzato che, chissà perché, ci ricorda la scia di un F15, a Mario Monti mancava solo il berretto con visiera delle Frecce Tricolori e poi l’incontro con i giornalisti si sarebbe trasformato in un Risiko. Durante la solitaria conferenza stampa, una sorta di one man show, Mario Monti ha delineato quella che sarà la sua campagna elettorale: lista unica al Senato, rappresentata dal simbolo presentato ieri, e tre liste alla Camera, la sua, quella di Fini (con su il nome dell'ex pupillo di Almirante) e quella di Pierfy Casini il quale, se non vede il suo cognome stampato sui manifesti, viene colto da una incontrollabile crisi di visibilità. Bisognerà attendere invece martedì, per conoscere i nomi dei candidati montiani doc, c’è prima il “vaglio Bondi”, quella specie di certificazione di qualità che il Professore ha preteso per dare l’avallo a chicchessia, per presentarsi con lui. Si fanno bei nomi, ci sarà tanta società civile, gente immacolata, fior di professionisti, fini dicitori, facce nuove e pulite, oxfordiani di risulta, futuri senatori e deputati di provata fede cattolica (certificata dal parroco e dal vescovo della diocesi di appartenenza), possibilmente con una sola famiglia, di tendenze rigorosamente etero, con un forte senso di appartenenza allo Stato, ma non necessariamente alla Costituzione, discretamente omofobi, con una necessaria, pur se limitata, conoscenza del mondo finanziario e bancario e, per concludere, con l’indispensabile pelo sullo stomaco per fingere di curarsi solo degli interessi della nazione. A questo punto, l’attesa per conoscere il dream-team del Professore è spasmodica. Si parla di Ichino, ma anche di un ripescaggio all’ultimo minuto di Corrado Passera, mentre sembra senza possibilità di riuscita la candidatura di “occhibelli” Franco Frattini: su di lui pesa la cittadinanza onoraria egiziana data a Ruby. C’è da dire che la conferenza stampa di Mario Monti al Plaza, è durata dieci minuti, che non ha accettato domande, rinviando alla diretta di oggi su Twitter il confronto con quanti siano interessati alla sua lista. Si è però rifatto abbondantemente in tv, a Otto e mezzo, da Lilly Gruber. In quella sede il Professore ha parlato, madonna quanto ha parlato, e ha detto anche cose interessanti. Come quella di non aver sentito l’appello che gli ha rivolto Berlusconi di dimettersi da senatore a vita. Male che gli vada, piuttosto che tornare a fare il rettore alla Bocconi, il Professore preferisce uno scranno fisso a Roma. Volete mettere il fascino del Ponentino!

venerdì 4 gennaio 2013

Silenzio, parla Monti. Mario Monti.

