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martedì 14 agosto 2012

Fini vs. Belpietro e la storia infinita fra Marchionne e la Fiom. Manco a Ferragosto è possibile parlare di minchiate.

Il fatto è che se dalle parti dei berluscones stai sulle palle a qualcuno, non ti mollano mica tanto facilmente! È come se Maroni avesse smesso di rosicchiare il polpaccio del poliziotto addentato durante la famosa perquisizione (1996) nella sede della Lega Nord: innaturale. È quello che deve aver pensato Gianfranco Fini leggendo l’attacco di Libero ai suoi presunti privilegi di Presidente della Camera. Aver costretto il loro capo ad elemosinare un misero voto a Scilipoti (“testina di minchia”, lo chiama la mamma da quando Mimmuzzo non si vede più in tivvù), a Razzi e a quel veltroniano di ferro di Massimo Calearo, per loro deve essere stata un’onta da lavare a sangue e gossip perché oltre, onestamente, non sanno andare. Sull’ennesimo “caso Fini” è dovuta intervenire addirittura la ministra capa del Viminale, tal signora Cancellieri che, addirittura supportata dal capo della polizia in persona Manganelli (un nome, un destino), ha riaffermato che la sicurezza del Presidente della Camera non è una fisima personale di Gianfry ma risponde a un protocollo di Stato. Incassata la dichiarazione dei due big della sicurezza nazionale, Gianfranco Fini ha dato mandato ai suoi legali di rimettere querela alla vittima dei più ridicoli attentati terroristici degli ultimi 150 anni, Maurizio Belpietro che di mestiere, dicono, fa purtroppo il giornalista. Se dovessero incontrarsi di persona personalmente in un’aula di tribunale, fra i due se ne dovrebbero vedere delle belle perché, diciamolo, si odiano a tal punto che odiarsi di più sarebbe amore. Volendo però lasciare da parte il ridicolo, non possiamo non prendere atto che alla Fiat e a quel gran pezzo di manager che risponde al nome di Sergio Marchionne, la legge italiana non ne lascia passare una. L’ultima è di ieri. La Corte d’appello di Roma ha respinto il ricorso della Fiat contro il pronunciamento dello stesso Tribunale di Roma che aveva sancito l’immediata riammissibilità dei 145 operai Fiom che la newco Fabbrica Italia Pomigliano, aveva deciso di lasciare a casa. Questa ennesima decisione “contro” da parte di un tribunale italiano, dovrebbe far capire a Marchionne che non sempre può fare quel che diavolo gli pare, nonostante Chiamparino lo consideri un semidio e Fassino il cittadino più illustre di Torino, città nella quale va ogni tanto a lavorare in elicottero per fuggire quanto prima la sera e tornarsene a dormire in Svizzera, questione di silenzio. Da Torino fanno sapere che la decisione della Corte d’Appello di Roma è solo un “fatto tecnico” e che loro non hanno alcuna intenzione di far rientrare in fabbrica gente che va ancora in giro con la bandiera rossa, fischietta l’Internazionale, sputa per terra, non si lava i piedi, puzza terribilmente di vodka e rhum cubano e, abiezione delle abiezioni, va in giro con la tuta bianca sulla quale spicca una macchietta di pomodoro. Ma siamo sicuri, monsieur Sergiò, che si tratti di pomodoro e non di sangue operaio?

1 commento:

  1. Spumeggiante,rinfrescante,propio quello che ci voleva.Non avevo dubbi,ma mi fa piacere constatare che si è ripreso benissimo dalle passate vicissitudini.M.M.

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