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domenica 5 gennaio 2014

Fassina lascia per una battuta. Quando il “chi?'” è un'offesa

Quel “chi?”, detto in un certo modo, deve suonare alle orecchie di qualcuno peggio del famigerato “cornuto”. Per molti aspetti ciò può essere vero, il dolore per le corna dopo un po' passa. Una volta rientrate nel loro alveo naturale, quelle vergognose appendici finiscono per essere dimenticate. Ma la sindrome da anonimato che un semplice “chi” con il punto di domanda finale (pur essendo tutti i giorni in tv e sui giornali) deve portarsi appresso, al destinatario suona come, se non peggio, una infamia. È il caso di Stefano Fassina, ex viceministro dell'economia, che ha rassegnato irrevocabilmente le dimissioni dopo che il segretario del suo partito alla domanda: “Che ne pensa della proposta di rimpasto formulata dal sottosegretario Fassina?”, ha risposto con un “chi?” che ha fatto sganasciare dalle risate la folla dei giornalisti presenti alla conferenza stampa di Firenze. E dire che fino a ieri al povero Fassina ne avevano dette di tutti i colori. Da “ignorante” a “laureato per corrispondenza”, da “inconsistente” a “visionario della domenica” fino al terribile “analfabeta”, Fassina, da responsabile economico del Pd, è stato trattato malissimo a tutte le latitudini ma, stoicamente, è sempre rimasto al suo posto, fedele allo scopritore e mentore Piergigi Bersani, campione di assenteismo a Montecitorio, nonché responsabile smacchiatore di una delle più cocenti sconfitte elettorali dei democrat. È bastata però una battuta di Matteo, ché l'ultimo esponente della sinistra Pd nel governicchio LettaLetta, se ne andasse sbattendo la porta. Diciamolo, Fassina non aspettava altro. A lui questo governo non piace, questa alleanza poi, la aborre. Fine del viaggio, fine della spocchia, fine della resistenza. E il Pd è quel partito padronale di cui tutti temevano la svolta. Domanda. Ma in un partito che ha fucilato alle spalle il suo padre fondatore con 101 raffiche di vergogna, un po' di disciplina, alla fine, serve o no?

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