Il Professore pretende, anzi ordina, il silenzio. Zitto Bersani, zitto Fassina, zitto Landini, zitta la Camusso, zitto Vendola, zitto Silvio (che esprime giudizi “volatili”), zitto Brunetta (che ha una elevata “statura” accademica). O il Professore è stato colto dal classico delirio di onnipotenza, che colpisce chi pensa (crede) di volare un metro sopra gli altri, o è completamente prigioniero delle sue verità senza rendersi conto che, per l’appunto, sono le sue. Ha iniziato a sparare, il Professore, altro che aplomb oxfordiano. Sta tirando fuori pallottole dum-dum a ogni intervista, quei proiettili auto-esplosivi che colpiscono indifferentemente a destra e a sinistra, dimostrando che tutte le armi sono profondamente sceme, compreso chi le usa. Il presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, l’esimio Sergio Zavoli del Processo alla tappa, ha stoppato l’ennesima comparsa di Mario Monti sulle tv, impedendogli di partecipare all’Arena di Massimo Giletti, come invece ha fatto, con scarso successo, Silvio Berlusconi. E invece questa volta sarebbe stato interessante ascoltarlo, soprattutto con un giornalista meno accondiscendente. Perché al Professore bisognerebbe chiedere cosa ne pensa dell’inflazione media salita al 3 per cento nel 2012, il massimo dal 2008. Al Professore chiederemmo perché il carrello della spesa degli italiani è più caro del 4,3 per cento, a fronte di un calo del potere d’acquisto delle famiglie calcolato (dal Codacons) in 1.048 euro. Chiederemmo, al Professore, perché la percentuale di disoccupazione giovanile è al 35 per cento e perché, invece di investire nella crescita, nello sviluppo e, quindi, nell’occupazione, ha deciso di devolvere 3 miliardi e mezzo di euro al Monte dei Paschi e 2 miliardi e mezzo a Morgan Stanley. Chiederemmo, sempre al Professore, perché in Italia non è applicabile una patrimoniale sui grandi redditi e perché il 15 per cento dei capitalisti detiene il 70 per cento della ricchezza nazionale complessiva. Chiederemmo, sempre al professor Monti, per quale ragione la signora Alessandra Mezzetti deve dare 700 euro a Sicurezza e Ambiente, per lavare il sangue di suo figlio, deceduto in un incidente stradale, dall’asfalto. Chiederemmo al Professore, a che titolo l’Aeronautica Militare ha preteso l’acquisto degli F15. Per andare a bombardare chi? e cosa? per caso l’articolo 11 della Costituzione? Chiederemmo a Mario Monti, perché è andato a Pomigliano d’Arco a legittimare l’opera del più grande tagliatore di teste operaie degli ultimi 150 anni. Forse perché Marchionne ha consegnato (finalmente) a lui il piano industriale della Fiat in piena sindrome Panda? Chiederemmo, infine, al Professore, che rapporti ha con le agenzie di rating internazionali, con il Gruppo Bilderberg, con i rockfelleriani d’oltreoceano e, più in generale, con le banche, verso le quali sembra avere quasi un’attrazione orgasmatica. D'altronde c’è chi gioca una sana partita al cinque contro uno con il poster di Belen nuda e chi con i prospetti grafici dei bilanci. Questione di gusti. È solo una misera questione di gusti.

giovedì 3 gennaio 2013

L’Italia degli spioni: attenzionati i pm del “trattatuni”. E Monti: “Più crescita, meno tasse”. Che vi ricorda qualcuno?

Questo è proprio il Paese di gente che non sa farsi i cazzi suoi, la nazione che se dici: “Denuncia gli sprechi della pubblica amministrazione”, a finire sotto inchiesta è il capufficio un po’ stronzo, che s’incazza se durante l’orario di lavoro leggi il giornale. E poi è l’Italia dei dossier, delle intercettazioni trilaterali, delle soffiate insomma, è l’Italia dei segreti di Pulcinella. Ovviamente non stiamo parlando dei segreti di Stato perché quelli, come ormai si sa, finiscono nella tomba insieme a chi li custodisce. A Nino Di Matteo, uno dei pm che con Ingroia ha seguito la trattativa fra lo Stato e la mafia, nei mesi scorsi è arrivato un plico, griffato Repubblica Italiana, nel quale sono contenute parecchie rivelazioni scottanti, se si tratti di verità o di mezze menzogne i magistrati lo stanno verificando. Ebbene, nel dossier c’è scritto che i magistrati sono regolarmente spiati, che la famosa Agenda rossa di Paolo Borsellino è stata rubata da un carabiniere subito dopo l’attentato, e indica dove andare a cercare altre prove della trattativa-vergogna. L’anonimo estensore del dossier, fa anche i nomi di alcuni uomini politici dell’epoca che, della trattativa, sono stati parti diligenti e attive. Ovviamente, è iniziata un’indagine a tappeto per verificare se le notizie fornite da una persona anonima, ma “molto addentro ai fatti”, siano vere oppure rappresentino l’ennesimo tentativo di depistaggio. Ne conosceremo a breve l’esito, quando per le strade di Palermo e di Roma si sentiranno le sirene a distesa della Polizia e dei Carabinieri in cerca di mariuoli importanti. 
Intanto il Professore è in piena campagna elettorale. Un po’ meno super partes di quanto volesse far credere, Mario Monti imperversa nelle trasmissioni televisive e radiofoniche come e meglio di Silvio. La differenza fra i due, è che il Professore, da gran signore, non s’incazza con il giornalista di SkyTg24, che interrompe le risposte dell’ex miglior premier degli ultimi 150 anni, per mandare la pubblicità, un fatto sul quale, però, Berlusconi che ne è stato l’inventore italiano, non potrà mai protestare: la pubblicità è l’anima del commercio, anche di quello dei voti. Che il Professore sia in piena corsa, è un dato di fatto inequivocabile. In un altro momento non si sarebbe mai sognato di dire “Più crescita, meno tasse”. Ora lo dice perché sa che dall’altra parte, più leggermente spostato a destra, c’è un tizio che le tasse promette addirittura di abolirle. Questa faccenda che il Professore si stia proponendo come il più grande riformista-riformatore della storia italiana recente, onestamente ci fa un po’ ridere. È vero che non è affetto da “economia creativa” come Giulio Tremonti, ma uno che arriva al governo e prende i soldi dove sa che ci sono, non ci sembra un mostro di intelligenza né un fulmine di genialità economico-finanziaria, ma uno normale. E per quale motivo gli italiani dovrebbero votare per uno “normale”, anche se protetto da SS. Madre Chiesa? Perché lo vuole la Provvidenza o perché, sennò, Gesù Bambino piange? E non siamo che all’inizio di questo 2013. La fine sarà anche peggiore.

mercoledì 2 gennaio 2013

Mario Monti: “Io sto con le riforme”. Sì, di gas, assicurazioni, multe e canone.

E vai con la cura da elefante! Il Professore non ha neppure finito di rispondere alle domande di un cronista radiofonico, che l’Adusbef ha già calcolato quanto costerà in più, alle famiglie italiane, il 2013. Sembra quasi che tutto congiuri per il ritorno di Silvio perché, ultima chiacchierata di questa mattina, “con lui si stava molto meglio”. Fallo capire agli italiani che non è proprio così, ma non c’è niente da fare, quando sembra morto, Silvio risorge sempre e per merito degli altri. A parte le imposte sui conti correnti bancari, che scatteranno subito, le famiglie del nostro Paese si troveranno a dover sopportare una serie infinita di aumenti. Il gas, le assicurazioni, le multe, il canone televisivo e, da luglio l’Iva, saliranno percentualmente in modo da, tradotto in euro, pesare per oltre 1500 euro, di media, a nucleo. Più che di rigore, caro Professore, ci consenta di parlare di rigor mortis perché di sangue, in Italia, non ce n’è proprio più. Stiamo aspettando, ovviamente, la riforma sanitaria mentre quella delle pensioni, la cosiddetta “riforma Fornero” (dal nome del prossimo premio Nobel per l’Economia Stracciona), è entrata già in vigore da ieri. Si lavorerà di più (la vita media è aumentata, e lo Stato non può pagare pensioni a mangiapane a tradimento) e si prenderà di meno, tanto, con la sobrietà imposta alla quale gli italiani si sono forzatamente abituati, pane e cipolla vanno benissimo, questione di calorie. Chissà perché, però, le statistiche ci dicono che i ricchi, anche in un anno di crisi profonda come quello appena trascorso, sono diventati ancora più ricchi. Inutile ricordare che è cresciuta la percentuale della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, perché se uno si arricchisce, è chiaro che un altro diventa povero, non occorre mica leggere il Capitale per comprenderlo! E allora c’è qualcosa che non va, che non funziona, in un Paese che spende 3 miliardi e mezzo di euro per salvare il Monte dei Paschi di Siena e non ha 200 milioni per mettere una pezza alle scuole fatiscenti e a un’incuria ambientale che grida vendetta al cospetto di dio. C’è qualcosa che non va in un Paese che consegna a Morgan Stanley 2 miliardi e 567 milioni di euro, facendoli transitare da una banca (Intesa), senza che nessuno ne sappia nulla, e proprio mentre aumenta l’Iva e introduce l’Imu. C’è qualcosa di perverso in un meccanismo che regala miliardi di euro alle banche per farle tornare a investire (e quindi a prestar soldi alle imprese), e invece gli istituti se li tengono in cassa per ripianare le cazzate di anni di allegre gestioni di compari e comparse. C’è qualcosa di assurdo in un Paese che tassa indiscriminatamente l’ex ceto medio e i poveri senza colpo ferire, e litiga ferocemente sulla patrimoniale. Fra poco si vota. Con l’aria che tira non ci meraviglieremmo di sorprese dell’ultimo minuto, subito dopo l’apertura delle urne, a exit-poll appena iniziati. La faccia di Gnazio sorridente no, per favore, no!

martedì 1 gennaio 2013

Il discorso del Pensator Silente. L'ultimo annus horribilis in decade malefica.

Credevamo, intimamente speravamo, che il Presidente della Repubblica potesse dare un ultimo segnale di esistenza in vita istituzionale. Ma il suo discorso di ieri sera, è stato la logica conclusione di un annus horribilis (e di un settennato), trascorso col silenziatore incorporato. Colti da un attacco di panico, quando le parole di Giorgio Napolitano ci sono sembrate più quelle di Benedetto XVI che le sue, siamo ritornati in noi nel momento in cui lo spottone pro-Monti è diventato palese e il Professore è assurto a “patrocinatore di una nuova entità politica”, magari destinata a cambiare, come chi scende in campo per salvare questo paese, i destini di una nazione alla deriva. Ci vorranno anni per storicizzare il mandato di Giorgio Napolitano, per dargli un giudizio che non tenga conto dei silenzi e delle firme messe un po' dovunque, a babbo morto o per paura di valanghe mediatiche non di neve e ghiaccio, ma di guano e fango. Ci vorranno anni, non solo per approfondire degnamente l'operato del presidente della repubblica, ma anche per inquadrarlo nel contesto più ampio di un ventennio che ha distrutto questo paese fino a farlo diventare la Cenerentola del mondo, irrisa per essere sempre stata prona ai desideri e alle voglie degli altri, si chiamassero essi Putin o Gheddafi. Le discese in campo, per giocare una partita che non si sa dove ci porterà e come finirà, di Grasso e di Ingroia, di Grillo e di Monti, di Ulivieri e di Mucchetti, ci ricordano il periodo dei Gerry Scotti, dei Gino Paoli e degli Enrico Montesano così come dei Brunetta e della salviddio Maria Stella Gelmini, un gruppo di quattro amici al bar dello sport che partono lancia in resta e finiscono disarcionati alla prima siepe. Non sarà l'Agenda Monti a salvare una nazione saldamente in mano alle Olgettine. Né il passo indietro di D'Alema e di Veltroni (in attesa di essere riciclati magari dall'Onu), contribuirà a farci guardare al 2013 con occhiali diversi. La tentazione di dire che questo è un Paese irrimediabilmente perduto, è prepotente. Ma non vediamo, davvero, chi e come potrebbe farci riscoprire di essere la nazione che ha il 75 per cento del patrimonio culturale mondiale. Frasi sciocche e fatte, le nostre, perfino qualunquiste, ma se gli impegnati a fare politica come una missione si chiamano Fini e Casini, Monti e Bersani, Berlusconi e Maroni, preferiamo indossare il nostro qualunquista cappotto gogoliano e andarcene vagabondi per il mondo. Magari in compagnia di Rascel e di un corazziere di un metro e cinquanta d'altezza, pronto a chiedere l'elemosina per noi.